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I partigiani lottavano per la libertà, i fascisti stavano con i nazisti. Revisionismo, paraculismo, ambiguità, doppia faccia, riabilitazione, negazionismo, canonizzazione. Sulla Storia gli ignoranti e coloro che sono in malafede possono fare tante operazioni, per perseguire i propri scopi.

La Storia è importante, e il concetto di “storia” è importante: cosa siamo stati e cosa abbiamo fatto ci segnano, ci marchiano come persone, per cui nessun distinguo e nessuna considerazione possono evitare il confronto con il passato delle persone e quindi con il continuo divenire della realtà.

Sembrerà un ragionamento astruso, Ma se una colpa può essere perdonata ed espiata, il rapporto causa-effetto nella Storia con la “S” maiuscola, e nella storia di ognuno di noi, non può annullarsi, il trascorso di una persona o di un gruppo di persone, non può annullarsi: i fascisti hanno emesso le leggi razziali, hanno redatto (con tanto di firme di intellettuali) il Manifesto della difesa della razza,  hanno contribuito alleandosi con i nazisti alla “soluzione finale”, hanno portato l’Italia e il mondo in guerra. Ma hanno anche bonificato paludi e infrastrutturizzato l’Italia, ci vengono a dire. Quando c’era lui i treni partivano in orario – “Quando c’era lui ci deportavano in orario” (Il secondo secondo me, Caparezza).

Ma riabilitare quel terrificante movimento, riabilitare la dittatura fascista non è possibile, non può essere possibile. I repubblichini non erano e non saranno mai allo stesso livello dei partigiani. Dobbiamo ai secondi la realtà, il presente di essere un paese civile e democratico, non di certo ai primi. Per cui, per quanto mi riguarda, e nel pieno rispetto della Mia, della Nostra Costituzione, gli “eroi” che movimenti di destra ed estrema destra vogliono canonizzare e ai quali vogliono intitolare strade e piazze, non saranno mai eroi d’Italia, non andranno mai riconosciuti come tali.

Oggi è eroico avere e promuovere idee che dovrebbero essere basilari, è coraggioso chiedere il rispetto di diritti fondamentali ed esercitare i propri doveri di cittadino. Il voto, pagare le tasse e non evadere, anche se sarà più difficile stare sul mercato, partecipare a concorsi truccati, studiare e studiare per dover quasi sicuramente fuggire dallo Stivale.

Ogni anno che passa, pensare a questi “nonni” e queste “nonne” di tutti, che hanno dato la vita, che hanno speso il proprio coraggio e le proprie energie, i propri affetti per un’Italia unita libera democratica, diventa sempre più importante e bello. Emozionante.

Buona festa della liberazione.

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Vi proponiamo oggi, 25 aprile, un articolo interessante, una riflessione sulla Resistenza. Buona lettura!

PENSARE LA RESISTENZA, SALVARE LA RESISTENZA   

(di Manuel Anselmi, da ilfattoquotidiano.it, 25/04/2011)

Ormai qualsiasi discorso sulla Resistenza ha sempre meno forza e stabilità di un tempo. Sembra quasi che debba necessariamente restare in bilico, su una soglia. Per dirla subito fuor di metafora: si ha come la percezione che il modo classico di pensare la Resistenza sia andato abbondantemente in crisi. La spinta eroica e monumentalistica della Resistenza ha perso l’intensità degli inizi. Oggi, il giudizio implicito di una certa indifferenza diffusa è che il valore sociale della Resistenza è non soltanto qualcosa di residuale e marginale, ma anche qualcosa che si colloca, nella potente e cinica costellazione delle categorie della società dello spettacolo e del consumo tecnologico, tra  il “demodé”, l’ “obsoleto” e il “datato”.

Viene pertanto da chiedersi come è possibile ripensare la Resistenza oggi? Anzi, come è possibile pensarla? Innanzitutto, come è stato fatto fino adesso. È giusto che si continui con la preservazione della verità storica della Resistenza. Però è pure giusto che alcuni stereotipi diffusi vengano contrastati.

Quando si discute di Resistenza oggi, è facile che vengano chiamate in causa per opposizione, altri episodi di violenza come le Foibe, o gli eccessi delle persecuzioni e delle vendette sui fascisti da parte dei partigiani dopo il 25 aprile. Di qui la fortuna di Giampaolo Pansa e il successo commerciale dei suoi libri.

Però è anche vero che questo genere di discorsi s’inquadrano all’interno di un ben preciso dispositivo, per molti versi fatale.

Quello di un congegno a somma zero, di una funzionalità quasi meccanica, in cui un’affermazione che va in un senso deve prevedere necessariamente un discorso opposto che la annulli, quasi fossero parti o forze che si devono bilanciare per il fatto stesso di appartenere alla logica generale che sovrintende il progetto del dispositivo. Questa concezione è alla base della mentalità, per esempio, degli opposti estremismi, tanto cara anche a certi studiosi del terrorismo e degli anni di piombo; oppure è il principio regolativo di certi dibattiti sicuramente rozzi ma di sicuro sempre più popolari e frequenti, su chi ha ammazzato più innocenti, o comunque ha sparso più sangue, in cui il criterio di validità dialettica è una sorta di bilancia del sangue o dei morti. Discorsi e dibattiti che conducono diretti al qualunquismo.

Potrà sembrare paradossale, strano e addirittura provocatorio, però per pensare la Resistenza oggi, dobbiamo partire dall’assunto che è stato un atto di violenza politica eccezionale a uno stato di negazione delle libertà altrettanto eccezionale.

La Resistenza è stato senza alcun dubbio un atto di violenza politica e come tale deve essere considerato. Ovviamente non per fare un elogio della violenza tout court, ma per la sua eccezionale necessità e natura. La Resistenza ha raggiunto determinati obiettivi proprio perché è stato un atto di lotta e la lotta, fino a prova contraria, è un atto di violenza politica. E se ci si dimentica l’unicità del valore del tipo di violenza politica che ha rappresentato, il suo significato storico sociale profondo, si annullano le differenze con la violenza politica nazifascista.

Non si può far finta che la lotta e la violenza a cui sono ricorsi i partigiani siano della stessa natura e siano interpretabili allo stesso modo della violenza politica dell’autoritarismo di un sistema dittatoriale, per il semplice fatto che sono state entrambe violenze. Una cosa è prendere le armi per ripristinare lo spazio legale della democrazia, all’interno del quale i cittadini recuperano i propri diritti e la possibilità di esprimere le proprie differenze entrando sì in contrasto, ma risolvendo i contrasti attraverso la mediazione politica. Un’altra cosa è usare la violenza per controllare il cittadino nella sua quotidianità, limitandolo con l’esercizio della paura e della prevaricazione autoritaria, aspetti costitutivi e fondanti, e non effetti collaterali, di un sistema autoritario e/o totalitario.

Bisogna recuperare l’orizzonte originario e autentico proprio della lotta partigiana. Si è combattuto perché alcune forme di violenza quotidiane, istituzionalizzate, burocratizzate, strutturate, non esistessero più. Questo forse è stato il grande risultato della violenza eccezionale a cui sono ricorsi i protagonisti della Resistenza: il conseguimento di uno status giuridico di legalità sociale. Istituire uno spazio delle libertà repubblicane e democratiche che per troppo tempo erano state limitate dal reticolo di violenze e di abusi della dittatura.

Capisco che può far strano, e in parte cozza con l’immagine della Resistenza fatta eroica ed edulcorata. Il fronte della Resistenza era costituito da giovani liceali e universitari idealisti, ma anche da persone semplici, da poveracci, da analfabeti che questa scelta eccezionale e tragica della violenza la condividevano profondamente. Persone che passavano alla lotta clandestina con la speranza che, fatto lo sforzo necessario, si tornasse quanto prima alla vita normale. Perché la violenza politica dei sistemi nazisti e dei sistemi fascisti era, invece, prassi burocratica, fredda e quotidiana funzione della governamentalità assoluta sul corpo delle persone. Più semplicemente: un governo della morte. Normalità della morte.

Pubblichiamo oggi un articolo fresco fresco della nostra amica WhatsernaMe.

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VIVA LA DEMOCRAZIA (di WhatsernaMe)

In questo periodo si celebra il famigerato Giorno della Memoria: un giorno solo dove simbolicamente si ricordano 6 milioni di ebrei morti a causa di un’ideologia, a mio avviso sbagliata, ma secondo altri più che corretta.

Eppure mi snerva il continuo ripetersi delle stesse parole che narrano sempre e solo gli stessi avvenimenti del quinquennio ’40-’45. Tutti lo sanno molto bene e ribadisco l’atteggiamento ipocrita e falso-moralista che si ha in occasione di queste “commemorazioni”. Questa mia critica è stata desunta dalla semplice costatazione riguardo il totale disinteressamento degli uomini e, nonostante i precedenti, i genocidi si ripetano comunque e dovunque.

Ciò che mi preme far notare, però, è come tutti gli stermini di massa e i correlati totalitarismi si siano formati. Non costa molta fatica, basta andare un pochettino indietro, dove le dittature più storicamente influenti e cruenti ebbero un loro inizio.

La democrazia europea vive i suoi momenti più bui. Sostanzialmente alla gente irrita quella cosa fastidiosa e viscida che continuiamo a chiamare “democrazia”. Bah, l’uomo ha dei lati decisamente troppo oscuri. I giovani sono cerca di avventura, gli intellettuali non si sentono sufficientemente partecipi della cultura, i borghesi sono terrorizzati da un’alternativa comunista che influenzerebbe negativamente sulla loro ricchezza e l’alternativa di un totalitarismo può essere ciò in cui tutti possano riporre le proprie speranze.

D’altro canto un regime non può lasciarsi perdere questa occasione offertagli su un piatto d’oro arricchito con diamanti e rubini: ha capito i problemi della nuova società di massa, l’alienazione e la mercificazione dell’uomo, addirittura l’anonimato dei rapporti affettivamente più importanti. Poi, ha scavato in profondità, trovando solo aggressione, violenza e frustrazione. La voglia di evadere ha raggiunto livelli mai visti prima e la dittatura ha saputo arrivare dove nessuno avrebbe mai pensato e ha colpito il bersaglio con mezzi di propaganda efficientissimi.

È stato addirittura istituito un ministero per diffondere un’unica ideologia, un ministero che ha agito sulla parte più vulnerabile, ma allo stesso tempo (se ben ammaestrata) la più potente a rivoluzionare il mondo: la mente. Se un’istituzione, qualsiasi essa sia, riesce a contaminare con la propria ideologia un ammasso di gente senza più un’anima, potrà giostrare il mondo a proprio piacimento, indipendentemente dalla volontà della collettività.

Il primo passo è iniziare dai più piccoli: nelle scuole primarie e di secondo grado, è bastata una riforma che abbia sminuito il modo di insegnare e il conseguente metodo di studio.

Poi tocca alle università, dove, invece, c’è un’autonomia molto maggiore, ma quando è stato imposto a tutti i docenti il giuramento di fedeltà al regime, pochissimi (per lo più anziani e prossimi alla pensione) si sono rifiutati di obbedire, rinunciando alla cattedra. Ironia della sorte.

Persino gli intellettuali, coloro che sono dotati di una barriera contro ogni tipo di influenza ideologica, si sono fatti dominare da questo regime che ha promesso loro solo gratificazioni materiali e riconoscimenti di vario importo monetario.

Infine, l’ultimo obiettivo, l’ultimo passo per rendere la massa un “guazzabuglio” di automi che hanno perso la facoltà del pensiero come creazione di una propria opinione o di una propria ideologia: la censura all’informazione. Privando gli intellettuali (questa volta intesi coloro che riescono a capire i movimenti della società attraverso giochi politici) della loro unica arma, ossia la libera espressione, il dittatore con il suo seguito può avvolgere tutta la popolazione in un universo di inconsapevole agonia. Ovviamente gli ambiti più colpiti sono la stampa, il cinema e, poi, la televisione, che poco dopo passeranno sotto il controllo diretto del dittatore attraverso enti private, ma anche pubbliche.

“Eh, brutta roba, la dittatura…”, viene da pensare.

Questo è quello che è successo nel 1924 con Stalin.

Questo è quello che è successo nel 1929 con Mussolini.

Questo è quello che è successo nel 1933 con Hitler.

Questo è quello che è successo nel 2008 con Berlusconi.

“Cari traditori, qui sotto trovate le vostre foto e il vostro indirizzo email alla Camera. Immagino la sorpresa e l’arrabbiatura nel vederli pubblicati e dati in pasto ai lettori, i quali da qui al 14 dicembre, e anche dopo, potranno scrivervi ed esprimere personalmente ciò che pensano del vostro operato. Dite che così vi mettiamo nel mirino, ci accusate di intimidazione e di usare la carta stampata come un manganello? Dite quel che vi pare: a noi importa un fico secco. La sola cosa che ci preme è far conoscere nomi e volti di chi si appresta a tradire il mandato ricevuto dagli elettori quando fu spedito in Parlamento. Molti di voi all’epoca erano perfetti sconosciuti, per lo meno al grande pubblico. Chi sapeva dell’esistenza di Daniele Toto e di Alessandro Ruben? Oppure di Catia Polidori e di Chiara Moroni? Pochi, pochissimi. Eppure gli italiani di centrodestra vi votarono in massa. Non già perché fossero attirati dalle vostre idee o dal modo con cui eravate in grado di esporle, semplicemente perché sulla scheda c’era il nome di Berlusconi. Fu lui che scelsero gli elettori, non Ruben, Toto, Polidori o Moroni. Fu a lui che affidarono il compito di realizzare il programma presentato in campagna elettorale. Eppure voi, perfetti sconosciuti  diventati deputati grazie al suo nome e al suo consenso, vi preparate a votargli la sfiducia. […]”

Questo, l’incipit dell’editoriale di Maurizio Belpietro su Libero di oggi (3 dicembre 2010): i traditori esposti alla gogna, con tanto di minacce.

A parte il tono da guerrigliero, e non, a mio avviso, da giornalista degno di questa definizione, il signor Belpietro gioca su una legge che ha inventato la maggioranza che egli strenuamente difende. La legge “porcellum”, la legge elettorale che elimina le preferenze ai candidati:

[…]gli italiani di centrodestra vi votarono in massa. Non già perché fossero attirati dalle vostre idee o dal modo con cui eravate in grado di esporle, semplicemente perché sulla scheda c’era il nome di Berlusconi.” – abbastanza logico, è la legge porcata che funziona così.

Solo consenso, perché risulta facile aspettarsi soltanto complimenti: quando non arrivano, o peggio giungono critiche allora in certe persone scatta un meccanismo di “difesa”, che non è altro che un’attacco scomposto nei modi, ma mirato a devastare l’immagine e la credibilità dell’altro.

Non bisogna andare lontano purtroppo per verificare, penso che sia un’esperienza abbastanza comune, vedere che molte persone attorno a noi non sanno affrontare le discussioni e i confronti: di rimando accusano gli altri di non saper parlare e fare una discussione; “decidono” quando l’argomento è chiuso, adottano modi di discutere che non vanno mai al punto delle cose. Se si discute su un argomento, questo viene sempre e comunque svicolato, viene deviata l’attenzione. Quando mai è accaduto che una rivelazione sul premier o una notizia compromettente non sia stata affrontata onestamente? Quando mai ci si è chiesti “è vera quella notizia”? Il piano del dibattito è sempre stato spostato in basso, al livello dei conflitti personali. Chi scrive su Berlusconi quindi è perché ce l’ha con lui, personalmente: ne esce la figura di un perseguitato, benemerito della patria osteggiato nella sua stessa terra, della quale vuole solo il bene massimo. Io vorrei un premier che mi sappia tranquillizzare con dei fatti, con delle dichiarazioni chiare, senza smentite de se stesso. Sogno troppo? L’immagine dell’Italia all’estero è disastrosa, ma era come molti si aspettavano: ci vedono come uno Stato poco serio, di cui ci si può fidare solo a metà (e magari nemmeno quella); ci escludono dai posti più importanti negli organi internazionali; gli USA si chiedono come mai intratteniamo rapporti così stretti con Libia (dittatura) e Russia (di recente definita come uno stato della mafia).

Però abbiamo anticorpi per tutto, a quanto pare. Ma soprattutto gli anticorpi li hanno loro, questi (pre)potenti che per stare sul loro scranno chiudono il Parlamento a inizio dicembre (allora è vero che hanno paura del voto del 14!).

“Fu lui che scelsero gli elettori, non Ruben, Toto, Polidori o Moroni.”

È il tono epico che mi spaventa. Si ricollega al “ghe pensi mi”, una bestemmia democratica. “Lui, lui, lui…” suona come una eco dell’insistente “io” che ci martella da sedici anni.

di L’Albatro

Un estratto da un articolo di Umberto Eco, nel quale ho trovato spiegato una mia impressione, covata a lungo. Spesso abbiamo sentore che qualcosa stia cambiando, anche se non siamo consci pienamente di cosa sia: ne diventiamo consapevoli soltanto quando i segnali sono davvero evidenti, palesi, impossibili da ignorare!

Non credo infatti che una dittatura significhi vedere per strada truppe marciare a passo d’oca (citazione da Corrado Guzzanti, il video il trovate in questo articolo qua). Il controllo che si può avere sulle persone va oltre alla paura dei mitra o delle adunate in stile fascista. E non credo nemmeno che nel 2010 sia pensabile una situazione del genere. Le armi oggi sono sicuramente altre, come la pubblicità, la televisione, il controllo dei mercati…lo stesso Eco scrive che “per un nuovo populismo mediatico la stessa dittatura è un sistema antiquato che non serve a nulla” e che “si possono modificare le strutture dello Stato a proprio piacere e secondo il proprio interesse senza instaurare alcuna dittatura“. Il problema è che la grande maggioranza delle persone non stanno così attente, e tutti questi piccoli cambiamenti, attuati piano piano, passano inosservati, appena percepiti, e subito, facilmente normalizzati.

Il regime non è manifesto quindi: è fin troppo palese a certe persone che riescono a mettere assieme tutti questi piccoli segnali (e continuano a scoprirne, sia di nuovi che di antichi e “reiterati”) mentre questa situazione è del tutto normale per chi, disattento e pesantemente influenzato, segue pedissequamente tutto ciò che gli viene propinato, precotto e ci crede senza pensarci un momento. L’ultima dichiarazione di Berlusconi all’Ocse (giovedì 27 maggio) è stata infatti di non avere potere, anzi, il potere che molti attribuiscono a lui, paragonandolo ad un dittatore, è in realtà in mano ai suoi “gerarchi”…citando Mussolini: “dicono che ho potere, ma io non ho nessun potere, forse ce l’hanno i gerarchi, ma non io. Io posso solo decidere se far andare il mio cavallo a destra o a sinistra, ma nient’altro” (link alla notizia su repubblica.it, link al video su repubblicaTv). Chi sono i gerarchi? Chi è quindi che ci governa? Insomma, mi sembrano dichiarazioni non da poco…

La conseguenza poi è che i secondi aggrediscono i primi definendoli “antiitaliani” e “pessimisti” (vedi i dialoghi antiitaliani), soltanto perché, forse, vedono un po’ più in là, e perché si accorgono delle incongruenze e le fanno notare a coloro che preferiscono non vedere, perché hanno altro a cui pensare. Le “altre cose a cui pensare” sono purtroppo e spesso questioni fondamentali, come la casa, lo stipendio, il lavoro: d’altronde, è più facile controllare una persona ferita e in difficoltà o una persona in salute?

L’articolo si intitola “Noi contro la legge“, e conta due pagine.

***

“Erodere le libertà di un paese significa di solito mettere in atto un colpo di Stato e instaurare violentemente una dittatura. Se questo avviene, gli elettori se ne accorgono e, se pure non hanno la forza di azione di colpo di Stato che è con lui cambiata. Al colpo di Stato si è sostituito lo struscio di Stato. All’idea di una trasformazione delle strutture dello Stato attraverso l’azione violenta il genio di Berlusconi è stato ed è quello di attuarle con estrema lentezza, passettino per passettino, in modo estremamente lubrificato.”

(Umberto Eco)

di L’Albatro

Riprendiamo con la risposta a Roberto Saviano che è giunta a repubblica.it da parte di Marina Berlusconi, presidentessa di Mondadori spa e figlia del premier: lo scrittore aveva dichiarato che dopo le parole del premier non sapeva come sarebbe stato il rapporto con la sua casa editrice, che fino ad allora sembrava capace di fornire “gli strumenti per convalidare anche posizioni forti, correnti di pensiero diverse“. Marina dice di sentire il bisogno di scrivere perché profondamente colpita dalla reazione di Saviano “di fronte a quella che era né più né meno che una critica. Una critica che può non essere condivisa, ma che, come tutte le opinioni, è più che legittima.

Alt. Stiamo parlando della critica ad un coach che ha schierato in campo una formazione sbagliata? No, stiamo parlando di un uomo che, come molti altri che raccontano la mafia, rischia ogni giorno la vita.

Silvio Berlusconi non può permettersi di criticare un’opera edita dalla Mondadori, − si chiede la Berlusconi − la quale naturalmente continua ad avere la più totale e piena libertà di fare le scelte editoriali che ritiene più opportune? Questo non è forse un bell’esempio di dialettica democratica? Mi pare che Saviano non riesca a distinguere tra una libera e legittima critica e una censura. Ma in questo modo è lui stesso ad applicare una censura, non riconoscendo al presidente del Consiglio il diritto di criticare.”

Quindi è Saviano a impedire al premier di parlare, in quanto non gli riconosce il diritto ad associare il suo lavoro di scrittore ad un’operazione di propaganda mafiosa! Dimenticavo che se sei il Presidente del Consiglio puoi dire sempre e comunque quello che ti pare! D’altronde ti ha eletto il popolo, cosa c’è da protestare?

C’è da protestare per questi ormai consueti meccanismi: il potente che dice quello che gli pare e piace e subito accorrono i vassalli a rimediare alle sue, scusate il termine, stronzate. Perché ormai è tutto permesso, tutto possibile. Ma qui parliamo di un impegno profondo, e coraggioso in un modo che io stento ad immaginare.

Nemmeno un gelato si può prendere Roberto Saviano, nemmeno un gelato, perché il tragitto da casa alla gelateria del paese va coperto con la scorta a fianco, magari venendo additati dagli ignoranti e ignavi per lo “spreco di soldi dello Stato”: soldi che vanno ad una scorta, pagata per accompagnarti a prendere il gelato. Alla fine, sotto sotto, ma neanche tanto, sembra bellissimo poter avere una vita normale. E invece, la figura più in vista dello Stato ti viene a dire che il tuo lavoro è se non inutile, dannoso.

Prima di parlare, in certi casi, bisognerebbe pensarci sempre una dozzina di volte, poi fermarsi, ripensarci e rendersi conto che è meglio tacere. Le uniche parole che si possono dire alle persone come Roberto Saviano sono parole di ammirazione e sostegno. Ammirazione per il coraggio, sostegno perché continuino e perché di gente come loro c’è veramente bisogno. Ognuno di noi dovrebbe fare la sua piccola parte. Roberto ha usato un modo di comunicare ampio e potente, ma non possiamo metterci tutti a scrivere libri: da parte mia, se state leggendo queste righe,  continuerò a denunciare le cose che non mi vanno. Può sembrare meno eroico di ciò che fa Roberto, lo è, ma è un agire che mi fa stare bene con il mio sentirmi uomo.

Per questo mi viene da urlare a sentire le giustificazioni date a parole che non possono essere giustificate, in ALCUN MODO. Una rettifica con tanto di scuse potrebbe apparire  anche solo lontanamente accettabile. Ma quando mai uno come Silvio Berlusconi chiederà “scusa”? L’arroganza prevale sempre, la difesa conta tantissimi legionari lobotomizzati (basta guardare in faccia Gasparri…) e al limite, se proprio si mette male si può sempre dire che non hanno capito nulla, che si è stati fraintesi e che si ha sempre elogiato l’operato di Saviano.

Ma questo è a tutti gli effetti bipensiero: la guerra è pace, la libertà è schiavitù, l’ignoranza è forza. E la dittatura è democrazia.

di L’Albatro

Caro Aristofane,
sono immensamente felice che il mio precedente post ti abbia spinto a scrivere un così lungo intervento!

Nel dubbio che tu abbia avuto l’impressione che io abbia “fatto di tutta l’erba un fascio”, vorrei chiarire che nel precedente intervento ho volontariamente voluto esprimermi in maniera generale. Questo perché speravo di dare il via ad una discussione, e se hai sentito l’impulso di scrivere subito direi che ci sono riuscito!
In secondo luogo, ho deciso di partire dalle impressioni, perché mi sembra l’unico punto di partenza possibile: come abbiamo dichiarato nel post di apertura di questo nostro spazio digitale, ciò a cui miriamo è la possibilità di chiarire le nostre idee, mediante il confronto e i contributi multipli della discussione. Ho messo sul tavolo molte idee e argomenti che mi sono reso conto di avere chiari…ma non troppo! Penso che siano in molti ad avere in testa questo groviglio intricato di avvenimenti e contrasti, e mi piacerebbe trovare dieci, cento, mille persone che rispondano come hai fatto te! Perciò in questo intervento potrò abbracciare soltanto una parte degli argomenti che abbiamo introdotto…

Dunque, un’altra cosa che mi interessa moltissimo nel discutere è provare a far emergere una qualche strategia, un modo di pensare e agire che possa essere condiviso e attuato da molti per riuscire a riprenderci l’autonomia che ci spetta e che ci rende la dignità di essere uomini, persone. Possiamo anche sentirci “uniti”, ma se non troviamo qualche punto in comune non potremmo mai essere una forza coesa e incisiva. Dall’altra parte abbiamo un muro apparentemente inviolabile, una destra al governo che è sempre più avulsa dalla realtà, con un’idea orripilante di cosa è democrazia, di cosa è essere cittadino. Due idee che, rispettivamente, si confondono in modo pericoloso con dittatura e sudditanza.

Trovo che ci sia gente (tanta, troppa) che ragiona per assoluti comodi e taglienti: ti danno dell’esagerato se parli di regime… Farsi sentire con paroline e frasi sussurrate non è farsi sentire (cosa che vedo fare da parte del Pd e di altri partiti dell’opposizione). E’ sicuramente più incisivo utilizzare termini forti e talvolta pesanti, soprattutto per dichiarare che la direzione che si è presa come Paese non è, a nostro parere, quella giusta ma anzi totalmente sbagliata. Io penso che andando avanti in questo modo l’Italia sarà sempre più affossata nella propria dittatura morbida, e sempre più felice di esserlo! Una meravigliosa agonia!
Per convincere gli ottusi e prudenti oltre ogni limite sembra che ci debbano essere le camicie nere che fanno il passo dell’oca per le strade…eh, sennò non è dittatura!
Questo è il risultato del pensare in modo superficiale, cioè guardare e giudicare sempre e soltanto dall’aspetto esteriore delle vicende, evitando la solita (vitale) domanda: PERCHE’?
Si fanno passare le scenette, le gaffe, gli imbarazzi che crea il nostro premier come delle cose simpatiche e sporadiche…da questo siamo arrivati alle giustificazioni che i cagnolini di partito e i dipendenti danno degli scatti d’ira del loro capo: presentano Silvio come il maschio italiano, pieno di passione e capace di incazzarsi, e quando va troppo oltre nell’insultare e denigrare chi non la pensa come lui, anche qua, è soltanto un impeto del momento.

Andiamo ad un altro punto del tuo intervento:
“Non è possibile, ovviamente, utilizzare un sistema di democrazia diretta, come si usava nelle poleis greche, ma il popolo, la gente ha il diritto ed il bisogno di sentire vicina la politica, di sapere e vedere che essa si sta occupando di problemi, dei suoi problemi.” (Dal precedente post di Aristofane)

Lasciando fuori dalla porta ogni tipo di scoramento (“siamo in pochi, non ce la faremo mai”), andiamo diretti al punto: come fare capire alla gente che questa politica la sta sfruttando, che sta calpestando i suoi diritti, ma soprattutto le coscienze?
Smascherando i finti problemi “risolti” e mettendo in evidenza quelli fondamentali e non risolti! Che fine ha fatto il contratto con gli italiani? Quel documento firmato in pompa magna nel bianco studio di Vespa, documento con il quale Berlusconi ha dichiarato che non si sarebbe più candidato se al termine del suo mandato non fossero stati risolti quattro dei cinque punti del contratto? Chi mai ha alzato la mano a chiedere se erano stati rispettati? Andiamo a ripescarlo, tanto per curiosità. Perché le parole non pesano più. Maledizione, se dichiaro qualcosa davanti a milioni di persone che rappresento non posso contraddirmi di lì a poco!

Questo avviene però, e la sua base sta nell’imbonimento che ci propinano le fonti di “informazione”: è terribile pensare che la maggior parte della popolazione elabori le proprie opinioni utilizzando come unica fonte la televisione. E poi la tv non porta voti! Non è solo il telegiornale la causa di questo degrado mentale, ma a questo si affiancano gli opinionisti, i programmi di varietà, i talk show, e soprattutto il gran miscuglio con cui tutto questo viene proposto. Ora, non voglio demonizzare tutte le trasmissioni, e mi rendo conto che leggendo qua sopra verrebbe da pensare che detesto indistintamente la televisione. Non è così. Pongo piuttosto l’attenzione sul gran casino che regna in televisione. In mezzo al caos risulta ben difficile distinguere ciò che è buono e ciò che non lo è. La televisione, generalista per garantire la varietà dei contenuti e quindi cercare di accontentare la più ampia parte di pubblico, stanca la mente. E una mente stanca non capisce, va in risparmio energetico e smette di ragionare.

Sembra non ci sia una soluzione di continuità tra i programmi, la pubblicità inserita in ogni dove, le notizie riportate dai telegiornali secondo criteri e scalette marziane…io non sono un gran utilizzatore del piccolo schermo ma quando mi capita di spenderci del tempo mi sento alquanto spaesato. Guardo solo pochi programmi volutamente, anche perché scorrendo l’elenco dei palinsesti non trovo alcunché di mio gradimento. Ho provato a guardare trasmissioni come il Grande Fratello, le varie Fattorie e Isole, i programmi di gossip e “notizie” come Verissimo, i programmi “comici” come Colorado…e non ce la facevo.
Sono forse anormale?

Per ora mi fermo, tempo e spazio ne abbiamo, no?

P.S.: la seconda parte di Pensieri antiitaliani arriverà, si sviluppa in modo autonomo da questa discussione…anche se molti argomenti saranno comuni!

(Vai alla pagina di riepilogo dei “Dialoghi anti-italiani”)