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Io credo che tutte queste discussioni su Beppe Grillo, tutto questo domandarsi se la sua sia politica, antipolitica, follia, lungimiranza o altro siano francamente inutili. Inutili e ripetitive, visto che riemergono ogni volta che il comico genovese fa un comizio o compare da qualche parte.

Come ho già detto più volte, si può criticare Grillo, si deve farlo (e ci mancherebbe). Si può farlo per i metodi, i contenuti, i toni, per quello che si vuole. Ma per favore, basta con questa cazzata dell’antipolitica.

Antipolitica è chi ruba soldi pubblici utilizzando i “rimborsi elettorali” per comprare lauree e rifare il naso al figlio; è distruggere la credibilità dello Stato e delle sue istituzioni con comportamenti indegni e indecenti (con buona pace dell’art. 54 della Costituzione);  è accettare mazzette e favori per fare il proprio dovere, nonostante stipendi faraonici; è averci portato nel baratro ed ora strillare contro Monti che deve prendere provvedimenti impopolari (pur sbagliando, in certi casi); è usare il proprio potere per fare favori ad amici e parenti; è essere da venti, trenta, quarant’anni in Parlamento e non avere concluso nulla; è fare finta di opporsi ma stringere accorsi sottobanco.

Tutto questo (e molto, molto altro) è antipolitica. Di tutto si può accusare il Movimento 5 Stelle (che è composto da ragazzi e ragazze impegnati e non sostenuti dal sistema, non da Grillo), tranne che di essere parte di questo marciume e di non avanzare proposte concrete. Ripeto, si può essere d’accordo o no, come con tutti. Ma per favore, per favore: basta con le prediche di chi, senza vergogna, si erge oggi a difensore della politica, dopo averla utilizzata per i suoi comodi per anni.

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Oggi vi proponiamo un articolo davvero molto interessante tratto dal sito de l’Espresso. L’autore è Michele Ainis, costituzionalista e collaboatore di diverse testate italiane. Buona lettura!

ANTIPOLITICA? NO, E’ RIBELLIONE    (di Michele Ainis)

In principio c’è un artificio semantico, una truffa verbale. “Antipolitica”, l’epiteto con cui la politica ufficiale designa questa nuova cosa. Marchio di successo, tant’è che digitandolo su Google si contano 780 mila risultati. Ma che cos’è l’antipolitica? Un sentimento becero, un vomito plebeo?

No, un inganno. L’ennesimo inganno tessuto dal sistema dei partiti. Perché mescola in un solo calderone il popolo di Grillo e il think tank di Montezemolo, le signore della borghesia milanese che hanno votato Pisapia e gli studenti in piazza contro la Gelmini, i dipendenti pubblici bastonati da Brunetta e gli imprenditori taglieggiati dall’assessore di passaggio. E perché con questa parola i politici definiscono l’identità altrui a partire dalla propria. Come facciamo ormai un po’ tutti, definendo extracomunitario il filippino o l’egiziano. Ma un siciliano non è un extrapiemontese, un indignato contro gli abusi della Casta non odia la politica, ne è piuttosto un amante deluso.

Ecco, gli Indignados. Ci sarà pure una ragione se il pamphlet di Stéphane Hessel ha venduto in Francia milioni di copie, se ha dato la stura a una protesta che divampa a Madrid come a Londra e a Berlino.

E a Roma? Innanzitutto riepiloghiamo i fatti. Marzo 2010: alle regionali il non voto, sommato alle schede bianche e nulle, tocca il 40%. Tanto che il Pdl, pur vincendo le elezioni, ottiene la fiducia esplicita di appena un italiano su 7. Maggio 2011: alle amministrative sfondano gli outsider, e con loro una nuova generazione di politici. Giovani e sfrontati come il cagliaritano Zedda, che replica l’esperienza del fiorentino Renzi. Ma l’emblema è Napoli. Dove al ballottaggio un cittadino su 2 marina le urne, mentre il 65% dei votanti sceglie un uomo fuori dai partiti, perfino il proprio: De Magistris. Giugno 2011: dopo 14 anni, dopo 24 consultazioni senza quorum, 4 referendum raggiungono il 55% dei suffragi. Nonostante il silenzio delle tv, nonostante il rifiuto d’accorparli alle amministrative, che ci costringe al terzo voto in quattro settimane, uno slalom. Infine il tam tam contro gli sprechi e i privilegi di cui godono, ormai da troppo tempo, Lorsignori.

A tendere l’orecchio, quest’orchestra ci impartisce una triplice lezione. Primo: il ritiro della delega. Gli italiani non ne possono più della loro classe dirigente, di questi mandarini appollaiati su un ramo dorato da vent’anni. La seconda Repubblica ha fallito: ne è nato un girotondo di sigle, di liste, di partiti, ma le facce no, quelle sono sempre uguali. Facce che nel primo decennio del 2000 ci hanno recato in dono la crescita più bassa d’Europa.

Per forza che ormai nessuno se ne fida: possono cantare in coro la Bohème, possono anche uscirsene con un’idea mirabolante, ma sono logori, senza credibilità. Secondo: un’istanza di democrazia diretta. In parte a causa del moto di sfiducia verso chi ci rappresenta nel Palazzo, in parte per una nuova voglia di decidere, d’impadronirci del futuro. Per darvi sfogo dovremmo rafforzare il referendum, abbattendo il quorum, affiancandogli quello propositivo, aggiungendo strumenti di controllo sugli eletti come il recall, la revoca anticipata del mandato. Terzo: il ritorno dell’opinione pubblica. O meglio della sua funzione critica, che è poi il sale delle democrazie moderne, come ha mostrato Habermas. Da qui parole d’ordine quali il dimezzamento dei parlamentari, delle province, di tutti gli enti, portenti e accidenti che ci teniamo sul groppone. Da qui la goffa rincorsa dei partiti, che a parole si dichiarano d’accordo, salvo rinviare ogni soluzione alle calende greche.

Insomma la Bella addormentata si è svegliata, liberando un’energia repressa troppo a lungo. Vi s’esprime una domanda d’eguaglianza, ma anche di ricambio, di legalità, di semplificazione dei labirinti pubblici nei quali ingrassano i professionisti del consenso. Sarà per questo, per esorcizzare il mostro, che i politici l’hanno chiamato “antipolitica”. Sbagliano: è un’energia tutta politica, quella che ribolle nella società italiana. Sbagliano due volte: ormai la vera antipolitica è la loro.

Ascoltando stamattina Lateral su Radio Capital, ho sentito Luca Bottura parlare di un articolo di Marco Bracconi sul blog di Repubblica, a proposito del risultato del Movimento 5 Stelle, fondato dal comico genovese Beppe Grillo.

Bracconi propone alla sinistra una riflessione sul perché di questi voti che sembrano provenire dall’area degli astenuti e da alcune aree del centrosinistra deluso. I grillini dicono che il loro è un voto di protesta, e hanno una grande volontà nel cercare di cambiare le cose, forza di cui vanno fieri e con la quale vogliono cercare di cambiare davvero il paese, stando anche ai loro slogan. Dall’altra parte c’è però il fatto che non sembra vogliano discutere con nessuno.

La questione sollevata da Bracconi quindi è: si può discutere o no con un partito che spesso viene bollato (a torto?) come “l’antipolitica” (che brutta espressione…) e il cui rappresentante è solito insultare e dare del “morto” ad ogni altro politico? O piuttosto si dovrebbe cercare di discutere e parlare con i suoi elettori, con le persone?

I commenti all’articolo sono moltissimi, e spesso abbastanza surriscaldati, specie perché Bracconi definisce il Movimento come “qualunquista“.

Io penso che la politica dovrebbe essere ad un livello più basso, cioè tra cittadini, tra le persone, non un movimento che parta dai partiti e poi, sono in un secondo momento, si ricordi che ci sono anche le persone. Politica non dovrebbe essere definirsi di destra o di sinistra o di centro o antipolitico. Dovrebbe essere semplicemente una valutazione obiettiva delle iniziative, delle idee utili, e soprattutto dei principi fondamentali che ogni schieramento intende esprimere e difendere. Il raggruppamento in “aree politiche” è utile per orientarsi forse, ma per lo stesso motivo si rischia di scegliere la via comoda dell’abitudine, arroccandosi su una definizione di sé che non ascolta più le posizioni altrue.

Sinceramente ho l’impressione che molti grillini siano così contenti delle belle idee e degli ottimi propositi del proprio Movimento che sentono la coscienza a posto, tanto da pensare di poter proseguire nella loro strada da soli, convinti di cambiare le cose senza ascoltare chi crede e si riconosce in altri partiti (di qualunque scheramento, i “morti” secondo Grillo), ma spesso lamentandosi della politica che non funziona per il “magna magna” e la corruzione.

La politica non funziona anche quando non c’è dialogo.