Archivio per aprile, 2012

Che tristezza. I gruppi su Facebook su cui fare i nostalgici. “Viva gli anni ’90”.

Ma io che ci sono nato negli anni ’90 non ne sento così tanto la mancanza, non così tanto da volerli ricordare ad ogni momento, da sentire la necessità di visitare e condividere le gallerie piene di foto di ricordi “nostalgici”, per mostrare con malinconico orgoglio cosa ho vissuto, in un modo che credevo fosse proprio della senilità.

La nonna che racconta di come “pativamo la fame” e “la mattina andando al pascolo ci portavamo solo due fette di polenta fredda e un poco di latte, se c’era”, secondo me è un patrimonio prezioso e impreziosito dal fatto che quelle storie sono un po’ anche le tue radici, come vivevano i nonni un po’ ti fa sentire da dove sei venuto, ti fa percepire il terreno che calpesti e su cui si regge il tuo presente: non sono i libri di storia, ma è una persona cara che ti racconta com’è stata la vita prima di te.

Ecco, i racconti di nonni e genitori sono preziosi per questo. Ti fanno sentire un po’ più sicuro. Sai qualcosa in più di cosa c’è stato prima di te, conosci in un certo senso un po’ di più te stesso, e in qualche modo risulta più facile poter pensare ad un futuro. Futuro che racconterai a figli e nipoti, e sarà ancora più bello se l’avrai vissuto al meglio, ma soprattutto costruito e pensato tu. Tu e la persona che ami.

Non capisco quindi i miei coetanei che creano e condividono così spesso questi memorabilia (l’immagine di essi). Io stesso ogni tanto taggo qualche amico al grido di un accorato “ti ricordi…?”.  Credo che sia la normalità.

Inserisco invece questa corsa al ricordo e alla canonizzazione in un contesto più ampio, in cui rientra la scarsa creatività, la moda e la paura allucinante di non avere un futuro. Allucinante perché spesso è accompagnata dall’incapacità più o meno conscia di pensarlo questo stramaledetto “futuro”.

E allora nascono le mode del vintage, che su ogni cosa getta questa patina che tutto colora di una tonalità ingiallita. Una patina che ormai è moda.

Io stesso sono in un certo senso un cultore degli anni passati. Di recente ho recuperato un giradischi e, complice uno zio jazzofilo, ho iniziato a far crepitare la testina. Porto occhiali da sole grandi e a montatura mediamente spessa, provenienti dagli anni ’80 credo, i miei occhiali da vista ricordano Woody Allen e potrebbero inserirsi nel non-movimento/non-moda di quelli che ultimamente vengono indicati come hipster (c’è un articolo su Xl numero 75, “Hipsteria”, interessante anche se un po’ corto).

Ma non è creatività imitare gli altri. È creativo chi fa partire una moda, chi la modifica e ne coglie il senso, cioè la vive. E questa mi sembra una cosa bella. Manca così tanto la tendenza a scegliere uno stile di vita (che comprende in verità tutto, dal modo di vestirsi al modo di pensare, dal modo di comportarsi alle passioni che si hanno e si coltivano). Tutte queste cose sono collegate, una l’espressione dell’altra, tutte l’espressione di noi.

La paura di non avere radici e di perdere se stessi ci conduce a cementarle queste radici, in nome della tradizione: chi è conservatore non è, logicamente, di animo progressista, per cui la sua creatività spesso potrebbe risentirne. E così anche la sua felicità potrebbe andare scemando.

Credo che una mente aperta creativa reattiva sia più felice e sia più infelice allo stesso tempo. Si muove di più, è più viva. Ha più possibilità di essere felice. Chi è ancorato inossidabilmente alle proprie tradizioni e in un certo senso vive per queste è limitato, e la sua felicità rimane all’interno di uno steccato nel quale è facile vivere ponendosi non dico pochi, ma meno problemi. Appagare il proprio animo soltanto con oggetti o divertimenti che richiedono poco ragionamento. Questo genera le mode che non credo sia giusto demonizzare, ma sappiamo che in tanti (troppi?) le seguono pedissequamente, acriticamente. Semplicemente “fa figo” avere il Mac, “fa figo” indossare capi firmati, “fa figo” essere alternativi (che contraddizione: questo non è il calco negativo del conformismo? non è conformismo a sua volta?).

Anche se sembro fuori tema ormai, io vedo tutti questi concetti ben relazionati. Moda, creatività, futuro, paura e incapacità. Non mi sembra sano crogiolarsi unicamente in se stessi celebrando gli anni passati con i vari “una volta era meglio”, “guarda che bei tempi che erano”. Non a vent’anni. Non riferendosi a un periodo così vicino ad oggi.

Mi preoccupa questo che sembra essere un invecchiamento generale, un invecchiamento precoce. Anime vecchie, già continuamente e inesorabilmente nostalgiche. Un tempo si reagiva con i movimenti, le idee nuove che spesso erano ripescate dal passato remoto. Penso che invece ora la maggior parte delle persone se ne freghi, e preferisca cercare se stessa nel passato prossimo, accontentandosi di quel poco che trova. Hanno quasi ammazzato il nostro coraggio.

Il referendum per eliminare le comunità di valle è ancora in corso, ma si può parlare di una debacle. Alcuni dati parlano di un’affluenza intorno all’8% (aggiornamento: i dati del 30 aprile indicano un’affluenza del 27,7%) . Una percentuale ridicola ed indegna, che rappresenta una sconfitta per la democrazia.

A questo punto, qualche considerazione. Ci sta tutto: che il giorno del voto sia stato stabilito proprio il 29 aprile, nel mezzo di un bel ponte col 1° maggio (e la data è stata ovviamente scelta apposta da Dellai); che ci sia stata poca informazione; che il referendum sia stato poco pubblicizzato; che molti esponenti politici abbiano invitato all’astensione (comportamento indegno per dei rappresentanti istituzionali).

Ma, tenuto conto di tutte queste cose, sta anche a noi cittadini svegliarci, darci una mossa e capire che se ci invitano a non votare non è per il nostro bene, ma perchè non vogliono che la gente capisca e si occupi lei stessa della cosa pubblica. Ed ancora più grave è il disinteresse, che dimostra un atteggiamento passivo e controproducente: se infatti non dimostriamo che nei momenti (rari) di democrazia diretta siamo capaci di far sentire la nostra voce ed eliminare le porcherie che ci propina una classe dirigente ridicola e clientelare, la nostra forza democratica ne uscirà indebolita, e la gente perderà fiducia anche nel referendum e nelle iniziative popolari di altra natura. Ovvero nelle uniche occasioni rimaste per decidere davvero.

Insomma siamo noi a doverci muovere. E’ troppo comodo lamentarsi e non partecipare.

L’Istat ha pubblicato una prima bozza dei risultati del censimento 2011. Vi riporto qui un po’ di dati che possono essere interessanti.

– 59.464.644 sono le persone che vivono in Italia;

– 28.750.942 i maschi;

– 30.713.702 le femmine;

– in media ci sono 52 donne ogni 100 abitanti;

– 2.612.068 è il numero di abitanti di Roma, il comune più popoloso d’Italia;

– 30 è il numero di residenti di Pedesina (Sondrio), il comune meno popoloso d’Italia;

– 12.311,7 è il numero di abitanti per chilometro quadrato di Portici (Napoli), il comune più densamente popolato;

– 0,2 chilometri quadrati è l’estensione di Fiera di Primiero (Trento), il comune meno esteso d’Italia;

– 1.307,7 chilometri quadrati è l’estensione del comune più esteso: Roma;

– il 46 per cento dei cittadini vive al Nord, il 19 per cento al Centro e il 35 per cento al Sud e nelle isole;

– 70 è la percentuale di comuni con popolazione inferiore ai cinquemila abitanti;

– 2.468.900 è il numero di persone in più censite rispetto al 2001, l’anno del precedente censimento;

– 22 milioni era il numero di persone che viveva in Italia secondo il primo censimento del 1861: in 150 anni la popolazione è quasi triplicata;

– 3.769.518 sono le persone straniere che vivono abitualmente in Italia, sono quasi tre volte il numero registrato dieci anni fa;

– 2,4 è il numero di componenti in media di una famiglia italiana;

– 6,34 per cento è l’incidenza di stranieri sul totale della popolazione;

– 28.863.604 sono le abitazioni presenti in Italia;

– 14.176.371 il numero di edifici;

– 71.101 persone dichiarano di vivere in tende, roulotte o baracche, nel 2001 erano poco più di 23mila;

– 9.607.577 sono i numeri civici in Italia.

(Fonte: il Post)

No, fatemi capire. Napolitano dice che i partiti sono insostituibili (affermazione per lo meno discutibile) e non “dare fiato a qualche demagogo di turno”. Ovvero Beppe Grillo. Indirettamente, quindi, il Presidente della Repubblica, istituzione per natura super partes, sta invitando a non votare Movimento 5 Stelle, o per lo meno lo sta delegittimando.

Ma Napolitano non ha nulla da dire a proposito della Lega e dei suoi ultimi scandali? E, guarda caso, si è dimenticato di dire alla gente di non dare fiato a chi pagava “cospicue somme” a cosa nostra tramite Dell’Utri per non avere problemi, “contribuendo al rafforzamento dell’associazione mafiosa” nei primi anni ’70 fino al 1977 e poi dal 1982 al 1992 (l’anno delle stragi), nell’ambito di un “accordo di natura protettiva raggiunto con la mafia”.

Ecco, di Berlusconi e del suo partito, cui si riferiscono le frasi riportate sopra (estrapolate dalle motivazioni della sentenza di Cassazione su Dell’Utri), ci si può fidare. Dopotutto parliamo solo di accordi, pagamenti e accordi protettivi con la mafia, oltre a tutte le nefandezze di cui B. e i suoi compari si sono resi protagonisti.

Di Grillo e dei ragazzi del Movimento, pericolosi incensurati armati di spirito civico e interesse per la politica, meglio diffidare. Non sia mai che ottengano buoni risultati elettorali e spazzino via questa splendida classe dirigente.

Vi riporto “L’amaca” di Michele Serra, del 24 aprile 2012, che mi ha ispirato il post sulla Liberazione “I nonni di tutti“. La riporto qui a vantaggio di chi non ha un contatto su Facebook, perché sulla pagina di Michele Serra sono riportate tutte le sue Amache! Buona lettura!

I partigiani lottavano per la libertà, i fascisti stavano con i nazisti. Revisionismo, paraculismo, ambiguità, doppia faccia, riabilitazione, negazionismo, canonizzazione. Sulla Storia gli ignoranti e coloro che sono in malafede possono fare tante operazioni, per perseguire i propri scopi.

La Storia è importante, e il concetto di “storia” è importante: cosa siamo stati e cosa abbiamo fatto ci segnano, ci marchiano come persone, per cui nessun distinguo e nessuna considerazione possono evitare il confronto con il passato delle persone e quindi con il continuo divenire della realtà.

Sembrerà un ragionamento astruso, Ma se una colpa può essere perdonata ed espiata, il rapporto causa-effetto nella Storia con la “S” maiuscola, e nella storia di ognuno di noi, non può annullarsi, il trascorso di una persona o di un gruppo di persone, non può annullarsi: i fascisti hanno emesso le leggi razziali, hanno redatto (con tanto di firme di intellettuali) il Manifesto della difesa della razza,  hanno contribuito alleandosi con i nazisti alla “soluzione finale”, hanno portato l’Italia e il mondo in guerra. Ma hanno anche bonificato paludi e infrastrutturizzato l’Italia, ci vengono a dire. Quando c’era lui i treni partivano in orario – “Quando c’era lui ci deportavano in orario” (Il secondo secondo me, Caparezza).

Ma riabilitare quel terrificante movimento, riabilitare la dittatura fascista non è possibile, non può essere possibile. I repubblichini non erano e non saranno mai allo stesso livello dei partigiani. Dobbiamo ai secondi la realtà, il presente di essere un paese civile e democratico, non di certo ai primi. Per cui, per quanto mi riguarda, e nel pieno rispetto della Mia, della Nostra Costituzione, gli “eroi” che movimenti di destra ed estrema destra vogliono canonizzare e ai quali vogliono intitolare strade e piazze, non saranno mai eroi d’Italia, non andranno mai riconosciuti come tali.

Oggi è eroico avere e promuovere idee che dovrebbero essere basilari, è coraggioso chiedere il rispetto di diritti fondamentali ed esercitare i propri doveri di cittadino. Il voto, pagare le tasse e non evadere, anche se sarà più difficile stare sul mercato, partecipare a concorsi truccati, studiare e studiare per dover quasi sicuramente fuggire dallo Stivale.

Ogni anno che passa, pensare a questi “nonni” e queste “nonne” di tutti, che hanno dato la vita, che hanno speso il proprio coraggio e le proprie energie, i propri affetti per un’Italia unita libera democratica, diventa sempre più importante e bello. Emozionante.

Buona festa della liberazione.

In questo articolo su L’Adige, si ripercorre la storia legislativa e istituzionale del Trentino, partendo dal lontano 1819, con il “Regolamento” tirolese.

Si fa il punto sulla storia autonomista del Trentino, concetto a mio dire poco sentito, se non in termini economici o strettamente annessi. L’autore spiega quindi che le Comunità di Valle sono necessarie perché “non è possibile creare il vuoto fra gli enti di base e la Provincia“.

Se si riferisce alla “distanza” fra questi due livelli di governo, si potrebbe obiettare che questa era già colmata dalla presenza dei comprensori, e nonostante chi sostenga le Comunità dica che sono stati aboliti, le persone che ci lavoravano prima ci lavorano anche adesso: la struttura comprensorio ora comprende quindi anche una parte politica, e quindi sono stipendi in più da pagare e centri decisionali in più da gestire.

Leggiamo: Essi [i comprensori], in numero di 11, dovevano essere sedi di decentramento amministrativo e strumenti di coordinamento e di sviluppo programmato a servizio dei comuni. Ma la lotta dei partiti per mettere le mani sui Comprensori e farne centri di potere, l’inseguimento delle prebende e le resistenze dell’onnivora e centralista burocrazia provinciale portarono al fallimento di questi enti intermedi e alla loro sostituzione con le Comunità di valle, compromesse ancora una volta dalla vischiosità della casta provinciale che non demorde dal tenersi strette le leve del comando.

Bipensiero: i partiti hanno cercato di trasformare i comprensori in centri di potere politico, quando non lo erano in senso elettorale. La soluzione è stata di abolirli e sostituirli con organi nuovi ed elettivi. Se il problema era la voracità dei partiti che costituiscono la “casta provinciale che non demorde dal tenersi strette le leve del comando” allora forniamo loro un nuovo e legale strumento che possano controllare?

La vera questione è quella della sua democraticità, della trasparenza, dell’efficienza e rapidità nel funzionamento, del risparmio per tutti e dell’essere veramente al servizio dei comuni, non di altri interessi, di avere precise deleghe che pongano un argine alla tendenza pigliatutto che spira nel palazzo provinciale di Piazza Dante.

Il “Palazzo degli orchi” di Piazza Dante? La stessa provincia che ha istituito le Comunità di Valle? Dobbiamo contrastare i cattivi che vogliono arricchirsi e mantenere il potere, ma intanto dovremmo sostenere uno strumento in mano loro in quanto pieno di loro eletti e rappresentanti?

2 + 2 fa 3 a quanto pare. Contrastare i politici e i partiti onnivori creando nuovi posti che questi possano occupare.