Archivio per aprile, 2011

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Vi proponiamo oggi, 25 aprile, un articolo interessante, una riflessione sulla Resistenza. Buona lettura!

PENSARE LA RESISTENZA, SALVARE LA RESISTENZA   

(di Manuel Anselmi, da ilfattoquotidiano.it, 25/04/2011)

Ormai qualsiasi discorso sulla Resistenza ha sempre meno forza e stabilità di un tempo. Sembra quasi che debba necessariamente restare in bilico, su una soglia. Per dirla subito fuor di metafora: si ha come la percezione che il modo classico di pensare la Resistenza sia andato abbondantemente in crisi. La spinta eroica e monumentalistica della Resistenza ha perso l’intensità degli inizi. Oggi, il giudizio implicito di una certa indifferenza diffusa è che il valore sociale della Resistenza è non soltanto qualcosa di residuale e marginale, ma anche qualcosa che si colloca, nella potente e cinica costellazione delle categorie della società dello spettacolo e del consumo tecnologico, tra  il “demodé”, l’ “obsoleto” e il “datato”.

Viene pertanto da chiedersi come è possibile ripensare la Resistenza oggi? Anzi, come è possibile pensarla? Innanzitutto, come è stato fatto fino adesso. È giusto che si continui con la preservazione della verità storica della Resistenza. Però è pure giusto che alcuni stereotipi diffusi vengano contrastati.

Quando si discute di Resistenza oggi, è facile che vengano chiamate in causa per opposizione, altri episodi di violenza come le Foibe, o gli eccessi delle persecuzioni e delle vendette sui fascisti da parte dei partigiani dopo il 25 aprile. Di qui la fortuna di Giampaolo Pansa e il successo commerciale dei suoi libri.

Però è anche vero che questo genere di discorsi s’inquadrano all’interno di un ben preciso dispositivo, per molti versi fatale.

Quello di un congegno a somma zero, di una funzionalità quasi meccanica, in cui un’affermazione che va in un senso deve prevedere necessariamente un discorso opposto che la annulli, quasi fossero parti o forze che si devono bilanciare per il fatto stesso di appartenere alla logica generale che sovrintende il progetto del dispositivo. Questa concezione è alla base della mentalità, per esempio, degli opposti estremismi, tanto cara anche a certi studiosi del terrorismo e degli anni di piombo; oppure è il principio regolativo di certi dibattiti sicuramente rozzi ma di sicuro sempre più popolari e frequenti, su chi ha ammazzato più innocenti, o comunque ha sparso più sangue, in cui il criterio di validità dialettica è una sorta di bilancia del sangue o dei morti. Discorsi e dibattiti che conducono diretti al qualunquismo.

Potrà sembrare paradossale, strano e addirittura provocatorio, però per pensare la Resistenza oggi, dobbiamo partire dall’assunto che è stato un atto di violenza politica eccezionale a uno stato di negazione delle libertà altrettanto eccezionale.

La Resistenza è stato senza alcun dubbio un atto di violenza politica e come tale deve essere considerato. Ovviamente non per fare un elogio della violenza tout court, ma per la sua eccezionale necessità e natura. La Resistenza ha raggiunto determinati obiettivi proprio perché è stato un atto di lotta e la lotta, fino a prova contraria, è un atto di violenza politica. E se ci si dimentica l’unicità del valore del tipo di violenza politica che ha rappresentato, il suo significato storico sociale profondo, si annullano le differenze con la violenza politica nazifascista.

Non si può far finta che la lotta e la violenza a cui sono ricorsi i partigiani siano della stessa natura e siano interpretabili allo stesso modo della violenza politica dell’autoritarismo di un sistema dittatoriale, per il semplice fatto che sono state entrambe violenze. Una cosa è prendere le armi per ripristinare lo spazio legale della democrazia, all’interno del quale i cittadini recuperano i propri diritti e la possibilità di esprimere le proprie differenze entrando sì in contrasto, ma risolvendo i contrasti attraverso la mediazione politica. Un’altra cosa è usare la violenza per controllare il cittadino nella sua quotidianità, limitandolo con l’esercizio della paura e della prevaricazione autoritaria, aspetti costitutivi e fondanti, e non effetti collaterali, di un sistema autoritario e/o totalitario.

Bisogna recuperare l’orizzonte originario e autentico proprio della lotta partigiana. Si è combattuto perché alcune forme di violenza quotidiane, istituzionalizzate, burocratizzate, strutturate, non esistessero più. Questo forse è stato il grande risultato della violenza eccezionale a cui sono ricorsi i protagonisti della Resistenza: il conseguimento di uno status giuridico di legalità sociale. Istituire uno spazio delle libertà repubblicane e democratiche che per troppo tempo erano state limitate dal reticolo di violenze e di abusi della dittatura.

Capisco che può far strano, e in parte cozza con l’immagine della Resistenza fatta eroica ed edulcorata. Il fronte della Resistenza era costituito da giovani liceali e universitari idealisti, ma anche da persone semplici, da poveracci, da analfabeti che questa scelta eccezionale e tragica della violenza la condividevano profondamente. Persone che passavano alla lotta clandestina con la speranza che, fatto lo sforzo necessario, si tornasse quanto prima alla vita normale. Perché la violenza politica dei sistemi nazisti e dei sistemi fascisti era, invece, prassi burocratica, fredda e quotidiana funzione della governamentalità assoluta sul corpo delle persone. Più semplicemente: un governo della morte. Normalità della morte.

Leggo sul Fatto quotidiano che la ministra Meloni, titolare del dicastero delle politiche giovanili, abbia presentato un ddl costituzionale per abbassare l’età per essere eletti alla Camera e al Senato, rispettivamente a 18 e 25 anni.

La Costituzione al momento prevede che per essere eletti alla Camera si debba aver compiuto il venticinquesimo anno d’età, mentre per il senato sono necessari quaranta anni.

La proposta, accolta anche dalle parti della minoranza con interesse, sembra essere orientata a far entrare forze “fresche” in Parlamento.

Credo che si sappia quale sia la media dell’età delle persone che lavorano nel nostro cuore politico a Roma, pare che si aggiri intorno ai 50, o anche più.

Non sono però sicuro che questa proposta sia davvero utile. Da una parte c’è il fatto positivo che un giovane non dovrebbe essere invischiato in trame economiche o di interessi estranei alla funzione che sarebbe chiamato a ricoprire. Dall’altra c’è il fatto che a 18 anni non si ha ancora un diploma di scuola superiore in mano, al massimo lo si sta per conseguire, sempre se si sono proseguiti gli studi oltre la scuola dell’obbligo.

Il coordinatore nazionale dei giovani dell’Idv Rudi Russo “l’intenzione del ministro Meloni è  buona. Anche perché la normativa attuale è contraddittoria: a un ragazzo di 18 anni si riconosce la capacità di esprimere il voto ma non di essere eletto”. Nemmeno qua sono del tutto d’accordo. Poter esprimere un voto non significa esattamente sapere come gestire un ruolo come quello del parlamentare. Sicuramente ci sono un sacco di giovani che, come me, hanno cominciato ad interessarsi di politica e di “gestione della cosa pubblica” abbastanza presto, prima dei 18 anni, e in alcuni casi anche in modo approfondito e appassionato. Resta il fatto però che stiamo comunque parlando di un compito molto impegnativo, che a mio parere richiede un certo tipo di esperienza: questa funziona anche da corazza per le influenze che possono venire quando si entra in politica, siano queste pressioni di tipo personale che legate alla funzione che si ricopre. Penso quindi che sia meglio proseguire per qualche altro anno con gli studi e con la propria formazione in senso più ampio. Impegnandosi poi col proprio movimento politico: non vorrei però che con questa legge, i nostri “grandi vecchi” si incensino di un merito che poi non avranno, perché per arrivare alle Camere occorre la candidatura con un partito, e notoriamente i partiti si affidano a personaggi più solidi. Basti pensare alle ultime dichiarazioni di Silvio Berlusconi sul proposito di non ricandidarsi alle prossime elezioni politiche: ha subito aggiunto che, nel caso ce ne fosse bisogno, potrebbe fare da capolista, come per dare una mano. È chiaro che un giovane candidato (ma anche un candidato qualunque) non sarebbe eletto per la fiducia che l’elettorato nutre in lui, ma nel purtroppo eterno B.

Penso che i rappresentanti “giovani” che stiamo cercando, che stiamo sperando di trovare, siano un po’ più vecchi dei 18 anni, per cui questa proposta di legge possa essere praticamente inefficace.