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Si rincorrono sui giornali e i telegiornali le notizie del disastro economico e finanziario dell’Europa e degli Stati Uniti. Si parla di spread, downgrading, agenzie di rating, titoli che perdono e mercato impazzito. Termini che per la maggior parte delle persone non vogliono dire nulla, perchè sconosciuti. E nessuno che spieghi, in tv per esempio, cosa accade. Viviamo nell’ignoranza. Sappiamo e comprendiamo (poco) solo quelle piccole gocce di notizie che ci arrivano dal rubinetto chiuso dell’informazione agostana italiana. Il resto è buio. Qualcuno mi spiega perchè l’informazione deve andare in vacanza a giugno e tornare a settembre, come la scuola? Miracoli di Raiset.

Londra brucia. E non è il titolo della canzone dei Negramaro, brucia davvero. Il Big Beng è illuminato da riverberi rossi, le fiamme divorano auto, negozi, strade. Guerra civile, affrontata da Cameron con il cosiddetto pugno di ferro, che dovrebbe essere rigore e legalità, ma in realtà vuol dire mano pesante e già alcuni morti. Tra i riots ci sono delinquenti comuni che approfittano del caos per fare razzia di qualunque cosa e depredare i negozi? Certo. Si può ridurre tutto a questi dementi criminali? No. La rivolta londinese è figlia della crisi che stritola i più poveri, delle misure del governo britannico che, per certi versi simili a quelle del governo nostrano, tagliano welfare, gli aiuti a chi ne ha bisogno. E i ricchi ingrassano, mentre chi ha poco avrà ancora di meno. E allora, la rivolta. Nel Maghreb è stato per il pane. E’ così anche qui. Quale sarà il prossimo Paese contagiato dal vento di rivolta?

Forse l’Italia (anche se le speranze sono scarse), dove si fanno tavoli e incontri e discussioni e riunioni straordinarie e non si arriva a nulla. Alla fine, cosa esce da queste chiacchierate tra “governo” e “parti sociali”? Nulla. Mai nulla. Un nulla che divora tutto. Discutono, parlano, cercano punti d’incontro, analizzano la situazione. E non fanno mai nulla. E le cose peggiorano.

Intanto arrivano i barconi carichi di rifugiati. Il mare è disseminato dei corpi di quelli che non ce l’hanno fatta ad arrivare fino a noi. La Somalia muore. E noi siamo indifferenti. Guardiamo le immagini mentre mangiamo, ci scandalizziamo per due minuti e ricominciamo a mangiare. Ci dimentichiamo quello che abbiamo visto in un secondo. Miracoli dei nuovi media.

Non so quale sarà il mio (il nostro) posto nel mondo. Ma di sicuro questo mondo sta impazzendo. Bisogna fermarsi un attimo, guardarsi intorno e ripartire. Con un cervello nuovo, con idee nuove. Prima che sia troppo tardi.

Quello italiano è un popolo incredibile che, ritengo, non finirà mai di stupire; la frase può sembrare trita e ritrita, tante volte è stata adoperata… eppure ora credo proprio capiti a fagiolo. Sì, perché, come titola il numero de “l’Espresso” della scorsa settimana, mentre il mondo arabo brucia gli italiani preferiscono occuparsi dei millanta processi in cui B. è invischiato, dei “gieffini” e di Mistero per comprendere, ad esempio, come una persona possa vivere senza braccia … mentre nelle coste settentrionali dell’Africa la gente non riesce a vivere in quanto manchi il necessario per, almeno, sopravvivere.

Tornando all’incipit {sono desolato, ma non credo d’avere né le competenze né tanto meno il merito di poter parlare della situazione nei paesi nord-sahariani}, mentre mi allenavo per una delle specialità delle Olimpiadi casalinghe, vale a dire lo zapping ad ostacoli, mi sono imbattuto nel Telegiornale di TV2000 {canale ufficialmente di proprietà della CEI http://it.wikipedia.org/wiki/TV2000} proprio mentre veniva mandata in onda la rubrica di notizie dal mondo e mi ha colpito sentir parlare della Gameen Bank, la Banca dei Poveri. La notizia, realizzata nello stramaledettissimo formato “flash”, riferiva infatti che il fautore di questo grande progetto e presidente della stessa Muhammad Yunus è stato rimosso dal proprio incarico dalla Banca Centrale del Bengala. “Incredibile” mi sono detto, così ho ascoltato i nostri TG nazionali {quelli Rai per intenderci, Mediaset l’aborro} in cerca di conferme …. NULLA, tabula rasa di quanto detto poco prima! Incroyable! Così ho pensato di scrivere un piccolo post per questo blog per far capire cosa accade nel mondo che i nostri Telegiornali “di cortile” {come soglio chiamarli, poiché si occupano solo di questioni nazionali e solamente di questioni internazionali eclatanti} non riportano.

Vorrei parlare della Banca dei Poveri {per chi fosse interessato ad ulteriori informazioni sulla figura di Muhammad Yunus lascio qui comodo comodo il link di Wikipedia, santa invenzione!, anticipando solamente che si tratta del Premio Nobel per la Pace 2006 http://it.wikipedia.org/wiki/Muhammad_Yunus} che io stesso ho conosciuto in maniera del tutto fortuita sostenendo l’esame del First!

Tale organizzazione, ufficialmente Grameen Bank ma meglio nota con l’appellativo di Banca dei Poveri come già detto, è nata nel “lontano” 1976 per aiutare le popolazioni povere del Terzo mondo con microprestiti di cui le banche preesistenti non si curavano: generalmente i prestiti ammontano a cifre irrisorie che posso andare dai 2 ai 10 €, soldi che vengono impiegati per dare autonomia a piccole attività che a livello di villaggio rimarrebbero puramente “di sussistenza” senza uno sviluppo concreto. Come si può capire dalle cifre chieste in prestito, altri istituti di credito non se ne sono mai occupati poiché solamente le procedure burocratiche avrebbero fatto lievitare i costi; inoltre la Banca dei Poveri concede prestiti senza alcuna richiesta di garanzie, una manna per le fasce più povere delle popolazioni del Terzo mondo, in modo da evitare che i possibili contraenti dei prestiti finiscano nelle mani dell’usura.

La politica adottata da questa Banca è del tutto particolare in quanto {mi appoggio all’esauriente scaletta di Wikipedia}

  non si propongono come un ente burocratico a cui rivolgersi per ottenere un prestito, ma sono i funzionari della banca che si spostano di villaggio in villaggio per avvicinare i possibili clienti;

  sia per abbattere i costi sia per andare incontro ad una clientela in maggioranza analfabeta, la maggior parte della documentazione cartacea viene abolita ed i prestiti vengono concessi sulla fiducia e senza alcuna garanzia bancaria;

  per ridurre ulteriormente i costi e rendere più sicura la restituzione attraverso la mutua solidarietà, i crediti vengono normalmente concessi a piccoli gruppi di richiedenti che sono moralmente impegnati ad aiutarsi l’un l’altro in caso di difficoltà;

  nel suo giro per i villaggi l’impiegato incontra i clienti, riscuote le rate dei pagamenti e raccoglie gli eventuali risparmi, anche se di valore modestissimo;

  i prestiti, piccoli o grandi che siano, debbono essere restituiti dal momento che non si tratta di assistenzialismo, ma di un prestito dato da una banca ad un suo cliente;

  la restituzione avviene sempre in forma rateale, spesso settimanale, in modo che eventuali difficoltà del contraente sono subito evidenziate e danno modo alla banca di intervenire in tempo (ad esempio concedendo delle dilazioni).

{Da Wikipedia, alla voce Banca dei Poveri}

Il successo riscosso da tale sistema organizzativo è stato sorprendente, in quanto si è potuto notare un miglioramento delle condizioni di vita dei beneficiarii dei prestiti, un’insolvenza inferiore all 1% nella restituzione delle somme date in prestito e, con gli utili ricavati, è stato possibile pagare gli stipendii degli impiegati ed al contempo allargare la “zona di mercato”.

Insomma, un piccolo miracolo dei Paesi del Terzo mondo di cui pochi conoscono almeno l’esistenza.

Non intendo andare oltre dacché il mio intento era quello di far riflettere su quanto ci viene propinato ogni giorno dalla televisione, quali di queste nozioni siano necessarie e quali invece superflue… Forse dovremmo ribellarci a questo regime di chiusura o, peggio, dittatura mediatica e cercare nuovi sbocchi e nuovo ossigeno nel campo dell’informazione.

{Post scriptum: mi scuso per il frequente ricorso a Wikipedia ma piuttosto che fornire informazioni false o mal formulate ho preferito appoggiarmi ad una fonte esterna e, chiaramente, anche al sito stesso della Grameen Bank http://www.grameen-info.org/}

Foedericus.

Cari amici, il nostro “Bel Paese” non finirà mai di stupirci…. oltre al Presidente del Consiglio che è un costante motivo di vergogna e d’imbarazzo, ho avuto modo di sperimentarlo pure io nei miei viaggi all’estero; ben oltre la montagna di spazzatura mediatica che sommerge la vera informazione; scavalcando le facce di quei bigotti politici che amano il teatro a tal punto da inscenarlo ogni giorno per un pubblico che continuativamente lascia la sala inosservato perché gli attori hanno gli occhi riempiti dalla luce dei riflettori.

Ognuno di noi sperimenta nella vita, prima o poi, che i colpi più grandi che si possano infierire scaturiscono sempre da piccole questioni, sovente considerate minimali.

Martedì 1 Febbraio 2011, stavo ascoltando le notizie al TG2 quando improvvisamente viene trasmesso un servizio sulle “tasse camuffate e nascoste nel nostro Paese”; bene – mi sono detto – parleranno di imposte che ognuno di noi paga senza accorgersene, stile IVA e via discorrendo… ed in effetti è così, si parla di tasse varie,  già calcolate nel prezzo finale dei prodotti che acquistiamo, ogni tipo di prodotto rinvenibile sul mercato.

Improvvisamente compare la solita “scheda” riassuntiva dove vengono sintetizzate la parole proferite dalla voce del/la giornalista che ha realizzato il servizio; si parla di patrimoniali ed altre tasse, alcune di cui personalmente non conoscevo nemmeno l’esistenza; “alcune di queste risalgono perfino ai primi del Novecento” tuona la Voce, come se vi fosse motivo d’orgoglio specie in un sistema tributario in cui i soldi entrano ma non si sa mai da quale falla escano!

Scorrendo verso la fine del servizio, sorpresa!, una piccola “chicca” per gli spettatori {e non parlo certo di una piccola donna di nome Cristina!}: “in occorrenza dei 150 dell’Unità d’Italia anche l’esposizione del Tricolore costerà: 140 € di tassa per esporre i colori nazionali”. Se non m’è preso un infarto sul momento credo non mi verrà mai più {tiè!}. Capito a che punto sono arrivati?: tassano coloro che si sentono appartenenti allo Stato italiano!

Mi sono sentito preso in giro: 140 €, ecco quanto vale il mio sentirmi italiano, o meglio, quanto devo pagare per poter dire “sì, mi sento italiano”… così sono corso in camera mia, ho afferrato furiosamente la mia vecchia bandiera italiana {non l’avevo ancora esposta perché vecchia, scolorita e da rattoppare qua e là}, mi sono diligentemente messo all’opera con ago e filo, ho sistemato i buchi più pericolosi che avrebbero potuto determinare uno strappo della tela e sventolando il mio vessillo sono uscito sul balcone ed ho posto l’asta dove generalmente è sempre stata in occasione di mondiali o feste nazionali. Terminata l’operazione mi sono lasciato scappare un bel “ed ora vengano a prendermi”, quasi fossi un ladro… eppure determinato. Se verranno a prendermi sul serio per farmi pagare una multa o la tassa stessa dovranno prima trascinarmi in tribunale! Personalmente, non baratto le mie idee ed il mio “sentirmi italiano” per una tassa, per uno Stato che per colpa di qualche personaggio costantemente alla ricerca di denaro per risanare i conti pubblici per vanagloria  decida di tassare il mio appartenervi.

Festeggeremo il Centocinquantenario dell’Unità d’Italia a breve, il 17 marzo, data così vicina eppure così lontana…. Sì, perché mentre magari alcuni italiani si preparano all’evento informandosi sulla storia della propria Nazione il Governo, a momenti, non sa ancora dove andare a parare in tema di manifestazioni: spostare, solo per il 2011, la festa delle Forze Armate a marzo? Organizzare un 2 giugno molto più grande per il 17 marzo e far passare in sordina l’Anniversario della Repubblica? Ed infine, dibattutissima questione, decretare per il 17 marzo un giorno di “vacanza” collettiva o mandare tutti al lavoro/ a scuola? Per di più, proprio quando i cavilli sembrano via via risolversi lentamente ecco le varie insurrezioni minoritarie: dapprima la Lega Nord che senza il proprio Federalismo {tanto sbandierato e voluto, di cui ora pare titubino persino gli stessi elettori} non vede ragione alcuna di festeggiare ed in un secondo momento con il moto di protesta del presidente della Provincia autonoma di Bolzano Luis Durnwalder il quale ha apertamente dichiarato di non voler prender parte ai festeggiamenti poiché gli altoatesini, nel lontano 1918 non vennero interpellati in merito a quale Stato volessero appartenere; per tal ragione non può costringere un popolo di “non italiani”  a festeggiare l’anniversario dell’Unità d’un Paese in cui questi non si identifichino.

Forse i festeggiamenti per questo Centocinquantenario potranno rivelarsi alquanto discutibili, l’importante, in fondo, è che ognuno di noi senta veramente quello spirito d’Unità nazionale che oltre centocinquant’anni fa portò giovani italiane ed italiani ad unirsi all’armata garibaldina ed a morire per un ideale di Patria che ancora oggi ritroviamo nel nostro Inno nazionale!

 

Foedericus

Stavo guardando il Tg1 lunedì 18 sera, e il servizio “farlocco”, diciamo “stile StudioAperto”, parlava di un vigile urbano, recordman come homo novus del mestiere nell’affibbiare multe per divieto di sosta. Addirittura il sindaco è stato beccato in sosta vietata. Ero distratto ma le due domande clou le ho colte: “Che lavoro faceva prima di diventare vigile?” – “Il giornalista” – “E come mai ha deciso di cambiare lavoro?” – “È una questione di stipendio“.

Wow. Già risulta spesso odioso il vigile urbano. Sottopagati, frustrati, meno pagati dei vigili urbani, quelli che ti fanno storie per una ruota fuori posto, i giornalisti in effetti sono fastidiosi: la Gabanelli che ci viene a raccontare, con il suo sorriso ironico, di tutte le nefandezze nazionali, con servizi di una logica disarmante; Iacona, che con il suo stile appunto “in presa diretta” è il fratello di Milena nel raccontarci i drammi del Paese; la Busi, l’ex mezzobusto del Tg1, con quella sua mimica facciale piena di rimandi faziosi; Travaglio, con i suoi monologhi a metà tra la satira ed un computer, dove fa a pezzi ogni singola contraddizione snocciolando i dati precisi precisi; Ruotolo, il baffone amico Santoro, la coppia che ci rompe le scatole nell’arena di Annozero ogni giovedì.

Proprio insopportabili. Meglio sarebbe vedere dei giornalisti nuovi, giovani e belli, no? A StudioAperto ci hanno pensato da tempo: gran belle donne in studio a presentare la miscellanea di notizie saltellanti dai seni della Ferilli ai massacri nella striscia di Gaza, passando per i cuccioletti salvati nella periferia della tal città nella tal provincia. Ma mi si dirà che StudioAperto non è un telegiornale. In effetti ha la durata doppia e notizie zero. Ma è lo spazio di informazione (o “infotainment”, information + entertainment, informazione e spettacolo) di Italia1, canale tutt’altro che non seguito. Hanno già rimpiazzato la Busi (che pure è una bella donna) con queste nuove figure, senz’altro professionali, ma soprattutto di bella presenza.

Piuttosto che sentirmi stupido con notizie parziali (sia nel senso “di parte” che nel senso di “incompleto”) preferisco sentire tante parti di verità nelle voci di più giornalisti. La sinfonia all’unisono dei telegiornali suona come un requiem, proprio quando il ragionare è nel pieno della sua vacanza: perché ho l’impressione che molti siano abituati a ignorare i contrasti che pur notano nei discorsi politici e nella vita di tutti i giorni? Senz’altro è più facile ignorare che qualcosa non va, che vada tutto bene invece. È più facile ma lo trovo nauseante: qua nasce il senso di scontento generale che porta tanti a disamorarsi del proprio Paese, dei propri simili, dei propri diritti.

Accontentandosi, o meglio limitandosi ad accettare sempre il minimo (nella prima parola c’è la radice “contento”, ma non è questo sentimento che prova chi accetta il minimo), tutto diventa consumo, una sorta di McDonald’s mentale, per cui il bisogno più semplice e comune è impegnare la mente per non vedere lo schifo che c’è attorno. E la mente semplificata che è stata modellata negli ultimi vent’anni accetta volentieri l’idea di avere cinquecento canali televisivi fra cui scegliere, solo per gustare la possibilità di scegliere fra tutte quelle cose che in realtà non la interessano per davvero. I bisogni superficiali vengono creati e subito appagati. Per questo il ragionare non serve, anzi, complica le cose!

Il giornalismo fa al sua parte nel cercare di veicolare le cose come stanno. Il giornalismo deve dare notizie, e quando non lo fa è diventato soltanto un abile venditore, un ipnotizzatore: lavora per un altro scopo, spesso lo scopo di qualcun altro. Perciò vedo un singolare collegamento tra il vigile degno del servizio farlocco e l’idea diffusa sui giornalisti di oggi: già, a quanto pare, li pagano poco, cosa lo stanno a fare questo lavoro, che ci fornisce soltanto cattive notizie e mal di stomaco?

Dimenticavo che piuttosto che ascoltare chi ci fornisce armi e difese contro raggiri e ingiustizie che si vorrebbero tener nascoste, è meglio passare per fessi.

di Aristofane

Rimane poco da aggiungere, dopo aver ascoltato le parole di Roberto Saviano. I commenti rischiano di essere banali e superflui, inutili orpelli di discorsi profondi, toccanti e appassionati quali sono sempre quelli dello scrittore napoletano. Ho visto diverse volte Saviano in televisione, ospite di vari programmi, mentre racconta le sue esperienze e spiega cosa vuol dire mafia, cos’è la criminalità e cosa accade quando il mondo degli affari va ad intersecarsi con quello del malaffare. Vederlo dal vivo, ieri a Trento (Auditorium Santa Chiara, ore 18), la mia città, è stata un’esperienza particolare. E’ stato come se un pezzo di una realtà che so esistente, ma che mi è sempre sembrata lontana, si fosse calato nella mia quotidianità, vedendo gli stessi posti che io vedo ogni giorno, parlando alle persone che posso incontrare per strada, riferendosi a fatti di vita che abbiamo ogni giorno a portata di mano. E’ stata questa una delle cose che mi ha emozionato.

La grande capacità dell’autore di Gomorra, a mio avviso, è quella di ricondurre storie, eventi e meccanismi che ci sembrano distanti e remoti, propri solo di paesi sperduti nel più profondo sud o di metropoli come Napoli o Palermo, alla vita di tutti i giorni. Con esempi e racconti che ci portano a capire come tutto quello che abbiamo intorno sia frutto, spesso, di forme patologiche di mercato o di un’economia drogata da capitali di provenienza criminale. Saviano è capace di farci toccare con mano, di farci sentire vicini i temi di cui parla, che ad un primo nostro sguardo sembrano astratti, a volte quasi incredibili.

Ed è questo che tanto spaventa chi lo minaccia. Un uomo che fa capire alla gente comune come parlare di questi temi, affrontarli e discuterne ogni giorno, senza nascondere la testa sotto la sabbia, sia fondamentale è un uomo pericoloso per un potere che è alla luce del sole ma contemporaneamente vuole restare nascosto, che trae giovamento delle parole di chi nega la sua esistenza e delegittima chi ne parla, dipingendolo come denigratore della patria. Saviano mostra come capire non sia semplice, ma indispensabile; come essere informati, avere le giuste informazioni sia fondamentale per compiere le scelte giuste. “La vera omertà, oggi, è quella di chi non vuole conoscere”. Chi non vuole sentire, chi si gira dall’altra parte compie un atto di omertà, nascondendo a sè stesso la verità. Con le sue parole, lo scrittore napoletano vuole liberare le persone da questa omertà, soluzione molto più semplice da scegliere rispetto alla conoscenza, vuole rompere un muro e far conoscere un mondo, una realtà terribili.

Ed è per questo che è così odiato. “Chi mi minaccia non ha paura di me, di quello che scrivo. Ha paura, autentica paura, di chi legge”. Questa frase mi è rimasta impressa, forse più di qualsiasi altra. Chi legge capisce. E chi capisce non è più un burattino nelle mani di chi sa le cose che gli altri non conoscono. Una persona informata ha i mezzi per vedere davvero quello che le accade intorno, per muoversi nella multiforme e complicatissima realtà che ha intorno. Chi conosce può decidere per il meglio, in ogni momento, e si pone delle domande. Quando va a fare la spesa come quando deve comprare una casa.

E’ questa la forza della parola. La parola, pronunciata o scritta, che lotta, che combatte con noi. Un libro, un oggetto inanimato che può fare molta più paura di una pistola. La parola che poi porta ai fatti, rendendoci forse un po’ più liberi e consapevoli. Il valore di una parola, che non sta nelle lettere di cui è formata, ma nel significato che rappresenta.

E’ stato questo, a mio parere, il vero messaggio che Roberto Saviano ha voluto comunicare ieri. Ha spiegato molte cose interessanti sul funzionamento di certi meccanismi interni alle organizzazioni criminali. Ha raccontato storie, mostrando la potenza incredibile della mafia e la sua capacità di radicarsi dovunque e in chiunque, soprattutto in tempi di crisi. Ma il vero intento del suo incontro è stato mostrarci come le parole siano importanti e veicolino la conoscenza. Come tutto sia collegato, e come noi stessi, in prima persona, possiamo fare i collegamenti necessari, se conosciamo, se sappiamo. L’importanza della conoscenza, il valore del sapere, che ci permette di scegliere, di capire e di decidere. Ci premette di essere liberi e di cambiare, una volta per tutte, questo Paese, liberandolo dalle sue contraddizioni, dalle sue paure, dandogli un po’ di coraggio. O, almeno, ci consente di provarci.

“La grande speranza è che parlare in questo momento a tutti faccia sì che ci si unisca trasversalmente su un tema fondamentale: far funzionare le cose, la legalità, intesa come regole, non che ci limitano, ma che ci permettono di essere molto più liberi. Legalità che ha davvero il sapore rivoluzionario.” (Roberto Saviano, ieri, a Trento)

(Appena sarà disponibile, verrà postato l’intero intervento di Saviano al Festival dell’Economia. Intanto cliccando qui trovate le parti disponibili su Youtube)

di Aristofane

Ieri sera, al Teatro Sociale di Trento, alle ore 21, alcuni giornalisti hanno partecipato al dibattito dal titolo “L’informazione in tv: modelli a confronto”, nell’ambito del Festival dell’Economia. Quello che segue è un breve riassunot, che cerca di cogliere i punti essenziali toccati durante la conferenza (qui trovate il video dell’intero dibattito)

Beppe Severgnini: “Buonasera. Oggi abbiamo con noi Riccardo Iacona, autore di “Presa diretta”; Lucia Annunziata, conduttrice di “in mezz’ora”; Paolo Mancini, docente di sociologia della comunicazione all’Università di Perugia; Steve Scherer, giornalista statunitense; Philippe Visseyrias, giornalista francese. Il tema della serata è “Informazione in tv, modelli a confronto”. Comincerei quindi subito con una presentazione dei diversi modelli televisivi dei Paesi qui rappresentati, Francia, Usa, Italia e Gran Bretagna (in sala è presente un reporter della BBC, al quale viene chiesto di spiegare il sistema televisivo inglese, n.d.a.). ”

Philippe Visseyrias: “In Francia c’è un polo pubblico, composto da 3 canali, al quale si affiancano 2 reti private, un canale a pagamento e i canali (pubblici e non) del digitale terrestre. Sarkozy, con una recente riforma, ha iniziato ad eliminare progressivamente la pubblicità dai canali pubblici. Per quanto riguarda l’influenza politica, negli anni ’70, quando c’era solamente il servizio pubblico, esso era molto politicizzato. In seguito, i presidenti hanno continuato ad esercitare un controllo, o per lo meno una forte influenza sulla televisione (non paragonabile, in ogni caso, a quella che devono sopportare i giornalisti della RAI). Mitterand controllava molto la tv, ma nel suo programma c’era l’intenzione di liberare la televisione dal controllo politico.”

Lucia Annunziata: “Se non ti dispiace, Steve, vorrei fare scambio con te. Io parlo del sistema americano e tu di quello italiano. Noi tutti abbiamo il mito del giornalismo americano; ebbene, questa visione non è altro che una favola, una credenza da smontare. La TV americana è una televisione di impatto e superficiale, che non guarda molto ai contenuti (anche se, ovviamente, ci sono delle eccezioni). Inoltre, è una televisione prona al potere, iperpoliticizzata. La Fox è un esempio chiaro di questa iperpoliticizzazione: è la tv dei repubblicani, molto schierata ed estremista. La CNN, di cui tutti abbiamo il mito, è poco seguita, i suoi picchi raggiungono i 400 mila spettatori. In Italia, con ascolti così, ti chiudono.”

Steve Scherer: “Il sistema italiano è facile da raccontare. Ci sono tre canali pubblici lottizzati (due dal governo e uno dall’opposizione), tre canali privati in mano al Presidente del Consiglio e poi una piccola tv di Telecom Italia, ovvero La7. Accanto a questo sistema, c’è Sky. Mi sembra pleonastica la domanda: “C’è troppo Stato nella televisione italiana?”.

Reporter BBC: “In Inghilterra c’è un servizio pubblico molto forte, la BBC ha 2 canali e 6 radio. Accanto ad essa ci sono dei canali privati, che devono rispondere comunque in Parlamento.”

Riccardo Iacona: “La tv italiana è povera di contenuti, di protagonisti sociali. Inoltre, al realtà che ci circonda non trova spazio in televisione, il cittadino non trova nella televisione uno strumento che gli permetta di comprendere meglio la relatà, poichè quello che si deve vedere e sapere, il raccontabile, in tv, è deciso dalla politica. La politica non solo fa un’opera di censura preventiva, per cui ogni volta che scrivi un pezzo o prepari un’inchiesta ti devi preoccupare di limare, di eliminare riferimenti a quello o a questo; ma esercita pressione anche perchè di certe cose non si parli, perchè le persone non devono sapere. Ricordiamoci che un tv povera impoverisce il Paese.”

Beppe Severgnini: “Professor Mancini, si dice spesso che la tv influisce sul consenso. E’ vero?”

Paolo Mancini: ” Non c’è una risposta univoca. La televisione, quello che si ascolta e si vede grazie ad essa, conta in relazione alle persone ed alle loro esperienze. Ognuno filtra quello che sente attraverso la sua psicologia. La tv invece conta da un altro punto di vista. Essa, infatti, impone i temi della discussione. Poi c’è tutto quello che ci sta intorno, gli atteggiamenti, il modo di dare le notizie, la scaletta eccetera. Ma spostare i temi significa imporli all’attenzione degli spettatori, e quindi costruire il consenso.”

Beppe Severgnini: “Lucia, la tv può far sparire dei temi, delle notizie?”

Lucia Annunziata: “Non c’è oggi la possibilità di nascondere una notizia. Riguardo alla precedente risposta del professore, vorrei dire che oggi l’agenda la fanno i grandi quotidiani, mentre la televisione prende questi temi e li semplifica, troppo. La tv popolarizza i temi dei giornali. Ma tv e giornali si influenzano a vicenda. Tuttavia, io penso che la carta stampata, in Italia, sia messa male, ma meglio che in altri Paesi.”

Paolo Mancini: “In realtà è la tv che decide quello di cui si parla e quello che si vede. Nella televisione italiana non ci sono fatti, si sentono solamente le opinioni dei politici. Esempio classico è il telegiornale. Il giornalista non è più mediatore, ma facilitatore, fa parlare i politici, fa loro commentare la un fatto, che spesso non viene spiegato dal giornalista. E la reazione del politico diventa la notizia.”

Philippe Visseyrias: “La tv sposta sì i consensi, ma credo che comunque la gente abbia delle aspettative che vuole vedere confermate. Voglio dire, quando Berlusconi giustifica l’evasione fiscale, i suoi elettori, alcuni almeno, lo votano proprio per questo. Quindi è vero, la televisione sposta consensi, ma c’è già un’aspettativa dell’elettore, che deve essere soddisfatta. In ogni caso la tv non è l’unica anomalia italiana, come ben sapete. Per quanto riguarda la sparizione delle notizie, penso che chi nasconda un fatto faccia un autogol, perchè la gente, alla fine, le cose le viene a sapere, e quindi che ha nascosto la notizia fa una brutta figura.”

Steve Scherer: “Tornando al tg serale, ritengo che la gente venga informata male perchè il telegiornale è solo una messa in scena. Il politico sceglie chi gli fa le domande e spesso le contratta, le decide. Nei servizi dei telegiornali quasi mai si sente la domanda, quello che viene chiesto, ma si fa sentire solo la risposta, che dà la possibilità al politico di dire ciò che vuole.”

Riccardo Iacona: “Sì, infatti si manda la telecamera per raccogliere le dichiarazioni. Questa è la comunicazione politica in questo Paese, così siamo ridotti. Accade raramente che ci sia una vera intervista, che si possano fare le domande  che si vuole. E anche se questo accade, spesso si viene tacciati di faziosità e il politico non risponde. Io sono sinceramente stufo di questo sistema, di dover fare sempre battaglie per la libertà, di dover difendere le oasi di giornalismo vero rimaste in tv, di doverle vedere sempre attaccate ed osteggiate. La nostra televisione e la nostra libertà di stampa in generale è sempre col segno meno, dobbiamo sempre batterci contro riduzioni, tagli e cose simili. La televisione italiana è finta.

Lucia Annunziata: “Per quanto riguarda le interviste, spesso sono contrattate. I giornali fanno rileggere le interviste ai politici e contrattano i titoli. Quindi possiamo capire come siano vere, autentiche. Non vengono mai concesse  caso, il giornalista non decide, ma è il politico che concede. Detto questo, ci sono tre aspetti che considero importantissimi per inquadrare la situazione dell’informazione italiana: il conflitto di interessi (che non riguarda solo Berlusconi, ma anche tanti altri individui), l’ignoranza dei giornalisti (incapaci di fare domande, abbassano la testa e si lasciano controllare) ed il fatto che l’informazione è controllata dal potere economico. Tuttavia, nonostante tutto, l’informazione in Italia ha, complessivamente, il segno più. E anche se non si vuole far sapere una cosa, alla fine si viene a sapere. Berlusconi, in ogni caso, è arrivato quando il controllo delle televisione da parte della politica c’era già (da parte di DC, PC, PSI ecc). Lui ha solamente radicalizzato questa situazione. Quindi, se si vuole capire veramente il problema, bisogna andare oltre al suo monopolio, che comunque configura una situazione molto grave ed anomala.”

Riccardo Iacona: “Concludo dicendo che ognuno di noi può fare qualcosa, facendo la sua battaglia di libertà per spostare anche di un solo centimetro più in là il limite del raccontabile. Anche se ciò vuol dire rischiare la carriera, metterci la faccia. Perchè è importante, per il bene nostro e di tutti, che l’informazione, televisiva e non, sia libera e mostri alle persone come stanno le cose, com’è la realtà intorno a loro, perchè possano capirla ed interpretarla al meglio.”

(Vai al video della conferenza)