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Ancora una volta, visto l’immobilismo e il menefreghismo della politica, tocca a noi cittadini muoverci. E questa volta il bersaglio è costituito dai costi della politica. Non solo la politica nazionale, ma anche quella locale è sorda alle richieste dei cittadini che, costretti a grandi sacrifici, pretendono la riduzione delle spese per la politica.

Proprio per questo è nato il Comitato Referendario Trentino Alto-Adige (CoRe), che sta raccogliendo le firme per indire un referendum che abroghi la legge regionale 26 febbraio 1995, n°2, ovvero quella che istituisce l’indennità e la diaria dei consiglieri provinciali (che sono anche consiglieri regionali) del Trentino Alto-Adige,. Vediamo di spiegare meglio.

La busta paga di un consigliere provinciale è composta da varie voci: indennità (tra i 5500 e i 6000 euro netti), diaria (circa 3000-3200 euro non tassati, tra le più alte d’Italia, l’80% di quella dei parlamentari), indennità di missione, rimborsi spese, gettoni di presenza (tra 1500 e 5000 euro), locali e personale messi a disposizione dalla provincia, contributi dal consiglio provinciale e regionale (900 da uno e 900 dall’altro al mese). In più, ci sono i contributi differiti, una somma mensile che in parte va formare il vitalizio (pensione) e in parte confluisce nell’indennità di fine mandato (una specie di TFR). Insomma, i consiglieri ci costano uno sproposito. E sono pure tantissimi, in regione: 70, uno solo in meno del Lazio e più che in Puglia.

Il referendum consta di due quesiti: uno chiede di abolire l’indennità e la diaria; l’altro solo la diaria. E’ importante firmare per entrambi, nel caso uno dei due non venisse ammesso. Le firme necessarie sono 15 mila (tantissime), ma se tutti ci diamo da fare, possiamo farcela! Si può firmare fino all’inizio di giugno in tutti i comuni del Trentino e dell’Alto-Adige e nei fine settimana ai gazebo a Trento, nel pomeriggio.

Per tutte le informazioni, in ogni caso, visitate il sito Coretrentino.org,, dove troverete aggiornamenti sui gazebo anche in giro per la regione, iniziative, incontri, contatti. Diamoci da fare, firmare non ci costa nulla, mantenere a queste cifre i consiglieri invece ci costa moltissimo!

Il referendum per eliminare le comunità di valle è ancora in corso, ma si può parlare di una debacle. Alcuni dati parlano di un’affluenza intorno all’8% (aggiornamento: i dati del 30 aprile indicano un’affluenza del 27,7%) . Una percentuale ridicola ed indegna, che rappresenta una sconfitta per la democrazia.

A questo punto, qualche considerazione. Ci sta tutto: che il giorno del voto sia stato stabilito proprio il 29 aprile, nel mezzo di un bel ponte col 1° maggio (e la data è stata ovviamente scelta apposta da Dellai); che ci sia stata poca informazione; che il referendum sia stato poco pubblicizzato; che molti esponenti politici abbiano invitato all’astensione (comportamento indegno per dei rappresentanti istituzionali).

Ma, tenuto conto di tutte queste cose, sta anche a noi cittadini svegliarci, darci una mossa e capire che se ci invitano a non votare non è per il nostro bene, ma perchè non vogliono che la gente capisca e si occupi lei stessa della cosa pubblica. Ed ancora più grave è il disinteresse, che dimostra un atteggiamento passivo e controproducente: se infatti non dimostriamo che nei momenti (rari) di democrazia diretta siamo capaci di far sentire la nostra voce ed eliminare le porcherie che ci propina una classe dirigente ridicola e clientelare, la nostra forza democratica ne uscirà indebolita, e la gente perderà fiducia anche nel referendum e nelle iniziative popolari di altra natura. Ovvero nelle uniche occasioni rimaste per decidere davvero.

Insomma siamo noi a doverci muovere. E’ troppo comodo lamentarsi e non partecipare.

In questo articolo su L’Adige, si ripercorre la storia legislativa e istituzionale del Trentino, partendo dal lontano 1819, con il “Regolamento” tirolese.

Si fa il punto sulla storia autonomista del Trentino, concetto a mio dire poco sentito, se non in termini economici o strettamente annessi. L’autore spiega quindi che le Comunità di Valle sono necessarie perché “non è possibile creare il vuoto fra gli enti di base e la Provincia“.

Se si riferisce alla “distanza” fra questi due livelli di governo, si potrebbe obiettare che questa era già colmata dalla presenza dei comprensori, e nonostante chi sostenga le Comunità dica che sono stati aboliti, le persone che ci lavoravano prima ci lavorano anche adesso: la struttura comprensorio ora comprende quindi anche una parte politica, e quindi sono stipendi in più da pagare e centri decisionali in più da gestire.

Leggiamo: Essi [i comprensori], in numero di 11, dovevano essere sedi di decentramento amministrativo e strumenti di coordinamento e di sviluppo programmato a servizio dei comuni. Ma la lotta dei partiti per mettere le mani sui Comprensori e farne centri di potere, l’inseguimento delle prebende e le resistenze dell’onnivora e centralista burocrazia provinciale portarono al fallimento di questi enti intermedi e alla loro sostituzione con le Comunità di valle, compromesse ancora una volta dalla vischiosità della casta provinciale che non demorde dal tenersi strette le leve del comando.

Bipensiero: i partiti hanno cercato di trasformare i comprensori in centri di potere politico, quando non lo erano in senso elettorale. La soluzione è stata di abolirli e sostituirli con organi nuovi ed elettivi. Se il problema era la voracità dei partiti che costituiscono la “casta provinciale che non demorde dal tenersi strette le leve del comando” allora forniamo loro un nuovo e legale strumento che possano controllare?

La vera questione è quella della sua democraticità, della trasparenza, dell’efficienza e rapidità nel funzionamento, del risparmio per tutti e dell’essere veramente al servizio dei comuni, non di altri interessi, di avere precise deleghe che pongano un argine alla tendenza pigliatutto che spira nel palazzo provinciale di Piazza Dante.

Il “Palazzo degli orchi” di Piazza Dante? La stessa provincia che ha istituito le Comunità di Valle? Dobbiamo contrastare i cattivi che vogliono arricchirsi e mantenere il potere, ma intanto dovremmo sostenere uno strumento in mano loro in quanto pieno di loro eletti e rappresentanti?

2 + 2 fa 3 a quanto pare. Contrastare i politici e i partiti onnivori creando nuovi posti che questi possano occupare.

Apprendiamo, leggendo questo articolo su L’Adige che a breve arriveranno i cartelloni elettorali del PdL, che si dichiara contro le Comunità di Valle. Oggi siamo a 6 giorni dal referendum.

Dice Giorgio Leonardi, segretario provinciale del PdL: “[…] anche noi riteniamo che la comunità di valle sia un ente inutile, inefficiente, pensato da Dellai come ulteriore controllo sui territori”. La controproposta sembra quindi quella di potenziare i Comuni, affinché si associno in consorzi.

Dall’altro lato, Giorgio Lunelli, capogruppo dell’UPT dice che il referendum sia “evidentemente inammissibile e dal punto di vista politico sia “ingiustificato, posto che la Lega ha regolarmente partecipato alle elezioni delle comunità di valle”. Su questo ha in parte ragione, ma sposta nuovamente l’attenzione sul partito proponente, stornandola dalla questione in sé (vedi la posizione del PD in questo post), e se guardiamo all’impegno politico non mi pare che l’UPT si stia spendendo per mantenere le comunità di valle, in senso democratico. Niente cartelloni o informazione ai propri elettori. Non per niente, sempre Lunelli dice: “Noi non partecipiamo alle iniziative della Lega“. Se si tira indietro quando c’è da votare, quando c’è da esprimere un’idea, a cosa serve un partito?

Il segretario del Patt Panizza è sulla stessa scia di Lunelli: “Se la legge non era condivisa la Lega poteva bocciarla nel 2006, quando fu approvata, non un anno e mezzo dopo le votazioni, specialmente in un momento come questo in cui c’è bisogno di tutto tranne che di incertezze”. Fermo restando che un partito che cambia spesso idea non adempie pienamente alla propria funzione, nel periodo che viviamo c’è bisogno di tutto, già, tranne che incertezze e sprechi.

Il PD mantiene la propria posizione: Luca Zeni, capogruppo, dice che il partito, “che pure è a favore della comunità di valle, dà una duplice opzione: o non andare a votare oppure, se si decide di recarsi alle urne, barrare sul no“.

L’Italia dei valori Trentino lascia libertà di voto ai propri elettori. Io penso che sia legittimo, ma ritengo anche che sia una decisione sbagliata per un partito.

Bruno Firmani dice: “Le comunità di valle non le condividiamo ma diciamo no al referendum perché quelli che vogliono abolirle non toccano i 217 comuni. La nostra proposta, invece, è di organizzare il Trentino in 30 comuni“. Se ci credete davvero allora affiggete qualche cartellone con dei bei SÌ sopra, fate abolire le Comunità di Valle e portate avanti questa idea. Che personalmente mi è nuova, e potrebbe risultare interessante.

Rifondazione comunista invita al SÌ, anche se con ragioni opposte a quelle della Lega. I Verdi invece ritengono che le Comunità vadano ricalibrate, ma non cancellate.

Quando nell’ottobre del 2010 andammo a votare per la costituzione delle Comunità di Valle, ci fu logicamente una campagna elettorale, nella quale pressoché tutti i partiti spingevano i loro candidati per questa nuova istituzione politica.

Ora che con il referendum proposto con le firme raccolte dalla Lega Nord Trentino siamo richiamati ai seggi per confermare o sopprimere le Comunità, chiaramente sono stati posizionati i pannelli per i cartelloni elettorali.

Il giorno di Pasqua, quando tornando a casa ho notato i suddetti pannelli, e ho visto che c’era soltanto un solo tipo di cartellone: bianchi e verdi, quelli della Lega, propositrice del  referendum. Naturalmente spingono per il SÌ, per abolire le Comunità.

Al momento scrivo dall’aula studio dell’Università di Modena, e domani quando andrò a casa, ad Arco, ho come l’impressione che non ci saranno molti più cartelloni di quanti ne ho visti qualche giorno fa. E dire che il referendum è stato indetto da Lorenzo Dellai addirittura il 10 marzo, un mese fa.

Chi aveva spinto per la creazione delle Comunità di Valle ora dovrebbe forse parteggiare per mantenerle, argomentando sulla loro utilità e sui risultati ottenuti finora.

Leggiamo sul sito del Partito Democratico Trentino il documento approvato dall’Assemblea il 27 febbraio, pubblicato il primo marzo 2012 (quando non era ancora stato indetto il referendum):

 “Il 24 ottobre del 2010 gli elettori trentini, con l’eccezione della città di Trento, furono chiamati alle urne per eleggere le assemblee delle nuove Comunità di valle. Soltanto il 44,47% degli elettori parteciparono al voto, a fronte di centinaia di candidati e all’impegno di tutte le forze politiche.

Le ragioni di questa limitata partecipazione furono individuate nella scarsa conoscenza della nuova riforma istituzionale, nella consolidata tendenza all’astensionismo elettorale e nella crescente sfiducia verso la politica in generale.
Nel mese di aprile di quest’anno gli elettori saranno chiamati a partecipare alla consultazione referendaria promossa dalla Lega nord e avente per oggetto l’abrogazione delle Comunità appena insediate. Gli elettori che si erano appena recati alle urne per far nascere le Comunità di Valle ci dovrebbero tornare per decretarne la fine prematura o per ribadirne l’importanza e dunque la continuità. Anche gli elettori della città di Trento, che non erano stati chiamati alle urne nell’ottobre del 2010, si troverebbero ad esprimersi su una istituzione che non possono conoscere essendo la stessa coincidente con il comune di Trento.

Non è mai accaduto che si traesse un bilancio a così breve termine dalla nascita di un ente e, infatti, l’obiettivo della Lega è di giocare in anticipo prima che i cittadini possano formarsi una opinione a riguardo, giocando sulla disinformazione e appellandosi alla riduzione dei costi della politica.”

Fermiamoci un momento. In grassetto ho evidenziato le parti che intendo commentare, e ciò varrà anche per i prossimi brani che riporterò.

Il documento si apre con la scarsa affluenza al voto nel 2010 per le Comunità. Bassa affluenza determinata dalla “scarsa conoscenza della nuova riforma”, dal'”astensionismo elettorale” e dalla “sfiducia verso la politica”. Nemmeno li sfiora l’idea che a tantissimi trentini questa nuova istituzione proprio non andasse e non vada giù. Per questo siamo andati in pochi a votare: vi confido che la mia scheda è finita tra quelle nulle. [Anzi, ero bloccato a Modena, ma sarebbe andata fra le nulle!]

Ma ora, chi vuole sopprimerle farà la figura di quello che non le ha capite. Figuriamoci poi gli abitanti di Trento che “si troverebbero ad esprimersi su una istituzione che non possono conoscere essendo la stessa coincidente con il comune di Trento.”

Per cui, tutti ai ripari: le Comunità così malvolute, ma lo stesso istituite, ora rischiano di sparire.

“La scelta di un referendum abrogativo piuttosto che consultivo o propositivo, e l’assenza di una proposta alternativa, esprimono una volontà distruttivaIl referendum è quindi una iniziativa strumentale e sbagliata.”

Strumentale e sbagliato. Dal punto di vista del PD e quest’iniziativa è strumentale, eccome! Ne sono convinto anche io, distante mille miglia dalle posizioni della Lega Nord. Su questo punto infatti sono d’accordo: la Lega ha promosso questa consultazione per trarne dei vantaggi in termini elettorali. Quale partito non agisce in questa maniera?

A me sembra comunque un’occasione di cui approfittare per esprimersi su un tema che interessa tutti in Trentino.

“Ciò premesso il Partito Democratico del Trentino ribadisce:

1) la riforma istituzionale che ha creato le Comunità è una riforma importante per l’Autonomia e necessaria sia per superare un centralismo provinciale che impedisce la crescita responsabile e partecipata di tutta la Comunità provinciale, sia per riorganizzare l’esercizio della pubblica amministrazione e dei pubblici servizi contenendone i costi e migliorandone l’efficacia;

Punto 1: creare una nuova istituzione a metà tra Comuni e Provincia non vedo come dovrebbe contenere i costi. Inoltre l’espressione “centralismo provinciale” ricorda in modo sinistro certe espressioni legiste…

2) le Comunità di valle non sono i Comprensori e non rispondono solo ad una esigenza di gestione associata dei servizi e ad un contenimento dei costi che oggi sono elevati anche per la ridotta dimensione di tanti Comuni; le Comunità rispondono alla esigenza di autogoverno responsabile e partecipato per ambiti territoriali omogenei quali le valli; è uno sguardo al futuro che ridistribuisce il potere della provincia e rende protagoniste le comunità locali;

Punto 2: se i costi sono elevati per l’abbondanza in numero di Comuni, ai quali spettano quindi tante piccole frazioni di territorio da amministrare, non sarebbe più logico ridurre il loro numero condensandoli e affidando loro quindi aree di competenza maggiori? In questo modo non servirebbero le Comunità di Valle, avremmo delle entità molto simili per dimensione, ma il numero di istituzioni sarebbe molto ridotto. Il sospetto è che in questo modo si avrebbero meno posti di comando disponibili.

3) la riforma va comunicata e condivisa sia attraverso la buona amministrazione che le Comunità devono esprimere, sia attraverso un’azione informativa e di confronto che deve vedere, accanto alla Provincia e agli amministratori, protagoniste le forze politiche della coalizione di centrosinistra autonomista, e questo a prescindere dal referendum;

Punto 3: la riforma va “comunicata”, soltanto adesso che è in discussione?

4) il 2012 è un anno decisivo per l’attuazione della riforma e per la piena funzionalità delle Comunità: ci attendiamo scelte chiare da parte della Provincia, un maggior trasferimento di competenze provinciali , l’assegnazione delle risorse umane e finanziarie necessarie e un superamento dei conflitti tra enti locali;

Punto 4: il 2012 è un anno decisivo e “ci attendiamo scelte chiare da parte della Provincia”; quindi le scelte fondamentali (questo è un anno decisivo, no?) non sono ancora state prese? Tanto tempo ce n’è, un’anno e mezzo è già passato e d’altronde il PD non è alla guida in Trentino…

5) la legge va valutata nella sua fase attuativa e migliorata laddove si riscontrano errori di impostazione, carenze e contraddizioni, in una logica evolutiva della riforma, ivi compresa la modifica della composizione e della elezione delle assemblee delle Comunità;

Punto 5: questa mi sembra una proposta, per migliorare la legislazione che definisce le Comunità; è il momento che mi sembra sbagliato! “Potremmo forse aver sbagliato qualcosa nello scrivere la legge, ma intanto lasciamo che restino le Comunità di Valle” – mi ricorda il dibattito nazionale di qualche tempo fa per “migliorare” la legge elettorale, migliorare il Porcellum di Calderoli.

6) il PD chiede alla maggioranza uno sforzo straordinario per accelerare l’attuazione della riforma, pur con la flessibilità necessaria affinché si trovino le soluzioni migliori nella gestione associata dei servizi; chiede inoltre di valutare quegli aspetti della riforma che vanno modificati al fine non solo di superare la diffidenza nei confronti delle Comunità ma soprattutto di vincere la sfida dell’autogoverno responsabile di ogni Comunità;

Punto 6: sforzo straordinario? Di nuovo, soltanto ora che è in discussione?

7) il referendum va inquadrato per quello che è,  una consultazione sbagliata nei modi, nei tempi e nei contenuti; una iniziativa strumentale e distruttiva di un partito che dopo aver condiviso il governo Berlusconi semina mine sul terreno della ricostruzione del Paese e anche su quello della tenuta della Autonomia;

8) il Partito Democratico non difende l’esistente ma costruisce il futuro e per questo è impegnato nello sviluppo di una riforma importante per l’Autonomia, una riforma il cui futuro non dipenderà dalla consultazione referendaria bensì dalla condivisione che l’intera Comunità trentina saprà esprimere;

9) il PD e la coalizione di centrosinistra autonomista che governa il Trentino sostengono in modo unitario la Comunità di valle e dicono NO al referendum , un NO che proprio per la strumentalità e l’inopportunità della consultazione si può esprimere astenendosi dal voto, o scegliendo il NO alla abrogazione delle Comunità.

Punto 9: bene, chi nel 2010 ha sostenuto la creazione delle Comunità, oggi ne conferma l’appoggio; d’altronde, che figura ci farebbe ora ad essere contro? Questa è quindi la posizione del PD Trentino rispetto al referendum abrogativo per le Comunità di Valle. Il PD Trentino parteggia per il “NO”, un “NO” che si può esprimere astenendosi dal voto o barrando il NO sulla scheda. Aspettate.

Uno dei grandi problemi in Italia è l’astensionismo, il popolo che non si sente più vicino ai propri rappresentanti e quindi si disinteressa della gestione del proprio Paese.

In questo documento abbiamo letto per ben due volte il concetto di “volontà distruttiva“. Chi propone il referendum ha una volontà distruttiva. Bene, io penso che non ci sia nulla di peggiore di un partito che denunciando la sfiducia verso le istituzioni proponga di non andare a votare, di stare a casa. Io penso che non ci sia volontà più distruttiva del consigliare ai cittadini di stare a casa quando c’è un referendum da andare a votare. Questi signori forse dimenticano che il modo democratico per contrastare un referendum ritenuto sbagliato c’è la casella del NO. Sì, è vero, hanno consigliato di barrare il NO, ma questa opzione viene inesorabilmente dopo la proposta di astenersi. È scritto, punto 9, andate a rivedere.

Infine io penso che la posizione del PD sia chiara: le Comunità di Valle vanno mantenute. Ma il punto su cui si basa questo sostegno non sono i vantaggiche questa istituzione porta e porterà, descritti in modo vago. È contrapporsi alla Lega, contrapporsi a Berlusconi, sempre e in ogni occasione. E non perché “le nostre idee sono migliori”. Anche perché in questo documento non le vedo. Vedo invece una certa quantità di quello che, con un brutto neologismo i giornalisti chiamano “politichese“: le Comunità sono uno “sguardo al futuro” che “rende protagoniste le comunità locali”.

Quale ruolo migliore per un cittadino elettore di quello di non votare?

Leggiamo nella sezione Ufficio Stampa del sito della Provincia Autonoma di Trento, il comunicato n°627 del 12 marzo 2012:

Il presidente della Provincia autonoma di Trento, Lorenzo Dellai, ha firmato il decreto di indizione del referendum provinciale abrogativo di alcune disposizioni delle legge provinciale 16 giugno 2006, n. 3, avente a oggetto le Comunità di valle.

Le Comunità di Valle in Trentino. Esistono unicamente in Trentino, d'altronde. (immagine da Wikipedia)

La raccolta delle firme che ha reso possibile l’indizione di questo referendum è stata realizzata dalla Lega Nord Trentino.

Io studio a Modena, e nell’ultimo periodo sono stato via molto spesso da casa, e appena tornato ho notato, in macchina, di sfuggita, i pannelli per i cartelloni elettorali. Una rapida ricerca e ho trovato la notizia del referendum. I miei genitori ne sapevano poco, e ho l’impressione che sia una situazione diffusa: non se ne parla, perché?

Il decreto per il referendum è stato pubblicato il 12 marzo, 25 giorni fa! Di giorni ne mancano 20 e bisogna informare le persone!

Pertanto ecco il testo del quesito del referendum (astruso come al solito!):

Volete che sia abrogata la legge provinciale della Provincia autonoma di Trento del 16 giugno 2006, n. 3 – così come modificata dalle leggi provinciali della Provincia autonoma di Trento del 19 giugno 2008, n. 6; del 12 settembre 2008, n. 16, dal 3 aprile 2009, n. 4; del 27 novembre 2009, n. 15, del 28 dicembre 2009, n. 19 e del 10 dicembre 2010, n. 26 – recante Norme in materia di governo dell’autonomia del Trentino, con la quale sono state istituite le cosiddette Comunità di Valle e ne è stata regolamentata la costituzione, il funzionamento e la costituzione, limitatamente agli articoli 14; 15; 16; 17; 17 bis; 18, Organizzazione, personale e contabilità della comunità limitatamente al comma primo: “1. Salvo quanto riservato ai contratti collettivi di lavoro di settore, la disciplina dell’organizzazione e del personale della comunità è dettata d regolamenti, nel rispetto dello statuto della comunità e delle vigenti leggi provinciali e regionali.” ed all’articolo 21?

Dalle ore 6:00 di domenica 29 aprile inizieranno le operazioni ai seggi, e una volta aperti si potrà votare fino alle ore 22:00.

si vota NO per MANTENERE LE COMUNITÀ DI VALLE

vota SÌ per CANCELLARE LE COMUNITÀ DI VALLE

FATE GIRARE!

 (qua sotto avete tutti i bottoncini giusti per condividere…usateli!)

In questo periodo di crisi, siamo tutti chiamati a fare sacrifici pesanti. Noi giovani universitari studiamo, aspettando con un misto di eccitazione e paura il momento della laurea, che segnerà sì il raggiungimento di un traguardo importante (e speriamo utile), ma anche il momento in cui dovremo confrontarci con un mercato del lavoro convulso che spesso premia amici e figli di, piuttosto che essere improntato al merito.

Davanti a tutto questo, ci piacerebbe essere affiancati da un settore pubblico che ci aiuti e ci spalleggi. Purtroppo però, spesso non è così. Anzi, ci ritroviamo a leggere notizie come quella apparsa su Corriere Economia di ieri, 23 gennaio. Nell’articolo in prima pagina Sergio Rizzo scrive, cifre e dati alla mano, che la Provincia di Trento e il comune di Riva del Garda, attraverso società da essi controllate, hanno speso circa 18 milioni di euro per acquistare e ristrutturare l’Hotel Lido Palace di Riva del Garda, per cui poi sono stati approvati altri 17 milioni di investimenti. Il tutto, quindi, con soldi pubblici, ovvero nostri. L’albergo è talmente lussuoso che una camera doppia costa 730 euro a notte e una junior suite 1959 euro.

Nel frattempo, i comuni trentini sono sempre più senza soldi e devono aumentare i costi di molti servizi o tagliare risorse in campi importanti per giovani e famiglie. Sono infatti in discussione presso il comune di Trento aumenti delle tariffe degli asili nido, rincari sui biglietti dell’autobus e riduzione degli orari di apertura della Biblioteca Centrale.

Ci sentiamo sempre ripetere che i giovani sono il futuro e che è necessario puntare sulle famiglie. Intanto i contributi vanno agli alberghi di lusso. Pare anche a voi che ci sia qualcosa che non quadra?

Anche se in colpevole ritardo, oggi pubblichiamo un articolo di Gian Antonio Stella, tratto dal Corriere della Sera del 13 gennaio 2012. Il pezzo fa un po’ di conti in tasca a noi trentini, o meglio ai nostri politici, che in molti casi guadagnano cifre spropositate. Addirittura il presidente della provincia di Bolzano guadagna più di Obama! Leggere per credere.

SE IL VICE DI DURNWALDER GUADAGNA PIU’ DI SARKOZY

Bravissimi, bravissimi, bravissimi. Pagato il pedaggio di riconoscere a trentini e altoatesini che le loro terre sono governate meglio di gran parte del resto d’Italia, si può sommessamente dire che non va bene che un assessore bolzanino guadagni di più che un ministro di Berlino?

Lo denuncia, col titolo «Fette Diäten» (Grasse indennità) il quotidiano sudtirolese Neue Südtiroler Tageszeitung , diretto da Arnold Tribus, liberale, radicale, amico di Alex Langer, malvisto dai separatisti almeno quanto è amato da chi auspica un Alto Adige europeo e serenamente bilingue. Meno male. Meno male perché non c’è occasione in cui chi tocca il tema dei costi della politica quassù, sollevando perplessità su certe storture che scatenerebbero l’iradiddio se avvenissero a Napoli, Palermo o Catanzaro, non venga investito dal lamento per l’onore offeso delle genti alpine. E come sui Nebrodi o in Aspromonte divampano i sospetti sul complotto nordista, qui dilagano i dubbi su una congiura anti-autonomista.

Esente dal sospetto di essere nemica dell’autonomia, che anzi difende accanitamente, la Tageszeitung si prende dunque la libertà di dire cose scomode. A partire da certi confronti. Non solo quello noto tra le buste-paga mensili di Luis Durnwalder (appena limata a 25.620 euro) e Barack Obama (23.083 al cambio di ieri), ma tanti altri. Che potrebbero consentire al giornale di rifare il titolo ironico di tre anni fa: «Poveri tedeschi!».Poveri davvero, sia quelli di Germania sia i cugini austriaci. Il giornale, sommando indennità, diarie e rimborsi forfettari, fa ad esempio un paragone tra gli introiti mensili reali (se poi ciascuno dà soldi al partito è un’altra faccenda, ma non può essere a carico dei cittadini) di rappresentanti istituzionali più o meno paralleli.

Bene, il presidente del parlamento del Libero Stato di Baviera, Barbara Stamm, guadagna ogni mese al lordo 14.841 euro. Quello del Bundestag a Berlino, Norbert Lammert, 16.504. Quella della Camera austriaca Barbara Prammer, 17.136. E quello del consiglio provinciale altoatesino Mauro Minniti 21.440. Più del doppio rispetto al pari-grado del Tirolo austriaco Herwig Van Staa, che di euro ne prende, dice la «NST», 8.902.
Ma sono tutti i paragoni del giornale tedesco a essere, diciamo così, curiosi. La vicepresidente dell’assemblea provinciale bolzanina Julia Unterberger, con 17.220 euro lorde, risulta avere ogni mese quasi seimila bigliettoni in più rispetto a Hillary Clinton, che come segretario di Stato americano guadagnerebbe, stando ai siti ufficiali, 136.204 euro l’anno, cioè 11.350 al mese.
Certo, Durnwalder ha ragione quando dice che lavora 17 ore al giorno (chi vuole controlli: alle sei di mattina è in ufficio) e che il suo stipendio è «un terzo di quello del direttore generale della Cassa di risparmio locale». La Bbc , l’anno scorso, fece la lista degli uomini più pagati del pianeta: David Tepper riceveva da Appaloosa Management un salario di 4 miliardi di dollari, George Soros dal Soros Fund 3,3, James Simons da Renaissance Technologies 2,5. E bene ha fatto Obama a sottolineare più volte che sono cifre offensive. Detto questo, però, lì parliamo di soldi «privati» (tra virgolette, ovvio: in caso di tracolli finanziari troppo spesso sono tirati poi in ballo i governi e con loro i cittadini) e qui di soldi «pubblici». E i confronti si fanno tra figure confrontabili.

Ed ecco che colpisce il distacco non solo tra il «lordo» mensile di Durnwalder rispetto al governatore del Tirolo Günther Platter, che con 13.353 euro prende poco più della metà del «cugino». Ma più ancora quello del presidente della giunta provinciale trentina Lorenzo Dellai (21 mila euro: erano 21.539) rispetto a quello del cancelliere Angela Merkel: 18.883. È demagogico chiedere se sia normale che Rosa Thaler, presidente dell’assemblea regionale trentina (organo ormai svuotato dal rafforzamento dei due consigli provinciali che lo compongono abbinandosi ogni tanto) abbia una busta paga di 21.300 euro, cioè maggiore di quella del cancelliere austriaco Werner Faymann? O che Hans Berger, il «vice» di Durnwalder, prenda 24.360 euro lordi al mese contro i 21.133 di Nicolas Sarkozy?
Quanto ai «soldati semplici», accusa il giornale tedesco di Bolzano, le differenze sono altrettanto nette: un «deputato» del land bavarese prende 6.881 euro lorde al mese, un consigliere tirolese a Innsbruck 4.748, un parlamentare al Bundestag di Berlino 8.252, uno alla Camera viennese 13.872. Sopra a tutti, un consigliere provinciale altoatesino se ne ritrova in busta paga 14.000. Se il segretario generale dell’Onu Ban Ki moon ne prende 13.823 c’è o no qualcosa che non va? O c’è chi pensa di cavarsela con la tesi che è Ban Ki moon a esser sottopagato?

Sono sottopagati i ministri germanici del governo Merkel e quelli austriaci del governo Faymann, che secondo la «NST» prendono rispettivamente 16.300 e 16.320 euro al mese o sono pagati troppo gli assessori altoatesini che di euro ne portano a casa mensilmente, ancora al lordo, 23.100? Torniamo a dirlo e ridirlo: qui non si contesta l’accordo internazionale che ha garantito giustamente all’Alto Adige e di sponda al Trentino una larga autonomia. E ci è facile riconoscere a chi ha governato quelle montagne, quelle valli, quelle città bellissime non solo di essersi fatto carico di mille competenze (strade, scuole, sanità, paesaggio…) altrove a carico dello Stato, ma di aver lavorato meglio di altri. La prova: Bolzano e Trento svettano sempre in cima a tutte le classifiche sulla qualità della vita.

Ma proprio per difendere quei risultati occorre che quelle autonomie virtuose si sgravino delle zavorre denunciate anche da giornali non certo centralisti come il Corriere del Trentino di Enrico Franco o l’Adige di Pierangelo Giovanetti. Che dopo aver espresso dubbi su certe prebende trentine (17.949 euro agli assessori, 9.432 al sindaco del capoluogo, 8.847 a quello di Rovereto, 7.461 a quello di Comuni come Riva del Garda: proporzionalmente 66 volte più di quello di Milano) hanno messo sotto accusa l’accumulo sbalorditivo di enti locali. Che qui sono cinque: Regione, Provincia, Comuni, Comunità di Valle e Circoscrizioni. E tutte distribuiscono soldi. Basti dire che le 16 «comunità» danno ai membri degli esecutivi almeno 867 euro, ai vicepresidenti almeno 1.060, ai presidenti da 2.891 a 3.533. Quanto alle circoscrizioni, che sono 12 a Trento e 7 a Rovereto nonostante siano state abolite in tutt’Italia sotto i 250.000 abitanti, i soli presidenti costano 360.000 euro l’anno. L’Adige ha fatto i conti: la spesa totale per le indennità dei 5 organismi è di 50.468.000 euro l’anno. Pari a 95,3 euro per abitante. Tutti «costi indispensabili della democrazia»?

Il presidente della provincia di Bolzano, Durnwalder, dice: “Non abbiamo nessun motivo per festeggiare l’unità d’Italia, siamo stati annessi a Roma contro la nostra volontà”. Questo dopo anni di finanziamenti principeschi e dopo aver scambiato astensioni pro-governo con favori sullo Stelvio e sui monumenti fascisti. Lasciamo il commento alla nostra Chinonrisica.


Il Corriere della Sera di domenica 3 novembre 1918 riportava un articolo di spalla intitolato “Austria deleta”.

Con i toni enfatici della vittoria a lungo attesa, l’autore (di cui non è nota l’identità), tra le altre cose scriveva: “Per la patria è sorto finalmente il giorno della prospera fortuna. Questa prospera fortuna è meritata perchè è il frutto della più schietta forza della nazione: è il frutto d’una fede pubblica che per nessun interno travaglio si perdette; che anzi nelle ore più gravi raddoppiò le forze della volontà e il coraggio dell’azione…Questa prospera fortuna  è la dura conquista del popolo d’Italia…”.

E il “Nuovo Trentino”,  edito grazie alla costituzione di un comitato formato da Enrico Conci, Alcide De Gasperi, Rodolfo Grandi, Guido De Gentili ed Emanuele Caneppele, pubblicò qualche giorno più tardi i messaggi festanti delle categorie economiche e sociali del Trentino, all’indomani dell’ingresso dell’esercito italiano a Trento.

L’entrata del governatore di Trento, conte Pecori Giraldi, nella sala consiliare stracolma fu accolta da un sindaco protempore ” roco nel delirio esultante dei primi giorni”, dall’omaggio floreale delle donne trentine, dal saluto del clero, dei deputati e dei lavoratori trentini.

Fu quello, senza dubbio, il momento della vera Unità, per il Trentino e per l’Alto Adige. Che festeggiano quindi qualche decennio in meno, rispetto al resto del territorio italiano. Le testimonianze di quei giorni, che devo al nonno irredentista di mio marito, sono emozionanti e stonano con il clima da festa  clandestina di questi giorni.

Stupisce, comunque che il monito al risparmio  sulle spese della commemorazione arrivi da chi ha voluto utilizzare 117.289 euro di denaro pubblico per le divise di un corpo paramilitare di frontiera. E sembrano del tutto paradossali le prese di posizione del presidente della provincia di Bolzano: di italiano non ci sono solo i passaporti, in Alto Adige, ma i cospicui finanziamenti all’autonomia e i lauti stipendi di una compagine parlamentare assai poco incline alla coerenza.

Sarà difficile che gli inni e le bandiere restituiscano senso dello Stato ad una comunità frammentata e sottoposta,da decenni, all’operato di una classe politica spesso dedita a compromessi poco onorevoli con la propria coscienza. Ma nelle manifestazioni, nei sit in di protesta, nelle sacrosante rivendicazioni di genere sarebbe significativo usare, in queste settimane, solo il nostro tricolore.

Un simbolo, anche etimologicamente, è una tessera di riconoscimento, qualcosa che unisce: che ciò avvenga in occasione del 150esimo e non solo per la vittoria della nazionale di calcio potrebbe essere un auspicio condivisibile?


Pubblico oggi l’intervento del presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati del Trentino Altro Adige, Pasquale Profiti, all’inaugurazione dell’anno giudiziario 2011.

Sono un magistrato italiano ed oggi rappresento molti altri magistrati, come me.
A nome mio ed a nome loro, oggi, finalmente, confessiamo.
Confessiamo di essere effettivamente degli eversori, come qualcuno ritiene. Applichiamo, infatti, le regole della nostra Costituzione e delle nostre leggi con la stessa imparzialità ed impegno agli immigrati clandestini ed ai potenti, agli emarginati ed a coloro che gestiscono le leve della finanza, della politica, dell’informazione. E’ vero, siamo degli eversori perché, insieme a Calamandrei, riteniamo la Costituzione e la Corte Costituzionale una “garanzia con cui il singolo è messo in grado di difendere il suo diritto contro gli attentati dello stesso legislatore o del governo”. Questo, oggi, vuol dire essere eversori.
Confessiamo di essere veramente, come è stato sostenuto, disturbati mentali, perché solo chi è tale continua a credere nel servizio giustizia, quando non sai se il giorno dopo ci sarà qualcuno che presterà assistenza al tuo computer, quando vedi che gli indispensabili collaboratori che vanno in pensione non sono  sostituiti, quando per poter lavorare condividi stanze anguste con colleghi o assistenti, quando in ferie scrivi sentenze o prepari provvedimenti, quando, nonostante ciò, sei accusato di protagonismo e di perder tempo in conferenze o convegni.
Confessiamo di non poter sempre soddisfare l’opinione pubblica se la Costituzione e le leggi ce lo vietano,  perché assolviamo chi riteniamo innocente anche se ciò non porta consensi,  condanniamo chi riteniamo colpevole sulla base della rigorosa valutazione delle prove anche quando i sondaggi, veri o falsi che siano, non ci confortano, e valutiamo la responsabilità dei singoli anche quando chi governa  vorrebbe una risposta dura, anche a scapito del singolo, a fenomeni di violenza collettiva.
Confessiamo, è vero, di sovvertire il voto degli italiani perché avendo giurato sulla Costituzione Repubblicana,  riteniamo, con Einaudi, che quella Costituzione imponga  ai magistrati di utilizzare i freni che “hanno per iscopo di limitare la libertà di legiferare e di operare dei ceti politici governanti, scelti dalla maggioranza degli elettori. Quei freni che “tutelano la maggioranza contro la tirannia di chi altrimenti agirebbe in suo nome”, quei freni che impongono la disapplicazione delle leggi in contrasto con le norme europee o l’incostituzionalità quando violano norme di diritto internazionale.
Confessiamo di essere politicizzati e non vogliamo essere apolitici come dichiaravano di esserlo la maggioranza dei magistrati fascisti o i magistrati iscritti alla P2 o i magistrati che per avere qualche posto direttivo o semidirettivo si appoggiano a potenti o faccendieri di turno, frequentano salotti buoni, fanno la telefonata agli amici o utilizzano il loro ruolo per avere sconti, gadget, ingressi o servizi gratuiti. Siamo politicizzati e vogliamo esserlo perché applichiamo la legge con il giusto rigore anche a chi governa, a chi potrebbe favorirci, consapevoli che saremmo apolitici solo se non disturbassimo le classi dirigenti, le élite al potere che vogliono essere al di sopra delle regole.
Confessiamo anche di fare proselitismo della nostra eversione, raccontando in Italia ed all’estero le ragioni della nostra autonomia e della nostra indipendenza, i motivi per cui riteniamo che nel nostro paese, oggi più di ieri, quell’assetto costituzionale della magistratura sia essenziale per evitare che gli interessi di parte prevalgano sempre e comunque sugli interessi della collettività, perché l’Italia non possa permettersi un diverso assetto della magistratura quando tra i suoi rappresentanti in Parlamento o negli enti locali siedono condannati per reati gravissimi e la giustizia sia terreno di aggressioni inimmaginabili per gli altri paesi democratici.
Confessiamo, una volta per tutte, di essere toghe rosse; siamo rossi, rubando ancora una volta le parole a Piero Calamandrei, “perché sempre, tra le tante sofferenze che attendono il giudice giusto, vi è anche quella di sentirsi accusare, quando non è disposto a servire una fazione, di essere al servizio della fazione contraria”; siamo rossi anche se non sappiamo cosa ciò esattamente significhi, perché per noi il rosso è principalmente il sangue dei colleghi uccisi per il loro lavoro.
Confessiamo anche di avere dei correi, il personale amministrativo senza il quale non potremmo commettere da soli le nostro colpe; molti di loro condividono la nostra eversione ed i nostri disturbi mentali se è vero che accettano di svolgere lavori superiori alle loro mansioni ed al loro stipendio, condividono le nostre stesse stanze anguste, le nostre incertezze sul futuro dei progetti organizzativi ministeriali.
Ci spiace confessare che anche numerosi appartenenti alle forze dell’ordine, incredibilmente, ritengono, come noi, che nessuno sia sopra la legge e vedendoci lavorare quotidianamente si rendono conto che l’eversione di molti di noi è uguale alla loro: rendere alla collettività il servizio per il quale siamo pagati, senza concedere che qualcuno possa stare al di sopra delle regole.
Confessiamo, infine, che per noi il 29 gennaio è la data in cui ricordiamo Emilio Alessandrini, Pubblico Ministero a Milano che oggi, 32 anni fa, veniva ucciso dagli eversori, quelli veri, quelli che al posto della nostra arma, la Costituzione, utilizzavano le pistole. Mi piacerebbe, sig. Presidente, che al termine del mio intervento non vi fossero applausi, rituali o spontanei, formali o calorosi che siano, ma il silenzio, magari in piedi, dedicato al collega ucciso dai terroristi, affinché la sua memoria ci illumini oggi e, ancor di più, da domani.