Archivio per ottobre, 2011

Trovato su ilfattoquotidiano.it, nel blog FQ Londra, vi propongo un articolo di Michela Insegna, studentessa di giornalismo nella capitale inglese. Parla di alcune pratiche e strutture di sostegno e aiuto ai giovani che cercano di entrare nel mondo del lavoro: dagli incontri con le società alle lezioni per prepararsi ai colloqui di lavoro, fino alla questione del curriculum vitae…

*

Non è un nuovo slogan pubblicitario, né il titolo di un film. A parte i più conosciuti club universitari, ovvero quelle società a tema, diffuse un po’ in tutto il mondo anglosassone, dal club esclusivo di vela a quello di meditazione e yoga, dalla società per gli appassionati di ciclismo al volontariato, che consentono agli studenti di socializzare in modo intelligente e coltivare una passione al tempo stesso,l’università inglese offre inclusi nel pacchetto formativo corsi di preparazione diretta all’inserimento nel mondo del lavoro.

“How to improve your cv in 30 minutes”, come migliorare il tuo curriculum in 30 minuti. “Come prepararsi ad un colloquio di lavoro evitando di cadere negli errori più banali”, o “Psicologia: 30 minuti per scoprire le tue potenzialità”. O ancora, gli atenei organizzano incontri diretti con alcune tra le big society alla ricerca di giovani da arruolare (la Royal Bank of Scotland, ad esempio). In una società sana, quale posto migliore dell’università per proporre posti di lavoro alla nuova classe impiegatizia del futuro?

C’è un centro apposito che si occupa del futuro degli studenti universitari. Si chiama Career and Employment Student Service, aperto tutti i giorni dalle 9 alle 5. Ora, vi pongo una domanda. Studenti universitari italiani, avete mai sentito parlare di nulla di simile? Io dei miei studi romani riesco a ricordare solo uffici fantasma, leggendarie figure di responsabili di segreterie didattiche mai disponibili e impiegati poco cordiali. Eppure vi assicuro io, attualmente studentessa di giornalismo a Londra, che il master non mi costa nulla di più che in una qualunque università pubblica italiana.

Il Career Student Service organizza tutto questo in un fitto programma di eventi, lezioni e seminari che puoi frequentare a tuo vantaggio, anche tutti, con l’unico obbligo di prenotare in anticipo, tanto per evitare di ritrovarsi seduti per terra. Al prezzo di un semplice click del mouse sul pulsante “Book the event”, facile come bere un bicchier d’acqua, e sinceramente molto più utile che non ingoiare milioni di volumi nozionistici e ore china sui libri. Perché la preparazione e lo studio sono importanti, ma lo sono anche la coscienza delle proprie possibilità e del tuo futuro. L’obiettivo dell’università dovrebbe essere quello di creare una generazione di giovani pronti a prendersi il loro posto nella società e sostituire l’attuale classe dirigente. Quella inglese è solo una bozza imperfetta, ma per lo meno, ci prova.

Fuori da un’aula mi imbatto casualmente in un ragazzo dall’aria socievole, lo prendo per un mio compagno di corso. E invece scopro che si tratta di un professore di Geografia umana di 30 anni, con contratto, e il mio pensiero non può che andare a tutti quei ricercatori italiani over 40 che, ahimè, sono ancora dei disoccupati cronici con rimborso spese e buoni pasto. Cammino per il centro di Londra alla ricerca di una copisteria dove stamparmi alcune copie del mio cv, pronte per la distribuzione. Entro in un negozio, mi vengono rivolte alcune domande sul tipo di stampa che intendo fare. Non capisco subito: così mi reco alla cassa a pagare le stampe, e – udite udite – mi viene detto che non c’è nulla da pagare, anzi sono invitata a stampare quante più copie del curriculum ho bisogno! Si tratta infatti di un centro specializzato nell’aiutare i giovani a trovare lavoro. Ancora, non avevo mai sentito nulla del genere. Potete immaginarvi che la sottoscritta, nonostante viva a Londra da un po’, di fronte a scoperte come questa, ha ancora l’espressione di chi cade dalla montagna del sapone.

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DEMOCRAZIA: UNA TRUFFA DA ABBATTERE AL PIU’ PRESTO  

di Massimo Fini   (da La voce del Ribelle n°35-36 di settembre 2011)

Non è più il tempo delle parole. È venuto quello della violenza. Non intendo, naturalmente, la violenza terroristica. Del terrorismo ne abbiamo avuto abbastanza, in Italia, negli anni Settanta e nei primi Ottanta, un terrorismo favorito dall’inerzia e a volte dalla complicità, soprattutto di una parte del Partito socialista, della classe dirigente che non fece nulla per combatterlo finché uccideva gli stracci, agenti di custodia, vigili urbani, operai, baristi, e si svegliò solo dopo il sequestro e l’assassinio di Aldo Moro quando si rese conto che anche i propri esponenti, e non solo cittadini comuni, potevano esserne colpiti.

Oltretutto quel terrorismo cavalcava un’ideologia morente, il marxismo-leninismo, che si sarebbe dissolto di lì a pochi anni col crollo dell’Unione Sovietica. In ogni caso il terrorismo, oltre a rafforzare le classi dirigenti che dice di voler combattere, non è moralmente accettabile se non quando si rivolge contro truppe straniere che occupano il territorio nazionale, come avviene in Afghanistan e come fu quello della resistenza italiana peraltro ininfluente, a differenza di quella afgana, dal punto di vista militare.

La violenza di cui parlo qui è quella di massa, non armata ma disposta a lasciare sul terreno qualche morto, com’è stata quella tunisina che nel giro di due soli giorni ha spazzato via il dittatore Ben Alì. La violenza di massa, di popolo, è giustificata, anzi resa necessaria, da tre elementi. Il primo è generale. Gli altri due riguardano precisamente l’Italia.

1) La democrazia rappresentativa, come credo di aver dimostrato in “Sudditi. Manifesto contro la democrazia”, non è la democrazia, ma un sistema di oligarchie, politiche ed economiche, che schiacciano il singolo, colui che conserva quel tanto di rispetto di sé, dal rifiutare gli umilianti infeudamenti a una di queste mafie, e che sarebbe il cittadino ideale di una democrazia, se esistesse davvero, e ne diventa invece la vittima designata.

2) Nelle altre democrazie occidentali questa sostanza di fondo viene mascherata con un rispetto delle forme della democrazia. Non è molto, ma è perlomeno qualcosa perché, come diceva La Rochefoucauld, “l’ipocrisia è il prezzo che il vizio paga alla virtù”. In Italia sono saltate anche le forme della democrazia. Si accetta, come cosa naturale, che delinquenti, criminali, troie siano i nostri cosiddetti rappresentanti. E la nostra libertà si riduce a scegliere, ogni cinque anni, da quale delinquente o puttana preferiamo essere comandati. Che questa classe dirigente, di maggioranza ma anche di opposizione, non faccia più nemmeno finta di occuparsi del bene collettivo ma pensi solo ad autoperpetuarsi lo si è visto con chiarezza in questa crisi economica. È stato tutto un azzuffarsi per scaricarsi l’un l’altro responsabilità che sono, sia pur in misura diversa, di tutti e per ritagliarsi ulteriori microfettine o macrofettone di potere. Mentre agli italiani, anche e soprattutto a quelli che hanno lavorato onestamente tutta una vita, si chiedevano altri sacrifici, costoro si tenevano ben stretti i propri privilegi. Noi, per questa classe di parassiti profumatamente pagati per non fare assolutamente nulla, come i nobili dell’ancien régime, non siamo che asini al basto, pecore da tosare.

3) Poi c’è il fenomeno Berlusconi. Un presidente del Consiglio che definisce il Paese che ha governato per dieci anni “un Paese di merda” non lo si era ancora mai visto, sotto nessuna latitudine. Ci aspettavamo quindi un sussulto, un soprassalto di dignità da parte degli italiani. Non per un malinteso senso di orgoglio nazionale, ma perché, quell’espressione offende tutti noi, uomini e donne, singolarmente presi, dandoci dei “pezzi di merda“. Ci aspettavamo quindi che gli italiani scendessero in strada, non per il solito e inconcludente sciopero alla Camusso, ma per dirigersi, con bastoní, con randelli, con mazze da baseball, con forconi verso la villa di Arcore o Palazzo Grazioli o qualsiasi altro bordello abitato dall’energumeno, per cercare di sfondare i cordoni di polizia e l’esercito privato da cui, come un signorotto feudale, si fa proteggere, per dargli il fatto suo. Invece la cosa, di una gravità inaudita, è passata come se nulla fosse.

Anzi sul sito del Corriere della Sera Pierluigi Battista ha difeso Berlusconi affermando che dire che “l’Italia è un Paese di merda” non è reato.

Che c’entra? Non tutte le cose che hanno rilevanza politica sono reati. Se un premier dicesse “da oggi tutti gli stipendi sono dimezzati” nemmeno questo sarebbe un reato, ma non per ciò i cittadini perderebbero il diritto di difendersi. Fino a quando tollereremo che questo mitomane schizoide, questa faccia di bronzo, questa faccia di palta, questa faccia di merda, questo corruttore di magistrati, (nessuno crederà, sul serio, che Prevìti abbia pagato in proprio il giudice Metta per “aggiustare” il Lodo Mondadori a favor di Fininvest), corruttore di testimoni (Mills), corruttore della Guardia di Finanza, concussore della polizia (caso Ruby), creatore dí colossali “fondi neri”, campione dell’evasione e dell'”elusione”, ci insulti impunemente e altrettanto impunemente violi quelle leggi che noi cittadini siamo chiamati invece a rispettare?

Ma, in fondo, Berlusconi è utile. Perché, con la sua arroganza, con la mancanza di qualsiasi prudenza, smaschera la sostanza della democrazia, di qualsiasi democrazia: impunità per i membri delle oligarchie dominanti, “in galera subito e buttare via le chiavi” per i reati da strada che son quelli commessi dai poveri cristí. La solita, vecchia, cara, schifosa giustizia di classe.

Le democrazie rappresentative vanno quindi abbattute. E non è affatto necessario, come le oligarchie dominanti vogliono far credere per poter continuare a ruminare in tranquillità i propri privilegi, che siano seguite da dittature. Sí può pensare a sistemi comunitari, a una sorta dì feudalesimo senza feudatari, o ad altro. Comunque cominciamo a liberarci di questo sistema. Ciò che verrà dopo si vedrà. Quello che non è più possibile tollerare è continuare a star seduti, come se nulla fosse, su una truffa che dura da due secoli.

Leggo, copioincollo e pubblico da Piovonorane.it.

Ieri il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, in occasione della 61 giornata per le vittime degli incidenti sul lavoro, ha inviato un messaggio al Presidente dell’Anmil, dicendo che «gli infortuni e le morti sul lavoro costituiscono un fenomeno sempre inaccettabile (…) e non può abbassarsi la guardia riducendo gli investimenti nel campo della prevenzione e della sicurezza sul lavoro».

Prontamente il ministro del Lavoro Maurizio Sacconi ha risposto «la guardia resta alta (…) fosse anche uno solo non saremmo soddisfatti».

C’è da chiedersi con che faccia Sacconi facia un’affermazione del genere, quando il governo Berlusconi (in primis il suo ministero) ha stravolto il Testo unico la sicurezza sul lavoro (Dlgs 81/08) voluto dal governo Prodi,dimezzando le sanzioni ai datori di lavoro, rinviando per due anni l’obbligo della valutazione dei rischi da stress lavoro correlato, prorogando di 90 giorni la redazione del documento di valutazione dei rischi (DVR) per le nuove imprese, posticipando l’applicazione della legislazione in materia di protezione della salute e sicurezza sul luogo di lavoro per le persone appartenenti a delle cooperative sociali e a delle organizzazioni di volontariato della protezione civile, prorogando il termine per completare l’adeguamento alle
disposizioni di prevenzione incendi per le strutture ricettive turistico – alberghiere con oltre 25 posti letto, deresponsabilizzando i datori di lavoro in caso di delega e sub delega (salva-manager), non facendo nulla per aumentare i controlli ispettivi delle Asl in materia di sicurezza sul lavoro, che hanno un personale ispettivo ridotto all’osso, mentre le aziende da controlla sono circa 6 milioni.

Inoltre come dimenticare poi il ‘libro unico del lavoro’ che sostituisce ‘libro matricola’ . E le regolarizzazioni, che ora si fanno ogni 20 giorni o più, quindi “armi spuntate” a chi fa controllo sui contratti, cioè la Direzione Provinciale del Lavoro (DPL), il Decreto 112/08 che ha tolto le violazioni dulla durata del lavoro come causa di sospensione dell’attività produttiva (sull’autostrada fanno turni di 12 ore).

Benissimo ha fatto il Presidente della Repubblica a richiamare tutti alla proprie responsabilità, e spero sinceramente che il messaggio sia arrivato.

La tragedia di Barletta dove sono morte cinque operaie: Matilde Doronzo, 32 anni, Giovanna Sardaro, 30 anni, Antonella Zaza, 36 anni, Tina Ceci, 37 anni, Maria Cinquepalmi 14 anni, ha riacceso i riflettori sul dramma delle morti sul lavoro, troppo spesso dimenticate e troppo spesso sottostimate nei dati Inail, perché non tengono conto dei lavoratori che non sono assicurati, cioè quelli in nero e i pensionati.

L’Inail ci dice che nei primi 6 mesi del 2011 ci sono stati 428 morti sul lavoro, lo 0,7% in meno ai primi 6 mesi del 2010.

Mentre l’Osservatorio Indipendente di Bologna, diretto da Carlo Soricelli, ci dice che dall’inizio dell’anno al 9 Ottobre 2011 ci sono stati 514 morti, erano 453 il 9 ottobre del 2010, l’aumento è dell’ 11,9%, se poi ci aggiungiamo i lavoratori morti in itinere, si arriva ad oltre 830 morti sul lavoro.

Passata l’indignazione iniziale di politici, sindacati, istituzioni dopo le morti sul lavoro, non cambia mai nulla, ed il triste bollettino di guerra sul lavoro continua inesorabile.

In un paese civile, la sicurezza sul lavoro verrebbe insegnata nelle scuole.

Ci sarebbe il carcere per tutti gli imprenditori che sono responsabili di tutte queste morti sul lavoro e non pene irrisorie o peggio la prescrizione.

Ci sarebbero i controlli per punire le aziende che violano le norme per la sicurezza sul lavoro.

La Confindustria non griderebbe alla repressione ogni volta che si parla di aumentare i controlli e le pene per le aziende che violano la sicurezza

Il tesoretto Inail da 15 miliardi di euro verrebbe utilizzato per dare delle rendite dignitose (e non da fame) ai familiari delle vittime del lavoro e agli invalidi, invece di utilizzarlo per ripianare i debiti dello Stato.

Le morti sul lavoro verrebbero chiamate omicidi sul lavoro e non “morti bianche” o tragiche fatalità.

Intanto, domani, altri 3/4 lavoratori non faranno più ritorno a casa

Marco Bazzoni
Operaio metalmeccanico e Rappresentante dei lavoratori per la sicurezza, Firenze

Proprio così, questa non è un’invocazione disperata di qualche comune cittadino ad un supereroe dei fumetti, bensì l’invito lanciato da Mario Monti, ex commissario europeo per la Concorrenza sino al 2004, sul Financial Times di Venerdì 29 settembre 2011.

Ma cosa ha spinto Monti a lanciare un così accorato appello al popolo tedesco?

L’invito, forse più una sorta di ordine o direttiva camuffati da invito, è stato espresso in merito alla débâcle economica che da mesi sta travolgendo il Vecchio continente e che rischia di far naufragare il sogno dell’Europa unita; nella Germania, quindi, viene riconosciuta la potenza economica che può maggiormente garantire serietà e stabilità ad un progetto che rischia di collassare da un momento all’altro.

Proprio il 29 settembre il Bundestag, la camera bassa del Parlamento tedesco, ha approvato l’ampliamento del fondo salva-stati con una sorprendente maggioranza: su 620 deputati federali hanno votato sì in 523 (considerato che l’attuale maggioranza di Governo di Angela Merkel conta una maggioranza di 315 deputati); un risultato non da poco, numeri che, in Italia, sono difficilmente raggiungibili … specie se si tiene conto che tra i voti favorevoli enumerati compaiono, oltre alla formazione di Governo attualmente costituita da CDU (Christlich Demokratische Union Deutschlands, partito cristiano-cattolico, da cui “proviene”Angela Merkel), CSU (Christlich-Soziale Union in Bayern e. V., partito cristiano conservatore bavarese) e  FDP (Freie Demokratische Partei, partito dei liberali), hanno dato il proprio voto favorevole altri partiti al di fuori della coalizione di maggioranza, come SPD (Sozialdemokratische Partei Deutschlands, partito socialdemocratico) e Grüne (Bündnis 90/Die Grünen, partito dei Verdi tedesco).

Per il no, oltre ad una quindicina tra liberali e democristiani, i radicali della LINKE, partito populista ed antioccidentale.

La Germania sposa quindi la causa Europa e mette sul piatto un ampliamento del Fesf (Fonds européen de stabilité financière o per preferirlo al “più internazionale” inglese Efsf: European Financial Stability Facility) a 440 miliardi di euro, 211 dei quali sarà la stessa a metterli di tasca propria! Una causa nobile, la salvaguardia dell’Unione Europea e di conseguenza dell’euro, finanziata da una coesione che, ancora una volta, lo stato Mitteleuropeo più “pesante” a livello internazionale  ha saputo mostrare al mondo intero; sì, perché l’ottima nuova tedesca incrociandosi con una nuova giungente da New York secondo cui il Pil (Prodotto interno lordo, ndr) USA sarebbe salito dell’1,3% nel secondo trimestre, potendo aspirare ad un 2% entro la fine di quest’anno, e le richieste per sussidi di disoccupazione sarebbero calate per un numero pari a circa 37mila unità (attestandosi ora a livello 391mila) hanno fatto volare le borse, facendo tirare un sospiro di sollievo in questo clima anche troppo nero.

Questo il quadro ai giorni nostri; ora la realtà, la quotidianità: dobbiamo avere paura della Germania? Molti articoli di giornale nei mesi scorsi riportarono il timore di vedere l’Unione Europea trasformarsi in una grande confederazione germanica dato che, non differendo la situazione di molto da ora, era prevalentemente la Germania a dettare le linee guida per mantenersi saldamente in piedi in questo periodo di crisi e per cercare di non far tracollare l’euro. Parecchi videro questa mossa come una sorta di colpo di mano da parte di “Angie”, così come qualcuno sembri vezzeggiarla, alle convenzioni direttivistiche dell’Unione; quanto dimostrato in questi mesi dalla Bundeskanzlerin (cancelliera federale; bund- in tedesco può essere adottato come prefisso dal significato di “federale”, originato da una radice che indica il senso d’insieme, ndr) è la pura realizzazione del sogno Europa: vedere finalmente una Comunità attiva, viva, vera e soprattutto funzionante!

Sarò credibilmente di parte in quanto sto per scrivere ma ritengo che a fine ragionamento si potrà raggiungere un comune punto d’arrivo.

La Germania è uno Stato cui non piace ridere, scherzare e giochicchiare troppo a lungo; all’inizio bene, per rompere il ghiaccio o per avviare la macchina che bisogna far muovere, successivamente esige serietà. Questo Merkmal (tratto distintivo, ndr) è eredità di oltre un secolo di traversie per cui lo Stato tedesco è passato: la sua storia è senza ombra di dubbio molto antica ma per la nostra analisi accontentiamoci di partire dalla data cardine del 1871, anno in cui la “Germania” (tra virgolette, poiché parlare propriamente di Germania sarebbe incorretto nonché anacronistico) viene unificata come moderno stato nazionale col nome di Deutsches Kaiserreich (impero tedesco,conosciuto col nome di Secondo Reich, ndr) –volendo ben notare, lo stesso anno coincide con una ricorrenza della nostra storia nazionale: nel 1871 infatti la capitale del giovane Regno sabaudo viene ufficialmente spostata da Firenze a Roma come conseguenza della Breccia di Porta Pia, avvenuta appena una anno avanti–.

Sotto la guida attenta dei Kaiser guglielmini e del celeberrimo Reichskanzler Otto von Bismarck il Reich vide fiorire la propria economia ed incrementare il proprio peso politico sulla scena internazionale, prima europea e successivamente mondiale.

La stabilità inizia a terminare con l’abbandono della scena politica da parte di Bismarck e  terminerà nel 1918 alla fine della Grande guerra, quando Wilhelm II sarà costretto ad abdicare a causa della rivoluzione di quell’anno. La prima guerra mondiale presenta sulla scena uno Stato che si sente molto sicuro di se, tanto da dichiarare guerra all’Europa (anche se, ovviamente, il primo a dichiarare guerra fu l’Impero austro-ungarico). Ne esce provato lo sconfitto Reich, così segnato da, appunto, dissolversi sull’onda di moti popolari e lasciare spazio alla Weimarer Republik (repubblica di Weimar, ndr); una Repubblica che nasce già con gravi problemi d’affrontare: ingenti riparazioni di guerra, condizioni di pace insostenibili, svalutazione del Marco … una crisi che precede quella del Ventinove; senza contare ovviamente l’avvilimento morale nel vedere le celeberrime Alsazia e Lorena cedute alla rivale Francia. A qualche anno dalla conclusione della guerra ci si rende conto che le condizioni alle quali è stata sottoposto lo sconfitto Reich sono realmente insostenibili e vengono dunque allentante, generando un vero e proprio boom economico tedesco. Tutto sembra andare meglio di prima, finalmente si può riprendere a camminare –i Tedeschi non si danno mai per vinti!

Nel frattempo comincia a nascere ed a propagarsi un movimento politico-sociale chiamato NSDAP (Nationalsozialistische Deutsche Arbeiterpartei, partito nazionalsocialista tedesco dei lavoratori, meglio conosciuto in seguito come partito nazista, ndr) guidato da un certo austriaco di nome Adolf Hitler: egli aveva compreso a pieno i sogni dei tedeschi e voleva aiutarli a realizzarli (un po’ un consulente dell’epoca, quelli che oggi nelle pubblicità assicurano di realizzare i nostri desideri più disparati) … peccato avesse degli interessi secondarii e delle idee non molto tranquille che gli balenassero per la testa. Ad ogni modo, in pochi anni la Republik diviene nuovamente Reich (questo sì, il Terzo, il famoso di cui ancora oggi si parla molto) e, contro il divieto imposto, forma nuovamente un esercito, un’aviazione ed una marina efficienti: i Tedeschi sono tornati e sono pronti a reclamare il loro Lebensraum (spazio vitale, ndr) mostrando al mondo la purezza della loro vera razza; chiaramente tutte idee derivanti da Hitler, oramai divenuto Führer (condottiero, guida, l’equivalente italiano di duce, ndr).

Ci siamo, una nuova guerra, questa volta totale: la Germania si sente nettamente superiore al resto d’Europa ed ancora prima della guerra compie annessioni ed invasioni di territorio cui nessuno Stato osi contrapporsi se non in minima parte l’Italia mussoliniana tentando di moderare la politica espansionistica dell’alleato.

Tutti i fronti sono aperti, l’Europa è dilaniata per sei anni da un conflitto che era stato definito Blitzkrieg (guerra-lampo, ndr) ed i Tedeschi resistono, così come faranno gli inglesi –di cui però non ci occuperemo ora–, tengono duro fino all’ultimo; ma la fine del conflitto è peggiore di quanto avessero mai potuto sognare: Berlino, la loro amata Berlin è devastata ed occupata, rasa al suolo. Per timori, lo stato viene diviso in quattro settori di controllo alleato, lo stesso vale per la capitale.

Questa soluzione porterà alle “due Germanie”, il blocco orientale, la DDR (Deutsche Demokratische Republik, repubblica democratica tedesca, ndr) a controllo russo più il settore, sempre orientale di Berlino; il blocco occidentale, la BRD (Bundesrepublik Deutschland, repubblica federale di Germania, dicitura più aderente al termine originale, ndr) più il restante settore di Berlino … una situazione avvilente: uno stesso popolo separato fino ad essere praticamente impossibilitato a comunicare da una parte all’altra del confine geografico e reale tracciato.

Tutto cambia una notte, come tante altre … no, la storia agli uomini dà sempre un senso di vertigine, definire “una notte come le altre” quella notte di ottobre del 1989 in cui Wessis ed Ossis (vezzeggiativi con cui vengono vicendevolmente chiamati “quelli dell’ovest” e “quelli dell’est”, ndr) si abbracciarono, cantarono, piansero e picconarono assieme quel maledetto muro che per quasi trent’anni li aveva divisi gli uni dagli altri.

Ed il loro spirito? Sarà morto, sepolto, disintegrato dalle deturpazioni apportate dagli occupanti. NO! Sono ancora carichi, pieni di spirito e di vitalità: in meno di due anni si preparano per riportarsi in carreggiata come stato unitario e nel 1991 si ripresentano al mondo come Tedeschi della Bundesrepublik Deutschland, non che la parte occidentale abbia assorbito l’orientale, il nome è lo stesso di prima ma è nuovo nella forma ed in quanto rappresenta.

E dopo vent’anni di cammino eccoli, quei Tedeschi separati e divisi a guidare l’economia europea, a fare da traino, da motrice, da cuore pulsante di un progetto che hanno voluto abbracciare accantonando vecchie idee di grandezza e mettendosi semplicemente al servizio di una grande causa comune, una causa chiamata Europa.

Uno Stato che abbia vissuto traversie simili non è difficile da trovare … ma uno che si sia ripreso così tante volte e sempre con la stessa se non ancora più rinnovata energia? Un popolo che abbia voluto continuare, portare avanti il proprio progetto di Unità nazionale in maniera così determinata è da ammirare ed apprezzare, non temere.

Per questo dico che non v’è nulla di male se è sovente la Germania a prendere iniziative a livello europeo; l’Europa unita e funzionale è un obiettivo da raggiungere: la Germania cerca di dare a questo processo il miglior sviluppo nel minor tempo possibile, evitando ad ogni modo qualsiasi forma di errore, falla od incrinatura si possa presentare lungo il cammino.

La Germania crede nell’Europa, vorrebbe semplicemente vedere che gli organi e gli uffici che formano l’assetto amministrativo della Comunità funzionino realmente e siano riconosciuti da ogni Stato e sentiti da ogni cittadino europeo.

Oramai i Tedeschi hanno abbandonato la parte del leone insonne, agiscono quando necessario a spronare gli animi; e quando si mettono in gioco sono capaci di risultati sensazionali!

***


Post scriptum: Spero che l’inserimento dei termini in tedesco non abbia appesantito la lettura del testo; se così è stato, sono dispiaciuto ma non era mia intenzione. L’intento era quello di portare a conoscenza un pubblico il più possibile vasto di termini e modo di pensare (ogni termine di qualsiasi lingua cela sempre una percentuale della mentalità della stessa) della società tedesca.

Vorrei precisare inoltre che tedesco come aggettivo sottintende [di Germania], per gli altri Stati che parlino il tedesco, qui sostantivo ad indicare la lingua, esistono i relativi aggettivi nazionali!

Germania: tedesco

Austria: austriaco

Svizzera: svizzero

Liechtenstein: del Liechtenstein / Liechtensteinense*

*Dicitura tratta da Rete di eccellenza dell’italiano istituzionale Quinta giornata REI – Roma, 16 giugno 2008

Una ragazza: bassettina, capelli né corti né lunghi, solo un’aria sbarazzina, maglietta, jeans e All Star.

Non le dareste quattro soldi.

Ma soprattutto non credereste mai che da qualche parte, nascosto, abbia un qualcosa che assomigli vagamente a due mongolfiere.

Non credereste mai che abbia più determinazione, senso di giustizia, moralità di molte altre persone che credono di essere i nuovi Che Guevara.

Non serve a nulla urlare con i megafoni, sfondare barricate, distruggere qualsiasi cosa capiti sul proprio cammino se poi non si ha la voglia, il coraggio, la maturità e di affrontare situazioni più semplici. Come un’assemblea di classe. Come un’assemblea di classe in un liceo modestamente dimenticato da tutti e pure da Dio.

Il 28 settembre sono state indette le elezioni per rinnovare l’incarico di rappresentante di classe in una quinta solo sul cartello appeso alla porta. In una classe non omogenea, un ambiente ostico per qualsiasi persona che “tra fede e intelletto ha scelto il suddetto”.

Certo, perché seguire un’avventura così pericolosa? Ma vedete, la passione per le cause perse batte qualsiasi scelta razionale.

Ma ecco che proprio all’inizio di questo cammino le si parano davanti i primi ostacoli: i risultati vedono lei e la figlia del medico curante del Preside del liceo a pari voti.

Seguendo una normale logica, la nostra donzella (sicuramente) e l’altra candidata (non so quanto sicuramente) vanno alla ricerca di un regolamento. Un regolamento la cui identità è solo una voce che circola, il cui nascondiglio è segreto a tutti, fuorché al Preside.

Rendendosi conto che queste voci sono le uniche informazioni a non essere fittizie, decidono di chiedere ai docenti e a qualche studente recidivo che ha accolto il decimo anno da liceale con un quattro: si vince per anzianità. Quindi, agosto 1993 batte dicembre 1993. Quindi l’aria sbarazzina batte la raccomandazione del padre.

Ma tra i sostenitori della perdente, c’è chi proprio non tollera questa ingiustizia: ulteriore votazione, ulteriore vittoria, un po’ di aria sbarazzina nella classe.

Per questa notte si possono fare sogni tranquilli. Ma solo per questa notte.

Sì, perché all’indomani la bidella con venti centimetri di cera sulla faccia, consegna i fogli con la conferma delle votazioni: la figlia del medico curante del Preside vince.

Errore di trascrittura per la professoressa. Inaspettato e sospettoso sbigottimento per tutti gli altri.

Così la nostra giovinetta si reca in segreteria, accompagnata dalla sua compagna/rivale. Dietro quei vetri impolverati e pieni di fogli trovano l’impiegato incaricato di risolvere questione di inadempienza burocratica. Argus Gazza (sì, proprio il custode del Castello di Hogwarts), ascolta le richieste di chiarimento della studentessa, alla quale risponde, senza nemmeno voltarsi, che è compito della segreteria e del preside scegliere il vincitore in caso di ballottaggio.

« Ma non dovrebbe essere lo studente più anziano a vincere? Almeno, così dice il Regolamento…»

« Tutte stronzate»; perciò all’azzardata richiesta di vedere il vero e proprio Regolamento, Gaza si limita ad abbassare la testa e a lavorare sodo.

Sfoderando il suo migliore stile aulico, la fanciulla scrive una lettera al Preside, contenente una polemica moderata riguardo l’atteggiamento di Gazza, i sotterfugi della segreteria (non del Preside) e una richiesta di presa visione del Regolamento d’Istituto. Le piace vedere chiaro e le dispiace essere presa in giro.

Ma il Preside si sente offeso da tutto ciò e si limita a una delle sue migliori invettive: « Signorina, ma faccia capire, lei mi sta accusando di qualcosa? Sa, arrivata in quinta superiore si dovrebbe sapere a chi ci si rivolge per questioni del genere. È proprio immatura e fuori di testa.»

Ora la ragazzina da quattro soldi dovrebbe scrivere una lettera di scuse al Preside.

“Ma una notizia un po’ originale non ha bisogno di alcun giornale: come una freccia dall’arco scocca, vola veloce di bocca in bocca.” E su Facebook si richiede il contenuto della lettera al Preside.

Sempre più spesso mi ritrovo a credere che siano proprio le nostre passioni a guidarci nei momenti più bui, più funesti, più difficili…

Ormai dovunque si sentono risuonare la frase di Steve Jobs: “stay hungry, stay foolish”. Jobs ha pronunciato quelle parole potenti e bellissime davanti a tanti ragazzi appena laureati, ed è per questo che hanno un significato così importante per noi giovani. Ascoltandole, ho pensato al periodo storico che stiamo vivendo e a tutte le difficoltà che liceali, universitari e ragazzi in generale devono affrontare.

Mio padre dice che, nonostante i nepotismi e i favoritismi, chi è davvero in gamba e si impegna duramente alla fine emerge e vede ripagati i suoi sforzi. E’ davvero così? Steve Jobs avrebbe potuto costruire il suo impero se fosse nato in Italia? Non credo. Chi, nella gerontocratica e immutabile Italia dei nostri giorni, investirebbe sull’intuizione di un ragazzo di vent’anni? Nessuno. Non per niente, i giovani più promettenti emigrano, mietendo spesso successi all’estero.

Attorno a me sento spesso storie di persone sabotate perchè, lavorando sodo e facendo fino in fondo il loro dovere, mettono in difficoltà i compagni d’ufficio fannulloni. Vedo concorsi universitari i cui esiti dipendono non dalla bravura e dalla motivazione dei candidati, ma dal volere del professore più potente, alla cui benevolenza deve appellarsi uno studente che speri di vincere. E noto con tristezza e sconforto che la scuola pubblica decade, affollata di studenti resi incapaci da promozioni facili e insegnanti non sempre all’altezza, affossata da riforme che dissanguano gli istituti e puntano a crescere una generazione di ragazzi incapaci di pensare criticamente ed ignoranti.

No, Steve Jobs non avrebbe potuto crescere qui. A chi avrebbe potuto rivolgersi per cercare di cambiare questa situazione? Ad un governo inadeguato, che si preoccupa di intercettazioni e bavagli invece che di lavoro e stabilità economica? Ad un’opposizione evanescente, che regge il gioco e non è in grado di sfruttare l’estrema debolezza dell’avversario per dare risposta al bisogno di sicurezza, legalità, occupazione, futuro di tutto il Paese?

Questo è il mondo che questo sistema, politico, imprenditoriale ed economico, ci sta lasciando. E che peserà su noi universitari per anni, per tutta la nostra vita. Se fossi rimasto con noi ancora un po’, Steve, forse avresti inventato qualcosa anche per questo. Come auspica Severgnini “se riesci a tirarci fuori un’app, mandacela giù”.