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Parlamentarium, 24/01/2014

La prima seduta del Parlamento Europeo, a seguito delle prime elezioni europee del 1979.

La prima seduta del Parlamento Europeo, a seguito delle prime elezioni europee del 1979.

La storia europea è importante.

Si basa sul sangue e sulla sofferenza, ma anche sull’idea che è fondamentale convivere, collaborare, anzi, di più, vivere insieme.

È fondata sul sogno di avere regole egualitarie e condivise. “Nessuno deve rimanere indietro” è vero, ma solo se cediamo una parte di noi stessi, e ci contaminiamo. Non siete contenti dell’Euro? Volete uscirne e tornare alla Lira? Allora, forse, non avete capito nulla di cosa sia l’Europa e cosa sia stare in comunità.

Ci saranno, ci sono economisti pronti a decantare le lodi dell’uscita dall’Euro, perché l’unica strada che abbiamo in mente è quella crescita economica. Ma non funziona sempre così, ogni tanto si stringe il cordone della borsa e si tira avanti, più difficilmente, perché qualcun altro sta peggio. Qualcun altro della comunità, ma non solo.

“Nessuno deve rimanere indietro” applicato al Paese, al Comune, al locale, non è altro che, di nuovo, il vecchio nazionalismo, estremista per giunta. Chi se ne importa dei lettoni o degli ucraini? Prima gli italiani!

Questo dicono in tanti che cercano (ma ancora non riescono?) di “sentirsi italiani”. Hanno, anzi, mi rivolgo direttamente a voi, avete un’idea vecchia e incredibilmente stereotipata di cosa sia “essere italiano”. Io sono italiano e sono europeo, e voglio che queste due cose, per quanto possibile, coincidano, perché sono fiero di entrambe.

“Ce lo chiede l’Europa” – l’Europa è l’Italia, e noi siamo l’Europa. Per cui, andate dai vostri politici e chiedete: cosa state facendo a Bruxelles? E a Strasburgo? Chiedetelo ai vari Salvini e Borghezio (rappresentativi di quanto spesso abbiamo trascurato l’importanza delle elezioni europee), e vergognatevi per loro, ma anche per chi paventa continuamente l’idea di uscire dall’Euro, perché di fatto si segnerebbe la fine dell’idea di Europa, quell’idea che subito dopo la Seconda Guerra Mondiale ha finito con unire Stati che erano fino a poco prima nemici, avvelenati dal nazionalismo più pericoloso. Quell’idea che pochi hanno e chi ce l’ha, come penso sia il mio caso, non ha ancora capito fino in fondo cosa significhi, forse per semplice disabitudine.

“Il Parlamento Europeo è il pilastro portante dell’Unione Europea. È eletto da Voi. Voi decidete chi interpreta i vostri valori.”

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Io credo che tutte queste discussioni su Beppe Grillo, tutto questo domandarsi se la sua sia politica, antipolitica, follia, lungimiranza o altro siano francamente inutili. Inutili e ripetitive, visto che riemergono ogni volta che il comico genovese fa un comizio o compare da qualche parte.

Come ho già detto più volte, si può criticare Grillo, si deve farlo (e ci mancherebbe). Si può farlo per i metodi, i contenuti, i toni, per quello che si vuole. Ma per favore, basta con questa cazzata dell’antipolitica.

Antipolitica è chi ruba soldi pubblici utilizzando i “rimborsi elettorali” per comprare lauree e rifare il naso al figlio; è distruggere la credibilità dello Stato e delle sue istituzioni con comportamenti indegni e indecenti (con buona pace dell’art. 54 della Costituzione);  è accettare mazzette e favori per fare il proprio dovere, nonostante stipendi faraonici; è averci portato nel baratro ed ora strillare contro Monti che deve prendere provvedimenti impopolari (pur sbagliando, in certi casi); è usare il proprio potere per fare favori ad amici e parenti; è essere da venti, trenta, quarant’anni in Parlamento e non avere concluso nulla; è fare finta di opporsi ma stringere accorsi sottobanco.

Tutto questo (e molto, molto altro) è antipolitica. Di tutto si può accusare il Movimento 5 Stelle (che è composto da ragazzi e ragazze impegnati e non sostenuti dal sistema, non da Grillo), tranne che di essere parte di questo marciume e di non avanzare proposte concrete. Ripeto, si può essere d’accordo o no, come con tutti. Ma per favore, per favore: basta con le prediche di chi, senza vergogna, si erge oggi a difensore della politica, dopo averla utilizzata per i suoi comodi per anni.

Proprio così, questa non è un’invocazione disperata di qualche comune cittadino ad un supereroe dei fumetti, bensì l’invito lanciato da Mario Monti, ex commissario europeo per la Concorrenza sino al 2004, sul Financial Times di Venerdì 29 settembre 2011.

Ma cosa ha spinto Monti a lanciare un così accorato appello al popolo tedesco?

L’invito, forse più una sorta di ordine o direttiva camuffati da invito, è stato espresso in merito alla débâcle economica che da mesi sta travolgendo il Vecchio continente e che rischia di far naufragare il sogno dell’Europa unita; nella Germania, quindi, viene riconosciuta la potenza economica che può maggiormente garantire serietà e stabilità ad un progetto che rischia di collassare da un momento all’altro.

Proprio il 29 settembre il Bundestag, la camera bassa del Parlamento tedesco, ha approvato l’ampliamento del fondo salva-stati con una sorprendente maggioranza: su 620 deputati federali hanno votato sì in 523 (considerato che l’attuale maggioranza di Governo di Angela Merkel conta una maggioranza di 315 deputati); un risultato non da poco, numeri che, in Italia, sono difficilmente raggiungibili … specie se si tiene conto che tra i voti favorevoli enumerati compaiono, oltre alla formazione di Governo attualmente costituita da CDU (Christlich Demokratische Union Deutschlands, partito cristiano-cattolico, da cui “proviene”Angela Merkel), CSU (Christlich-Soziale Union in Bayern e. V., partito cristiano conservatore bavarese) e  FDP (Freie Demokratische Partei, partito dei liberali), hanno dato il proprio voto favorevole altri partiti al di fuori della coalizione di maggioranza, come SPD (Sozialdemokratische Partei Deutschlands, partito socialdemocratico) e Grüne (Bündnis 90/Die Grünen, partito dei Verdi tedesco).

Per il no, oltre ad una quindicina tra liberali e democristiani, i radicali della LINKE, partito populista ed antioccidentale.

La Germania sposa quindi la causa Europa e mette sul piatto un ampliamento del Fesf (Fonds européen de stabilité financière o per preferirlo al “più internazionale” inglese Efsf: European Financial Stability Facility) a 440 miliardi di euro, 211 dei quali sarà la stessa a metterli di tasca propria! Una causa nobile, la salvaguardia dell’Unione Europea e di conseguenza dell’euro, finanziata da una coesione che, ancora una volta, lo stato Mitteleuropeo più “pesante” a livello internazionale  ha saputo mostrare al mondo intero; sì, perché l’ottima nuova tedesca incrociandosi con una nuova giungente da New York secondo cui il Pil (Prodotto interno lordo, ndr) USA sarebbe salito dell’1,3% nel secondo trimestre, potendo aspirare ad un 2% entro la fine di quest’anno, e le richieste per sussidi di disoccupazione sarebbero calate per un numero pari a circa 37mila unità (attestandosi ora a livello 391mila) hanno fatto volare le borse, facendo tirare un sospiro di sollievo in questo clima anche troppo nero.

Questo il quadro ai giorni nostri; ora la realtà, la quotidianità: dobbiamo avere paura della Germania? Molti articoli di giornale nei mesi scorsi riportarono il timore di vedere l’Unione Europea trasformarsi in una grande confederazione germanica dato che, non differendo la situazione di molto da ora, era prevalentemente la Germania a dettare le linee guida per mantenersi saldamente in piedi in questo periodo di crisi e per cercare di non far tracollare l’euro. Parecchi videro questa mossa come una sorta di colpo di mano da parte di “Angie”, così come qualcuno sembri vezzeggiarla, alle convenzioni direttivistiche dell’Unione; quanto dimostrato in questi mesi dalla Bundeskanzlerin (cancelliera federale; bund- in tedesco può essere adottato come prefisso dal significato di “federale”, originato da una radice che indica il senso d’insieme, ndr) è la pura realizzazione del sogno Europa: vedere finalmente una Comunità attiva, viva, vera e soprattutto funzionante!

Sarò credibilmente di parte in quanto sto per scrivere ma ritengo che a fine ragionamento si potrà raggiungere un comune punto d’arrivo.

La Germania è uno Stato cui non piace ridere, scherzare e giochicchiare troppo a lungo; all’inizio bene, per rompere il ghiaccio o per avviare la macchina che bisogna far muovere, successivamente esige serietà. Questo Merkmal (tratto distintivo, ndr) è eredità di oltre un secolo di traversie per cui lo Stato tedesco è passato: la sua storia è senza ombra di dubbio molto antica ma per la nostra analisi accontentiamoci di partire dalla data cardine del 1871, anno in cui la “Germania” (tra virgolette, poiché parlare propriamente di Germania sarebbe incorretto nonché anacronistico) viene unificata come moderno stato nazionale col nome di Deutsches Kaiserreich (impero tedesco,conosciuto col nome di Secondo Reich, ndr) –volendo ben notare, lo stesso anno coincide con una ricorrenza della nostra storia nazionale: nel 1871 infatti la capitale del giovane Regno sabaudo viene ufficialmente spostata da Firenze a Roma come conseguenza della Breccia di Porta Pia, avvenuta appena una anno avanti–.

Sotto la guida attenta dei Kaiser guglielmini e del celeberrimo Reichskanzler Otto von Bismarck il Reich vide fiorire la propria economia ed incrementare il proprio peso politico sulla scena internazionale, prima europea e successivamente mondiale.

La stabilità inizia a terminare con l’abbandono della scena politica da parte di Bismarck e  terminerà nel 1918 alla fine della Grande guerra, quando Wilhelm II sarà costretto ad abdicare a causa della rivoluzione di quell’anno. La prima guerra mondiale presenta sulla scena uno Stato che si sente molto sicuro di se, tanto da dichiarare guerra all’Europa (anche se, ovviamente, il primo a dichiarare guerra fu l’Impero austro-ungarico). Ne esce provato lo sconfitto Reich, così segnato da, appunto, dissolversi sull’onda di moti popolari e lasciare spazio alla Weimarer Republik (repubblica di Weimar, ndr); una Repubblica che nasce già con gravi problemi d’affrontare: ingenti riparazioni di guerra, condizioni di pace insostenibili, svalutazione del Marco … una crisi che precede quella del Ventinove; senza contare ovviamente l’avvilimento morale nel vedere le celeberrime Alsazia e Lorena cedute alla rivale Francia. A qualche anno dalla conclusione della guerra ci si rende conto che le condizioni alle quali è stata sottoposto lo sconfitto Reich sono realmente insostenibili e vengono dunque allentante, generando un vero e proprio boom economico tedesco. Tutto sembra andare meglio di prima, finalmente si può riprendere a camminare –i Tedeschi non si danno mai per vinti!

Nel frattempo comincia a nascere ed a propagarsi un movimento politico-sociale chiamato NSDAP (Nationalsozialistische Deutsche Arbeiterpartei, partito nazionalsocialista tedesco dei lavoratori, meglio conosciuto in seguito come partito nazista, ndr) guidato da un certo austriaco di nome Adolf Hitler: egli aveva compreso a pieno i sogni dei tedeschi e voleva aiutarli a realizzarli (un po’ un consulente dell’epoca, quelli che oggi nelle pubblicità assicurano di realizzare i nostri desideri più disparati) … peccato avesse degli interessi secondarii e delle idee non molto tranquille che gli balenassero per la testa. Ad ogni modo, in pochi anni la Republik diviene nuovamente Reich (questo sì, il Terzo, il famoso di cui ancora oggi si parla molto) e, contro il divieto imposto, forma nuovamente un esercito, un’aviazione ed una marina efficienti: i Tedeschi sono tornati e sono pronti a reclamare il loro Lebensraum (spazio vitale, ndr) mostrando al mondo la purezza della loro vera razza; chiaramente tutte idee derivanti da Hitler, oramai divenuto Führer (condottiero, guida, l’equivalente italiano di duce, ndr).

Ci siamo, una nuova guerra, questa volta totale: la Germania si sente nettamente superiore al resto d’Europa ed ancora prima della guerra compie annessioni ed invasioni di territorio cui nessuno Stato osi contrapporsi se non in minima parte l’Italia mussoliniana tentando di moderare la politica espansionistica dell’alleato.

Tutti i fronti sono aperti, l’Europa è dilaniata per sei anni da un conflitto che era stato definito Blitzkrieg (guerra-lampo, ndr) ed i Tedeschi resistono, così come faranno gli inglesi –di cui però non ci occuperemo ora–, tengono duro fino all’ultimo; ma la fine del conflitto è peggiore di quanto avessero mai potuto sognare: Berlino, la loro amata Berlin è devastata ed occupata, rasa al suolo. Per timori, lo stato viene diviso in quattro settori di controllo alleato, lo stesso vale per la capitale.

Questa soluzione porterà alle “due Germanie”, il blocco orientale, la DDR (Deutsche Demokratische Republik, repubblica democratica tedesca, ndr) a controllo russo più il settore, sempre orientale di Berlino; il blocco occidentale, la BRD (Bundesrepublik Deutschland, repubblica federale di Germania, dicitura più aderente al termine originale, ndr) più il restante settore di Berlino … una situazione avvilente: uno stesso popolo separato fino ad essere praticamente impossibilitato a comunicare da una parte all’altra del confine geografico e reale tracciato.

Tutto cambia una notte, come tante altre … no, la storia agli uomini dà sempre un senso di vertigine, definire “una notte come le altre” quella notte di ottobre del 1989 in cui Wessis ed Ossis (vezzeggiativi con cui vengono vicendevolmente chiamati “quelli dell’ovest” e “quelli dell’est”, ndr) si abbracciarono, cantarono, piansero e picconarono assieme quel maledetto muro che per quasi trent’anni li aveva divisi gli uni dagli altri.

Ed il loro spirito? Sarà morto, sepolto, disintegrato dalle deturpazioni apportate dagli occupanti. NO! Sono ancora carichi, pieni di spirito e di vitalità: in meno di due anni si preparano per riportarsi in carreggiata come stato unitario e nel 1991 si ripresentano al mondo come Tedeschi della Bundesrepublik Deutschland, non che la parte occidentale abbia assorbito l’orientale, il nome è lo stesso di prima ma è nuovo nella forma ed in quanto rappresenta.

E dopo vent’anni di cammino eccoli, quei Tedeschi separati e divisi a guidare l’economia europea, a fare da traino, da motrice, da cuore pulsante di un progetto che hanno voluto abbracciare accantonando vecchie idee di grandezza e mettendosi semplicemente al servizio di una grande causa comune, una causa chiamata Europa.

Uno Stato che abbia vissuto traversie simili non è difficile da trovare … ma uno che si sia ripreso così tante volte e sempre con la stessa se non ancora più rinnovata energia? Un popolo che abbia voluto continuare, portare avanti il proprio progetto di Unità nazionale in maniera così determinata è da ammirare ed apprezzare, non temere.

Per questo dico che non v’è nulla di male se è sovente la Germania a prendere iniziative a livello europeo; l’Europa unita e funzionale è un obiettivo da raggiungere: la Germania cerca di dare a questo processo il miglior sviluppo nel minor tempo possibile, evitando ad ogni modo qualsiasi forma di errore, falla od incrinatura si possa presentare lungo il cammino.

La Germania crede nell’Europa, vorrebbe semplicemente vedere che gli organi e gli uffici che formano l’assetto amministrativo della Comunità funzionino realmente e siano riconosciuti da ogni Stato e sentiti da ogni cittadino europeo.

Oramai i Tedeschi hanno abbandonato la parte del leone insonne, agiscono quando necessario a spronare gli animi; e quando si mettono in gioco sono capaci di risultati sensazionali!

***


Post scriptum: Spero che l’inserimento dei termini in tedesco non abbia appesantito la lettura del testo; se così è stato, sono dispiaciuto ma non era mia intenzione. L’intento era quello di portare a conoscenza un pubblico il più possibile vasto di termini e modo di pensare (ogni termine di qualsiasi lingua cela sempre una percentuale della mentalità della stessa) della società tedesca.

Vorrei precisare inoltre che tedesco come aggettivo sottintende [di Germania], per gli altri Stati che parlino il tedesco, qui sostantivo ad indicare la lingua, esistono i relativi aggettivi nazionali!

Germania: tedesco

Austria: austriaco

Svizzera: svizzero

Liechtenstein: del Liechtenstein / Liechtensteinense*

*Dicitura tratta da Rete di eccellenza dell’italiano istituzionale Quinta giornata REI – Roma, 16 giugno 2008

Oggi vi proponiamo un articolo davvero molto interessante tratto dal sito de l’Espresso. L’autore è Michele Ainis, costituzionalista e collaboatore di diverse testate italiane. Buona lettura!

ANTIPOLITICA? NO, E’ RIBELLIONE    (di Michele Ainis)

In principio c’è un artificio semantico, una truffa verbale. “Antipolitica”, l’epiteto con cui la politica ufficiale designa questa nuova cosa. Marchio di successo, tant’è che digitandolo su Google si contano 780 mila risultati. Ma che cos’è l’antipolitica? Un sentimento becero, un vomito plebeo?

No, un inganno. L’ennesimo inganno tessuto dal sistema dei partiti. Perché mescola in un solo calderone il popolo di Grillo e il think tank di Montezemolo, le signore della borghesia milanese che hanno votato Pisapia e gli studenti in piazza contro la Gelmini, i dipendenti pubblici bastonati da Brunetta e gli imprenditori taglieggiati dall’assessore di passaggio. E perché con questa parola i politici definiscono l’identità altrui a partire dalla propria. Come facciamo ormai un po’ tutti, definendo extracomunitario il filippino o l’egiziano. Ma un siciliano non è un extrapiemontese, un indignato contro gli abusi della Casta non odia la politica, ne è piuttosto un amante deluso.

Ecco, gli Indignados. Ci sarà pure una ragione se il pamphlet di Stéphane Hessel ha venduto in Francia milioni di copie, se ha dato la stura a una protesta che divampa a Madrid come a Londra e a Berlino.

E a Roma? Innanzitutto riepiloghiamo i fatti. Marzo 2010: alle regionali il non voto, sommato alle schede bianche e nulle, tocca il 40%. Tanto che il Pdl, pur vincendo le elezioni, ottiene la fiducia esplicita di appena un italiano su 7. Maggio 2011: alle amministrative sfondano gli outsider, e con loro una nuova generazione di politici. Giovani e sfrontati come il cagliaritano Zedda, che replica l’esperienza del fiorentino Renzi. Ma l’emblema è Napoli. Dove al ballottaggio un cittadino su 2 marina le urne, mentre il 65% dei votanti sceglie un uomo fuori dai partiti, perfino il proprio: De Magistris. Giugno 2011: dopo 14 anni, dopo 24 consultazioni senza quorum, 4 referendum raggiungono il 55% dei suffragi. Nonostante il silenzio delle tv, nonostante il rifiuto d’accorparli alle amministrative, che ci costringe al terzo voto in quattro settimane, uno slalom. Infine il tam tam contro gli sprechi e i privilegi di cui godono, ormai da troppo tempo, Lorsignori.

A tendere l’orecchio, quest’orchestra ci impartisce una triplice lezione. Primo: il ritiro della delega. Gli italiani non ne possono più della loro classe dirigente, di questi mandarini appollaiati su un ramo dorato da vent’anni. La seconda Repubblica ha fallito: ne è nato un girotondo di sigle, di liste, di partiti, ma le facce no, quelle sono sempre uguali. Facce che nel primo decennio del 2000 ci hanno recato in dono la crescita più bassa d’Europa.

Per forza che ormai nessuno se ne fida: possono cantare in coro la Bohème, possono anche uscirsene con un’idea mirabolante, ma sono logori, senza credibilità. Secondo: un’istanza di democrazia diretta. In parte a causa del moto di sfiducia verso chi ci rappresenta nel Palazzo, in parte per una nuova voglia di decidere, d’impadronirci del futuro. Per darvi sfogo dovremmo rafforzare il referendum, abbattendo il quorum, affiancandogli quello propositivo, aggiungendo strumenti di controllo sugli eletti come il recall, la revoca anticipata del mandato. Terzo: il ritorno dell’opinione pubblica. O meglio della sua funzione critica, che è poi il sale delle democrazie moderne, come ha mostrato Habermas. Da qui parole d’ordine quali il dimezzamento dei parlamentari, delle province, di tutti gli enti, portenti e accidenti che ci teniamo sul groppone. Da qui la goffa rincorsa dei partiti, che a parole si dichiarano d’accordo, salvo rinviare ogni soluzione alle calende greche.

Insomma la Bella addormentata si è svegliata, liberando un’energia repressa troppo a lungo. Vi s’esprime una domanda d’eguaglianza, ma anche di ricambio, di legalità, di semplificazione dei labirinti pubblici nei quali ingrassano i professionisti del consenso. Sarà per questo, per esorcizzare il mostro, che i politici l’hanno chiamato “antipolitica”. Sbagliano: è un’energia tutta politica, quella che ribolle nella società italiana. Sbagliano due volte: ormai la vera antipolitica è la loro.

Oggi è un giorno pieno di retorica. Tanti di quelli che ogni giorno ripudiano o infangano col loro comportamento il nostro Paese (politici, imprenditori, autorità di vario genere) parteciperanno a celebrazioni, convegni e via dicendo. Altri, secondo una moda che ormai consolidata, sputano su questo anniversario, ne parlano male e fanno della facile demagogia, ritenendo che non ci sia nulla da festeggiare. Dicono che rispettare l’Italia vuol dire rendersi conto dei suoi problemi e delle sue contraddizioni, non celebrare il nulla.

Rispettare l’Italia è invee qualcosa di diverso da entrambi questi atteggiamenti. Rispettare l’Italia vuol dire essere onesti giorno per giorno, riconoscere quei problemi e quelle contraddizioni e cercare di risolverle, crescere in mezzo a tutte e difficoltà che abbiamo davanti, essere pronti a costruire qui la propria famiglia e il proprio futuro, impegnarsi e mettere del proprio per cambiare le cose. Vuol dire sentirsi uniti, trentini, siciliani, calabresi, toscani, immigrati, italiani.

Ma perchè fatichiamo così tanto a sentirci italiani, a sentire la nostra nazione, la nostra appartenenza ad essa? Da anni ci dicono e ripetono e fanno credere che nord e sud siano completamente diversi, opposti. Ma è sotto gli occhi di tutti come ormai siamo mescolati, che nel momento del bisogno da entrambe le parti arriva l’aiuto che serve. Siamo un popolo, abbiamo delle radici comuni. Cultura, letteratura, lingua esistevano secoli prima dell’Unità, ed intorno ad esse ci siamo stretti, come attorno ad un fuoco nelle sere d’inverno.

Negli anni del fascismo, poi, le idee di patria e di nazione sono state stravolte, infettate da un’ideologia autoritaria e malata, che ha fatto odiare agli italiani questi due termini, collegati alla repressione, all’imposizione. In più in questi anni ci siamo trovati davanti ad un massiccio revisionismo, che ha trasformato Risorgimento e Resistenza in due eventi mostruosi, durante i quali uomini cattivi e spietati hanno compiuto massacri e atrocità. Ogni percorso storico porta con sè, purtroppo, anche eventi negativi. Ed è inutile negare che Risorgimento e Resistenza abbiano conosciuto degli episodi atroci. Ma questo li svaluta, elimina il loro contenuto di ribellione all’oppressione, di libertà? La Rivoluzione francese è culminata nel Terrore, ma è celebrata come uno degli avvenimenti più importanti della storia. Non dimentichiamo come dal Risorgimento e dalla Resistenza siano nate le nostre possibilità odierne, la nostra libertà, la Costituzione, la Repubblica.

Infine, la politica in tutti questi anni (dalla DC in poi direi) ci ha offerto quasi sempre uno spettacolo desolante. Uomini piccoli e di poco conto (tranne alcune, grandi eccezioni) hanno fatto il loro comodo e stretto patti con il diavolo in nome del loro potere e della loro ricchezza, facendoci diffidare delle istituzioni e quindi dello Stato.

Per tutti questi motivi, sentirsi italiani è difficile. E festeggiare lo è ancora di più.

Festeggerei se pensassi che da domani le cose cambieranno; se noi giovani avessimo un futuro; se contasse davvero il merito; se i nostri militari tornassero dalle guerre; se la scuola insegnasse e preparasse alla vita; se avessi fiducia nella mia generazione; se guardare avanti fosse un po’ più facile; se sapessi di poter trovare un lavoro;se le mafie non avessero più forza ogni giorno. I se sono ancora tanti, troppi per essere elencati tutti.

E allora? Staremo a guardare, non proveremo nemmeno un po’ d’orgoglio, di gioia, di speranza? Lasceremo che la pioggia di oggi porti via con sè la consapevolezza che è grazie all’Unità d’Italia che abbiamo conquistato le libertà che prima non avevamo, sottomessi ai vari regni che straziavano al penisola? Ascolteremo l’Inno senza un briciolo di senso di appartenenza?

No. Io non lo farò. Festeggerò per la nostra Costituzione; per i grandi poeti, scrittori, artisti del passato e del presente; perchè grazie a loro e a tanti altri grandi uomini sono orgoglioso di essere italiano; perchè se anche il presente è difficile da celebrare e più facile da criticare, non esiste un presente senza un passato; perchè voglio crescere qui e, anche se spesso sono disilluso e non vedo come possa accadere, so che prima o poi le cose cambieranno. Festeggio perchè l’italiano è una lingua meravigliosa; perchè alla Lega dà fastidio; perchè c’è tanta gente onesta che non fa rumore; per la Resistenza e il Risorgimento; per la mia generazione, il mio futuro e le prossime generazioni; perchè si possano festeggiare in futuro i 200, 250 e 1000 anni dell’Unità d’Italia e perchè qualcuno possa sputare anche su quelli; perchè sono orgoglioso e felice di essere italiano.

Festeggio perchè uniti abbiamo qualche possibilità, da soli nessuna.

Sono stufo. Nauseato. Da quando seguo la politica e l’attualità in generale sento sempre e solo parlare dei processi di Berlusconi, dei reati di Berlusconi, delle troie di Berlusconi, delle ville di Berlusconi, delle frasi di Berlusconi, degli avvocati di Berlusconi, dei soldi di Berlusconi, delle alleanze di Berlusconi, della mafia di Berlusconi.

E poi delle alleanze del Pd, dei dissidi nell’Idv, dei falchi e delle colombe di Fli, dei corteggiamenti all’Udc, delle lamentele dei Radicali, degli arrestati dell’Udeur…

Sono stufo. Basta parlare di questi signori inutili. Anzi, dannosi. A causa loro in Italia non funziona nulla, non abbiamo credibilità, futuro, scuola, non creiamo niente, non cresciamo, non pensiamo nemmeno più. Questi parlano parlano parlano del nulla, solo di loro stessi, di concetti antichi. Sono legati ad ideologie superate da decenni. Sono in politica da quarant’anni. Quaranta! Hanno accumulato i soldi, rubandoli alla società, che noi non riusciremmo a vedere in un paio di vite intere! E tutto per non fare niente, se non inventarsi la prossima cazzata da dire davanti all’idiota di turno che metterà un microfono davanti alla bocca.

Lasciamoli perdere e si scioglieranno da soli. Non ascoltiamoli, non diamo loro voce. E spariranno. Perché in realtà non sono niente. Sono contenitori vuoti. Senza un megafono (televisioni, giornali, interviste) sono muti. Non dicono niente lo stesso. Spegnamoli per un po’. Basta!

Pubblichiamo oggi un articolo della nostra collaboratrice WhatsernaMe, ispiratole dal recente viaggio in Spagna. Buona lettura!

***

«Y chicas ¿Qué piensen los italianos de España?»

La domanda curiosa è di Rosa Peréz, una ragazza 31enne della Extremadura che 12 anni fa si è trasferita a Siviglia per frequentare l’Università e di conseguenza si è laureata in Filologia e Letteratura spagnola.

Da 5 anni insegna alla Giralda Center, scuola di spagnolo per studenti stranieri; così passeggiando per andare al Mercadillo di Calle Feria, le chiedo se questo lavoro le piace: sorridendomi, mi sbatte in faccia una verità di un fenomeno che sta condizionando parecchio anche l’Italia. «Sono stata fortunata perché, primo sono riuscita a trovare un lavoro, secondo è un lavoro che mi piace.»

Passando per vicoli e vicoletti, giungiamo in Calle Feria, dove ogni giovedì c’è questo mercato delle pulci dove si può trovare di tutto, da libri a specchietti delle macchine, da sedie a vestiti di flamenco. La gente, che secondo molti sarebbe appena uscita da Alcatraz, è spontanea, gentile e per niente arrabbiata con il mondo intero (a differenza degli italiani).

Così, in quest’atmosfera stranissima, continua la conversazione tra me e Rosa: cercando di tirare fuori il mio spagnolo migliore, le dico che gli iberici sono considerati aperti, socievoli e calorosi. Stando a Siviglia le confermo quanto detto, aggiungendo che soprattutto mi ha colpito il rispetto per le persone e la città stessa. La sua faccia è davvero sorpresa (e soddisfatta) e scherzosamente le dico che questa impressione probabilmente è dovuta al sentirsi tutti sudditi di un re.

A causa di un mio pregiudizio (ero convinta che i giovani spagnoli fossero contrari alla monarchia), mi ero preparata a vedere una una smorfia di disgusto, ma invece mi risponde che il re è molto ben visto, in quanto negli anni ‘60 suo padre stipulò con Francisco Franco un accordo nel quale era sancito che alla morte del dittatore, il figlio Juan Carlos andasse al potere.

Dopo una breve pausa di silenzio, a me vantaggiosa per riformare una domanda, le chiedo invece cosa ne pensano gli spagnoli di Zapatero. Stavolta la sua espressione di fa più cupa e scuote la testa: «Beh, Zapatero è stato una sorta di benessere per il mio Paese ma solo nei primi anni. Quando è stato eletto, ha pronunciato un discorso che ha lasciato a bocca aperta tutti gli spagnoli: ognuno di noi ha pensato che finalmente in Spagna potesse andare tutto bene. E così è stato con le nuove leggi che sono state introdotte, come la legge sull’indipendenza o i matrimoni tra gli omosessuali. Ma negli ultimi due anni sta sbagliando tutto. Ha introdotto una “reforma laboral” (riforma sul lavoro) che sta portando malessere tra la popolazione. Ha persino licenziato cinque ministri, i quali non sono stati in grado di fare bene il loro lavoro. E da voi in Italia non stanno facendo delle riforme?»

Non so se stia scherzando o è soltanto per curiosità personale, ma istintivamente sulle mie labbra compare un sorriso amaro, molto amaro.

«Non so se in Spagna è giunta questa notizia, ma in Italia si stanno facendo una serie di riforme che servono veramente a ben poco.»

Dal suo annuire capisco che qualcosa già sa.

«Per esempio – continuo – da due anni il governo sta distruggendo la scuola italiana. Il nostro ministro, Mariastella Gelmini, sta portando a un livello da paese del terzo mondo l’istruzione e la ricerca: ha tagliato i fondi per finanziare la scuola, ha ridotto le ore scolastiche, creando un altissimo tasso di disoccupazione; ha ridotto anche gli indirizzi di studi delle superiori e cancellato alcuni corsi di laurea. Per esempio, l’Università Statale di Milano è stata costretta a iniziare i corsi con quindici giorni di ritardo perché non ci sono i fondi per pagare i professori; oppure la scuola d’arte più famosa d’Italia un annetto fa era in procinto di chiudere perché non c’erano abbastanza professori e denaro. Direi che in Italia non siamo messi molto bene.»

«Lo stesso in Spagna, Miki. Ora che c’è la crisi il governo è incapace di risanarla»

« Si sente molto la crisi?»

Oramai io e Rosa ci siamo appostate in un bar e abbiano preso persino due succhi di frutta.

«Beh, vedi, la crisi si sente eccome. Da quando sono nata, non mi ricordo di una crisi così. Non c’è lavoro per nessuno e chi lo aveva, si è visto improvvisamente senza nulla e a vivere per strada» e indica un barbone che chiede l’elemosina, un altro che continua a dormire e un altro ancora che rovista nella spazzatura.

«Con la globalizzazione le fabbriche sono state trasferite all’estero, dove ovviamente la manodopera costa poco. Già all’inizio degli anni 90, il governo ha fatto chiudere dei cantieri navali (che erano l’unica fonte di lavoro) in Galicia, a Cádiz e a Sevilla. E nessuno è riuscito a fermare questo fenomeno: anzi, se vuoi gli è stata data una spinta quando tra il 1980 e il 1990 sono state privatizzate molte imprese e industrie. Ora è tutto allo sbaraglio. Capisci che nemmeno qui va proprio bene.»

Rimango un po’ sconcertata e incredula, soprattutto dopo che frugando nella mia cultura generale, ricordo che finita la dittatura franchista, la Spagna aveva avuto un boom economico pazzesco.

Ma il racconto di Rosa mi stupisce ancora di più: la maggior parte del boom economico era dovuto ad attività e imprese illegali, che basavano la loro ricchezza sul lavoro in nero. In testa c’erano le imprese edili, che costruivano edifici in tempi record, senza garantire i diritti di sicurezza e degli operai, pagandoli praticamente a cottimo. Ma queste imprese sono state le prima a crollare non appena l’odore di crisi ha cominciato a diffondersi per tutto il Paese. Ed ecco come di conclude la situazione economica spagnola attuale.

«Sai mi sembra che tu viva in Italia e che mi stessi raccontando la stessa storia, ma in una lingua diversa»

Purtroppo è un altro dito che affonda nella piaga: anche lei ammette la gravità della situazione, aggiungendo che il mio Paese è spaccato in due parti distinte ma che non si possono affrontare in quanto sarebbe una battaglia persa in partenza dai più deboli, quelli di un’Italia migliore.

Certo, le rispondo, sono più forti perché in Italia funziona che chi è disonesto, vince. Il governo italiano è formato da un capo supremo, attorniato da ministri che hanno almeno commesso un reato.

«¡No es posible!»

« No, no, è possibilissimo! Anzi se tu sei una persona onesta, non puoi entrare in politica.»

A Rosa viene solo da sorridere e scuotendo la testa dice che la Spagna non è messa bene, ma almeno chi non lavora bene se ne va a casa.

Veniamo fermate da un urlo di una venditrice che guadagna la sua giornata e ogni minuto che passo in questo mercadillo è sempre più strano, divertente e coinvolgente.

«Pero ahora tienes una mala imágen de Italia» (però ora hai una pessima immagine dell’Italia)

«no no anzi, io vorrei vivere in Italia! Avete paesaggi magnifici, l’arte che vi invidia tutto il mondo, per non parlare della gente e della cucina: meravigliosi!»

È già un passo avanti che non abbia detto “Pizza, mandolino e mafia” ma mi tocca metterla in guardia sulla mancanza di un futuro, specialmente per i giovani.

«Senti – mi dice – ne vogliamo parlare? In Spagna c’è il 60% di giovani che hanno diritto al lavoro e solo il 20% ce l’hanno, ma è tutto precariato. Nessuno può costruirsi una famiglia, può comprare cosa, può avere una vita propria. Questo secondo te è avere un futuro?»

Beve praticamente a goccia il succo e rimane in silenzio. Immediatamente si scusa per lo sfogo, dicendo che è molto arrabbiata per questa situazione in quanto coinvolge molti suoi amici e conoscenti.

Faccio spallucce e non riesco ad aggiungere niente. O meglio vorrei chiederle molto altro però i suoi movimenti mi fanno capire che il tempo scarseggia e che la scuola ci aspetta.

Infatti si alza e va al bancone per pagare, ma dopo torna da me, mi viene vicino e mi dice: «¡Hey chica no te preocupes! Vedrai che anche in Italia tutto si sistemerà. In Spagna è successo dopo 20 anni. Ormai tutti sono stufi e quando sentirò al telegiornale che in Italia ci saranno manifestazioni su manifestazione, io penserò a te e tu penserai a me.»