Archivio per la categoria ‘Informazione’

Non penso che sia una cosa sana lasciare la possibilità di commentare gli articoli sui giornali edizione web. Almeno, per quanto riguarda la modalità attuale. Ci sono le peggio cose, e oltre ai flame non si contano gli slogan, le frasi fatte trite e ritrite che vengono ripetute ossessivamente, o meglio, vengono scagliate nella discussione.

La democrazia orizzontale del web sarà una fregatura, se si continuerà ad intenderla così: tutti possono dire tutto, arrogandosi spesso una certa autorevolezza. La molteplicità delle voci è democrazia, ma l’anonimato (parziale) che il web ci consente può rovinare le discussioni: ognuno può dire quello che vuole a chi vuole, insultare, schernire, sragionare!

Tutti sono esperti di tutto sul web, e il ragionamento che sta dietro alla maggior parte dei commenti – dov’è? non pervenuto– è invece una reazione di pancia.

Io stesso scrivo qui in modo emotivo, ma so che quello che scrivo non verrà da me pubblicato senza rivederlo tra un paio d’ore. Ora infatti sono passati tre mesi, e quello che leggete è frutto di ragionamenti, oltre che di un impulso.

Ma come consumare una merendina, ascoltare una canzone e non tutto il disco, comprare soltanto le canzoni che “ci servono” (che ragionamento orribile), appagare i nostri bisogni subitanei, spesso così funziona con i commenti: è vero che in Italia c’è tanta gente che vuole il cambiamento, ma non ha ancora lo stimolo giusto per farlo, per scendere in piazza per imporre al governo e a chi comanda di fare certe riforme, di migliorare davvero il senso di equità di questo assurdo Belpaese.

La maggior parte delle persone che commenta sui giornali, sui blog, lo fa quindi rispondendo a stimoli bassi, di pancia, e visceralmente ributtano su poche righe tanta rabbia che se non si scaricasse con questi piccoli palliativi (sentirsi parte di una comunità di “rivoluzionari” non è bellissimo? tutti insieme a gridare contro partiti, politici, banche, massonerie…) sarebbe indirizzabile per davvero alle questioni importanti, in modo duro e risoluto. Eppure no, minacciare e criticare è sempre meglio che muoversi, e continuiamo a saltare la fila, non pagare il biglietto, chiedere la “spintarella”, a proporre contratti metà (sì…) in nero, chinare la testa, riempirci la mente di buone intenzioni e la bocca di belle frasi.

Leggiamo un minipost su beppegrillo.it:

“Finalmente una buona notizia. Ogni tanto bisogna guardare il grande cielo azzurro e tirare il fiato. 70 giornali rischiano di chiudere. Finora sono stati finanziati dalle nostre tasse per raccontarci le loro balle virtuali. Franco Siddi, segretario generale della Federazione Nazionale della Stampa è preoccupato per il pluralismo dell’informazione, ma soprattutto per i soldi “Siamo a fine anno e non solo i finanziamenti pubblici all’editoria sono scesi da 114 milioni del 2011 a 60-70 del 2012. Ma non si riesce neanche a capire con esattezza quale sarà l’ammontare. Le imprese che stanno continuando a lavorare (?) stringendo i denti rischiano di arrivare a fine anno e scoprire che i fondi non saranno erogati. In quel caso l’unica strada sarà la chiusura“. Hip, hip, hurrà! Bye, bye giornali, è stato bello, anche grazie a voi, arrivare 61esimi al mondo per la libertà di informazione.”

Non so voi, ma io penso che denunciare il deficit di libertà di informazione di cui è affetta l’Italia e intanto gioire della chiusura dei giornali è quantomeno psicotico. Esistono soltanto il bianco o il nero, la luce o l’ombra, i buoni o i cattivi.

I giornalisti sono diventati i cattivi per Beppe Grillo? Purtroppo sembra sia così per tantissimi dei suoi sostenitori. Lui parla per slogan quando “risponde” alle domande dei cronisti, ma la maggior parte delle volte li insulta o li tratta a male parole.

Il fatto è che per far arrivare i propri messaggi, per arrivare a tante persone, Grillo spesso generalizza tutto, all’estremo. Non c’è spiraglio per un’alternativa in questo scritto, non sembrano affatto esserci quei giornalisti che invece raccontano con coscienza e con etica professionale le notizie e le storie, le situazioni e i fatti.

Semplicemente, preso atto del male che ha infettato gran parte della stampa italiana, il male delle non-notizie, allora l’unica strada proposta è che tutto crolli, che tutti i giornali chiudano. Invece che porre l’attenzione sul problema reale della mancanza di notizie e quindi di giornalismo vero, si incita, nemmeno velatamente, a detestare i giornali e i giornalisti, per cui chi fa parte del Movimento non può andare in televisione, deve evitare i giornalisti e se non lo fa viene additato come un egocentrico esibizionista.

Chi si propone come guida e come alternativa ad un sistema pieno di marciume dovrebbe cercare di ascoltare un po’ di più le domande che gli vengono fatte, e qualora si accorgesse di avere soltanto dei automi adoranti come pubblico, dovrebbe cercare spazi per spiegare spiegare e spiegare cosa ha in mente, cercando un contrappunto, qualcuno che lo pungoli. Come i giornalisti, ad esempio.

Un mese fa, il 13 aprile, è uscito il film di Daniele Vicari “Diaz – don’t clean up this blood” (il link vi porta alla scheda su MyMovies), che riguarda gli avvenimenti della scuola elementare Diaz nella notte compresa tra il 21 e il 22 luglio 2001, durante il G8 tenutosi a Genova. Una breve sinossi:

“Luca è un giornalista della Gazzetta di Bologna (giornale di centro destra) che il 20 luglio 2001 decide di andare a vedere di persona cosa sta accadendo a Genova dove, in seguito agli scontri per il G8, un ragazzo, Carlo Guliani, è stato ucciso. Alma è un’anarchica tedesca che ha partecipato agli scontri e ora, insieme a Marco (organizzatore del Social Forum) è alla ricerca dei dispersi. Nick è un manager francese giunto a Genova per seguire il seminario dell’economista Susan George. Anselmo è un anziano militante della CGIL che ha preso parte al corteo pacifico contro il G8. Bea e Ralf sono di passaggio ma cercano un luogo presso cui dormire prima di ripartire. Max è vicequestore aggiunto e, nel corso della giornata, ha già preso la decisione di non partecipare a una carica al fine di evitare una strage di pacifici manifestanti. Tutti costoro e molti altri si troveranno la notte del 21 luglio all’interno della scuola Diaz dove la polizia scatenerà l’inferno.”

La nostra bravissima Whatsername ha fatto un bel lavoro producendo un articolo che vi proponiamo in tre parti, arricchite di link e video.

La memoria e la sete di chiarezza: ci dimentichiamo troppo presto di cosa ci è accaduto ieri, per cui speriamo che lavori come questi siano utili, vi siano utili per capire e per non dimenticare.

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SCUOLA ELEMENTARE DIAZ: IL SANGUE INDELEBILE – PARTE I

Il 13 aprile è uscito nelle sale italiane “Diaz – don’t clean up this blood” di Daniele Vicari.

Chi si è seduto su una comoda poltrona del cinema sotto casa, sa come sono andate le cose in quel di Genova, in pieno G8.

Chi, invece, si chiede cosa sia il G8, cosa sia successo alla Diaz, perché è un evento che ha fatto tanto scalpore e perché qualcuno si è preso la briga di farci un film, ecco una piccola pillola storico-giudiziaria. (altro…)

Pubblico ora un articolo riguardante il centro artistico-culturale di M.A.C.A.O., situato nella Torre Galfa a Milano. È l’esperienza diretta della nostra collaboratrice Whatsername, che c’è stata e ci ha descritto che aria e che ambiente si respira in questi 33 polverosi piani.

È però di poche ore fa però la notizia che la polizia ha sgomberato il centro M.A.C.A.O.: Repubblica.it, ilfattoquotidiano.it.

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Qui a Milano si sente solo questa parola: M.A.C.A.O.

Tra gli amici al solito pub, tra conoscenti su Facebook, tra compagni di università. Una sola parola, Macao.

M.A.C.A.O.? Che cos’è M.A.C.A.O.? È un progetto, è un centro culturale e artistico, è una botta di vita in questa Milano troppo morta, è voglia di darsi da fare.

Il “quartier generale” è la Torre Galfa, un grattacielo di 31 piani più due sotterranei che si alza per 109 metri all’angolo tra via Galvani e via Farra (le cui prime sillabe delle vie danno il nome alla torre). Di proprietà della Immobiliare Lombarda, del gruppo Ligresti, fu costruita nella seconda metà degli anni ’50 e usata dalla Banca Popolare di Milano come centro direzionale. Ma poi fu abbandonata, finché nel 2006 la Fondiaria SAI, il cui presidente onorario è Salvatore Ligresti, acquistò tutto l’immobile per 48 milioni di euro, promettendone la ristrutturazione entro un anno e mezzo.

Invece i lavoratori dell’arte e della cultura hanno fatto di meglio: hanno occupato tutta la torre, concretizzando un’idea apparentemente utopica.

Tutti e 33 i piani pullulano di persone di ogni età e di ogni parte d’Italia, con l’obiettivo comune di rendere la Torre Galfa un centro artistico-culturale a completa disposizione di chiunque.

La responsabilità è davvero notevole, se poi si pensa che gli occupanti, giorno dopo giorno, lottano contro lo sfratto coatto imposto dall’amministrazione comunale. Una battaglia che richiede un ingente numero di soldati. I requisiti? Un sorriso, tanta fantasia e voglia di rimboccarsi le maniche.

Per puro caso, la mattina stessa, avevo letto sulla pagina Facebook di M.A.C.A.O., l’annuncio di voler costruire una biblioteca, in concomitanza con il Salone del Libro di Torino. Subito balzo dalla sedia, frugo in tutte le mensole di casa alla ricerca di doppie copie di libri.

Così alle 16.00 mi trovo sotto la Torre Galfa, accaldata come non mai, con la mia borsetta di tela blu dell’università. Ancora prima di cercare l’info point, rimango estasiata dalla marea di gente che entra ed esce, alcuni con dei picconi sulle spalle, altri con borse piene di cibo.

Mi faccio strada tra questi strani lavoratori e dono alla ragazza seduta all’info point i miei libri. E, inconsciamente, le chiedo se posso dare una mano. Così, senza pensare troppo allo studio, agli amici che mi aspettano e ai miei impegni. Sono lì e in quel momento, e tutto il resto sembra svanire. Detto così può sembrare una crisi filosofico-spirituale tardo-adolescenziale. Niente di più falso: la forza che ti trasmette M.A.C.A.O. è proprio questa.

Mi addentro per la torre, tra la marea di gente, ma non è molto facile. Dovunque ci sono macerie su macerie, calcinacci, buche. Il pavimento non è nemmeno rivestito con delle piastrelle ed è percorso da dei piccoli canali dove probabilmente sarebbero dovuti passare tutti i fili dell’elettricità; i muri sono di cemento grezzo, pieni di crepe con dei tubi neri che sbucano dalle pareti. Non c’è nulla, se non loghi improvvisati, pareti improvvisate, sale per mostre improvvisate.

Una volta salita al primo piano, vedo che delle ragazze stanno allestendo una stanza dove nella serata ci sarà una cena. Ci sono tavoli (ossia porte appoggiate su dei cavalletti), tavolini (barilotti di birra alla cui cima è stata appoggiata una piccola tavola di legno), sedie di plastica (ricoperte con ogni sorta di materiali per non far vedere le macchie indelebili).

Ma una ragazza piccolina, con lunghi capelli neri ed enormi occhi verdi, mi prende per un braccio e mi molla in mano una ramazza: “Senti, laggiù che un qualcosa che potrebbe diventare un privè. Ti va di aiutarmi a spazzare per terra?”

Accetto molto volentieri l’incarico, mollo la borsa sotto un tavolo e mi rimbocco le maniche. Intanto dal cortile interno, il DJ mixa generi che vanno dal blues alla dubstep, dal punk al folk e io parlo con questa ragazze del più e del meno, dell’università e dell’acidità pre-ciclo.

Dopo un’oretta di lavoro, io e Emanuela sembriamo due palle di polvere. Ma non possiamo pensare alle quattro dita di roba che abbiamo sui nostri vestiti: abbiamo poco tempo e la sala non è ancora pronta. E allora via, si puliscono sedie, si costruiscono tavoli, si abborracciano dei buffet.

Siamo in tanti e ne approfitto per fumare una sigaretta. Una sola sigaretta, poi ritorno al lavoro. “Sì, sì, fai pure, tanto qui siamo più o meno a posto”.

Wow. Mi affaccio alle finestre e sotto di me si apre un mondo tutto colorato e fatto di persone. Un mondo straordinariamente normale.

Secondo tiro di sigaretta. Una ragazza, quasi in preda al panico, cerca dell’acqua. Deve mischiare la colla vinilica per fare un tavolo.

“Mi vuoi dare una mano?”

“Non ho mai fatto un tavolo con della colla vinilica, ma sono subito da te.”

Mi ustiono le dita nel tentativo di spegnere la sigaretta e nemmeno 5 minuti dopo mi trovo davanti a un tavolo di legno bianco, con un pennello in una mano e pagine di un dizionario delle religioni tagliate a strisce nell’altra. Ricevo gli ordini: pennella la colla sul tavolo, appiccica i fogliettini e poi ancora una valangata di colla.

È bastato poco tempo e quel tavolo bianco e brutto, si è ricoperto di parole, trasformandosi in un’opera d’arte.

Intorno a quel tavolo, io e altri “artigiani” rimaniamo estasiati.

Ma perché rimanere stupiti? Questo è il futuro. Questa è la rivoluzione. Questo è M.A.C.A.O.

Ancora una volta, visto l’immobilismo e il menefreghismo della politica, tocca a noi cittadini muoverci. E questa volta il bersaglio è costituito dai costi della politica. Non solo la politica nazionale, ma anche quella locale è sorda alle richieste dei cittadini che, costretti a grandi sacrifici, pretendono la riduzione delle spese per la politica.

Proprio per questo è nato il Comitato Referendario Trentino Alto-Adige (CoRe), che sta raccogliendo le firme per indire un referendum che abroghi la legge regionale 26 febbraio 1995, n°2, ovvero quella che istituisce l’indennità e la diaria dei consiglieri provinciali (che sono anche consiglieri regionali) del Trentino Alto-Adige,. Vediamo di spiegare meglio.

La busta paga di un consigliere provinciale è composta da varie voci: indennità (tra i 5500 e i 6000 euro netti), diaria (circa 3000-3200 euro non tassati, tra le più alte d’Italia, l’80% di quella dei parlamentari), indennità di missione, rimborsi spese, gettoni di presenza (tra 1500 e 5000 euro), locali e personale messi a disposizione dalla provincia, contributi dal consiglio provinciale e regionale (900 da uno e 900 dall’altro al mese). In più, ci sono i contributi differiti, una somma mensile che in parte va formare il vitalizio (pensione) e in parte confluisce nell’indennità di fine mandato (una specie di TFR). Insomma, i consiglieri ci costano uno sproposito. E sono pure tantissimi, in regione: 70, uno solo in meno del Lazio e più che in Puglia.

Il referendum consta di due quesiti: uno chiede di abolire l’indennità e la diaria; l’altro solo la diaria. E’ importante firmare per entrambi, nel caso uno dei due non venisse ammesso. Le firme necessarie sono 15 mila (tantissime), ma se tutti ci diamo da fare, possiamo farcela! Si può firmare fino all’inizio di giugno in tutti i comuni del Trentino e dell’Alto-Adige e nei fine settimana ai gazebo a Trento, nel pomeriggio.

Per tutte le informazioni, in ogni caso, visitate il sito Coretrentino.org,, dove troverete aggiornamenti sui gazebo anche in giro per la regione, iniziative, incontri, contatti. Diamoci da fare, firmare non ci costa nulla, mantenere a queste cifre i consiglieri invece ci costa moltissimo!

Alla luce di tutto quello che si sta dicendo e si è detto a proposito di Grillo, in seguito alla sua (pur infelice) uscita dell’altro giorno, trovo interessante postare l’articolo di Marco Travaglio tratto dal Fatto di oggi. Buona lettura!

IL BUE E IL GRILLO

Grillo non mi piace quando dice che bisogna uscire dall’euro, perché temo che tornando alla lira saremmo capaci di uscire non solo dall’Europa, ma anche dall’Africa. Grillo non mi piace quando dice che i programmi tv sono tutti uguali, perché Report non è uguale a Porta a Porta e perché Santoro, con Servizio Pubblico, ha fatto esattamente quel che lo stesso Grillo suggeriva da anni: uscire dal regime Raiset e mettersi in proprio,finanziato da editori puri (come il Fatto) e dal pubblico. Grillo non mi piace quando attacca Gian Carlo Caselli per gli arresti dei (pochi) violenti in Valsusa. Grillo non mi piace quando dice che, se pagassimo tutti le tasse, i partiti ruberebbero il doppio, perché milioni di lavoratori dipendenti e pensionati sono costretti a pagarle tutte, le tasse,anche per chi non le paga, e anche se poi i partiti si rubano tutto.

Invece Grillo mi piace per tutte le altre battaglie con cui si è imposto negli ultimi anni come soggetto politico fino a toccare il 7 per cento (forse sottostimato) nei sondaggi, candidando ragazzi puliti e impegnati che si stanno comportando benissimo in vari consigli comunali e regionali. Ma mi piace anche quando non rinuncia al gusto della battuta e del paradosso. Qualche anno fa, a proposito credo di Andreotti, disse che la politica s’era infiltrata nella mafia e l’aveva corrotta. Era una splendida battuta,che valeva più di tanti editoriali e di tanti saggi, anche perché nessuno si sognò di prenderla alla lettera.

L’altro giorno a Palermo, almeno a leggere i giornali ei commenti sdegnati (persino di Fiorello), l’ha detta grossa: “La mafia non uccide, lo Stato sì”. I parenti delle vittime di mafia, appositamente fuorviati dalla disinformazione, sono insorti, e giustamente. Se Grillo avesse davvero detto che la mafia non uccide,avrebbero avuto ragione da vendere. Ma, per fortuna,non l’ha mai detto. Ha azzardato un altro paradosso. Prima ha osservato che “un governo di transizione avrebbe dovuto fermare il debito pubblico e mettere un taglio alle pensioni d’oro, massimo 5 mila euro, e il resto investirlo per trattenere i nostri giovani ricercatori che fuggono all’e s t e ro ”. Poi ha aggiunto:“La mafia non ha mai strangolato il proprio cliente: gli prende il pizzo del 10%. Qui la mafia (intesa come il governo che porta molti imprenditori e lavoratori al suicidio, ndr) strangola le proprie vittime”. Il senso della provocazione era chiarissimo, e lo stesso Grillo l’ha precisato ieri sul blog per i duri di cervice: “La mafia ha tutto l’interesse a mantenere in vita le sue vittime. Le sfrutta, le umilia, le spreme, ma le uccide solo se è necessario per ribadire il suo dominio nel territorio. Senza vittime, senza pizzo e senza corruzione come farebbe infatti a prosperare? La finanza internazionale non si fa di questi problemi. Le sue vittime, gli Stati, possono deperire e morire. Gli imprenditori possono suicidarsi come in Grecia e in Italia. Spolpato uno Stato, si spostano nel successivo”.Eppure ai partitanti di destra, centro e sinistra non è parso vero di potergli dare, oltreché del demagogo,antipolitico, fascista, nazista, anche del mafioso. Manca soltanto piduista, ma ci arriveremo.

Ma dai,siamo seri: chi ha ospitato e rilanciato sul blog e in varie manifestazioni le battaglie delle Agende Rosse di Salvatore Borsellino? Chi, quando non ne parlava nessuno, ha denunciato le trattative Stato-mafia? Chi ha difeso i magistrati di frontiera? Grillo. Prima di dargli del mafioso, il Pdl pensi all’“eroe” Mangano e a tutti i mafiosi e amici dei mafiosi che B. ha portato in Parlamento fino alle più alte cariche. Bersani pensi al compagno Crisafulli, filmato da una telecamera nascosta mentre abbracciava affettuosamente il boss Bevilacqua, dunque senatore Pd, e al compagno Lombardo, inquisito per fatti di mafia dunque alleato del Pd. E il Terzo Polo pensi ai suoi Cuffaro e Romano. I classici buoi che danno del cornuto al Grillo.

In questo articolo su L’Adige, si ripercorre la storia legislativa e istituzionale del Trentino, partendo dal lontano 1819, con il “Regolamento” tirolese.

Si fa il punto sulla storia autonomista del Trentino, concetto a mio dire poco sentito, se non in termini economici o strettamente annessi. L’autore spiega quindi che le Comunità di Valle sono necessarie perché “non è possibile creare il vuoto fra gli enti di base e la Provincia“.

Se si riferisce alla “distanza” fra questi due livelli di governo, si potrebbe obiettare che questa era già colmata dalla presenza dei comprensori, e nonostante chi sostenga le Comunità dica che sono stati aboliti, le persone che ci lavoravano prima ci lavorano anche adesso: la struttura comprensorio ora comprende quindi anche una parte politica, e quindi sono stipendi in più da pagare e centri decisionali in più da gestire.

Leggiamo: Essi [i comprensori], in numero di 11, dovevano essere sedi di decentramento amministrativo e strumenti di coordinamento e di sviluppo programmato a servizio dei comuni. Ma la lotta dei partiti per mettere le mani sui Comprensori e farne centri di potere, l’inseguimento delle prebende e le resistenze dell’onnivora e centralista burocrazia provinciale portarono al fallimento di questi enti intermedi e alla loro sostituzione con le Comunità di valle, compromesse ancora una volta dalla vischiosità della casta provinciale che non demorde dal tenersi strette le leve del comando.

Bipensiero: i partiti hanno cercato di trasformare i comprensori in centri di potere politico, quando non lo erano in senso elettorale. La soluzione è stata di abolirli e sostituirli con organi nuovi ed elettivi. Se il problema era la voracità dei partiti che costituiscono la “casta provinciale che non demorde dal tenersi strette le leve del comando” allora forniamo loro un nuovo e legale strumento che possano controllare?

La vera questione è quella della sua democraticità, della trasparenza, dell’efficienza e rapidità nel funzionamento, del risparmio per tutti e dell’essere veramente al servizio dei comuni, non di altri interessi, di avere precise deleghe che pongano un argine alla tendenza pigliatutto che spira nel palazzo provinciale di Piazza Dante.

Il “Palazzo degli orchi” di Piazza Dante? La stessa provincia che ha istituito le Comunità di Valle? Dobbiamo contrastare i cattivi che vogliono arricchirsi e mantenere il potere, ma intanto dovremmo sostenere uno strumento in mano loro in quanto pieno di loro eletti e rappresentanti?

2 + 2 fa 3 a quanto pare. Contrastare i politici e i partiti onnivori creando nuovi posti che questi possano occupare.