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Immagine condivisa su Facebook dalla pagina "Gridate la Verità".

Immagine condivisa su Facebook dalla pagina “Gridate la Verità“. La trovate a questo link.

Cari amici scandalizzati dall’invito a Sanremo di Rufus Wainwright, Satana lo avete nella testa.

Satana non è lui, Satana è la tv pubblica che non fa pensare, Satana è un festival morente dove le idee diverse non sono ammesse, Satana sono le persone che devono demonizzare chiunque non la pensi come loro.

Non vi ho mai visto protestare contro serie tv violente o farcite di sesso. Dall’altra parte non ho mai visto degli atei o non credenti lanciare petizioni per rimuovere l’Angelus della domenica mattina su Rai1.

Saranno anche soldi vostri, ma sono anche miei e di chi come me vorrebbe poter sentire e vedere della buona musica per una volta sulla Rai. Poi possiamo anche discutere del fatto che a voi non vada bene. Ma se le vostre posizioni vi spingono sempre di più fuori dal mondo per il fatto che non sapete argomentarle, per me sono solo problemi vostri. Isolatevi pure. E quando sarete nell’aldilà, in paradiso, o dove più vi piace pensare che andrete, spiegatelo al Grande Amore che vi attende di là, come mai avete passato la vita a spargere acrimonia e lanciare strali, invece che convivere con tutti, e non solo con le vostre sicure comunità, perché avete avuto paura.

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Che tristezza. I gruppi su Facebook su cui fare i nostalgici. “Viva gli anni ’90”.

Ma io che ci sono nato negli anni ’90 non ne sento così tanto la mancanza, non così tanto da volerli ricordare ad ogni momento, da sentire la necessità di visitare e condividere le gallerie piene di foto di ricordi “nostalgici”, per mostrare con malinconico orgoglio cosa ho vissuto, in un modo che credevo fosse proprio della senilità.

La nonna che racconta di come “pativamo la fame” e “la mattina andando al pascolo ci portavamo solo due fette di polenta fredda e un poco di latte, se c’era”, secondo me è un patrimonio prezioso e impreziosito dal fatto che quelle storie sono un po’ anche le tue radici, come vivevano i nonni un po’ ti fa sentire da dove sei venuto, ti fa percepire il terreno che calpesti e su cui si regge il tuo presente: non sono i libri di storia, ma è una persona cara che ti racconta com’è stata la vita prima di te.

Ecco, i racconti di nonni e genitori sono preziosi per questo. Ti fanno sentire un po’ più sicuro. Sai qualcosa in più di cosa c’è stato prima di te, conosci in un certo senso un po’ di più te stesso, e in qualche modo risulta più facile poter pensare ad un futuro. Futuro che racconterai a figli e nipoti, e sarà ancora più bello se l’avrai vissuto al meglio, ma soprattutto costruito e pensato tu. Tu e la persona che ami.

Non capisco quindi i miei coetanei che creano e condividono così spesso questi memorabilia (l’immagine di essi). Io stesso ogni tanto taggo qualche amico al grido di un accorato “ti ricordi…?”.  Credo che sia la normalità.

Inserisco invece questa corsa al ricordo e alla canonizzazione in un contesto più ampio, in cui rientra la scarsa creatività, la moda e la paura allucinante di non avere un futuro. Allucinante perché spesso è accompagnata dall’incapacità più o meno conscia di pensarlo questo stramaledetto “futuro”.

E allora nascono le mode del vintage, che su ogni cosa getta questa patina che tutto colora di una tonalità ingiallita. Una patina che ormai è moda.

Io stesso sono in un certo senso un cultore degli anni passati. Di recente ho recuperato un giradischi e, complice uno zio jazzofilo, ho iniziato a far crepitare la testina. Porto occhiali da sole grandi e a montatura mediamente spessa, provenienti dagli anni ’80 credo, i miei occhiali da vista ricordano Woody Allen e potrebbero inserirsi nel non-movimento/non-moda di quelli che ultimamente vengono indicati come hipster (c’è un articolo su Xl numero 75, “Hipsteria”, interessante anche se un po’ corto).

Ma non è creatività imitare gli altri. È creativo chi fa partire una moda, chi la modifica e ne coglie il senso, cioè la vive. E questa mi sembra una cosa bella. Manca così tanto la tendenza a scegliere uno stile di vita (che comprende in verità tutto, dal modo di vestirsi al modo di pensare, dal modo di comportarsi alle passioni che si hanno e si coltivano). Tutte queste cose sono collegate, una l’espressione dell’altra, tutte l’espressione di noi.

La paura di non avere radici e di perdere se stessi ci conduce a cementarle queste radici, in nome della tradizione: chi è conservatore non è, logicamente, di animo progressista, per cui la sua creatività spesso potrebbe risentirne. E così anche la sua felicità potrebbe andare scemando.

Credo che una mente aperta creativa reattiva sia più felice e sia più infelice allo stesso tempo. Si muove di più, è più viva. Ha più possibilità di essere felice. Chi è ancorato inossidabilmente alle proprie tradizioni e in un certo senso vive per queste è limitato, e la sua felicità rimane all’interno di uno steccato nel quale è facile vivere ponendosi non dico pochi, ma meno problemi. Appagare il proprio animo soltanto con oggetti o divertimenti che richiedono poco ragionamento. Questo genera le mode che non credo sia giusto demonizzare, ma sappiamo che in tanti (troppi?) le seguono pedissequamente, acriticamente. Semplicemente “fa figo” avere il Mac, “fa figo” indossare capi firmati, “fa figo” essere alternativi (che contraddizione: questo non è il calco negativo del conformismo? non è conformismo a sua volta?).

Anche se sembro fuori tema ormai, io vedo tutti questi concetti ben relazionati. Moda, creatività, futuro, paura e incapacità. Non mi sembra sano crogiolarsi unicamente in se stessi celebrando gli anni passati con i vari “una volta era meglio”, “guarda che bei tempi che erano”. Non a vent’anni. Non riferendosi a un periodo così vicino ad oggi.

Mi preoccupa questo che sembra essere un invecchiamento generale, un invecchiamento precoce. Anime vecchie, già continuamente e inesorabilmente nostalgiche. Un tempo si reagiva con i movimenti, le idee nuove che spesso erano ripescate dal passato remoto. Penso che invece ora la maggior parte delle persone se ne freghi, e preferisca cercare se stessa nel passato prossimo, accontentandosi di quel poco che trova. Hanno quasi ammazzato il nostro coraggio.

Non si può fare il “tutti siamo uguali”. Questa è la tesi che si può ascoltare in un estratto da un programma di RadioPadania, che potete trovare a questo link. L’articolo proviene dal blog di Daniele Sensi, L’Anticomunitarista: questo spazio web è ricco di audio e notizie riguardanti la Lega Nord, il partito di governo che ci ostiniamo a prendere poco seriamente.

Nell’audio che vi propongo di ascoltare, possiamo sentire un uomo che argomenta sulla differenza di significato tra le parole “razzismo” e “xenofobia”, definendo la seconda come la parte negativa della prima. Partendo da un’analisi diciamo, culturale, etnica, delle popolazioni del mondo, si giunge alla conclusione che le diverse culture non sono uguali e quindi nemmeno confrontabili tra di loro. Questa analisi, per citare l’articolo di Sensi, si può definire “differenzialista” in quanto il razzismo, sotto questa luce, è cogliere le differenze tra le persone. Nel notare delle differenze non c’è alcunché di male, il problema sorge quando fa il suo ingresso il concetto di superiorità.

A mio parere, già voler concentrare l’attenzione sulle differenze tra le persone denota una mentalità chiusa, ottusa. Il fatto che si voglia giustificare questa “tesi” e cercare di rendere accettabile il concetto di razzismo è un’ulteriore prova di questa attenzione malata per le differenze, purtroppo qua presa per giusta e integrante di una corretta mentalità di vita. Credo che questa non preveda l’integrazione, perché l’analisi che vien fatta in questo audio va a generalizzare le differenze fra individui nelle differenze fra culture.

Il mondo quindi sembra essere suddiviso in “compartimenti stagni“, per cui ogni contatto tra due culture diverse, soltanto per il fatto che sono diverse fra loro, necessariamente è uno scontro, stando al pensiero dello speaker dell’audio. Non si possono confrontare due culture. Il concetto è semplice: se io non mi posso confrontare con te che sei “diverso”, posso solo scontrarmi con te. Il conflitto di solito vede un vincitore e un vinto, e nella lotta per la vittoria non si può assolutamente dire che ne sia estraneo il concetto di superiorità: lottare è cercare di dimostrare di essere superiori.

Razzismo e xenofobia sono legati, intimamente: hanno la stessa radice, la paura.

La tanto sbandierata volontà di mantenere la propria identità passa ormai dall’imporre agli altri le proprie idee e usanze: vedi la scuola di Adro, colma di simboli della Lega (dal Sole delle Alpi all’intitolazione all’ideologo leghista Miglio) e con un menù della mensa tipicamente padano. L’imposizione crea conflitto, l’imposizione è chiudersi nei propri pensieri, congelati, e forzare chi non li condivide ad accettarli, rinunciando ai propri.

Questo è sentirsi superiori. Quindi questo é essere razzisti. E non è più una questione di etnia. L’etnia è la prima scusa, una scusa facile, perché entrare in contatto con degli stranieri, anche solo per la barriera linguistica, è più difficile del rapportarsi con dei concittadini, quindi risulta più facile rinunciare a comunicare.

Inoltre una semplice prova del sentimento di superiorità latente che cela la mentalità leghista sta nella domanda che possiamo sentire al minuto 1:12 del video, dove un ascoltatore si domanda se in un cantiere di Milano è preferibile avere cento muratori del Maghreb o cento muratori della Polonia. Perché questa distinzione? Credo che sia legata anche al fatto che un magrebino verrebbe automaticamente etichettato come extracomunitario, mentre un polacco sarebbe (a malapena) uno straniero. Su un americano non si avrebbero dubbi: a chi verrebbe in mente di chiamarlo extracomunitario? Questo è sentirsi superiori, no? Distinguere le persone per provenienza, legandole ai pregiudizi legati alla loro terra d’origine non è di certo segno di voglia di confrontarsi e conoscere, e magari capire qualcosa di più, di nuovo.

Uno dei problemi maggiori con con la Lega sta forse nell’indisponibilità al dialogare in modo onesto. Sono dominati dalla paura, senza rendersi conto che l’atteggiamento chiuso ed estremamente conservatore che hanno alimenta il senso generale di insicurezza.

Credo che sia sicuramente più accogliente un ambiente dove ci sia la disponibilità e la possibilità di parlare senza venire etichettati per uno stupido carattere somatico.

di Aristofane

A volte capita di sentire qualcosa. Un’ispirazione, una specie di bisogno di esprimere un sentimento, un’idea o un pensiero che compare improvvisamente in testa, senza che sia stato cercato o voluto. Ed è proprio quello che mi è successo l’altra mattina. Forse il mio inconscio, schiacciato dalla mole di schifezze che caratterizza questi giorni (condanne per mafia, festini a base di coca e sesso, sparate varie di vari politici, macchie invincibili di petrolio), ha cercato una via d’uscita. Niente di nuovo, sia chiaro: notizie come quelle di questi giorni siamo ormai tristemente abituati a sentirle da quando capiamo quello che ci succede intorno. Ma forse, a un certo punto, si arriva ad un punto di saturazione.

Forse tutto quello che accade nel mondo mi ha fatto provare paura. Paura per il futuro mio, del mondo, di tutti; perchè non riesco a vedere nè ad immaginare quale sarà il prosieguo della storia che il presente ci sta raccontando. L’Italia si ribellerà? Avremo finalmente una politica che si occupa dei cittadini? La gente ricomincerà a trovare lavoro? La natura sopravviverà o verrà spazzata via dal nostro egoismo? L’uomo riuscirà a smettere di cercare il profitto a scapito di tutto e tutti oppure la nostra storia sarà per sempre un susseguirsi di guerre, intimidazioni e lotte?

Sono tutte domande a cui non so rispondere. E non riesco a trovare la chiave per aprire la porta e scorgere più avanti. Forse è stato questo a spingermi a scrivere questa cosa. La paura del futuro, dell’ignoto. Perché, si sa, temiamo sempre quello che non conosciamo.

Ho sempre detto e scritto, anche su questo blog, della mia convinzione sul fatto che conoscendo le cose, informandosi, si è più liberi, si hanno più armi per affrontare il mondo e le sue difficoltà, le insidie che la società, specialmente questa marcia società italiana, ci propone. E sono assolutamente sicuro che sia così. Ma a volte sono attraversato da un dubbio: tutto questo può bastare? O vinceranno loro, questi criminali in maschera, che si vendono al miglior offerente, portando con loro le nostre prospettive, le nostre possibilità, addirittura parti di noi stessi come l’onore, il rispetto, la giustizia? In certi momenti mi sento in gabbia, prigioniero di un sistema che premia chi non lo merita e punisce chi rispetta regole e doveri.

Capita di provare tutte queste cose insieme. E di provare angoscia. L’angoscia, come diceva Kierkegaard, deriva dalle possibilità che l’uomo ha davanti a sé. Egli, per determinarsi, deve scegliere, decidere tra tutte le opzioni che ha davanti. E cade nell’angoscia, timoroso, insicuro sulla strada da percorrere. Quante volte non sappiamo dove guardare, cosa cercare, chi diventare? Non sono certo domande alle quali si possa rispondere facilmente, ma l’essenziale è non farsi scippare nessuna di queste possibilità. In modo da poter provare la giusta angoscia e, un giorno, essere padroni di se stessi per compiere liberamente le proprie scelte.

Il fatto comunque è che ho iniziato a scrivere qualcosa. E alla fine ne è venuta fuori quello che posto qui sotto. Confesso che all’inizio l’ho pensata come il testo di una canzone (ecco il perchè delle rime), ma il risultato mi risulta davvero difficile da ascrivere ad una particolare categoria. Lascio a voi decidere. Forse il bello di questi impeti, dei prodotti di questi momenti di “bisogno-di-esprimersi” stanno proprio nel fatto che ognuno può leggere la cosa come vuole ed interpretarla secondo la sua sensibilità.

Fiducia nel mondo non ne ho
E come potrei averne non lo so
Guardo le vite intorno
Scorgo egoismo e confusione
Solo false verità in collisione

La pioggia bagna le false speranze
Di chi non vede come tutto e’ distante
Odio, amore, calda invidia
Riesci a scorgerli?sono qui
Riesci a scorgerli?io si

Domani gli angeli ti chiederanno conto della tua crudeltà
Riuscirai a raccontare la verità
O ti nasconderai nel tuo nero silenzio?

Maschere,non siete altro che maschere
Figli adottati di un tempo futuro
Macchie rosse di sangue sul muro
Ambasciatori di false speranze
Falsificate le vite degli altri
Il giusto prezzo dei vostri canti fasulli
E’ il vostro violento renderci nulli

Massa indistinta,cervello comune
Bozzoli d’uomo,crisalidi spente
Finti i pensieri,androidi privi di mente
Forse con l’anima,ma sempre in costume

Domani gli angeli ti chiederanno conto delle tue falsità
Riuscirai a raccontare la verità
O ti nasconderai nel tuo spento silenzio?

Il vento sussurra qualcosa
Risposte a domande mai poste
Lampi di tempo dentro i tuoi occhi
Sono risposte a domande mai poste

Cenere nera,neve leggera e silenzio
Risposte a domande che pongo
Ultime cose del mondo
Rimaste nel nostro domani

di Aristofane

C’è un sentimento che gira per l’Italia. Un sentimento che la Lega ha cavalcato per acquistare voti e consenso. E’ la paura, la paura del diverso, dello straniero, che ci viene instillata ogni giorno da media e da alcuni politici, purtroppo in numero sempre maggiore. La paura permette di governare, permette di trovare un capro espiatorio per molti dei mali che affliggono la nostra penisola. “Gli immigrati ci rubano il lavoro, i soldi, vogliono fare quello che vogliono, non rispettano le nostre regole, pretendono e basta”. Quante volte sentiamo affermazioni di questo tipo? Eppure non si tratta che di luoghi comuni.

Ovviamente, sarebbe da stupidi negare l’esistenza di casi di delinquenza che hanno come protagonisti degli immigrati; è ovvio che alcuni di loro vengono in Italia apposta. Tuttavia, è falso che essi lo facciano più degli italiani, come spesso si vuole far credere. La qualità della nostra immigrazione, poi, dipende dal mancato rispetto delle regole e delle leggi, che in Italia è prassi diffusa, tanto tra gli autoctoni quanto tra gli stranieri. E’ ovvio che chi ha come scopo quello di infrangere la legge spacciando, rubando eccetera preferisca andare in un paese nel quale non si riesce a far rispettare la legge, piuttosto che in uno che ha delle regole sicure e che punisce i trasgressori. La qualità dell’immigrazione è quindi frutto in larga parte delle leggi sbagliate ed assurde che vengono prodotte in materia (qui un’efficace spiegazione dell’inefficienza della Bossi-Fini). Tuttavia evasori, stupratori, assassini, ladri e mascalzoni esistono tra gli immigrati come tra gli italiani, e non credo che per nessuno cambi granchè essere rapinato da un italiano piuttosto che da un tunisino, un marocchino, un albanese o chi per loro.

Ma, come in tutti i casi, non bisogna fare di tutta l’erba un fascio. Perchè molti, moltissimi stranieri giungono in Italia e riescono ad integrarsi, e a lavorare serenamente. Gli immigrati producono PIL e pagano le tasse. Per nessun motivo devono essere considerati cittadini di serie B. Da nessuno. E invece, purtroppo, accade ancora che vi sia qualcuno che li crede tali e li tratta diversamente rispetto agli italiani. Il video qua sotto è emblematico di questa situazione (la parte a cui mi riferisco inizia al minuto 3:18).

Finchè accadranno cose come questa, come si potrà dire che l’Italia è un paese civile? Come si potrà dire che la Lega non è un partito xenofobo e razzista? Penso che la politica degli ultimi anni, sdoganando certi atteggiamenti, non abbia solo dato voce alla parte peggiore del nostro paese, ma abbia fatto nascere, anche in quelle persone che razziste non sono mai state nè mai si sono sentite tali, un sentimento di diffidenza verso lo straniero, di sospetto. E questo è un altro orribile traguardo che siamo riusciti a raggiungere.

La paura del diverso giunge anche, e soprattutto, dai media, lo abbiamo detto. Spesso gli organi di informazione dedicano grandi titoli ai crimini commessi da stranieri, e relegano nelle pagine secondarie quelli commessi dagli italiani. L’articolo sotto riportato (da il Fatto Quotidiano del 21/04/2010) propone alcuni esempi (clicca  sull’immagine per ingrandire).

Non dobbiamo abituarci a queste cose. Dobbiamo continuare a capire che sono sbagliate, che minano le basi della nostra democrazia e del nostro vivere civile. Dobbiamo combatterle ed essere fermi nell’accogliere chi cerca una nuova vita e una possibilità e nel cacciare invece chi se lo merita.

Ma il razzismo e lo spregio del diverso lasciamoli fuori dalla porta.

di L’Albatro

Dai dati che Michele Serra riporta nella sua rubrica “L’amaca” su laRepubblica, emerge un punto di vista differente e obiettivo riguardo ai risultati delle elezioni regionali appena trascorse.

La Lega su scala nazionale avrebbe ottenuto il 12% dei voti, e sappiamo che il suo elettorato è concentrato in appena un terzo del paese (difatti rimango sempre stupito quando questa riceve voti al Sud). Ora, fermo restando che la matematica non è fantasia, dodici su cento non costituisce maggioranza, e se vediamo che il PdL ha ottenuto il 30%, su scala nazionale il partito di Berlusconi e quello di Bossi messi assieme non raggiungono la maggioranza assoluta, ma al massimo un 42%.

Se consideriamo il Pd assieme all’IdV raggiungiamo il 33%: due partiti di opposizione che assieme superano la percentuale del partito di maggioranza (relativa, grazie al Porcellum) attualmente al governo.

Consideriamo il dato dell’astensionismo. Il Pd non è riuscito a convincere gli indecisi, i quali, di fronte ad un governo di annunci e promesse poco chiare ma roboanti, e un’opposizione pigolante, hanno deciso di stare a casa.

Link diretto ad un documento pdf contenente una scansione di un articolo di laRepubblica di martedì 30.03.10: “Astensionismo record, uno su tre non ha votato”.

Su repubblica.it c’è questo articolo, sempre sull’astensionismo, firmato Alberto D’Argenio.

“Un buon politologo [suggerirebbe] di domandarsi in quale altra democrazia al mondo un partito che ha il 12 per cento, per giunta concentrato in un solo terzo del territorio nazionale, verrebbe considerato padrone incontrastato della Nazione.” (Michele Serra)

L’unica paura che potremmo avere è che per la codardia di Berlusconi e della sua corte, interessata soltanto a mantenere intatti gli interessi del sultano, la Lega davvero ottenga più peso, in barba a quanto detto sopra ma soprattutto per il designarsi sempre maggiore di uno spettacolo osceno: un partito secessionista che mette sotto scacco il governo nazionale di cui è alleato, governo che per reggersi nella sua già fasulla immagine deve lasciare fare…

Passando all’opposizione, ho avuto un tuffo al cuore quando nei giorni successivi al risultato-sconfitta, il Pd non solo non ha avuto nemmeno un barlume di esame di coscienza, ma ha provato a interpretare i dati in modo positivo (della serie, “poteva andare peggio”) e ha anche aperto la strada al dialogo sulle riforme.

Questa è coerenza? Come si può indicare una strada credibile se si scende a patti, prostrandosi così facilmente con l’avversario fino a poche ore prima fortemente contrastato? Perché l’opposizione non sa indicare una propria priorità di riforme e poi battersi per questa? Perché non sa lanciare messaggi credibili, anche eclatanti? Perché hanno tutti paura?

All’ultima domanda vorrei proporre una risposta, forse un po’ generale, ma che mi piacerebbe completare con una discussione. Anche i personaggi dell’opposizione stanno seduti in Parlamento, hanno cariche di potere, visibilità e possibilità, conoscenze. Fare il sacrificio di rinunciare a tutto questo è davvero coraggioso, non solo per il  bagaglio di potere qua sopra descritto, ma anche “mentalmente parlando“.

Se mancano le idee si va poco lontano, la coerenza non è una  salda stretta delle proprie convinzioni, ma è amarle a tal punto da volerle rinnovare e migliorare sempre.

Berlusconi e i suoi lasciano passare del tempo sperando che si metta tutto a posto da solo, con interventi tampone e grandi maschere mediatiche a coprire la scarsa attività per il Paese.

L’opposizione lascia passare del tempo sperando che Berlusconi imploda, limitandosi il più delle volte ad analizzare sconfitte e insulti che le vengono rivolti: guardando sempre indietro non si accorge dei pali su cui va a zuccare, pali che ci sono sempre stati e che aveva ad ha deciso di ignorare (leggi “peso dei vecchi leader”, “poco coraggio”, “proteste senza proposte”, “eccessiva cautela”, …).

Si cerca un punto da cui ripartire. Voltiamo la testa e affrontiamo i pali…