Archivio per settembre, 2010

Sabato e domenica, a Cesena, si respirava il futuro. Futuro diverso, migliore, sereno. E’ stata la cosa che più mi ha colpito. Spesso ho detto e scritto su questo blog di paura per l’avvenire, di scarse speranze. Ma con Woodstock ho recuperato la fiducia. Rimangono i soliti problemi, ovviamente. Politici, sociali, economici. Ma in quell’ippodromo, su quei prati, c’erano 100 mila persone, soprattutto ragazzi ma anche bambini che giocavano e famiglie. Tutti ballavano, cantavano e ascoltavano musica. Ma erano lì per imparare, capire, sapere, informarsi, conoscere di rifiuti, riciclaggio, energia, acqua, sicurezza stradale, cementificazione e molto altro. Non della casa di Fini, ma della realtà. E questa è, nel suo piccolo, una rivoluzione.

I gruppi si susseguivano sul palco, suonando raggae, rap, rock, punk, metal, pop, di tutto. E tutti i presenti dietro a cantare e ascoltare. Poi, in mezzo, ecco un giornalista che ti parla della cementificazione selvaggia dell’Italia (Ferruccio Sansa), un premio nobel che ti ricorda quanto siano importanti i giovani e le manifestazioni come questa e si emoziona davanti alle migliaia di occhi che lo guardano (Dario Fo), un’imprenditrice che acquista la spazzatura dai cittadini per poi riciclarla completamente ed eliminando così del tutto il problema rifiuti.

Si è parlato di un mondo, di una società che negli altri paesi è già presente ma che da noi sembra lontanissima. Cambiare si può, ci sono tutte le possibilità per farlo. Ma per cambiare, prima di tutto dobbiamo cambiare la nostra mentalità, vedere le cose da un altro punto di vista.

La politica italiana deve smetterla di parlare di sè stessa, della casa di quello, delle puttane (pardon, escort) di quell’altro. Parlino di cose vere. Ma è inutile, ogni appello cade nel vuoto. Infatti, i giornali e i tg dedicano a Woodstock pochissimo spazio. Mezze pagine, notizie di pochi secondi e tutto il solito repertorio. E ovviamente tutti derubricano la manifestazione a esempio di volgarità, priva di idee e di proposte, puro populismo. Nessuno risponde nel merito. Nessuno dice “bravi, avete fatto una cosa così grande a rifiuti zero, facendo una raccolta differenziata totale”. Nessuno.

Eppure, a noi non interessa. Siamo tornati da Cesena con più speranza, con nuove prospettive. Perchè abbiamo visto che esiste una parte di Italia felice, con il sorriso. Contenta di differenziare tutto ciò che si usa, di non bere acqua in bottiglia ma solo quella dell’acquedotto (non erano in vendita bottigliette, ma c’erano cisterne di acqua pubblica a disposizione), di imparare cose nuove ed importanti. Un’Italia diversa, più consapevole e giovane. Che si sveglia, e che può veramente cambiare le cose.

La politica è questo. Dovrebbe essere questo. Felicità, voglia di mettersi in gioco e di migliorare la vita delle persone. Sabato e domenica ho visto tanta gente che pensava queste cose. Che, come me, vuole bene all’Italia, all’ambiente, al mondo. E l’atmosfera era meravigliosa, come di una comunità di desideri, d’intenti, di sogni. Che forse possono diventare realtà. La rivoluzione si può fare. Inizia dentro la nostra mente, poi si propaga. E forse è già iniziata.

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Imbarazzo, vergogna e ilarità per l’intervento di Berlusconi.

Rabbia per il voto di fiducia dei finiani.

Soddisfazione per l’intervento di Di Pietro.

Noia per le analisi dei telegiornali.

Non cambia nulla, tutto è uguale. Per ora.

Ma c’è un’altra minaccia incombente, altrettanto pericolosa, rappresentata dall’uso deviato (e sostanzialmente distruttivo) che noi stessi facciamo di tale opportunità. Prendiamo questo blog, dove provo ad avviare discussioni critiche (e la critica – dice Michel Foucault – è lo smascheramento del Potere nei suoi discorsi di Verità e la Verità nelle sue pratiche di Potere). Fateci caso: non pochi interventi sono in perfetta sintonia con l’intento, seppure – ovviamente – sostenendo anche tesi molto divergenti e al limite contestative. Ed ecco che subito dopo irrompono post che non entrano nel merito ma tentano di bloccare la discussione con aggressioni verbali e sentenze apodittiche. E la comunicazione (che significa processo a due vie, come scambio di enunciati e feed back) viene sommersa da rumori antichi, tra l’insulto gratuito o il pernacchio plebeo; la brutta abitudine di storpiare i nomi (uso fascista, rilanciato per primo da Emilio Fede). Non è questione di bon ton, è molto di più: la dissipazione incivile della straordinaria possibilità di intendersi reciprocamente. Imbarbarimento delle pratiche discorsive spiegabile con il fatto che si sono perse le regole del dialogo e ormai ci siamo assuefatti allo spot come sostitutivo del ragionamento. E la garanzia di anonimato dello pseudonimo diventa il riparo da dove il cecchino può sparare indisturbato i suoi colpi proditori, un po’ vigliacchi.

di Pierfranco Pellizzetti,  da “Comunicazione non è overdose di rumore“, il Fatto Quotidiano, 20 settembre 2010

Sei giorni fa (21 settembre) leggevo un articolo di Pierfranco Pellizzetti sul sito de Il Fatto Quotidiano, e ho trovato molto interessante la riflessione sul comunicare, sui ruoli e i vantaggi che si acquisiscono discutendo, presente nel paragrafo riportato qua sopra. Sono sul treno e sto tornando da Roma, dove ho frequentato uno stage (è francese, non inglese questo termine) formativo musicale, cioè tre giorni di intense lezioni di strumento, promozione, legislazione ed esibizione live. Ho incontrato moltissime persone, dai musicisti come me agli esperti nei vari settori: discografici, insegnanti e professionisti della promozione.

Ho portato via da questi tre giorni, tanti consigli utili, tante indicazioni ma soprattutto tantissime riflessioni: il ruolo di un musicista, come questo ruolo si debba continuamente pensare e ripensare, aggiornare, come ci si pone degli obiettivi in questo campo, che misure bisogna aver chiare per muoversi nel complesso mondo della musica…e avanti così.

Non credo che sarei stato così soddisfatto se mi fossi posto subito sulla “difensiva”, atteggiamento dettato dalla paura della critica, che troppo facilmente scambiamo per un attacco, anche gratuito. Credo che le critiche siano a tutti gli effetti degli attacchi, ma venir attaccati non vuol dire necessariamente perdere: la partita si gioca di volta in volta.

Tra gli aspetti se vogliamo caratteriali, che, a mio parere, bisognerebbe cercare di formare e mantenere, c’è il coraggio totale. È strano, ma lo associo anche all’umiltà: è coraggioso buttarsi in una situazione o in una discussione dove si potrà venire criticati, magari disillusi di una convinzione che si rivela quindi sbagliata. Nel mio caso, ho potuto rendermi conto durante le lezioni di strumento con l’insegnante di tastiere di quanto ancora mi manchi per essere il musicista che desidero. Ma sebbene in quel momento nella mia testa c’era un vortice di sensazioni anche contrapposte (compreso quindi il senso di inadeguatezza, ignoranza, vergogna), ne sono uscito felice e ricaricato. Ho sbagliato molti esercizi in quel momento, ho “sbeccato” moltissime note, ma nella discussione con l’insegnante e il mio compagno di lezione, ho capito cosa non funziona al meglio nel mio modo di suonare, ho intuito, intravisto una via per migliorarlo. Dall’altra parte ho anche notato che le cose che so fare meglio possono comunque essere migliorate, arricchite.

Il coraggio spavaldo di capire che anche gli altri possono dare consigli utili, idee nuove o punti di vista differenti, materiale che si può tranquillamente prendere e usare.

Il coraggio poi lo declinerei anche nell’atteggiamento quotidiano, nell’approccio alle cose: credo che le situazioni vadano aggredite, brutalmente. Ho capito forse un po’ di più che non bisogna assolutamente aver paura delle “musate“, cioè di sbattere la faccia nel provare, perché è solo e soltanto questo l’atteggiamento giusto per riuscire ad essere vincenti nelle situazioni e negli ambienti che davvero ci interessano. Tutti vogliono far bene le loro cose, ma tanti per la paura di non riuscire non ci provano neanche o non mantengono l’atteggiamento giusto: il risultato è lo stesso, salvo rare eccezioni, no?

Non voglio arrivare un giorno a pormi, su ogni cosa del mio passato, la domanda “…ma se avessi fatto in un’altra maniera?”, perché ho avuto troppa paura di prendere quello che volevo, di prenderlo al momento giusto, di prepararmi per tempo quando di tempo ne avevo più che a sufficienza.

In particolare mi è piaciuta la lezione dell’insegnante di “comunicazione e promozione”, naturalmente applicata alla musica, ma credo che si possa estendere ad ogni campo. Questi ci ha detto che se crediamo che il nostro progetto musicale sia valido, se vogliamo che vada avanti, non ci dobbiamo accontentare: bisogna avere la migliore presentazione al pubblico (ha guardato le pagine myspace dei gruppi presenti alla lezione dicendo che erano pessime), se vogliamo arrivare ad un personaggio importante, o che potrebbe essere importante per il nostro progetto, dobbiamo essere capaci di reperire le informazioni necessarie per contattarlo, comunicare con lui, addirittura incontrarlo.

Dovete lavorarci dalla mattina alle nove fino alla sera alle nove. Ma poi non andate a dormire: andate in sala prove e suonate.” – Il discorso è avere uno scopo, definito, preciso, difficile sicuramente, ma di certo molto più complicato se ci aggiungiamo l’incertezza di fondo che dà il poco coraggio e la chiusura mentale del non accettare consigli e critiche (che sono a volte la stessa cosa). Il coraggio credo che sia anche essere disposti a cambiare il proprio obiettivo, che non è sminuire sé stessi, ma cercare di migliorarsi.

Detto ciò, non mi scuso per l’eventuale “sconclusionatezza” di questo post, chi vuol criticarmi lo faccia pure, e troveremo assieme le ragioni. Anche se credo che avremmo di meglio da fare, discutere. Inoltre la citazione iniziale sembra mi sia servita unicamente come germe per iniziare a scrivere, ma su di essa ho altre riflessioni che preferisco trattare in un altro post.

Reduce dal Woodstock 5 Stelle, non sono ancora in grado di scrivere un post intero e compiuto, la stanchezza e l’eccitazione hanno la meglio. A breve (forse già oggi ma molto più probabilmente domani) verrà pubblicato un post sulla manifestazione di Cesena, svoltasi sabato e domenica. Saranno le impressioni mie e di Cassandra, nuova collaboratrice del blog, anche lei presente al Woodstock. Per ora pubblico l’intervento di ieri di Grillo, scritto appena Woodstock è finita. Buona lettura!!

Siamo vivi, vivi! Siamo usciti dalle catacombe. Siamo sopra e oltre. Sopra al nulla della politica, oltre questa civiltà basata sul denaro e sul consumismo. Sopra e oltre. Io ci credo, voi ci credete. La Rete ci ha unito. Possiamo cambiare la società, il mondo solo se lo vogliamo. Cosa abbiamo da perdere? Ognuno vale uno. Chiunque di voi può fare la differenza, essere un leader. Ognuno è un leader se riesce a trasformare i suoi sogni in realtà. Oggi, qui, ci sono migliaia di ragazze e di ragazzi. Siete l’avanguardia di una Nuova Italia, un posto più bello di questo, onesto, più leggero, senza odi, senza mafie. Voi avete il vostro destino nelle mani, non fatevi comprare, non perdetevi dietro a falsi valori. Quando vi ricorderete di Woodstock, magari tra trent’anni, e vi domanderete cosa avete fatto per voi e per gli altri, che cosa vi risponderete? Cosa direte ai vostri figli? Potrete guardarvi allo specchio?
Noi siamo vivi in un Paese di morti, di vecchi che occupano ogni spazio e si credono eterni, che si nutrono di potere e si sono fottuti la vita. Noi non siamo in vendita, non siamo merce, non crediamo a una società basata sul profitto, sul PIL. Vogliamo tutto perché non abbiamo più niente. Non l’aria pulita, non l’acqua pubblica, non una scuola di eccellenza, neppure la sicurezza di un lavoro e quando lavoriamo la sicurezza di non morire sul lavoro. Gli operai di oggi sono al fronte, sono loro i partigiani che combattono per dare da mangiare ai loro figli e muoiono come topi nelle cisterne.
L’Italia non è una democrazia, il cittadino non è rappresentato in Parlamento, non può votare il proprio candidato. Il Parlamento è eletto dalla mafia, dalla massoneria, dai vertici dei partiti, non dai cittadini. Sei persone decidono per tutto il Paese. L’Italia è un sistema capitalistico/mafioso con le pezze al culo, basato sul debito pubblico e sulle concessioni dello Stato. Ogni italiano è indebitato per 30.000 euro.Il debito aumenta di 100 miliardi di euro all’anno, stiamo andando verso il default. Quando i soldi contaminano la politica, la politica diventa merda, si fa politica per i soldi, non per servizio civile, come dovrebbe essere. Il MoVimento 5 Stelle non vuole i soldi, vuole poter volare alto, far volare le sue idee. Non ha ideologie, ma idee. I partiti prendono un miliardo di euro di finanziamenti elettorali nonostante un referendum che li abbia proibiti, nessuno si scandalizza, passano tutti all’incasso.
L’equazione è semplice senza soldi spariscono i partiti, sono fatti di soldi, di niente. Che dignità può avere un parlamentare che matura la pensione dopo due a anni e mezzo di fronte a milioni di persone che la pensione non la vedranno mai, che moriranno prima di andarci, che devono maturare 40 anni di contributi?
Ci sono voluti tre anni perché la proposta di legge Parlamento Pulito venisse discussa alla Commissione del Senato. Tre anni, trentasei mesi, più di mille giorni perché quattro senatori muovessero il culo per ascoltare 350.000 cittadini che al rimo Vday di Bologna chiedevano delle cose semplici, scontate in un Paese appena normale: nomina diretta del candidato, due legislature, nessuno condannato in via definitiva. Ci hanno definiti populisti, demagoghi, qualunquisti, violenti, volgari solo perché volevamo riaffermare il principio di democrazia in questo Paese. I partiti sono morti, zombie che camminano, strutture del passato, costruzioni artificiali. Sono diventati barriere tra le persone e lo Stato. Lo Stato siamo noi, non i partiti. E’ finito il tempo della delega in bianco. Il cittadino deve entrare nelle istituzioni come servizio civile per un periodo limitato e poi tornare alla propria attività. Non esiste il politico di professione, esistono i mantenuti a vita di professione come Chiamparino, Fassino, D’Alema, come Maroni, Bossi e tutta la sua grande famiglia, come Andreotti, il prescritto per mafia che ha detto di Ambrosoli, uno dei pochi eroi di questo Paese, “Se l’è cercata!”.
Noi siamo vivi e loro sono morti, in decomposizione, se li tocchiamo moriremo anche noi. Parlano di alleanze, di percentuali, di schieramenti, ma in realtà parlano sempre e soltanto di una cosa: come conservare il loro potere. Il MoVimento 5 Stelle farà alleanze, anche una al mese, una alla settimana, ma solo con i cittadini, con i movimenti per l’acqua pubblica, per una libera informazione non finanziata dallo Stato, contro la TAV in Val di Susa, contro le centrali nucleari, contro la base americana di Dal Molin. L’Italia ripudia la guerra e spende più per armamenti che per opere di pace. Persino Bono degli U2 ci ha mandato a fanculo, non manteniamo le promesse di aiuti umanitari e spendiamo 15 miliardi di euro per 131 caccia bombardieri dagli Stati Uniti, finanziamo la più grande industria bellica del mondo e chiudiamo le scuole.
Il MoVimento 5 Stelle ha preso mezzo milione di voti senza finanziamenti, senza media, giornali, televisioni, ogni voto è costato solo 8 centesimi al MoVimento, nulla ai cittadini, grazie alla Rete, al passaparola. La Rete è anticapitalista, la politica si fa con le idee, non con il capitale.
Il portale del Movimento 5 Stelle è il luogo di incontro, di creazione delle idee, della condivisione delle proposte. Chiunque non sia già iscritto a un partito può iscriversi gratis. Gli iscritti potranno creare una lista civica, proporre un candidato e in futuro modificare il programma in stile Wikipedia, collegarsi in una rete sociale come in Facebook, scambiarsi esperienze. Gli iscritti al MoVimento 5 Stelle sono circa 100.000. 100.000 persone informate e motivate possono trasformare il Paese. Noi siamo “Altri” non esistiamo nei sondaggi, ma siamo gli unici ad avere un Programma creato in Rete, questo Programma va stampato, diffuso, discusso. Il MoVimento coincide con le sue proposte, con le sua azioni civili, con il suo Programma. Chi dice che facciamo proteste e non proposte è in malafede o un imbecille inconsapevole.
“Ora che il governo della Repubblica è caduto nelle mani di pochi prepotenti … ma chi, chi se è un uomo, può ammettere che essi sprofondino nelle ricchezze, che sperperino nel costruire sul mare e nel livellare i monti e che a molti manchi il necessario per vivere? Che costruiscano case e case l’una appresso all’altra e che molti non abbiano un tetto per la propria famiglia? Per noi la miseria in casa, i debiti, triste l’oggi e incerto il domani. Che abbiamo, insomma, se non l’infelicità del vivere?”
Non l’ho detto io, non è l’Italia di oggi, sono le parole di Catilina pronunciate nel 64 prima di Cristo a Roma. L’Italia non è cambiata in duemila anni, per questo può cambiare oggi, solo i pazzi credono nell’impossibile e noi siamo i pazzi della democrazia. Il MoVimento 5 Stelle è nato il giorno di San Francesco, 4 ottobre del 2009, Francesco era chiamato il pazzo di Dio, noi siamo i pazzi della democrazia. Crediamo sia possibile un mondo basato sull’equità sociale, sulla solidarietà, sul rispetto dell’altro, sul diritto alla felicità, in cui chiunque può volare.
Vogliamo tutto e lo vogliamo subito. Cosa abbiamo da perdere? Perché non crederci? Perché non lottare per il nostro futuro? Non abbiamo altro. Non abbiamo scelta.
Ognuno deve impegnarsi, ognuno conta uno.
Sopra e avanti.

La realtà

Pubblicato: 24/09/2010 da Martino Ferrari in Aristofane, Informazione, Politica, Società, Televisione
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Mentre ad Annozero si parlava della casa di Fini, un operaio che rischia di perdere il lavoro e deve dare da mangiare alla sua famiglia dice quello che pensano milioni di persone.

Forse qualcosa si muove. Nel suo discorso di ieri all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, Obama ha aperto alla creazione di uno stato palestinese. “Questa volta – ha detto il presidente Usa – dobbiamo cercare il meglio dentro noi stessi. Se lo facciamo, quando torneremo il prossimo anno, potremo avere un accordo che ci porterà un nuovo membro delle Nazioni Unite: uno stato indipendente di Palestina, che vive in pace con Israele”. Parole importanti, che vogliono aprire una nuova stagione di dialogo e di pace tra due popoli che sono in guerra da anni. Naturalmente, accanto all’apertura ad un indipendente stato palestinese, Obama ha anche affermato la ferma condanna di qualunque attacco nei confronti di Israele: “Deve essere a tutti chiaro che qualsiasi sforzo per scalfire la legittimità di Israele si scontrerà con l’opposizione incrollabile degli Stati Uniti”.

Quest’ultima affermazione era chiaramente rivolta all’intervento del presidente iraniano Ahmadinejad, che aveva definito il premier israeliano “killer professionista”, per il massacro di donne e bambini palestinesi. L’intervento del presidente iraniano non è certo servito a mantenere un clima disteso; egli ha infatti accusato “segmenti dell’amministrazione USA” di aver orchestrato gli attentati dell’11 settembre 2001 per invertire un periodo di crisi economica e salvare anche il regime sionista”. A queste parole, le delegazioni degli Stati Uniti e di altri paesi occidentali hanno lasciato l’aula.

Le trattative sono quindi aperte. Tramite le parole del loro presidente, gli USA dimostrano di essere pronti ad impegnarsi affinché israeliani e palestinesi si accordino, così da permettere, finalmente, la nascita di uno stato nel quale la popolazione palestinese possa riconoscersi. La strada è ancora lunga e tortuosa, non c’è dubbio. I continui attacchi del mondo arabo ad Israele, le risposte militari di quest’ultima e il perenne clima di scontro certo non facilitano le cose.

Ma accanto a quanto riportato in precedenza, Obama ha pronunciato altre parole molto importanti, a proposito del nucleare iraniano.“L’Iran deve dimostrare al mondo l’intento pacifico del suo programma nucleare – ha detto Obama – Le porte della diplomazia restano aperte al dialogo. Ma Teheran deve dimostrare però il suo impegno”. Da parte sua, Ahmadinejad a risposto che l’Iran non punta all’arma nucleare, ricordando però che sia Israele che gli USA sono in possesso di tale ordigno, e che anche loro dovrebbero essere disarmati.

Da quando sono piccolo, ho sempre sentito e visto palestinesi, abitanti dei vicini paesi arabi, israeliani e americani attaccarsi (verbalmente e militarmente), stipulare accordi, violarli, attaccarsi di nuovo e così via. In un circolo vizioso indistruttibile. E’ la solita storia, Oriente contro Occidente. Due culture, due mondi opposti che faticano a comprendersi, a non guardarsi con sospetto, a diffidare l’uno dell’altro.

Questa sarà la volta buona? Obama (USA), Abu Mazen (Palestina) e Netanyahu (Israele) riusciranno dove i loro predecessori hanno fallito? E’ ovvio che ognuno dei tre, e quindi sia l’Oriente che l’Occidente, deve cedere su qualcosa. Ma questo è il terreno della diplomazia, e credo che i presidenti sopra citati siano molto più consapevoli di queste cose rispetto a tutti noi.

(Domani e domenica si terrà Woodstock 5 stelle. Partecipiamo numerosi! Per andare a Cesena è comodo un treno regionale che parte da Trento alle 9:10. Sono previste circa 70 mila persone. Qui tutte le informazioni)

L’America ha avuto la sua rivoluzione. La Francia ha avuto la sua rivoluzione. L’Italia mai.

Una rivoluzione è dovuta al sentimento di un popolo che lotta per la sua libertà, per la sua autodeterminazione per l’uguaglianza. Noi italiani abbiamo mai fatto una vera rivoluzione? Mai. Perchè? Perchè non siamo stati in grado di reagire, di imporci?

Per secoli sul nostro territorio si sono susseguiti imperi, popoli, etnie. Etruschi, greci, romani, longobardi, goti e moltissimi altri. Ognuno ha lasciato sul territorio e sugli abitanti il suo segno. Le culture si sono mescolate, le idee sono circolate e tutto è cambiato in continuazione. Modi diversissimi di vedere la vita e di guardare al mondo si sono compenetrati. E sono nati così alcuni tra i più grandi artisti, filosofi, scienziati e letterati del mondo. L’Italia ha prodotto e continua a produrre geni e genialità. Ma, nonostante tutto questo, gli italiani “normali” non si sono mai smarcati davvero dai poteri centrali. Dalla Chiesa, dall’impero, dai re, dai politici, dal fascismo.

Gli italiani hanno bisogno di qualcuno che pensi per loro, di qualcuno che guidi, mentre loro possono stare zitti e tranquilli. Qualcuno che risolva tutto. Questo diceva Mario Monicelli a Rai per una notte (vedi video sottostante), non molti mesi fa. Ed è assolutamente vero. Basta guardare al presente. Berlusconi vince certamente per il suo strapotere mediatico e per la pochezza dell’opposizione. Ma anche perchè si pone come leader in grado di soddisfare i bisogni delle persone. Lui dà questa percezione, anche se in realtà non gliene frega niente e fa quello che vuole.

La Chiesa è in Italia da sempre, e spadroneggia, comandando, influenzando, guadagnando. E mai nessuno le si oppone veramente. Pensate davvero che l’Italia sia uno Stato laico?

E allora, qual è la soluzione? Cosa fare mentre il Parlamento salva Cosentino negando al pm la possibilità di usare le intercettazioni a suo carico; mentre i lavoratori muoiono perchè le imprese non fanno rispettare, per risparmiare, le norme di sicurezza e allo stesso tempo il Ministro dell’Economia dice che la sicurezza sul lavoro è un lusso che non ci si può più permettere; mentre la corruzione dilaga e si mangia decine di miliardi di euro l’anno; mentre l’Italia perde il treno per il wi-fi libero e le energie rinnovabili. Mentre tutto questo accade, qual è la risposta?

Ormai non basta più niente. Le cose non cambiano, i giochi sono sempre gli stessi, le persone che tirano le fila delle nostre vite sono le medesime da anni. Ci vuole la rivoluzione. Rivoluzione pacifica e non violenta. Bisogna riprendersi i propri diritti, così maltrattati e affievoliti che nemmeno ci ricordiamo che li abbiamo. Dobbiamo essere in grado di alzare la testa, di urlare il nostro dissenso, di andare tra la gente e spiegare come stanno le cose, di interrompere il coma in cui versa il Paese. Dobbiamo rompere le palle, farci sentire, manifestare, partecipare, imparare, studiare, capire, pensare, conoscere, fischiare, contestare, informare. Dobbiamo riprenderci l’anima che ci hanno strappato, l’anima dello Stato. Dobbiamo riconquistare la possibilità di essere fieri di essere italiani, di rivendicare la nostra cultura. Dobbiamo farlo pacificamente, senza violenza. Una rivoluzione vera e propria, ma senza sangue.

E faticheremo, cadremo, ci rialzeremo. Proveranno a fermarci ma non ce la faranno. Siamo più furbi, siamo più forti. Ci fiaccheranno, proveranno a dividerci, a deviarci con propose allettanti. Ma non molleremo. Abbiamo bisogno di un futuro, di una prospettiva, e le cose come stanno non ce la possono dare. Abbiamo i sogni avvelenati e vogliamo ripulirli e salvarci.

“Rivoluzione, cambia qualche cosa!

Cancella il ghigno solito di questa ormai corrosa

mia stanca civiltà che si trascina.”

(F. Guccini)

Nessun cambiamento è indolore. Ma spesso un cambiamento è necessario. Rivoluzione, non c’è altra via.

“La canzone della rivoluzione”

Il mio amore è muto e parla solo coi corvi
profeti e il sindacato non lo ascoltano più
ragazzini attenti non battete le mani
col cianuro nei sogni la visione si sgonfia e cade giù

Mio fratello è nudo e vive sotto la neve
tu non credere ai giornali, sputa e tirati su
lo hanno programmato a dovere
le villette dei più furbi ci riflettono tanta luce

Avanti amore perduto in mare trent’anni fa
fatti canzone rivoluzione vamos a matar

Fallo contro i cori dei mercanti nel tempio
per i cristi assassinati senza una verità
per i vivi e i morti che santifica il caso
per il pene e la vagina e per quel che era sacro e non è più

Fallo perchè gli ultimi diventino i primi
per la tua coscienza lurida lavata a metà
per andrea di mestre o per maria di matera
per il pane e la gallina che non ci sono più

Avanti amore perduto in mare trent’anni fa
fatti canzone rivoluzione vamos a matar
fiorisci fiore col dito al cuore senza pietà
suona canzone rivoluzione vamos a matar