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Vi vorrei oggi proporre un articolo di Massimo Fini, trovato sul sito ariannaeditrice.it, dove si parla di uguaglianza, dignità dello studio ed educazione. Salvaguardare i ragazzi dai voti inferiori al 4 per non provocare loro frustrazioni? L’educazione passa anche attraverso a questo, ma soprattutto attraverso la meritocrazia, che in un contesto più ampio comprende anche l’onestà di aiutare un ragazzo o una ragazza a scegliere davvero bene la propria scuola, il proprio futuro basato su una corretta preparazione. Spesso io stesso penso di aver sbagliato scuola al termine della terza media: ho frequentato il liceo scientifico, ma mi capita di pensare di essere invece una mente da classico. Ora sono a chimica, ma è una facoltà che ho scelto, e sono ben intenzionato a finire. L’importante è scegliere, impegnarsi, e a volte sacrificare una parte di orgoglio e rinunciare ad un po’ di cose. Ho parlato troppo, forse a vuoto. Buona lettura!

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LA VERA UGUAGLIANZA NON È IL 4 “GARANTITO” DEL LICEO BERCHET

Innocente Pessina, preside del liceo classico Berchet, storico istituto milanese, ha proposto di non dare voti inferiori al 4. «Perché i 2 e i 3 sono troppo umilianti e creano frustrazione nei ragazzi. Io credo nell’educare senza punire». Ho fatto il Berchet, in anni ormai lontani, e in greco non ho preso mai più di 3, molto spesso uno e una volta anche un apparentemente sadico uno meno. Non mi sono mai sentito umiliato o frustrato per questi voti. Sapevo benissimo che li meritavo. Non studiavo. L’errore era avvenuto proprio in fase di educazione scolastica, nel giudizio di terza media che recitava: «Ragazzo che potrebbe fare, ma distratto da un’incoercibile passione per i giochi». Non bisognerebbe mai dire queste cose ai ragazzini. Io mi cullavo nel giudizio parzialmente positivo (“ragazzo che potrebbe fare”) e col cavolo che mi mettevo alla prova, a studiare, col rischio di dimostrare, a me e agli altri, che non ero un mezzo genio un po’ indolente ma semplicemente uno zuccone. La sveglia suonò a 17 anni, quando morì mio padre e intuii, più che capire, che non potevo continuare a fare il cazzaro. All’università mi laureai a pieni voti. La scuola non deve solo insegnare italiano, latino, greco, matematica, scienze, inglese e tutto il resto ma deve preparare alla vita, che non è una via lastricata ma una serie di prove, con successi e, più spesso, insuccessi, che dipendo- no in larga misura da noi. Certo, esiste anche il Caso. “Penso ai giova- ni Mozart uccisi” scriveva Saint Exeupery riferendosi ai talenti finiti sotto una carrozza e che non hanno potuto esprimersi. Ma in linea di massima noi siamo ciò che abbiamo voluto essere. E il meccanismo dei premi e delle punizioni è essenziale per farci capire per tempo chi siamo. Non ho avuto mai simpatia per i giovani aspiranti artisti che odiano il mondo perché si sentono incompresi. Sono alluvionato da dattiloscritti o pdf di ragazzi che scrivono romanzi sulla loro vita e sono frustrati perché nessuno li pubblica. Io li prendo a frustate cercando di far capir loro che non è sufficiente aggirarsi attorno al proprio ombelico per credersi Proust, che c’è bisogno di una mediazione artistica, di uno sforzo. È, un modo, nel mio piccolo, per educarli. Alcuni hanno anche qualche talento. Ma il talento, da solo, non basta. Mi ha detto una volta Rudy Nurejef che ne aveva da vendere: «Il talento conta per il dieci per cento, il resto è costanza, fatica, lavoro».
La proposta del preside del Berchet è un’espressione dello «ZeitGeist», dello «spirito del tempo», che ha sancito il diritto a diritti impossibili: alla felicità, alla salute, all’uguaglianza. Esiste, in rari momenti della vita di un uomo, un rapido lampo, un attimo fuggente e sempre rimpianto che chiamiamo felicità, non il suo diritto. Esiste quando c’è, la salute, non un suo diritto. E lo stesso vale per le capacità o il talento.
Per tornare in ambito scolastico in Germania i voti molto severi nei licei servono a scoraggiare i ragazzi dall’intraprendere o dal continuare studi per i quali non si dimostrano portati e a indirizzarli a istituti tecnici di alto livello (le “Realschule” di un tempo) i quali sforneranno idraulici, falegnami, panettieri, estetisti, artigiani che mentre frequentano queste scuole non si sentono affatto frustrati né umiliati perché i loro studi, a differenza che in Italia, hanno pari dignità sociale con quelli dei licei. Ed è questa la vera uguaglianza. Non il 4 garantito che ricorda molto da vicino il 30 garantito dello sciagurato Sessantotto.

Caro Giacomo, ho letto con molto interesse il tuo articolo, che ho trovato brillante e pieno di spunti. Sono d’accordo su molte cose, ma su altre no. Provo quindi a risponderti esponendo il mio punto di vista.

Prima di tutto, voglio sia chiara una cosa. Non credo assolutamente a nessun complotto di Monti o del suo governo. Certo, quello che ha creato è un esecutivo dei poteri forti (con alcuni ministri molto vicini alla Chiesa, altri facenti parte di Intesa Sanpaolo, altri ancora di ulteriori banche), ma formato da persone capaci e competenti, che hanno dimostrato lungo tutta la vita il loro valore. Avere un ex prefetto alla Giustizia, un’esperta di pensioni e welfare al Lavoro e un docente universitario all’Istruzione non sembra vero. Ma certo, come ho già scritto, si poteva evitare di nominare Passera allo Sviluppo Economico (oltre ad altri soggetti). Ma, comunque, ho fiducia in Monti e nella sua squadra. Penso che siamo in buone mani. Vedremo il programma, se saranno capaci di coniugare ripresa economica, sviluppo e giustizia sociale.

Per quanto riguarda la dipartita del Caimano, penso che i festeggiamenti di piazza siano stati giusti, normali e doverosi (come anche tu riconosci). E’ vero, non bisogna perdere tempo ma darsi da fare, e subito, per risistemare la nostra situazione, ma non credo che una sera di gioia per la liberazione da chi ha azzerato il senso morale, civico e culturale di questo Paese possa nuocere all’Italia. Il Corriere della Sera, come altri giornali, ha criminalizzato i festeggiamenti, indicandoli come una cosa barbara ed incivile. Ma in tutto il mondo, da sempre, quando un leader a dir poco discusso esce di scena, viene accompagnato da manifestazioni di ogni tipo. E’ normale. L’importante, nel nostro caso, era muoversi immediatamente per creare un’alternativa, e così è stato.

Nonostante questo, sono d’accordo con i motivi che elenchi, che dovrebbero dissuaderci dal festeggiare. Ma vorrei fare una precisazione: non è poi così incredibile che la gente l’abbia votato ancora una volta, tre anni e mezzo fa. Non dimentichiamo, infatti, che lui ha il controllo di una buona fetta della stampa e praticamente di tutta la televisione (che è l’unico mezzo di informazione per il 65-70% circa della popolazione). In pratica, decide di cosa si parla e di cosa non si parla. Decide cosa dobbiamo pensare, spappolandoci il cervello con telegiornali barzelletta (TG1 su tutti) e programmi demenziali. Tramite questi mezzi si cancella la memoria delle persone e le si manipola (ecco perchè concordo sul rischio che il PDL possa ricostruire la sua immagine durante il governo di Monti, anche se stavolta, con questo fallimento gigantesco alle spalle, la vedo più dura). Inoltre, guardando dall’altra parte, l’elettore vede un carrozzone di gente incapace di mettersi d’accordo su nulla, che esprime 25 posizioni su uno stesso problema e non è in grado di opporsi seriamente all’avversario. Parlo ovviamente del PD. L’argomento meriterebbe un articolo intero ma, per motivi di spazio, limitiamoci a chiamarlo effetto T.I.N.A. (there is no alternative). In conclusione, quindi, non ritengo così incredibile che gli italiani lo abbiano votato nuovamente.

Veniamo ora al problema più grande  e più stimolante: il fallimento della politica.

Da molti anni, decenni ormai, la politica in Italia non fa più il suo mestiere. Certo, ci sono stati (e ci sono tuttora) sicuramente esempi encomiabili di persone appassionate ed interessate al bene del Paese, che si danno da fare e si adoperano per occuparsi dei problemi concreti. Ma, a partire da Andreotti, passando per Craxi, per arrivare fino a Berlusconi, la politica è stata piegata a interessi che da essa esulano completamente: affari con la mafia, tangenti, appalti, speculazioni edilizie, risanamenti illegali di aziende e via dicendo. Questa tendenza è culminata con B., che ha utilizzato (come prima mai era successo) la politica per risolvere i suoi problemi finanziari e giudiziari, senza curarsi minimamente di altro. E si è portato in Parlamento tutto un battaglione di personaggi legati a doppio filo a lui stesso o ad ambienti poco raccomandabili, che hanno fatto esattamente come lui. Tutto questo ha soffocato e reso invisibile il buon lavoro di chi nella politica crede davvero e si mette al servizio dei cittadini.

Da questa situazione (unita a un complesso di privilegi insopportabili che è andato via via crescendo) è nata l’idea di “casta“. Che, a differenza di quello che dici, non è un’estensione “a tutta la classe politica [di] una caratteristica propria della squadra Berlusconi, ovvero quella dell’autoreferenzialità, l’interesse solo per la propria sussistenza e autodifesa”. Purtroppo, tutto l’arco delle forze politiche è stato contagiato dal berlusconismo e dalla brama di potere. Come dimenticare gli scandali che hanno coinvolto alti dirigenti del PD (D’Alema e Fassino per l’affare Unipol tra i tanti), gli infiniti favori a B. (niente legge sul conflitto d’interessi, riforme della giustizia allucinanti), i voti contro l’arresto o l’utilizzo di intercettazioni degli esponenti del partito (casi Tedesco e, ancora una volta, D’Alema), le innumerevoli leggi vergogna (bavaglio Mastella e indulto, solo per fare due esempi), i nepotismi (Di Pietro che candida suo figlio), le nomine spaventose (Vendola che nomina assessore alla sanità Tedesco, che è fornitore di protesi alla sanità pugliese)? L’elettore vede un migliaio di persone che ha privilegi inconcepibili e che si fa allegramente gli affari propri, da una parte come dall’altra (anche se siamo d’accordo che una delle due parti lo fa enormemente di più).

Per questo i cittadini vogliono tagli ai costi della politica. Che, ovviamente, non risolveranno la situazione del Paese, ma possono comunque essere una voce non da poco nell’elenco delle cose da fare. Per fare solamente un paio di esempi, razionalizzando le auto blu si può risparmiare (secondo Brunetta) un miliardo di euro, mentre eliminando le province si risparmierebbero addirittura (calcoli di Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo ) tra i 14 e i 16 miliardi. Non proprio una pagliuzza. Ma l’effetto principale dei tagli alla politica (come anche tu riconosci) sarebbe di dare nuova fiducia agli italiani nella classe dirigente, che va a governare o legiferare non per arricchirsi, ma per rendere un servizio al Paese.

Tu dici che gli inglesi non sanno nulla e si mettono nelle mani dei loro politici. Ma noi come potremmo metterci nelle mani di ladri, incompetenti, cretini, mignotte, gente che è arrivata dov’è non per merito ma per tutti altri motivi? Il problema fondamentale, quindi, è quello della selezione della classe dirigente. Che non deve avvenire sui cubi della discoteca o nelle segrete stanze, ma con un grande lavoro dei partiti, che si devono impegnare a far lavorare i loro giovani sul territorio, facendoli partire dalle piccole realtà locali per farli crescere ed imparare, prevedendo anche un serio ricambio generazionale. Penso sia necessaria anche una legge sui partiti, che imponga bilanci trasparenti e regole certe anche in altri campi. Oppure, come avviene nel Movimento 5 Stelle (che, lo so, tu non ami, ma che da questo punto di vista può essere un buon esempio), tramite dei ragazzi che siano semplicemente terminali di un gruppo di persone che li elegge e poi dice loro cosa fare tramite la rete.

Un ruolo fondamentale nella selezione della classe dirigente deve essere ricoperto da noi, dai cittadini, dal famigerato popolo sovrano. Siamo noi che, attraverso una nuova legge elettorale e un’informazione che ci fornisca gli elementi per decidere, abbiamo il compito di scegliere chi merita la nostra fiducia. Non sono per nulla d’accordo con te quando affermi che “l’italiano medio è troppo informato, troppo consapevole e troppo istruito e quindi pensa di potersi fare un’idea più giusta di quella degli altri semplicemente leggendo qua e là, ascoltando qua e là e mettendo un po’ tutto insieme, ma fermandosi troppo presto, senza ovviamente approfondire l’analisi in modo scientifico.” L’italiano medio pensa di potersi fare un’idea più giusta di quella degli altri senza approfondire l’analisi proprio perchè non è nè istruito, nè consapevole, nè informato. Sa pochissime cose, ma fa il tuttologo, parla di tutto senza sapere quasi niente.

Noi probabilmente non ce ne rendiamo conto perchè ci circondiamo di persone che, bene o male, condividono il nostro grado di cultura e consapevolezza del mondo. Ma l’italiano medio non sa il 90% delle cose che noi pensiamo sappia. Non perchè noi siamo l’elite, ma perchè i ragazzi escono da scuole desolanti (il 20% dei quindicenni italiani è semianalfabeta, secondo i dati della Commissione UE), hanno professori incapaci, non leggono e trovano un modello sconfortante nella classe dirigente del nostro Paese. E per gli adulti vale lo stesso. Buona parte delle persone non sa pensare, non ha senso critico. La televisione fornisce un modello di conoscenza superficiale e immediato, che non permette di capire le cose fino in fondo.  Da qui, la necessità, per sapere davvero di cosa si parla, di leggere un libro o un giornale. E mentre i libri vengono letti da un numero sempre minore di persone, i giornali hanno contenuti spesso dettati dai poteri che stanno nei loro consigli di amministrazione.

L’informazione, la scuola e l’università, insomma, devono recuperare il loro ruolo, contribuendo a creare, selezionare e controllare la nuova classe dirigente. Questi sono gli interventi più importanti da fare: riforme strutturali del sistema educativo e dell’informazione, affinchè i bambini di oggi e di domani possano avere delle possibilità concrete di contribuire in futuro, con cognizione di causa, al benessere di tutti. Questi interventi, uniti, lo ripeto, ad un nuovo sistema elettorale e ad un gran lavoro dei partiti, porterebbero ad una nova generazione politica, competente e credibile, a cui si potrebbero affidare le sorti dell’Italia. Per quanto riguarda il presente, credo sia necessario consentire alle persone oneste e disinteressate (che anche nella politica di oggi sono tante) di traghettarci fino a questo nuovo futuro. Ciò si può fare in tanti modi, che ora non posso prendere in considerazione per motivi di spazio.

Io credo che gli italiani sarebbero ben felici di abbandonarsi tra le braccia di una politica capace, che possa dare soluzioni concrete ai problemi delle persone. Nessuno che sia sano di mente può volere una politica marcia. Sarebbe bello sapere che c’è qualcuno, più su, che sa cosa fare, come affrontare i momenti critici e le crisi. E’ l’idea che ha sempre rassicurato l’uomo, quella di avere un nume protettore sopra la testa, e penso sia ancor più comprensibile, in un mondo caotico e complesso come il nostro. Tuttavia, non penso che ci si possa abbandonare troppo, altrimenti si rischia non più di delegare la nostra sovranità a qualcuno, come dovrebbe essere, ma di privarcene, staccandola e donandola a qualcuno. Bisogna recuperare fiducia, costruendo una nuova politica, ma restando sempre vigili ed attenti.

Una ragazza: bassettina, capelli né corti né lunghi, solo un’aria sbarazzina, maglietta, jeans e All Star.

Non le dareste quattro soldi.

Ma soprattutto non credereste mai che da qualche parte, nascosto, abbia un qualcosa che assomigli vagamente a due mongolfiere.

Non credereste mai che abbia più determinazione, senso di giustizia, moralità di molte altre persone che credono di essere i nuovi Che Guevara.

Non serve a nulla urlare con i megafoni, sfondare barricate, distruggere qualsiasi cosa capiti sul proprio cammino se poi non si ha la voglia, il coraggio, la maturità e di affrontare situazioni più semplici. Come un’assemblea di classe. Come un’assemblea di classe in un liceo modestamente dimenticato da tutti e pure da Dio.

Il 28 settembre sono state indette le elezioni per rinnovare l’incarico di rappresentante di classe in una quinta solo sul cartello appeso alla porta. In una classe non omogenea, un ambiente ostico per qualsiasi persona che “tra fede e intelletto ha scelto il suddetto”.

Certo, perché seguire un’avventura così pericolosa? Ma vedete, la passione per le cause perse batte qualsiasi scelta razionale.

Ma ecco che proprio all’inizio di questo cammino le si parano davanti i primi ostacoli: i risultati vedono lei e la figlia del medico curante del Preside del liceo a pari voti.

Seguendo una normale logica, la nostra donzella (sicuramente) e l’altra candidata (non so quanto sicuramente) vanno alla ricerca di un regolamento. Un regolamento la cui identità è solo una voce che circola, il cui nascondiglio è segreto a tutti, fuorché al Preside.

Rendendosi conto che queste voci sono le uniche informazioni a non essere fittizie, decidono di chiedere ai docenti e a qualche studente recidivo che ha accolto il decimo anno da liceale con un quattro: si vince per anzianità. Quindi, agosto 1993 batte dicembre 1993. Quindi l’aria sbarazzina batte la raccomandazione del padre.

Ma tra i sostenitori della perdente, c’è chi proprio non tollera questa ingiustizia: ulteriore votazione, ulteriore vittoria, un po’ di aria sbarazzina nella classe.

Per questa notte si possono fare sogni tranquilli. Ma solo per questa notte.

Sì, perché all’indomani la bidella con venti centimetri di cera sulla faccia, consegna i fogli con la conferma delle votazioni: la figlia del medico curante del Preside vince.

Errore di trascrittura per la professoressa. Inaspettato e sospettoso sbigottimento per tutti gli altri.

Così la nostra giovinetta si reca in segreteria, accompagnata dalla sua compagna/rivale. Dietro quei vetri impolverati e pieni di fogli trovano l’impiegato incaricato di risolvere questione di inadempienza burocratica. Argus Gazza (sì, proprio il custode del Castello di Hogwarts), ascolta le richieste di chiarimento della studentessa, alla quale risponde, senza nemmeno voltarsi, che è compito della segreteria e del preside scegliere il vincitore in caso di ballottaggio.

« Ma non dovrebbe essere lo studente più anziano a vincere? Almeno, così dice il Regolamento…»

« Tutte stronzate»; perciò all’azzardata richiesta di vedere il vero e proprio Regolamento, Gaza si limita ad abbassare la testa e a lavorare sodo.

Sfoderando il suo migliore stile aulico, la fanciulla scrive una lettera al Preside, contenente una polemica moderata riguardo l’atteggiamento di Gazza, i sotterfugi della segreteria (non del Preside) e una richiesta di presa visione del Regolamento d’Istituto. Le piace vedere chiaro e le dispiace essere presa in giro.

Ma il Preside si sente offeso da tutto ciò e si limita a una delle sue migliori invettive: « Signorina, ma faccia capire, lei mi sta accusando di qualcosa? Sa, arrivata in quinta superiore si dovrebbe sapere a chi ci si rivolge per questioni del genere. È proprio immatura e fuori di testa.»

Ora la ragazzina da quattro soldi dovrebbe scrivere una lettera di scuse al Preside.

“Ma una notizia un po’ originale non ha bisogno di alcun giornale: come una freccia dall’arco scocca, vola veloce di bocca in bocca.” E su Facebook si richiede il contenuto della lettera al Preside.

Sempre più spesso mi ritrovo a credere che siano proprio le nostre passioni a guidarci nei momenti più bui, più funesti, più difficili…

Di Michele Serra (da la Repubblica del 12/05/2011)

Sospendere dall´insegnamento “per almeno tre mesi” gli insegnanti responsabili di fare “propaganda politica o ideologica” nelle scuole.

È l’incredibile proposta di legge del deputato del Pdl Fabio Garagnani, ultima di un triste florilegio inquisitorio che ha per scopo, va da sé, la purificazione della scuola pubblica, infettata da sessantottini e “comunisti” e inculcatrice, secondo la celebre asserzione del premier, di “valori diversi da quelli delle famiglie” (se ne deduce che tengono famiglia solo gli italiani di destra).
Che questo sia lo scopo della sua leggina epuratrice lo chiarisce con disarmante schiettezza lo stesso Garagnani, sconvolto dalla subdola attività di propaganda “dei professori della Cgil, soprattutto in Emilia”. Del tardo maccartismo di questa e di altre sortite (per esempio l’invocata epurazione dei libri di testo “faziosi”, con buona pace della libertà di scelta del docente) si potrebbe anche sorridere, non fosse che l’onorevole Garagnani fa parte della Commissione cultura, ruolo che almeno nominalmente dovrebbe tutelarlo da una così obbrobriosa mossa anticulturale.

Stabilire (per legge!) quali sono i limiti oggettivi della libertà d´insegnamento è ovviamente impossibile, per il semplice motivo che questi limiti non esistono, se non nella coscienza e nel buon mestiere di ogni singolo docente, e nella capacità di discernimento di ogni singolo alunno. A meno di decidere che una appassionata lezione su Giordano Bruno è un oltraggio alla Chiesa, che insegnare Spinoza è apologia dell’ateismo, che leggere Pavese o i Quaderni dal carcere è propaganda comunista, che indicare ai ragazzi con ammirazione l’opera di Ezra Pound o di Celine equivale a educarli al fascismo.
Certo, se un professore sale in cattedra inneggiando ai lager, o affigge un manifesto di Pol Pot sopra la cattedra, qualcosa di poco consono all’insegnamento sta accadendo: ma sono casi (rari) nei quali le autorità scolastiche, e quando occorra le autorità sanitarie, hanno modo di intervenire senza alcun bisogno di “leggi speciali” come questa.
Solo chi non è mai andato a scuola può concepire l´idea, veramente mostruosa, di un insegnamento “oggettivo” e asettico come garanzia di quella finta “neutralità” alla quale sempre si appellano i faziosi veri, cioè quelli che non reggendo l’urto delle idee altrui sperano di poterle zittire, e avendo idee piccole sentono come una minaccia ogni idea più grande di loro. Ogni liceale sa che è nel conflitto delle idee che si cresce, e ha in mente almeno un paio di professori appassionati che proprio lasciando trapelare un deciso orientamento culturale diventavano punti di riferimento.
Ebbi una professoressa di filosofia tenacemente atea e un professore di latino e greco validamente antimodernista e reazionario, ma se qualche malsano censore, scolastico o politico, si fosse sognato di biasimarlo o addirittura di impedirgli di entrare in classe, non c’è alunno del mio liceo che non sarebbe insorto. Distinguere tra la volgarità della propaganda e il fascino della cultura e delle idee è facoltà in possesso anche di un quattordicenne. La disastrosa proposta di Garagnani riesce, in uno colpo solo, a offendere, oltre che i professori, anche gli studenti, trattati da branco imbelle che si lascia sobillare dal primo agit-prof in transito: come rivela quell’orrendo verbo “inculcare” usato dal premier, forse applicabile al suo mondo di persuasione occulta, di ruffianeria commerciale, di pubblicità martellante, come illustra magnificamente la sua celebre e famigerata frase “ricordatevi che il pubblico è un bambino di otto anni”. Ma non applicabile, no davvero, al mondo della scuola, che con tutti i suoi difetti, e nonostante le privazioni imposte dall´austerità a senso unico di un potere che punisce “la scuola di sinistra” (?!) e premia le scuole devote, e private, è ancora un luogo vivo, conflittuale, libero, aperto a tutti (chissà se la parola “tutti” fa parte del bagaglio culturale dell´onorevole Garagnani).

Sarebbe magnifico che dallo stesso partito di Garagnani partisse un ragionevole impedimento a questa leggina autoritaria, sciocca, e di angosciante intolleranza. Dopotutto, definirsi “liberali” potrebbe aiutare, alla lunga, addirittura a esserlo.


Pubblichiamo un intervento della nostra collaboratrice Chinonrisica. Buona lettura!

Venerdì pomeriggio è il momento della pausa di riflessione. Il lavoro a scuola riprenderà lunedì, e la stanchezza si fa sentire.

Penso spesso al mio ruolo di insegnante, un ruolo che amo profondamente e che ho scelto. Ma che sento sempre più distante dalla attuale concezione di scuola.
Non sono nata per fare la piazzista del sapere e ritengo che i nostri ragazzi dovrebbero essere grati delle potenzialità offerte, delle opportunità di conoscere, degli spazi confortevoli loro destinati.
Ma, come ogni diritto non conquistato, come ogni eccessiva blandizie, otteniamo, consapevoli o no, l’effetto contrario.
Ecco allora giovani più maleducati, più ignoranti e meno preparati. Ed ecco che noi docenti ci interroghiamo sulle nostre responsabilità.

Quelle, a mio avviso, di aver ceduto ad un modello di scuola-azienda in cui, come addetti al call-center, ci prodighiamo per offrire…contenitori vuoti, pacchi luccicanti pieni di nulla,fumo negli occhi.
Chiamati ad insegnare abbiamo voluto “formare”,chiamati a trasmettere un sapere siamo diventati agenzie di viaggio,assistenti sociali, confessori, educatori, baby sitter,guide turistiche,famiglie surrogate.

Ho sempre vissuto con disagio questa mescolanza di professionalità.
Molto modestamente, vorrei insegnare una materia, testimoniarla con il mio impegno, avere dignità e tempo sufficiente per prepararmi al meglio, aggiornarmi con libertà ed efficacia, confrontarmi periodicamente, senza ansie compulsive, con colleghi chiamati, come me, a collaborare per la costruzione di professionalità , a preparare giovani lavoratori e persone responsabili di fronte agli impegni della vita.
Il medioevo della conoscenza in cui viviamo non rende giustizia al lavoro di chi vuole insegnare.

Non è un Paese per docenti!


Ho trovato per caso questo articoletto (La Gelmini e le facoltà “inutili”: una studentessa fa causa al ministero) su inviatospeciale a firma di Davide Falcioni, e trovo che abbia un interessante contenuto da leggere.

Simona Melani, venticinquenne laureata in Scienze della Comunicazione, scrive una lettera al Ministero dell’Istruzione per chiedere un risarcimento. Come mai? La causa sta nelle esternazioni della titolare del Ministero, Mariastella Gelmini, una serie di pensieri esposti a Ballarò, con i quali ha sminuito il valore di molti corsi di laurea, definiti “inutili”, in quanto “il ministero ritiene che piuttosto che tanti corsi di laurea inutili in Scienze delle Comunicazioni o in altre amenità, servano profili tecnici competenti che incontrino l’interesse del mercato del lavoro“.

Lascio a voi leggere questa lettera, ma prima di questa trovate anche il video della ministra al sopracitato programma. Inoltre vi ricordo un CollageUniversità: Gelmini taglia cose utili, che abbiamo pubblicato il 9 dicembre 2010, a proposito delle prime notizie relative ai “corsi di laurea inutili”, o almeno definiti tali: si accostavano Scienze dell’allevamento e del benessere del cane e del gatto a Scienza e tecnologia del Packaging e a Scienze della mediazione linguistica per traduttori dialoghisti cinetelevisivi. Due di questi erano definiti invece dall’articolista (Rita Guma) come utili, e chissà quali dei tre…

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“Gent.ma Ministro Gelmini,
ho 25 anni, sono laureata in Scienze della Comunicazione e mi sto specializzando in pubblicità.

Molte volte mi sono sentita dire, un po’ per scherzo e un po’ sul serio, che il mio era un corso di laurea “facile” e che un mio trenta in Sociologia o non valeva neanche la metà di un 25 preso da uno studente di giurisprudenza in diritto penale o di un 18 in Anatomia.

Ho risposto sempre con il sorriso sulle labbra a chi dubitava dell’utilità dei miei studi: ho risposto lavorando di giorno e studiando di notte, ho risposto trovando sempre degli ottimi lavori, senza raccomandazione e nei quali ho messo a frutto i miei studi.

Dall’aria che tira, mi pare di capire che su un’eventuale Arca di Noè, non ci sarebbe spazio per noi poveri professionisti della comunicazione. Non per me, né per i creativi, né per gli stagisti che a centinaia lavorano nelle aziende dell’impero mediatico del Presidente del Consiglio. Noi non serviamo, le nostre lauree non servono.

Sono inutili anche tutti quei comunicatori, esperti di immagine creativi e chi più ne ha più ne metta che in questi anni non solo hanno permesso l’aumento esponenziale del fatturato delle aziende del Presidente del Consiglio, ma che lo hanno anche supportato nella sua discesa in campo e che studiano le sue mosse e quelle del suo partito.

Le sue parole a Ballarò, poche e passate forse in sordina ai più, “abolire le lauree inutili in Scienze della Comunicazione” sono state come un colpo di pistola. Se lo dice il ministro, mi sono detta, sarà vero. Io mi fido delle istituzioni, sa?

E allora come mai permettete il proliferare di università private che chiedono 30.000 euro per un master in comunicazione? O è truffa o è circonvenzione d’incapace. In entrambi i casi, un reato.

Ho frequentato l’università pubblica, il mio corso di laurea è stato autorizzato dal ministero da lei presieduto. Quindi io sono stata truffata dallo Stato. E pretendo un risarcimento.

Ho fatto un breve calcolo: 5 anni di tasse, di affitto – sono una fuorisede – di libri, di abbonamento ai trasporti, bollette e spese varie fanno circa 10.000 euro. Se a questo ci aggiungiamo il danno biologico – studiando la notte e lavorando di giorno, il mio fisico ne ha risentito – e i danni morali e materiali arriviamo a 20 mila euro. Che ho intenzione di chiedere all’Università di Palermo e al Ministero dell’Istruzione. Io in cambio chiedo l’annullamento della mia laurea e mi impegno a reinvestire i soldi del risarcimento in una bella laurea in giurisprudenza. E in un biglietto A/R per Reggio Calabria. Sa com’è… per l’abilitazione.

Sono certa che, nell’eventuale causa, Lei mi fornirà tutto il supporto e l’appoggio possibili.

Cordialmente,
Simona Melani”.

Pubblico oggi un articolo-collage di Rita Guma a mio dire interessantissimo, perché tocca la riforma della scuola, la questione rifiuti in Italia, la mentalità che ci dovrebbe essere dietro ad una vera politica improntata al verde e all’ambiente. E inoltre perché la tipologia di uno dei corsi di laurea che si vogliono eliminare potrebbe essere il mio futuro per quanto riguarda il lato chimico…

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UNIVERSITÀ: GELMINI TAGLIA COSE UTILI

Il ministro Gelmini ha reso noti ieri gli “sprechi” dell’università e l’elenco dei corsi di laurea inutili.

Certo, non è difficile trovare sprechi in qualsiasi contesto in un Paese dove ci sono decine di migliaia di auto blu per i politici sedicenti “tagliasprechi”, o trovare approfittatori in un Paese dove sono centinaia i politici inquisiti e molti di essi sono stati condannati. Quindi anche l’università – come altre istituzioni – avrà i suoi sprechi e i furboni che approfittano delle pieghe della legge per costruirsi il proprio piccolo impero.

Tuttavia, quello che mi ha colpito è stato l’elenco dei corsi di laurea inutili. Il ministro ci dice che tra i corsi di laurea attivati negli ultimi anni “figurano: Scienze dell’allevamento e del benessere del cane e del gatto, Scienza e tecnologia del Packaging, Scienze della mediazione linguistica per traduttori dialoghisti cinetelevisivi”.

Non mi soffermo sull’utilità di quest’ultima specializzazione perché non sono un’esperta (ma chiunque conosca l’inglese si accorgerà di quante volte il dialogo al cinema sia tradotto letteralmente mentre il vero senso della frase era un altro, per via degli aspetti idiomatici, per cui non si comprende più nulla e forse ci sarebbe bisogno di una figura che medi linguisticamente, in un Paese come il nostro dove l’industria cinematografica è abbastanza forte e che è uno dei pochi al mondo a prevedere il doppiaggio sistematico dei film), ma noto che il Ministero sottolinea come addirittura esista un corso di laurea in Scienza e tecnologia del packaging!

Ora, essendo io un ingegnere specializzato in automazione industriale ed energy management, non trovo assurdo che in Italia esista un corso di laurea in Scienza e Tecnologia del packaging, ma che ce ne sia uno solo!

Per capire l’importanza di questa specializzazione basta pensare che – eccetto l’umido e la cencelleria – tutta la nostra immondizia è costituita da packaging, che altro non è se non l’imballaggio degli alimenti e di ogni altro prodotto, dal rossetto ai mobili, dai liquidi al tonno.

Oppure basterebbe vedere che alcuni atenei esteri, come l’Università di Stato dell’Indiana, hanno una facoltà con lo stesso nome, e che l’Università di Stato del Michigan ha addirittura una Scuola di Packaging. E questo solo per citare due università degli Stati Uniti, Paese mitizzato da questo governo, ad esempio, per quanto riguarda il sistema giudiziario.

Ma, per sapere quanto è importante lo studio del packaging, anche non volendo approfondire, il ministro avrebbe potuto inserire su Google il tris di termini inglesi (visto che l’inglese e l’informatica sono – a parole – due bandiere di questo governo) “science”, “technology” e “packaging”, ed avrebbe trovato ben 7.150.000 risultati (e stiamo parlando solo dell’inglese). Quindi tale specializzazione non è un’inutile invenzione dell’università italiana che l’ha avviata (Parma), ma un tema importante dibattuto da atenei ed industrie di tutto il mondo.

Come dicevo, uno degli aspetti chiave della questione sono i rifiuti, l’enorme quota di immondizia che si produce grazie al packaging e di cui si parla tanto in questi giorni nel nostro Paese come emergenza. Con questo corso di laurea si studiano – oltre alle tecniche di conservazione degli alimenti e altre discipline affini – la composizione chimica degli involucri e il loro design. Quindi, incrementando tale indirizzo di studi, si potrebbe pensare che tutte le grandi imprese assumano un esperto in packaging orientato al “verde”, ovvero ad un imballaggio il più piccolo ed organico possibile, o con il più alto rendimento energetico ed il minor impatto ambientale possibile, quando la soluzione finale sia  la trasformazione in ceneri. In tal modo si ridurrebbe la massa dei rifiuti e in essa la quota dei rifiuti non organici e non riciclabili o dannosi per la salute.

Invece, poiché esiste soltanto un corso di laurea di questo tipo in Italia, il ministro ritiene si tratti di una cosa da depennare. Se il criterio è questo, mi spaventano le conseguenze sull’intera riforma.

Ora mi chiederete perchè un blog che si propone di parlare di legalità e diritti nella scuola si soffermi su questo tema. La risposta è che anche la corretta informazione è un diritto, ed invece trovo su Internet commenti di inconsapevoli cittadini che etichettano come inutile il corso in questione perchè l’ha detto il Ministero (dell’Istruzione, poi), che si presume sappia il fatto suo.