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Un paio di pensieri sullo scandalo che ha travolto, più o meno inaspettatamente (ironia!), la Lega Nord. Ce ne parla la nostra collaboratrice, Whatsername. Buona lettura!

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Aumento del prezzo della benzina, IMU, burlonerie delle Borse, riforma del lavoro: sono solo alcune delle notizie che quotidiani e telegiornali ci propinano.

Ma noi, popolo di poeti, santi e navigatori non ci accontentiamo di queste bazzecole.

Vogliamo di più. Specialmente dalla nostra classe politica. E chi meglio di tutti poteva soddisfare le nostre esigenze? No, Berlusconi ormai è stato surclassato. La nuova protagonista dell’ennesimo scandalo politico è la Lega Nord. Esatto, la Lega Nord, il partito della Padania, il partito fedele alla (sua) linea, il partito che si schiera dalla parte dei lavoratori e dei pensionati. E il partito che si è unito al PDL del Cavaliere, il partito che scalda i “cadreghini” di Palazzo Chigi e Palazzo Madama a Roma, il partito che riceve la sua parte di soldi da uno Stato che non vuole sia unito.

Così le magistrature di Milano, Napoli e Reggio Calabria, durante le vacanze di Pasqua, decidono di  “complottare” contro la Lega, come se non avessero niente di meglio da fare.

Da quando lo scandalo ha avuto inizio, l’elenco è in continuo aggiornamento. Dunque, due punti, a capo, trattino. Pagamento dell’affitto della casa romana di Calderoli; pagamento delle spese private di Reguzzoni; presunto dossieraggio su Roberto Maroni (di cui Bossi non sapeva nulla); possibile accordo tra Bossi e Tremonti per aprire dei conti bancari in Tanzania e a Cipro, che verranno rimpinguati con i soldi pubblici; pagamento di spese famigliari e mediche di Bossi; pagamento delle vacanze dell’allegra famiglia Bossi; pagamento di multe, diploma e auto di grossa cilindrata dell’ex consigliere regionale Renzo Bossi, meglio conosciuto come “il Trota”; dulcis (o amaris?) in fundo, indagate persone cinque facenti parte dell’ambiente mafioso calabrese (la ‘ndrangheta, per intenderci).

Le accuse, quindi, verteranno su reati come truffa ai danni dello Stato, riciclaggio e uso illecito di denaro pubblico.

Una grossissima gatta da pelare per quel partito che si credeva un Esorcista, in grado di annientare la demoniaca Terronia per infondere il “sano” Federalismo spirituale.

Stamattina mi sono alzato come al solito, molto assonnato, la doccia da fare, molto da studiare. Volevo andare al mercato coperto a fare un po’ di spesa, ma era chiuso. Un sacco di gente in giro però: è il 2 giugno, Festa della Repubblica.

In via Emilia, qua in centro a Modena è sfilato il tricolore più lungo di sempre, lungo 1797 metri, in ricordo dell’anno in cui fu decisa la Bandiera Italiana, a Bologna. Ben prima di essere Repubblica Italiana, unita.

Mentre sfilavano i tanti e tanti portatori del drappo tricolore la gente ai lati della strada applaudiva, a più riprese. Una vecchia signora urlava: “sventolatelo, sventolatelo il tricolore!”, con un sorriso splendido. Tutti sorridevano, e fissavano i tre colori e cantavano l’inno d’Italia. Forse non è un paese da buttare, forse non è vero che gli italiani non esistono.

Se solo riuscissimo a liberarci da questo catrame soffocante che si fa chiamare “politica”, se solo riuscissimo a capire che la “Repubblica” di cui si parla nella Costituzione non è una statua, non è il governo, non è Napolitano, non è “lo Stato”, ma siamo noi, io sono Repubblica, tu che leggi sei Repubblica, e come Repubblica dobbiamo salvaguardare i nostri diritti, le nostre opere d’arte, la nostra cultura.

Più tardi nella giornata, andato a teatro con un amico, ho assistito alla lettura dei primi dodici articoli della Costituzione, da parte del comico Vito. La sua definizione di “quelli che hanno scritto la Costituzione” era che avevano “due maroni più grandi della Girlandina” (la torre del Duomo di Modena) e che in confronto quelli di oggi hanno due prugnette secche.

Li ho letti più volte gli articoli della Costituzione, almeno i primi, i fondamentali. E solo oggi sono arrivato a capire, finalmente, di chi si parla in quelle dodici semplici e chiare frasi. Parlano di me!

Partiti, movimenti, cinque stelle o no, tutti dovremmo capirlo: l’Italia è nostra, nostra, nostra. E perché allora disamorarsi della politica deve essere anche disamorarsi del nostro Paese? Quindi lasciando fare perché “la politica non mi interessa” o “in politica sono tutti uguali” sarebbe la risposta giusta? Lasciando perdere si lascia che le cose che non ci vanno bene vadano in peggio, un atteggiamento poco conscio di quale sia il nostro ruolo. Non a caso sono i governanti che devono avere paura del proprio popolo, non il contrario. È però più facile che il popolo sia pacato e addormentato, se è sazio di donnette, giochi televisivi e calcio. Panem et circenses, e continuate a disamorarvi della politica e del vostro Paese.

Se pesate che in politica “siano tutti uguali”, o che “non cambierà mai niente”, oppure che “da soli non potete fare nulla”, allora accomodatevi, perdenti.

Io non mi accontento, e da oggi so che sono nella direzione giusta, per cambiare le cose, perché io non sono solo io, un ragazzo indietro con gli esami all’università, un ventenne che ancora non sa “cosa farà da grande”, un giovane eccitato, innamorato della musica, della sua ragazza, dei suoi amici e di tutti quei divertimenti che vegono etichettati come “passatempi”, ma sono anche e soprattutto cittadino, o meglio, Repubblica, Repubblica Italiana. Ho cantato l’inno con Eugenio Finardi e la sua band a teatro questo pomeriggio, e più volte la mia voce era spezzata. C’è chi ha da dire sulle parole, sulla retorica di Mameli, ma a me non importa nulla: è un simbolo, il nostro simbolo, e vedere i tre colori per strada, sentire le note di Fratelli d’Italia, mi ha fatto quasi versare lacrime speranzose, non tutto è perduto o perdibile.

Reagire, reagire contro le ingiustizie e andare a votare, sempre, il diritto va a pari passo col dovere, chi vi rinuncia si chieda come può poi chiedere una società o uno Stato migliore.

Quando vai a votare chiediti per chi voti, e risponditi sempre: PER ME.

Oggi è un giorno pieno di retorica. Tanti di quelli che ogni giorno ripudiano o infangano col loro comportamento il nostro Paese (politici, imprenditori, autorità di vario genere) parteciperanno a celebrazioni, convegni e via dicendo. Altri, secondo una moda che ormai consolidata, sputano su questo anniversario, ne parlano male e fanno della facile demagogia, ritenendo che non ci sia nulla da festeggiare. Dicono che rispettare l’Italia vuol dire rendersi conto dei suoi problemi e delle sue contraddizioni, non celebrare il nulla.

Rispettare l’Italia è invee qualcosa di diverso da entrambi questi atteggiamenti. Rispettare l’Italia vuol dire essere onesti giorno per giorno, riconoscere quei problemi e quelle contraddizioni e cercare di risolverle, crescere in mezzo a tutte e difficoltà che abbiamo davanti, essere pronti a costruire qui la propria famiglia e il proprio futuro, impegnarsi e mettere del proprio per cambiare le cose. Vuol dire sentirsi uniti, trentini, siciliani, calabresi, toscani, immigrati, italiani.

Ma perchè fatichiamo così tanto a sentirci italiani, a sentire la nostra nazione, la nostra appartenenza ad essa? Da anni ci dicono e ripetono e fanno credere che nord e sud siano completamente diversi, opposti. Ma è sotto gli occhi di tutti come ormai siamo mescolati, che nel momento del bisogno da entrambe le parti arriva l’aiuto che serve. Siamo un popolo, abbiamo delle radici comuni. Cultura, letteratura, lingua esistevano secoli prima dell’Unità, ed intorno ad esse ci siamo stretti, come attorno ad un fuoco nelle sere d’inverno.

Negli anni del fascismo, poi, le idee di patria e di nazione sono state stravolte, infettate da un’ideologia autoritaria e malata, che ha fatto odiare agli italiani questi due termini, collegati alla repressione, all’imposizione. In più in questi anni ci siamo trovati davanti ad un massiccio revisionismo, che ha trasformato Risorgimento e Resistenza in due eventi mostruosi, durante i quali uomini cattivi e spietati hanno compiuto massacri e atrocità. Ogni percorso storico porta con sè, purtroppo, anche eventi negativi. Ed è inutile negare che Risorgimento e Resistenza abbiano conosciuto degli episodi atroci. Ma questo li svaluta, elimina il loro contenuto di ribellione all’oppressione, di libertà? La Rivoluzione francese è culminata nel Terrore, ma è celebrata come uno degli avvenimenti più importanti della storia. Non dimentichiamo come dal Risorgimento e dalla Resistenza siano nate le nostre possibilità odierne, la nostra libertà, la Costituzione, la Repubblica.

Infine, la politica in tutti questi anni (dalla DC in poi direi) ci ha offerto quasi sempre uno spettacolo desolante. Uomini piccoli e di poco conto (tranne alcune, grandi eccezioni) hanno fatto il loro comodo e stretto patti con il diavolo in nome del loro potere e della loro ricchezza, facendoci diffidare delle istituzioni e quindi dello Stato.

Per tutti questi motivi, sentirsi italiani è difficile. E festeggiare lo è ancora di più.

Festeggerei se pensassi che da domani le cose cambieranno; se noi giovani avessimo un futuro; se contasse davvero il merito; se i nostri militari tornassero dalle guerre; se la scuola insegnasse e preparasse alla vita; se avessi fiducia nella mia generazione; se guardare avanti fosse un po’ più facile; se sapessi di poter trovare un lavoro;se le mafie non avessero più forza ogni giorno. I se sono ancora tanti, troppi per essere elencati tutti.

E allora? Staremo a guardare, non proveremo nemmeno un po’ d’orgoglio, di gioia, di speranza? Lasceremo che la pioggia di oggi porti via con sè la consapevolezza che è grazie all’Unità d’Italia che abbiamo conquistato le libertà che prima non avevamo, sottomessi ai vari regni che straziavano al penisola? Ascolteremo l’Inno senza un briciolo di senso di appartenenza?

No. Io non lo farò. Festeggerò per la nostra Costituzione; per i grandi poeti, scrittori, artisti del passato e del presente; perchè grazie a loro e a tanti altri grandi uomini sono orgoglioso di essere italiano; perchè se anche il presente è difficile da celebrare e più facile da criticare, non esiste un presente senza un passato; perchè voglio crescere qui e, anche se spesso sono disilluso e non vedo come possa accadere, so che prima o poi le cose cambieranno. Festeggio perchè l’italiano è una lingua meravigliosa; perchè alla Lega dà fastidio; perchè c’è tanta gente onesta che non fa rumore; per la Resistenza e il Risorgimento; per la mia generazione, il mio futuro e le prossime generazioni; perchè si possano festeggiare in futuro i 200, 250 e 1000 anni dell’Unità d’Italia e perchè qualcuno possa sputare anche su quelli; perchè sono orgoglioso e felice di essere italiano.

Festeggio perchè uniti abbiamo qualche possibilità, da soli nessuna.

Cari amici, il nostro “Bel Paese” non finirà mai di stupirci…. oltre al Presidente del Consiglio che è un costante motivo di vergogna e d’imbarazzo, ho avuto modo di sperimentarlo pure io nei miei viaggi all’estero; ben oltre la montagna di spazzatura mediatica che sommerge la vera informazione; scavalcando le facce di quei bigotti politici che amano il teatro a tal punto da inscenarlo ogni giorno per un pubblico che continuativamente lascia la sala inosservato perché gli attori hanno gli occhi riempiti dalla luce dei riflettori.

Ognuno di noi sperimenta nella vita, prima o poi, che i colpi più grandi che si possano infierire scaturiscono sempre da piccole questioni, sovente considerate minimali.

Martedì 1 Febbraio 2011, stavo ascoltando le notizie al TG2 quando improvvisamente viene trasmesso un servizio sulle “tasse camuffate e nascoste nel nostro Paese”; bene – mi sono detto – parleranno di imposte che ognuno di noi paga senza accorgersene, stile IVA e via discorrendo… ed in effetti è così, si parla di tasse varie,  già calcolate nel prezzo finale dei prodotti che acquistiamo, ogni tipo di prodotto rinvenibile sul mercato.

Improvvisamente compare la solita “scheda” riassuntiva dove vengono sintetizzate la parole proferite dalla voce del/la giornalista che ha realizzato il servizio; si parla di patrimoniali ed altre tasse, alcune di cui personalmente non conoscevo nemmeno l’esistenza; “alcune di queste risalgono perfino ai primi del Novecento” tuona la Voce, come se vi fosse motivo d’orgoglio specie in un sistema tributario in cui i soldi entrano ma non si sa mai da quale falla escano!

Scorrendo verso la fine del servizio, sorpresa!, una piccola “chicca” per gli spettatori {e non parlo certo di una piccola donna di nome Cristina!}: “in occorrenza dei 150 dell’Unità d’Italia anche l’esposizione del Tricolore costerà: 140 € di tassa per esporre i colori nazionali”. Se non m’è preso un infarto sul momento credo non mi verrà mai più {tiè!}. Capito a che punto sono arrivati?: tassano coloro che si sentono appartenenti allo Stato italiano!

Mi sono sentito preso in giro: 140 €, ecco quanto vale il mio sentirmi italiano, o meglio, quanto devo pagare per poter dire “sì, mi sento italiano”… così sono corso in camera mia, ho afferrato furiosamente la mia vecchia bandiera italiana {non l’avevo ancora esposta perché vecchia, scolorita e da rattoppare qua e là}, mi sono diligentemente messo all’opera con ago e filo, ho sistemato i buchi più pericolosi che avrebbero potuto determinare uno strappo della tela e sventolando il mio vessillo sono uscito sul balcone ed ho posto l’asta dove generalmente è sempre stata in occasione di mondiali o feste nazionali. Terminata l’operazione mi sono lasciato scappare un bel “ed ora vengano a prendermi”, quasi fossi un ladro… eppure determinato. Se verranno a prendermi sul serio per farmi pagare una multa o la tassa stessa dovranno prima trascinarmi in tribunale! Personalmente, non baratto le mie idee ed il mio “sentirmi italiano” per una tassa, per uno Stato che per colpa di qualche personaggio costantemente alla ricerca di denaro per risanare i conti pubblici per vanagloria  decida di tassare il mio appartenervi.

Festeggeremo il Centocinquantenario dell’Unità d’Italia a breve, il 17 marzo, data così vicina eppure così lontana…. Sì, perché mentre magari alcuni italiani si preparano all’evento informandosi sulla storia della propria Nazione il Governo, a momenti, non sa ancora dove andare a parare in tema di manifestazioni: spostare, solo per il 2011, la festa delle Forze Armate a marzo? Organizzare un 2 giugno molto più grande per il 17 marzo e far passare in sordina l’Anniversario della Repubblica? Ed infine, dibattutissima questione, decretare per il 17 marzo un giorno di “vacanza” collettiva o mandare tutti al lavoro/ a scuola? Per di più, proprio quando i cavilli sembrano via via risolversi lentamente ecco le varie insurrezioni minoritarie: dapprima la Lega Nord che senza il proprio Federalismo {tanto sbandierato e voluto, di cui ora pare titubino persino gli stessi elettori} non vede ragione alcuna di festeggiare ed in un secondo momento con il moto di protesta del presidente della Provincia autonoma di Bolzano Luis Durnwalder il quale ha apertamente dichiarato di non voler prender parte ai festeggiamenti poiché gli altoatesini, nel lontano 1918 non vennero interpellati in merito a quale Stato volessero appartenere; per tal ragione non può costringere un popolo di “non italiani”  a festeggiare l’anniversario dell’Unità d’un Paese in cui questi non si identifichino.

Forse i festeggiamenti per questo Centocinquantenario potranno rivelarsi alquanto discutibili, l’importante, in fondo, è che ognuno di noi senta veramente quello spirito d’Unità nazionale che oltre centocinquant’anni fa portò giovani italiane ed italiani ad unirsi all’armata garibaldina ed a morire per un ideale di Patria che ancora oggi ritroviamo nel nostro Inno nazionale!

 

Foedericus

Domenica 28 novembre 2010, sul sito di Generazione Italia è apparsa una lettera aperta a Silvio Berlusconi. Il titolo è eloquente: Lettera di sfiducia a Berlusconi. Le parole contenute non sono di certo leggere, si parla di gestione del governo da parte di Berlusconi come un feudo personale e di battere i pugni sul tavolo dichiarando la propria insostituibilità.

Questo ha causato la reazione del portavoce del Pdl, Daniele Capezzone, che descrive la lettera come il sintomo di una “deriva estremista dettata dai pasdaran finiani”.

Opinione comprensibile…se non fosse che il testo della suddetta lettera è risultato di un copia-incolla del discorso pronunciato da Bossi nel 1994, per sfiduciare il governo…Berlusconi!

Italia dalla memoria corta…

Riportiamo qua sotto il testo della lettera, lo potete trovare anche a questo link (Generazione Italia).

On. Presidente,
Generazione Italia considera conclusa negativamente l’esperienza di questo Governo che, come fosse un suo feudo personale, ha presieduto.
I patti richiedevano l’immediata approvazione di una legge antitrust che eliminasse il monopolio di Mediaset e che favorisse il rinnovo strutturale della Rai restituendo ai media la loro libertà e democratica funzione per informare imparzialmente ed obiettivamente l’opinione pubblica.
I patti richiedevano la netta separazione tra gli interessi personali dal Capo del Governo e la sua funzione di altissimo Pubblico Ufficiale.
Lei in campagna elettorale ha promesso di risolvere il secolare problema meridionale, di garantire la pace sociale, di sostenere la piccola e media impresa, di eliminare la partitocrazia e lo Stato padrone; di fare dell’Italia un grande paese ad ispirazione liberal-democratica.
Il suo Governo ha inteso la governabilità come fine a se stessa, il potere per il potere, la governabilità per la governabilità, un Governo non intenzionato ai cambiamenti, un Governo dei conflitti con la magistratura e con il sindacato, un governo del controllo dell’informazione!
Nella nostra alleanza c’è chi ci accusa addirittura di sovvertire lo Stato di diritto perché chiediamo una verifica, falsificando la verità e dichiarando che questo Governo non sarebbe il frutto, come nel passato, di una contrattazione post elettorale, bensì, sarebbe la conseguenza di un patto preventivo stipulato davanti agli elettori!
E quindi solo a Berlusconi, se è vera la premessa, competerebbe concedere la verifica e implicitamente mantenere o sciogliere le Camere.
E’ una tesi che lede i poteri costituzionali del Presidente della Repubblica e lascia trasparire il ritorno nella politica di dogmi antiliberali!
Onorevole Presidente, lo Stato non è lei! E dopo di lei non c’è il diluvio! Le chiedo con quali diritti Lei batta i pugni sul tavolo dichiarando la sua insostituibilità? Con quali diritti Lei pretenda di interpretare personalmente la Costituzione tuttora in atto? Onorevole Presidente, Lei non è l’uomo della provvidenza, tutt’altro!
L’Italia è una Repubblica democratica, in cui il Parlamento elegge e fa cadere i Governi, valutando i meriti e i demeriti di chi presiede o fa parte del Governo: il tradimento è solo quello di chi, ad un Paese disperatamente alla ricerca di un patto costituente, contrappone voglia di potere e minacce di tumulti di piazza!

 

Apparirà come un post “leggero”, ma a me ha fatto molto ridere. E un po’ pensare.

Il video di RepubblicaTv che ho appena visto mostra Barack Obama in conferenza stampa, quando, nel bel mezzo del discorso, si sente un tonfo: il logo appeso al leggio è caduto a terra. Obama si ferma e guarda subito davanti, oltre il microfono, accorgendosi che ha perso un pezzo. Risate tra il pubblico mentre il presidente, con il consueto aplomb, rassicura l’uditorio – “That’s all right. All of you know who I am.” – “Tutto a posto. Tutti voi sapete chi sono.” anche senza lo stemma a spiegarlo.

Mi piace pensare che non sia troppo audace immaginarsi come vorremmo che fosse il nostro paese. Mi piace pensare che non saremo sempre presi in giro per le battute stupide dei nostri politici. Mi piace pensare che avremo di nuovo dei governanti spontanei, genuini, naturali nel comunicarci decisioni, avvenimenti, scuse e spiegazioni.

Non credo che questo significhi sognare. È la sottile differenza che c’è tra il sogno e l’immaginazione di un futuro che non c’è ancora. Ma che ci potrà essere, solo se ci muoviamo per fare qualcosa, ma soprattutto solo se continuiamo a pensarlo, ripensarlo, proporlo e discuterlo con tutti. Non voglio che il Paese di cui vado fiero continui a nutrirsi voracemente di ballerine e reality show. Non voglio che nel nome di imprecisati diritti di libertà si continui ad uccidere la libertà di ricevere un’istruzione adeguata, la libertà di poter trovare e conoscere facilmente della cultura: mi fa piangere vedere che sempre di più viene proposta l’equazione cultura = noia, solo perché “quando uno torna a casa dal lavoro preferisce riposare” piuttosto che impegnarsi a seguire qualcosa di ragionato.

Non credo neanche che non esista un leader, una semplice persona da qualche parte che possa iniziare il cambiamento, che possa iniziare a convogliare in una direzione precisa il volere, il sentire delle tante persone che sento attorno a me, da quelle che la pensano come me a quelle in disaccordo con i miei pensieri, ma che condividono senz’altro la voglia di sterzare e di riprendersi quello che ingenuamente abbiamo ceduto: il controllo del nostro presente, e inevitabilmente del nostro futuro.

Per cui mi piacerebbe pensare alle tante piccole cose che dovrebbero comporre il mio avvenire: e nel mio avvenire c’è anche il mio Stato.

“Dalle nostre parti, in Campania, si muore di tre cose: camorra, politica e discariche. La discarica di Terzigno però, a mio avviso, è il sodalizio tra la camorra e lo Stato. Perchè qui noi non stiamo a combattere le camorra, noi la camorra ancora non la vediamo. Noi qui siamo a combattere lo Stato, perchè è lui che ce le ha imposte le discariche”

“Negli ultimi trent’anni in Campania, con l’avallo della politica nazionale, si sono succeduti assessori all’ambiente, alle infrastrutture, ai lavori pubblici. Ognuno di questi aveva l’incarico di creare un ciclo per la gestione dei rifiuti. Invece niente, il principio è quello di organizzare una struttura enorme, fatta di tecnici, consulenti, professionisti per trovare un buco. Noi paghiamo tutte queste persone tutti i giorni dell’anno per trovare un buco, che non è una discarica, perchè la discarica dovrebbe essere un posto dove l’immondizia prima la si tratta e poi si porta nella discarica quella che ci può andare per legge. Invece la politica si inventa una deroga che stabilisce che le regole non valgono, le leggi non si rispettano. Fino a ieri era un reato buttare immondizia alla rinfusa in un buco (lo faceva la camorra), oggi si può fare. Il principio della deroga è vecchioo di anni, lo ha inventato la malavita, la criminalità. Quando lo Stato deroga alla legge non fa altro che copiare quello che fa la camorra, perchè la camorra tutti i giorni deroga alla legge. Fra la camorra e lo Stato c’è una sola differenza qui in Campania: che lo Stato per derogare fa un documento di carta, la camorra se lo comunica a voce. Dobbiamo scappare, perchè c’è uno Stato che lavora per me e ha deciso, per il mio bene, tutti i giorni di uccidermi.

Queste parole sono state pronunciate da due abitanti di Terzigno, in Campania, luogo in cui l’emergenza monnezza è tornata, visto che non è mai stata risolta. I loro interventi di ieri ad Annozero (vedi video sottostante) mi hanno colpito profondamente. Lo Stato, per loro, non è altro che un nemico da combattere, un’entità che li opprime e non li protegge. E come dar loro torto. Probabilmente dà più sicurezza la camorra. Lo Stato non li aiuta, non risolve il loro enorme problema ma deroga alla legge. E così facendo distrugge le vite di tutte quelle persone, molte delle quale si ammalano ogni giorno di leucemia.

Il sodalizio tra Stato e camorra. Lo Stato che uccide. Sono state parole dure, pronunciate da persone disperate, che non pensano nemmeno più lontanamente che la politica sia capace di risolvere i loro problemi. Sono parole che mi hanno colpito profondamente. Come si può parlare di democrazia, quando si dà per risolta una situazione che causa decine di morti e di ammalati? Come si può chiedere senso dello Stato se da quarant’anni quest’ultimo finge di occuparsi di problemi che drano da sempre? Come si possono chiedere consensi sulla pelle delle persone? Sinceramente, non lo so. Chi è Stato?