Archivio per agosto, 2010

di Aristofane

Da qualche tempo il presidente del Senato Renato Schifani è nell’occhio del ciclone. Il Fatto Quotidiano ha rivelato che, in passato, Schifani aveva avuto rapporti con persone che, in seguito, sarebbero state condannate per mafia. Il presidente era l’avvocato difensore di un costruttore che si scoprì essere legato alla mafia. Altre clientele dello studio di Schifani furono poi infelici, come, ancora una volta, rivelava Marco Lillo sul Fatto del 13 gennaio 2010. La risposta del presidente è stata una querela in sede civile, con richiesta di risarcimento di 720 mila euro.

Venerdì 27 agosto scorso, il Fatto riporta la notizia, proveniente da uno scoop dell’Espresso firmato da Lirio Abbate, di una dichiarazione di Gaspare Spatuzza, il pentito ritenuto attendibile da tre Procure (Firenze, Caltanissetta e Palermo) e dalla Procura nazionale antimafia. Spatuzza ritrae Schifani, al tempo in cui era ancora avvocato, come il tramite tra i vertici della Fininvest (di proprietà di Berlusconi) e i fratelli Graviano, i boss arrestati e condannati per le stragi del 1993. La dichiarazione va ovviamente riscontrata con molta attenzione ma, per una volta, Schifani si è detto pronto a chiarire tutto davanti ai giudici.

Lo scoop dell’Espresso è grosso, e la notizia mi sembra rilevante. Infatti nessun tg ne ha parlato. E tra i giornali, solamente il Fatto Quotidiano ha riportato la notizia (in data 27 agosto), mentre tutti gli altri non lo hanno fatto. La Repubblica, giornale di punta della lotta alla legge bavaglio, ha riportato la notizia in un trafiletto a pagina 25. Della serie, chi legge con la lente di ingrandimento l’ha trovata. Non avendo dato la notizia della dichiarazione di Spatuzza, nessuno poteva dare quella della replica di Schifani. E infatti nessuno l’ha fatto. Nemmeno la Repubblica.

Dal Giornale e da Libero ci si può aspettare una censura ad una notizia quanto meno scomoda per un uomo importante del PdL, presidente del Senato. Il Corriere purtroppo ci ha abituato già da un po’ al diverso trattamento riservato alle differenti parti politiche. Le domande su Di Pietro e Fini appaiono spesso sul giornale di de Bortoli, che a loro chiede chiarimenti su vicende insignificanti politicamente e penalmente, che sistematicamente si rivelano fantasiose e false. A Schifani invece non viene chiesta chiarezza.

Ma chi fa la figura peggiore in questa storia è il quotidiano di Scalfari. Da mesi vediamo sulle sue pagine post-it gialli, simbolo dell’opposizione alla legge bavaglio, e ne siamo felici. Ma come si può essere credibili, come si può tuonare contro una legge liberticida e criminogena, quando si tacciono o si nascondono notizie di questa portata? Perchè Repubblica ha nascosto questa notizia? Forse non conviene al PD fare domande a Schifani? La lotta al bavaglio può essere portata avanti da un quotidiano che si allinea a TG1 e TG5 tacendo notizie scomode? Non riesco, sinceramente a capire questo auto-bavaglio.

E così chi guarda il TG1,TG2,Tg3,TG4,TG5,Studio Aperto,Tgla7, o legge Repubblica, Corriere, Libero,il Giornale,la Stampa, ecc. non sa niente di questa notizia. Poi tutti a fare lo sciopero contro la legge bavaglio, tutti uniti contro l’impossibilità di informare la gente, di farle conoscere le notizie. E, alla prima occasione, tutti uniti nell’auto bavaglio su Schifani. Vivissimi complimenti.

(L’articolo di Lirio Abbate su l’Espresso : “Quelle ombre su Schifani”)

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di Aristofane

Cito, longe fugeas et tarde redeas (“presto, fuggi lontano e torna tardi”). CLT. E’ questa la sigla che il commissario Adamsberg, protagonista dei romanzi di Fred Vargas, trova scritta accanto a dei misteriosi simboli, simili a 4 rovesciati, che appaiono sulle porte delle case di Parigi. Presto il poliziotto capirà che quegli strani segni sono talismani contro la peste, mortale malattia che sembra essere tornata dai meandri del Medioevo, pronta a ricominciare ad uccidere.

E’ questo, molto sinteticamente, il tema centrale di “Parti in fretta e non tornare”, bellissimo romanzo noir firmato da Fred Vargas, famosa scrittrice francese. Quando mi sono imbattuto nella frase latina, non ho potuto fare a meno di correre col pensiero alla situazione dell’Italia attuale. Intendiamoci, non voglio paragonare la nostra politica e la nostra società ad un’epidemia di peste. Questo sarebbe troppo. Tuttavia, quel consiglio, “parti in fretta e non tornare”, mi sembra rispecchi perfettamente i desideri, o per lo meno i pensieri, di molti italiani, specialmente giovani.

Dopotutto, guardandosi intorno, cosa ha ormai da offrire l’Italia a noi ragazzi? La politica è sempre più simile al calciomercato: Tizio va con questo, Caio stava con quello ma ha capito che gli conviene cambiare e passare a quest’altro, Sempronio è indeciso e minaccia l’altro ancora di non andare con lui se non gli dà quello che vuole. Gli uomini politici fanno i capricci e si schierano con chi più gli offre, sbattendosene di tutto il resto. E questi soggetti dovrebbero occuparsi di risolvere la montagna di problemi che affligge la gente? Lavoro, scuola, ambiente, energia e via discorrendo? Ma mi facciano il piacere.

In settembre scadranno titoli di Stato per 54 milioni di euro. Ciò significa che lo Stato dovrà restituire i soldi (più gli interessi) a chi glieli ha prestati (comprando, appunto, i titoli di Stato stessi). Ovviamente questi soldi non ci sono, e si spera che qualcuno (magari gli stessi Stati e le stesse banche che hanno comprato questi titoli di Stato in scadenza) voglia acquistare dei nuovi titoli. Altrimenti non ci saranno più soldi per pagare, e quindi garantire, i servizi essenziali ai cittadini. Saremmo ai livelli della Grecia. La situazione è molto grave, ma non abbastanza perchè i telegiornali ne parlino, evidentemente. Meglio occuparsi dei rientri dalle vacanze e dei modi migliori per proteggersi dal caldo. Bevete molto e non esponetevi direttamente al sole dalle 12 alle 15. Consigli preziosi ed innovativi.

E si potrebbe continuare così, la lista è lunga. Inceneritori e future centrali nucleari sostituiscono parchi fotovoltaici e pale eoliche. Restrizioni ad internet invece di wi-fi libero. Tagli indiscriminati a scuola, università e ricerca al posto di investimenti in scuola, università e ricerca.

“Parti in fretta e non tornare, ragazzo”. Ecco cosa sembra sussurrare il vento in questi giorni di fine agosto. Non si vede uno spiraglio di cambiamento. Chi dovrebbe offrire un’alternativa a questo governo disastroso, che permette inoltre che il Paese sia ostaggio dei rantoli di un fanatico (specifico che sto parlando di Bossi, perchè di fanatici in questo governo ce ne sono a bizzeffe)? Il PD, che come sempre si divide, discute su questioni inutili, non sfrutta la debolezza dell’avversario, rimane insicuro sulle sue posizioni e tergiversa? L’Italia dei Valori, incapace di fare il salto di qualità perchè schiacciata da una classe dirigente in parte composta da scarti di altri partiti? L’UDC, coacervo di pregiudicati e voltagabbana professionisti? No, non esiste. L’unico cambiamento possibile siamo noi. Noi ragazzi, noi giovani. Noi che possiamo avere idee fresche, diverse, innovative. Noi che abbiamo a cuore il nostro futuro e vogliamo salvare l’Italia. So che siamo in tanti, che se vogliamo possiamo fare davvero la differenza. Il passato è passato, il presente si srotola davanti a noi, che spesso stiamo immobili e guardare. Il futuro lo possiamo ancora scrivere.

CLT. Cito, longe fugeas et tarde redeas. Personalmente preferisco Credici, Lotta e Trionfa. Rubo una frase a Beppe Grillo, per chiudere. “Loro non si arrenderanno mai (ma gli conviene?). Noi neppure”.

“Anche oggi”, dice Berlusconi, “si può cogliere la fotografia di due situazioni contrapposte: da un lato, il governo del fare; dall’altro, i politici di professione e i loro giornalisti di riferimento, che discutono tra loro di ammucchiate fuori dal tempo. Come si può pensare, nell’anno di grazia 2010, a resuscitare alleanze dal collante incerto, dai programmi ancora più incerti, dalle prospettive addirittura incertissime? Grazie al nostro ingresso in campo, gli elettori si sono abituati a una chiarezza semplificativa che non potrà mai più essere abbandonata“, ha aggiunto, precisando che “chi vota per il PdL sa in anticipo quale sarà il premier per cui indica la preferenza, quale sarà l’alleanza delle forze che costituiranno il governo e soprattutto quale sarà il programma, dall’inizio alla fine della legislatura“.

“I cinque punti – ha detto Berlusconi – che il Popolo della Libertà e il governo intendono portare con priorità in settembre dinnanzi alle due camere, confermando il programma approvato dagli elettori e sono la continuazione concreta di una politica fondata sui fatti. Su quei punti e per quei punti sono stati eletti tutti i rappresentanti del PdL, che su quei punti e per quei punti saranno chiamati a impegnarsi per portare a termine una legislatura fruttuosa e feconda di risultati positivi. Sono sicuro che questo debba avvenire e avverrà. Tutto il resto sono soltanto chiacchiere, chiacchiere e basta”.

(da repubblica.it, “Berlusconi: estate di vecchia politica, l’opposizione vuole solo ammucchiate“, 26 agosto 2010)

***

Brevi riflessioni. “gli elettori si sono abituati a una chiarezza semplificativa che non potrà mai più essere abbandonata“. Spero proprio che non sia così, perché la chiarezza di cui parla Silvio credo che sia invece semplicità, o meglio superficialità. Sappiamo tutti quali sono i problemi che caratterizzano il nostro Paese, da sempre. E sapendo da quanto ce le tiriamo dietro nella nostra storia non è mai presto per dire che andrebbero affrontati e risolti. I tentativi ci sono stati, ma credo che da 16 anni a questa parte non se ne possano riconoscere molti: ne hanno l’apparenza, ma forse c’è mai stata dietro la reale volontà di risolvere queste tante questioni italiane.

Il gran caos che ne deriva viene sfruttato in tempo di elezioni (e non solo) per mostrare al popolo quali disastri ha fatto il “governo precedente” e al contempo per ergersi al grado di risolutori di problemi, quasi eroici. Un gran spettacolo, fatto di fuochi d’artificio meravigliosi, i grandi progetti di rivoluzione statale, innovazione e avanzamento nel segno del progresso. Ma restano fuochi d’artificio, e il nuvolone che creano, quando l’ultima scintilla ha crepitato in aria, rimane per un certo tempo, stordente e disorientante nella beatitudine dello spettacolo che si è appena goduto.

Cosa voglio dire: ripetere a lungo un copione è dannoso, pericoloso. Se si continua ad ingannare la gente, prima o poi questa se ne accorge, specie se gli strumenti di raggiro sono sempre gli stessi. In questo momento direi che in effetti sono i medesimi da anni, soltanto esasperati, potenziati. Il potere mediatico ad esempio, il controllo dell’informazione permette di gestire certe notizie pericolose per se stessi (cioè nasconderle o sovvertirle) ma soprattutto permette di amplificare fatti e informazioni dannose per altri. O addirittura permette di inventarne. Non penso che siano i giudici a fare un uso politico delle inchieste: la magistratura è il mastino del sistema Stato, c’è perché vigili sugli altri poteri. Penso invece che ci siano dei politici che fanno un uso politico delle notizie, vere o inventate, mantenendo però la propria faccia tosta senza pensare che devono rendere conto non a qualcuno, ma a tutti i cittadini. Non è sufficiente difendersi catalogando ogni singola critica come diffamazione, e poiché ad un potere grande corrispondono necessariamente grandi responsabilità, fra queste c’è la chiarezza con i cittadini, se si tratta di un politico. I cittadini tutti, non solo la parte che ha fatto una crocetta sul tuo simbolo. Ha l’aria della discriminazione…

Tornando quindi alla frase iniziale, questa mi ha suscitato la riflessione sovrastante per un moto di puro piacere “mentale”. Non credo negli slogan, penso che vadano bene solo per la pubblicità. Di fronte al metodo che Berlusconi sembra apprezzare, cioè questa fantomatica “chiarezza semplificativa”, mi sento preso in giro. Il messaggio alle persone è che “la politica è una cosa troppo complicata, i problemi che hanno tutti in fondo sono altri, lasciate fare a noi politici, ci avete mandati in Parlamento proprio per questo”. Il cittadino spesso dimentica che è un diritto dovere interessarsi alla vita politica del proprio Paese. E se proprio non gli interessa, che almeno non si faccia soggiogare e fregare da questa melmosa chiarezza semplificativa, cioè fermarsi alla superficie delle questioni. Basta chiedersi il perché.

Tra l’altro è più facile, comodo, meno impegnativo.

(ho ritenuto di riportare più frasi nella citazione da cui sono partito con la riflessione per una semplice questione di completezza)

Finalmente, chiarezza. Il vertice del PdL ha finalmente detto quali sono i punti su cui chiederà la fiducia, punti talmente generali che molto probabilmente rendono il voto scontato.

1. Federalismo fiscale

2. Fisco

3. Mezzogiorno

4. Riforma della giustizia

5. Sicurezza

Praticamente i capitoli di un programma elettorale.

A me sembra però che le cose importanti siano altre. Magari sbaglio, ma sento ancora parlare (non dalla politica) di licenziamenti, casse integrazioni, industrie che chiudono i battenti.

Invece pare che sia importante il federalismo fiscale, che per molti (su certi aspetti me compreso) è ancora oscuro, benché sia un progetto di un certo peso.

È importante continuare a parlare di riduzione delle tasse, perché è già partita la campagna elettorale, e bisogna attirare i pecoroni che ancora ci credono, ci credono da dieci anni almeno (vi ricordo un simpatico collage di titoli giornalistici sulla riduzione delle tasse contenuto in questo nostro post, Pensieri antiitaliani – Parte II).

Mi sorprende che la gente del Mezzogiorno non si sia ancora ribellata in massa, in quanto ci si ricorda che esiste solo quando è possibile additare un problema (solitamente “ereditato” dai governi precedenti, o dalle giunte di centrosinistra) che questa “grande destra riformista berlusconiana” potrebbe facilmente risolvere. È una presa in giro, ma forse si tratta di quella condizione per cui qualcuno di ferito e debole è più facile da controllare: in effetti sotto questo aspetto la mafia fa comodo al potere, tiene occupato e distratto il popolo, e inoltre lo indebolisce.

Qua ci colleghiamo alla sicurezza, ma dato che i sondaggi e le statistiche ormai non hanno più valore oggettivo, non importa che a delinquere siano tanto gli italiani quanto gli immigrati. Questi ultimi sono, di nuovo, utili al potere, che si interessa a far leva sulla paura dell’uomo nero che patisce la casalinga o la nonnina che-si-stava-meglio-quando-si-stava-peggio.

Riforma della giustizia: il punto più importante per la nostra classe dirigente, che deve assicurarsi di rimanere dov’è. In barba alla Costituzione, prostituta oramai, citata a sproposito e troppo spesso travisata: sono talmente pochi gli italiani che l’hanno almeno un po’ letta, che è facile ingannare la maggioranza delle persone a proposito della loro legge fondante, del codice che li rende appartenenti ad uno Stato.

”Io non sono certo che si riesca a ricomporre la situazione politica”, ha detto Maroni, “credo anzi che ci sia un’operazione in corso per far fuori Berlusconi e dobbiamo capire come muoverci”.

“Non è un complotto – ha detto Maroni – ma un progetto che a me non piace, ma che è sostenuto da molti”. Il ministro dell’Interno ha ribadito la posizione sul Carroccio su un esecutivo diverso da quello attuale.

Non è accettabile che chi ha perso le elezioni governi“, ha spiegato Maroni, “chi ha vinto deve governare e tutto
ciò che è diverso da questo sa molto di palazzo romano e poco di democrazia”.

”La Lega – ha aggiunto Maroni – la sua indicazione l’ha già data, se non c’è una maggioranza che venga certificata bisogna andare subito a nuove elezioni”. Per quanto riguarda invece il rapporto con l’Udc, Maroni ha tagliato corto: ”Bossi ha parlato chiaro”.

(da repubblica.it, 25 agosto 2010)

Il problema qual è? Non credo che sia di “fare fuori il re”. Una volta tolto di mezzo politicamente Berlusconi cosa rimane? Un gran caos, nonché la mentalità malata che ci è stata inculcata da 16 anni a questa parte. E poi i poteri che lo sostengono e sono stati da lui avvantaggiati sono comunque penetrati in ogni ambito del nostro Stato. Da questo punto di vista la rivoluzione che azzeri tutto, la tabula rasa, sembra l’unica via.

Tolto Silvio, cosa resta dunque? Ad esempio la mentalità deleteria che permette ai politici di parlare come se fossero al bar giù all’angolo, e non su di uno scranno del Parlamento. Insomma, il Ministro dell’Interno, colui che si occupa di lotta alla mafia e crimini dice che c’è un un’operazione in corso “per far fuori Berlusconi”: a queste parole mi preoccupo. Va bene, forse non intende fisicamente, però restano un po’ ambigue. Instillano il sospetto.

“Le parole sono importanti!” urlava Nanni Moretti in Palombella Rossa: non basta ricevere con le elezioni il mandato popolare per governare, ma bisogna mantenerlo, alimentando continuamente la fiducia dei cittadini.

Fiducia, non fede. La parola fede ha un’aria più mistica, e rimanda a qualcosa di vago e indefinito, ma comunque una promessa che fa sperare in qualcosa di buono. Nel patto istituzioni-cittadino, se così vogliamo chiamarlo, non c’è spazio per sperare, ma deve esserci la fiducia: la Costituzione ce lo permette, se è stato eletto un governo che poi si dimostra o diventa inadatto, quindi viene meno il rapporto di fiducia con i cittadini, questi possono mandarlo a casa, farlo cadere.

La maggioranza al potere in questo momento sta cercando di mascherare non la propria inefficienza (più efficienti di così nel preparare leggi antiprocesso per il premier non si può), ma il fatto che il Parlamento è bloccato nel gestire leggi e provvedimenti non utili alla maggioranza dei cittadini; oltretutto questo ci porta al fatto che è stato praticamente esautorato della propria funzione, in quanto i pochi provvedimenti che passano nelle Camere hanno la questione della fiducia o sono decreti legge (farciti di una qualche condizione di urgenza).

Ma si sa, spesso il popolo, con un termine dispregiativo, la massa, è più propensa a credere alle promesse piuttosto che analizzare i fatti e reagire di conseguenza: finché si riesce a sopravvivere, si torna a casa e si trova un pasto caldo condito di una bella dose di ballerine o storie “dal vero” in tv, è facile limitarsi a lamentarsi della politica. Il modo di parlare e di promettere continuamente allontana la politica dal cittadino. Ma il solo fatto di potersi dire “cittadino” ha un valore politico. Stare in comunità e partecipare tutti assieme alla vita della comunità è fare politica: è far circolare idee, pensieri, discorsi. Questo mix di menti dovrebbe lavorare sinergicamente per risolvere i problemi e migliorare le cose. Invece pare che i politici appena eletti spicchino il volo, no? Si allontanano.

Chi ha vinto in questo caso sono loro, rimangono fregati anche e soprattutto i loro elettori, dei quali si sono serviti spudoratamente per raggiungere il potere. “Non è accettabile che chi ha perso le elezioni governi” dice Maroni, ignorando che il governo è eletto dal Parlamento, che è eletto a sua volta dal popolo: chi ha “vinto” le elezioni è in maggioranza in Parlamento, ma, se guardiamo, non si dovrebbe parlare di “vittoria” o di “sconfitta”, in quanto i parlamentari, in un certo senso, sono tutti vincitori, nella sfida elettorale hanno ottenuto la fiducia dai cittadini (anche se qui dovremmo aprire l’ennesimo dibattito sulla legge elettorale…). L’assemblea decide chi eleggere a capo del governo.

Berlusconi non è stato eletto DIRETTAMENTE dal popolo. Ricordiamocelo. Se il suo governo non dovesse avere più la maggioranza alle Camere, secondo la Costituzione spetta al Capo dello Stato ricercare un’altra maggioranza nella assemblea: sono tutti eletti, quindi le dichiarazioni degli ultimi tempi sull’illegittimità di altri governi rispetto a quello attuale è pura fantasia!

I partiti non possono decidere alcunché a proposito di elezioni anticipate, questa è una prerogativa affidata dalla Costituzione unicamente al Capo dello Stato, Giorgio Napolitano. Chiarezza su questi punti, perché alla loro luce le continue uscite di Lega e PdL sulla decisione di andare a elezioni anticipate sono prive di senso, ma continuando a ripeterle con forza per molti diventano affermazioni vere, o meglio, delle balle vere. (citando Dario Fo)

***

Dario Fo – Grammelot di Berlusconi (ovvero una giullarata sul linguaggio “politichese”)

Marco Travaglio si chiedeva ieri su Il Fatto Quotidiano come sia davvero la situazione del caso elezioni anticipate. Davvero si avrebbe un trionfo sicuro del PdL?

IO VOTO ZINGARETTI

di Marco Travaglio

(da Il Fatto Quotidiano, 22/08/2010)

Ma chi l’ha detto che, se si vota, rivince il Cainano? Ora che i sondaggi danno il Pdl senza Fini al 28% (-10 sulle elezioni del 2008), la Lega al 12 (+ 2) e Fini al 6 (prim’ancora che fondi il partito), i leader del Pd potrebbero riattivare per un attimo le loro attività cerebrali, senza esagerare s’intende, e porsi una domanda semplice semplice: che senso ha seguitare a blaterare di governi tecnici, balneari, istituzionali, “di responsabilità” e altre ammucchiate politichesi? Che senso ha mostrarsi atterriti e tremebondi all’ipotesi di votare, dando l’impressione di aver già perso e di voler cacciare B. con manovre di palazzo, a tavolino, “a prescindere” dagli elettori? Un conto è la legittimità costituzionale di un governo diverso, che è fuori discussione: il fatto stesso che Cicchitto e Schifani dicano che non si può è la miglior prova che si può. Un altro conto però è l’opportunità di farlo. Certo, se in Parlamento esistesse una maggioranza pronta a rifare la legge elettorale per restituire il voto ai cittadini e a risolvere il conflitto d’interessi per levare tv e giornali a B., varrebbe la pena provarci. Ma siccome quella maggioranza non esiste, è inutile parlarne. Tanto poi, un giorno o l’altro, a votare bisognerà pur andarci. E allora tanto vale andarci in primavera (prima i tempi tecnici non lo consentono) costringendo B. a spiegare agli elettori il catastrofico flop della maggioranza più ampia della storia repubblicana, evaporata nel breve volgere di due anni. Rinviare tutto di un anno o più significherebbe invece regalargli una formidabile arma propagandistica e consentirgli di parlare non dei suoi fiaschi, ma dei “ribaltonisti” che volevano sovvertire la volontà popolare. Era da tempo che B. non se la passava così male. A parte le condizioni fisiche, impietosamente immortalate dalle immagini dell’altroieri quando s’è presentato a Palazzo Grazioli in tuta da benzinaio proferendo frasi sconnesse in spagnolo maccheronico (“estamos a la cabeza de la civilizaciòn”), sono le condizioni politiche che vanno a picco. Cacciando Fini e i finiani senza pallottoliere ha perso la maggioranza alla Camera e ora, se lo molla pure Pisanu, anche al Senato. Il linciaggio mediatico contro Fini e famiglia s’è rivelato un mezzo boomerang: il presidente della Camera è ancora in piedi e non ha perso nessun fedelissimo, nemmeno i morbidoni alla Moffa (nomen omen). Il vertice domiciliare con la servitù ha partorito un documento di 13 pagine che si può riassumere in tre parole: “Salvatemi dai processi”. Sai che novità. Se a dicembre la Consulta gli boccia il legittimo impedimento, a gennaio torna imputato e a primavera potrebbe essere condannato per Mills e per Mediaset. Ovvio che, per batterlo alle elezioni, questo Pd a encefalogramma piatto non basta. Ma chi l’ha detto che il Pd debba restare così? Dipende dagli elettori di tutto il centrosinistra: solo loro possono costringerlo a cambiare, prepensionando il museo delle cere che lo dirige. Per questo, su ilfattoquotidiano.it, abbiamo lanciato le primarie online, che in tempo di vacanze hanno già raccolto 20 mila risposte in tre giorni. Proviamo per un attimo a immaginare se, al posto di Bersani, ci fosse Nicola Zingaretti. Ha 45 anni, governa bene la Provincia di Roma, dove ha vinto le elezioni mentre Rutelli le perdeva, non è chiacchierato, non ha scandali né scheletri nell’armadio, ha una bella faccia pulita e normale, è pure il fratello del commissario Montalbano (il che non guasta), non s’è mai visto a Porta a Porta, ha ottimi rapporti con Vendola e parla un linguaggio che piace ai dipietristi. Intervistato da IoDonna, alla domanda “La qualità che preferisce in un uomo?”, ha risposto “L’onestà”. “E in una donna?”. “L’onestà”. Poi ha mandato a quel paese Chiamparino sulla batracomiomachia pro o contro l’invito a Cota alla festa del Pd: “Basta con la subalternità culturale alla destra, basta dare corda al Pdl o alla Lega in cambio di qualche spazietto su giornali e tv”. C’è chi, con molto meno, potrebbe perfino vincere le elezioni.

di Aristofane

Nel 2008, al tempo delle Olimpiadi di Pechino, tutto il mondo si indignava davanti alle violenza che la Cina perpetrava nei confronti della popolazione tibetana. Il Tibet era ridotto a qualcosa di simile ad una provincia romana, mentre la popolazione era costantemente oggetto di comportamenti ignobili. L’attenzione di tutti era concentrata sulle gare olimpiche, ma ciò che accadeva non lasciava indifferente l’opinione pubblica. La situazione tibetana era, insomma, sotto i riflettori.

Ed oggi, a due anni di distanza, che ne è della popolazione tibetana, dei suoi monaci e del territorio del Paese? La Cina continua con le sue violenze? I tibetani sono liberi? In poche parole, che fine ha fatto il Tibet? Ecco le ultime notizie, dal sito dell’associazione Italia-TIbet: il 25 maggio scorso un ventitreenne tibetano è stato condannato a morte, perchè accusato di aver capeggiato uno dei tanti scoppi di rivolta anticinese nel marzo 2008; pochi giorni prima sono finiti dietro le sbarre sei monaci buddisti per essersi rifiutati di diffondere tra i confratelli la superiorità delle dottrine del Partito comunista e di convincerli a denunciare il Dalai Lama come elemento separatista; oltre cinquanta tibetani, considerati a vario titolo come intellettuali, sono stati arrestati o sono scomparsi per aver comunicato al mondo, a partire dalla primavera del 2008, la propria opposizione alla politica di repressione del governo centrale cinese (fonte: “la Voce del Ribelle” n°22).

Non c’è bisogno di commentare queste notizie. I tibetani sono un popolo pacifico, non desiderano altro che l’autodeterminazione, la possibilità di decidere per il loro futuro, visto che il passato e il presente gli sono già stati rubati. E l’autodeterminazione e la libertà dovrebbero essere alla base di qualunque società, al giorno d’oggi.

Le possibilità che i tibetani riescano ad ottenere finalmente il diritto a decidere il proprio governo, a vivere come preferiscono sono, a quanto mi pare di vedere, molto fioche. Soprattutto dopo che l’attenzione dei media, e quindi del mondo, si è spostata, non interessandosi più alle faccende di quel (relativamente) piccolo Paese vicino alla Cina, un mondo così lontano e diverso che ci pare irraggiungibile. Ma quei ragazzi, quei monaci sono tali e quali a noi. E, anzi, hanno coraggio da vendere, nell’opporsi ad un regime vero e proprio, tirannico e violento, per la propria libertà e il proprio Paese. Noi, forse, non siamo più capaci di farlo, quel coraggio lo abbiamo perso.

Forza Tibet, resisti. Non tutti ti hanno dimenticato.