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Finalmente il ministro Passera ha deciso: addio al beauty contest, la procedura che avrebbe regalato a Rai e Mediaset le frequenze liberate dal passaggio dall’analogico al digitale. Ora, invece, si terrà un’asta che permetterà allo Stato di incamerare qualche miliardo di euro (dalle frequenze vendute alle compagnie telefoniche si sono guadagnati 3,9 miliardi di euro).

Con il beauty contest, si sarebbero accaparrati i sei multiplex (pacchetti di frequenze) a disposizione i soggetti ritenuti più meritevoli secondo i parametri imposti dal Ministero per lo sviluppo economico. E ovviamente, visto che il precedente ministro era Paolo Romani, Rai e soprattutto Mediaset avrebbero facilmente stravinto: il regolamento del beauty contest infatti premiava chi era già attivo nel settore.

Ora, con un’asta (si spera) libera e senza limitazioni, chiunque potrà partecipare, inserendosi nel duopolio televisivo che caratterizza il nostro paese. E chissà mai che questi nuovi soggetti possano proporci qualcosa di nuovo, che dimostri come si possa fare buona televisione e sancisca la fine della tv trash italiana.

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Caro Giacomo, ho letto con molto interesse il tuo articolo, che ho trovato brillante e pieno di spunti. Sono d’accordo su molte cose, ma su altre no. Provo quindi a risponderti esponendo il mio punto di vista.

Prima di tutto, voglio sia chiara una cosa. Non credo assolutamente a nessun complotto di Monti o del suo governo. Certo, quello che ha creato è un esecutivo dei poteri forti (con alcuni ministri molto vicini alla Chiesa, altri facenti parte di Intesa Sanpaolo, altri ancora di ulteriori banche), ma formato da persone capaci e competenti, che hanno dimostrato lungo tutta la vita il loro valore. Avere un ex prefetto alla Giustizia, un’esperta di pensioni e welfare al Lavoro e un docente universitario all’Istruzione non sembra vero. Ma certo, come ho già scritto, si poteva evitare di nominare Passera allo Sviluppo Economico (oltre ad altri soggetti). Ma, comunque, ho fiducia in Monti e nella sua squadra. Penso che siamo in buone mani. Vedremo il programma, se saranno capaci di coniugare ripresa economica, sviluppo e giustizia sociale.

Per quanto riguarda la dipartita del Caimano, penso che i festeggiamenti di piazza siano stati giusti, normali e doverosi (come anche tu riconosci). E’ vero, non bisogna perdere tempo ma darsi da fare, e subito, per risistemare la nostra situazione, ma non credo che una sera di gioia per la liberazione da chi ha azzerato il senso morale, civico e culturale di questo Paese possa nuocere all’Italia. Il Corriere della Sera, come altri giornali, ha criminalizzato i festeggiamenti, indicandoli come una cosa barbara ed incivile. Ma in tutto il mondo, da sempre, quando un leader a dir poco discusso esce di scena, viene accompagnato da manifestazioni di ogni tipo. E’ normale. L’importante, nel nostro caso, era muoversi immediatamente per creare un’alternativa, e così è stato.

Nonostante questo, sono d’accordo con i motivi che elenchi, che dovrebbero dissuaderci dal festeggiare. Ma vorrei fare una precisazione: non è poi così incredibile che la gente l’abbia votato ancora una volta, tre anni e mezzo fa. Non dimentichiamo, infatti, che lui ha il controllo di una buona fetta della stampa e praticamente di tutta la televisione (che è l’unico mezzo di informazione per il 65-70% circa della popolazione). In pratica, decide di cosa si parla e di cosa non si parla. Decide cosa dobbiamo pensare, spappolandoci il cervello con telegiornali barzelletta (TG1 su tutti) e programmi demenziali. Tramite questi mezzi si cancella la memoria delle persone e le si manipola (ecco perchè concordo sul rischio che il PDL possa ricostruire la sua immagine durante il governo di Monti, anche se stavolta, con questo fallimento gigantesco alle spalle, la vedo più dura). Inoltre, guardando dall’altra parte, l’elettore vede un carrozzone di gente incapace di mettersi d’accordo su nulla, che esprime 25 posizioni su uno stesso problema e non è in grado di opporsi seriamente all’avversario. Parlo ovviamente del PD. L’argomento meriterebbe un articolo intero ma, per motivi di spazio, limitiamoci a chiamarlo effetto T.I.N.A. (there is no alternative). In conclusione, quindi, non ritengo così incredibile che gli italiani lo abbiano votato nuovamente.

Veniamo ora al problema più grande  e più stimolante: il fallimento della politica.

Da molti anni, decenni ormai, la politica in Italia non fa più il suo mestiere. Certo, ci sono stati (e ci sono tuttora) sicuramente esempi encomiabili di persone appassionate ed interessate al bene del Paese, che si danno da fare e si adoperano per occuparsi dei problemi concreti. Ma, a partire da Andreotti, passando per Craxi, per arrivare fino a Berlusconi, la politica è stata piegata a interessi che da essa esulano completamente: affari con la mafia, tangenti, appalti, speculazioni edilizie, risanamenti illegali di aziende e via dicendo. Questa tendenza è culminata con B., che ha utilizzato (come prima mai era successo) la politica per risolvere i suoi problemi finanziari e giudiziari, senza curarsi minimamente di altro. E si è portato in Parlamento tutto un battaglione di personaggi legati a doppio filo a lui stesso o ad ambienti poco raccomandabili, che hanno fatto esattamente come lui. Tutto questo ha soffocato e reso invisibile il buon lavoro di chi nella politica crede davvero e si mette al servizio dei cittadini.

Da questa situazione (unita a un complesso di privilegi insopportabili che è andato via via crescendo) è nata l’idea di “casta“. Che, a differenza di quello che dici, non è un’estensione “a tutta la classe politica [di] una caratteristica propria della squadra Berlusconi, ovvero quella dell’autoreferenzialità, l’interesse solo per la propria sussistenza e autodifesa”. Purtroppo, tutto l’arco delle forze politiche è stato contagiato dal berlusconismo e dalla brama di potere. Come dimenticare gli scandali che hanno coinvolto alti dirigenti del PD (D’Alema e Fassino per l’affare Unipol tra i tanti), gli infiniti favori a B. (niente legge sul conflitto d’interessi, riforme della giustizia allucinanti), i voti contro l’arresto o l’utilizzo di intercettazioni degli esponenti del partito (casi Tedesco e, ancora una volta, D’Alema), le innumerevoli leggi vergogna (bavaglio Mastella e indulto, solo per fare due esempi), i nepotismi (Di Pietro che candida suo figlio), le nomine spaventose (Vendola che nomina assessore alla sanità Tedesco, che è fornitore di protesi alla sanità pugliese)? L’elettore vede un migliaio di persone che ha privilegi inconcepibili e che si fa allegramente gli affari propri, da una parte come dall’altra (anche se siamo d’accordo che una delle due parti lo fa enormemente di più).

Per questo i cittadini vogliono tagli ai costi della politica. Che, ovviamente, non risolveranno la situazione del Paese, ma possono comunque essere una voce non da poco nell’elenco delle cose da fare. Per fare solamente un paio di esempi, razionalizzando le auto blu si può risparmiare (secondo Brunetta) un miliardo di euro, mentre eliminando le province si risparmierebbero addirittura (calcoli di Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo ) tra i 14 e i 16 miliardi. Non proprio una pagliuzza. Ma l’effetto principale dei tagli alla politica (come anche tu riconosci) sarebbe di dare nuova fiducia agli italiani nella classe dirigente, che va a governare o legiferare non per arricchirsi, ma per rendere un servizio al Paese.

Tu dici che gli inglesi non sanno nulla e si mettono nelle mani dei loro politici. Ma noi come potremmo metterci nelle mani di ladri, incompetenti, cretini, mignotte, gente che è arrivata dov’è non per merito ma per tutti altri motivi? Il problema fondamentale, quindi, è quello della selezione della classe dirigente. Che non deve avvenire sui cubi della discoteca o nelle segrete stanze, ma con un grande lavoro dei partiti, che si devono impegnare a far lavorare i loro giovani sul territorio, facendoli partire dalle piccole realtà locali per farli crescere ed imparare, prevedendo anche un serio ricambio generazionale. Penso sia necessaria anche una legge sui partiti, che imponga bilanci trasparenti e regole certe anche in altri campi. Oppure, come avviene nel Movimento 5 Stelle (che, lo so, tu non ami, ma che da questo punto di vista può essere un buon esempio), tramite dei ragazzi che siano semplicemente terminali di un gruppo di persone che li elegge e poi dice loro cosa fare tramite la rete.

Un ruolo fondamentale nella selezione della classe dirigente deve essere ricoperto da noi, dai cittadini, dal famigerato popolo sovrano. Siamo noi che, attraverso una nuova legge elettorale e un’informazione che ci fornisca gli elementi per decidere, abbiamo il compito di scegliere chi merita la nostra fiducia. Non sono per nulla d’accordo con te quando affermi che “l’italiano medio è troppo informato, troppo consapevole e troppo istruito e quindi pensa di potersi fare un’idea più giusta di quella degli altri semplicemente leggendo qua e là, ascoltando qua e là e mettendo un po’ tutto insieme, ma fermandosi troppo presto, senza ovviamente approfondire l’analisi in modo scientifico.” L’italiano medio pensa di potersi fare un’idea più giusta di quella degli altri senza approfondire l’analisi proprio perchè non è nè istruito, nè consapevole, nè informato. Sa pochissime cose, ma fa il tuttologo, parla di tutto senza sapere quasi niente.

Noi probabilmente non ce ne rendiamo conto perchè ci circondiamo di persone che, bene o male, condividono il nostro grado di cultura e consapevolezza del mondo. Ma l’italiano medio non sa il 90% delle cose che noi pensiamo sappia. Non perchè noi siamo l’elite, ma perchè i ragazzi escono da scuole desolanti (il 20% dei quindicenni italiani è semianalfabeta, secondo i dati della Commissione UE), hanno professori incapaci, non leggono e trovano un modello sconfortante nella classe dirigente del nostro Paese. E per gli adulti vale lo stesso. Buona parte delle persone non sa pensare, non ha senso critico. La televisione fornisce un modello di conoscenza superficiale e immediato, che non permette di capire le cose fino in fondo.  Da qui, la necessità, per sapere davvero di cosa si parla, di leggere un libro o un giornale. E mentre i libri vengono letti da un numero sempre minore di persone, i giornali hanno contenuti spesso dettati dai poteri che stanno nei loro consigli di amministrazione.

L’informazione, la scuola e l’università, insomma, devono recuperare il loro ruolo, contribuendo a creare, selezionare e controllare la nuova classe dirigente. Questi sono gli interventi più importanti da fare: riforme strutturali del sistema educativo e dell’informazione, affinchè i bambini di oggi e di domani possano avere delle possibilità concrete di contribuire in futuro, con cognizione di causa, al benessere di tutti. Questi interventi, uniti, lo ripeto, ad un nuovo sistema elettorale e ad un gran lavoro dei partiti, porterebbero ad una nova generazione politica, competente e credibile, a cui si potrebbero affidare le sorti dell’Italia. Per quanto riguarda il presente, credo sia necessario consentire alle persone oneste e disinteressate (che anche nella politica di oggi sono tante) di traghettarci fino a questo nuovo futuro. Ciò si può fare in tanti modi, che ora non posso prendere in considerazione per motivi di spazio.

Io credo che gli italiani sarebbero ben felici di abbandonarsi tra le braccia di una politica capace, che possa dare soluzioni concrete ai problemi delle persone. Nessuno che sia sano di mente può volere una politica marcia. Sarebbe bello sapere che c’è qualcuno, più su, che sa cosa fare, come affrontare i momenti critici e le crisi. E’ l’idea che ha sempre rassicurato l’uomo, quella di avere un nume protettore sopra la testa, e penso sia ancor più comprensibile, in un mondo caotico e complesso come il nostro. Tuttavia, non penso che ci si possa abbandonare troppo, altrimenti si rischia non più di delegare la nostra sovranità a qualcuno, come dovrebbe essere, ma di privarcene, staccandola e donandola a qualcuno. Bisogna recuperare fiducia, costruendo una nuova politica, ma restando sempre vigili ed attenti.

In questi momenti di fine impero, c’è ancora chi non si rende conto di quello che succede. Il regime catodico di mr. B. volge al termine, affossato dalle telefonate con i vari Tarantini e Lavitola a proposito delle vagonate di gentildonne da recapitare a domicilio al nanetto. Sarebbe stato meglio che quest’individuo fosse caduto per i falsi in bilancio, le corruzioni e le concussioni di questi 16 anni, ma, si sa, ognuno ha il 25 luglio che merita.

Probabilmente i miasmi del cadavere politico del governo soffocano alcuni esponenti della maggioranza, che non riescono a ragionare e a capire fino in fondo quello che dicono (non che sia una novità).

Prendiamo Sacconi. E’ il ministro del welfare, mica uno qualsiasi. Tralasciando il fatto che si comporta come se venisse da Marte e non c’entrasse nulla con l’attuale stato di salute dell’Italia (lui che era esponente socialista di spicco e, come tale, ha contribuito in modo sostanziale all’impennata del debito pubblico in quegli anni),  il suo ruolo, in momenti di crisi come questo, è importantissimo.

Invece l’altroieri il ministro, ospite ad un convegno del Centro Studi Confindustria, ha sparato sull’esito del referendum del giugno scorso. Queste le sue testuali parole: “Altro che sorella acqua, mi auguro che troveremo il modo per mettere in discussione il referendum”. A Sacconi non importa che 27 milioni di cittadini siano andati a votare e abbiano espresso chiaramente (95% di voti favorevoli) la volontà di mantenere pubblica la gestione dell’acqua. La famosa volontà popolare, la stessa che viene sbandierata costantemente quando si tratta di ricordare che hanno vinto le elezioni, può essere messa da parte e cancellata quando va contro i desideri di lorsignori. Sacconi dovrebbe fare una sola cosa: dimettersi. Facendo affermazioni come queste ha dimostrato un assoluto spregio della Costituzione e del valore della volontà dei cittadini. Nessun rispetto. In qualsiasi altro Paese parlamentari, ministri e uomini politici in generale dovrebbero dimettersi due minuti dopo aver detto cose simili.

Voglio invece esprimere la mia completa solidarietà a Roberto Castelli, ex ministro, ora viceministro alle Infrastrutture, parlamentare dal 1992, cioè da 19 anni. L’altra sera a “Piazzapulita” (nuovo programma di informazione su La7) ha detto di essere povero perchè guadagna solo 145 mila euro all’anno. Siamo tutti vicini al povero Castelli, che sicuramente farà fatica ad arrivare alla fine del mese. Ci permettiamo di far notare all’esponente leghista che ci sono famiglie che vivono con redditi annuali di meno di un decimo del suo. E se avessero 145 mila euro (più tutti i soldi che derivano da vent’anni di vita da parlamentare e cinque da ministro) avrebbero la decenza di stare zitti.

Mi ha colpito un commento al video tratto dalla trasmissione. Matteo P. scrive: “Io di euro l’anno ne guadagno 9mila e ho un contratto a progetto. Anch’io sono ingegnere come il viceministro Castelli, ma l’azienda per la quale lavoravo (e guadagnavo circa 28mila euro annui) ha deciso di chiudere e trasferirsi in Romania. Mia moglie, casalinga, ieri sera sul divano di casa guardava con me la Tv. Mi ha fatto una domanda alla quale non ho saputo rispondere. E ci ho pensato su tutta la notte: “Ma se Castelli è povero, noi cosa siamo?”.

“Chi scrive male pensa male”. Qualche tempo fa mi aveva colpito questo titolo, su un giornale. L’articolo raccontava di errori clamorosi (di ortografia, sintassi e compagnia) nei temi svolti per i concorsi da avvocato, per gli esami universitari, nelle mail scritte ai professori, insomma ovunque. Sono rimasto basito quando ho letto di ragazzi che si rivolgono ai loro professori all’università usando il tu. Ed ero sconvolto scoprendo che un ragazzo ha iniziato una mail per un docente in questo modo: “caro mio…”.

Questi aneddoti mi hanno fatto pensare. Ma ancora di più quel titolo. E’ vero che chi scrive male pensa male? Io credo di sì. Un buon 70% della popolazione del nostro Paese si forma e si informa guardando la tv, senza leggere un giornale (cosa anche comprensibile visto il livello della nostra stampa quotidiana) nè un libro. E guardando la tv, ovviamente, non si impara a scrivere, anzi. Si disimpara a pensare. Perchè in televisione è tutto immediato, semplice, pronto. Basta sedersi e cambiare canale. Non c’è alcuno sforzo mentale, alcuna fatica intellettuale. E di conseguenza manca un progresso per noi stessi. Non otteniamo dei risultati fissando quella scatola luminosa.

La lettura, al contrario, stimola il cervello, richiede attenzione, ci mette di fronte a “sfide” lessicali o sintattiche o concettuali. Spesso dobbiamo adoperarci per cogliere un significato nascosto, che sta dietro a quanto stiamo leggendo. E tutto questo ci permette di imparare, di migliorarci e di sviluppare un nostro modo di pensare e di porci di fronte alle cose. Riusciamo, in altre parole, a formarci uno spirito critico. Un pensiero critico.

Ecco quello che manca totalmente a tanta, tanta gente. La capacità di porsi delle domande, di non fermarsi alla superficie, alla pappa pronta e servita ma di domandarsi il perchè e guardare più a fondo.

La Commissione dell’Unione Europea ci informa che in Italia un quindicenne su cinque non possiede “le capacità fondamentali di lettura e scrittura”. Il 20% dei quindicenni italiani è quindi semianalfabeta. E se non apprende queste capacità fondamentali adesso, molto probabilmente non lo farà mai più. E resterà semianalfabeta.

Visto che la lettura non è un’attività naturale e richiede tempo perchè se ne apprezzi la bellezza e il valore, chi non ha iniziato a praticarla da bambino o ragazzo cade in un circolo vizioso: siccome gli riesce difficile leggere, non legge; e siccome non legge, gli riesce difficile leggere. E allora ecco che ritorniamo alla predominanza del modello televisivo: non essendo abituati (e forse capaci) di leggere, ci si abbevera solo dal linguaggio della tv, che rende tutto banale e rapido. Non si impara ad analizzare e riflettere, azioni che la lettura e la scrittura insegnano.

Il risultato è l’allontanamento completo da ogni forma di complessità. Ci si basa solamente su quel poco che si sente e si vede, bombardati come siamo da notizie in ogni momento e dovunque. Si perde il senso della realtà, che è un insieme di più strati che vanno conosciuti e affrontati. Con la lettura e la scrittura possiamo farlo, possiamo sviluppare quello spirito critico che ci permette di aprire bene gli occhi.

Ma se un il 20% dei quindicenni non sa leggere, figuriamoci scrivere. La situazione sarà ancora più tragica. Ovviamente il problema (anche quello della lettura) non è circoscritto solo ai ragazzi. Basta guardarsi intorno per rendersi conto che gli adulti sono allo stesso livello (se non peggio in certi casi). E quindi abbiamo una società composta da una buona parte di persone che non legge e non sa scrivere. Non ha uno spirito critico.

“Chi scrive male pensa male”. Sarà vero oppure è stata solamente la boutade di un titolista sagace? A voi la risposta.

 

Ecco a voi l’editoriale di Marco Travaglio tratto dalla puntata di Annozero del 17/03/2011. L’argomento è la riforma della giustizia. Consiglio di vederlo per la chiarezza con cui viene esposta la materia. Più sotto, due pezzi sempre di Travaglio per l’Espresso, sempre sulla riforma, che mostrano l’assoluta inutilità e illogicità dell’intervento legislativo del governo. Buon visione e buona lettura.

La bufala della ‘riforma epocale’

(11 marzo 2011)

“Facciamo le riforme!”,strilla un omino di Altan su “l’Espresso” di un anno fa. e l’altro, perplesso: “Ancora? ma non le avevamo già fatte?”.Sono 17 anni che si annuncia la “grande riforma della giustizia”. Ora, bontà sua, Silvio Berlusconi ne minaccia una “epocale”.

Purtroppo si tratta dell’ennesima riforma non della giustizia, ma dei giudici: stravolgerà i capisaldi costituzionali dell’indipendenza della magistratura, dell’unicità delle carriere, dell’obbligatorietà dell’azione penale, dell’autogoverno del Csm.

Ma, se mai entrerà in vigore, non accorcerà di un nanosecondo la durata dei processi, universalmente nota come la prima piaga della giustizia italiana: perché non sfiora neppure i meccanismi farraginosi della procedura penale, ma investe soltanto gli assetti della magistratura. Quanto alla sua prodigiosa “epocalità”, vien da sorridere, visto che il progetto Berlusconi-Alfano sa di muffa, essendo copiato per metà dal “Piano di rinascita democratica” piduista di Licio Gelli (1976) e per metà dalla bozza Boato della Bicamerale D’Alema (1998).

A giudicare dall’attesa spasmodica seguita all’annuncio-minaccia del premier e del Guardasigilli ad personam, si direbbe che la giustizia italiana soffra di penuria di riforme. Balle: ne ha avute fin troppe. Nessun altro settore della vita civile è stato “riformato”, nella Seconda Repubblica, quanto la giustizia. Secondo i ricercatori di openpolis.it, il nostro Parlamento impiega il 60 per cento del suo tempo a discutere e approvare leggi penali. Inoltre, se vale 100 l’impegno (disegni e proposte di legge, emendamenti, interrogazioni) in questo settore, l’attenzione dedicata ad altri temi è modesta: un ventesimo a combattere la corruzione, un sesto alla disoccupazione, un quinto alla tutela dei beni culturali e artistici, un terzo alla ricerca scientifica, la metà all’evasione fiscale.

Dal 1994 a oggi sono state approvate quasi 200 leggi in materia penale. Tutte presentate come risolutive per accorciare i tempi biblici dei processi, hanno regolarmente sortito l’effetto opposto: allungarli vieppiù. Se nel 1999, dalle indagini preliminari alla sentenza di Cassazione, passavano in media 1.457 giorni, oggi (dati del ministero della Giustizia) siamo sopra i 1.820. Anche perché nel frattempo sono stati continuamente tagliati i fondi al bilancio della giustizia, che hanno creato spaventose inefficienze e scoperture d’organico.

A Milano, secondo tribunale d’Italia, manca da anni il 35 per cento dei cancellieri. Ed è raro trovare un palazzo di giustizia, nel Paese, dove si celebrino udienze anche il pomeriggio dopo le 14: perché manca il turn over del personale ausiliario e gli straordinari sono bloccati. Basterebbe riempire i vuoti, magari accorpando una ventina di piccoli tribunali di provincia, per raddoppiare la produttività degli uffici giudiziari, aiutandoli a smaltire l’arretrato anziché ad accumularlo. Ma di tutto questo nessuna “epocale” riforma s’è mai occupata. Anzi, come scrive Luigi Ferrarella sul “Corriere della Sera”, «i processi lenti fanno diventare i processi ancora più lenti».

Da un lato l’aspettativa di prescrizione incoraggia gli avvocati a escogitare ogni sorta di cavilli per allungare ancor più il brodo. Dall’altro la legge Pinto del 2001 (uno dei capolavori del centrosinistra), che regola le cause di risarcimento per l’eccessiva durata dei processi, ha sortito questo bel miracolo: queste cause, da sole, occupano il 20 per cento dell’attività delle Corti d’appello. Così ogni processo lento sanzionato dalla Corte europea rallenta tutti gli altri. Geniale, no? Sorge persino il sospetto – sicuramente infondato, si capisce – che proprio questo fosse e sia lo scopo della patologica “riformite giudiziaria” che affligge da vent’anni destra e sinistra: paralizzare definitivamente la giustizia con la scusa di velocizzarla. Missione compiuta.

Ora, delle due l’una: se i politici che hanno pensato e votato le 200 “riforme” l’hanno fatto apposta, sono dei mascalzoni; se invece credevano davvero di accelerare i processi, e invece li hanno rallentati, sono dei cialtroni. In entrambi i casi, è meglio per tutti che si astengano dal pensarne e dal votarne altre. Chissà che, lasciato finalmente in pace da questo accanimento riformatorio, il corpo esanime della nostra giustizia non riprenda un po’ di vita e di colore da solo.

LA LEGGE ALFANO RIFORMA ANCHE LA LOGICA

(18 marzo 2011)

Oltre ai valori costituzionali,la «riforma epocale» della giustizia made in Berlusconi- Alfano stravolge anche i canoni della logica. Se, diritto a parte, la si esamina alla luce del principio di non contraddizione,non si scappa: o è stata scritta da squilibrati, o da bugiardi.

1 Occorre, spiegano i riformatori, «ridurre la politicizzazione della magistratura ». Poi però ribaltano la composizione del Csm: oggi è formato per due terzi da giudici e per un terzo da politici, domani saranno metà e metà. Solo un matto può pensare di spoliticizzarlo aumentando i politici e trasformando l’organo di “autogoverno” in “etero-governo”. E sottraendo per giunta la polizia giudiziaria ai pubblici ministeri per consegnarla al governo.

2 L’obbligatorietà dell’azione penale, dicono, è una finzione che nasconde la discrezionalità: non potendo perseguire tutti i reati, i pm scelgono quali perseguire e quali no. Dunque sarà il Parlamento, su indicazione del Guardasigilli, a stabilire ogni anno i reati da privilegiare e da ignorare. Ma che senso ha dire che un comportamento è reato, già sapendo che non sarà punito? Se non si possono perseguire tutti, tanto vale depenalizzare quelli davvero minori e punirli con sanzioni amministrative. Invece questo governo non fa altro che inventare nuovi reati, dai maltrattamenti sugli animali al taroccamento dei decoder- pay tv, dall’abbandono di pattume in strada all’immigrazione clandestina (nell’ultimo mese la Procura di Agrigento ha dovuto indagare quasi 10 mila immigrati sbarcati a Lampedusa senza permesso di soggiorno e dovrà processarli tutti). Poi taglia fondi e personale alle Procure. E si meraviglia se queste annaspano.

3 La separazione delle carriere, argomentano, assicura «la terzietà del giudice », oggi influenzato dalla colleganza con il pm. Strano: per giustificare la responsabilità civile dei giudici (punto 5) si spiega che in Italia un indagato su due viene poi archiviato, assolto o prescritto. � la prova che la colleganza non impedisce al giudice di dare torto al pm. Ma, se così non fosse, come scongiurare il rischio che il primo giudice condanni l’imputato che il collega gup ha rinviato a giudizio? Che il giudice d’appello ricondanni l’imputato condannato dai colleghi del tribunale? Che i giudici di Cassazione confermino la condanna emessa dai loro colleghi d’appello? Se è la colleganza corporativa che si vuole spezzare, bisogna istituire almeno sette carriere separate: pm, gip, gup, riesame, tribunale, appello e Cassazione.

4 Gli imputati potranno ancora appellare le condanne, ma i pm non potranno più appellare le assoluzioni. Il giurista Franco Cordero parla di «idea asinina», già bocciata dalla Consulta. Ma è anche un attentato alla logica: l’errore giudiziario non è solo la condanna dell’innocente, ma anche l’assoluzione del colpevole. Che senso ha rimediare solo alla prima?

5 «Il giudice che sbaglia, spiega Alfano, deve pagare, come il chirurgo che sbaglia un’operazione». Ma il paziente il chirurgo se lo sceglie, mentre l’imputato non si sceglie il magistrato. E il magistrato non ha il compito di salvare vite, ma di fare giustizia «senza speranza né timore»: nel penale, se inquisisce o condanna, si fa regolarmente un nemico; nel civile, dovendo per forza dare ragione a Tizio o a Caio in causa fra loro, scontenterà inevitabilmente uno dei due. E poi, se l’errore medico è facile da accertare, che cos’è un errore giudiziario? Non certo il caso dell’indagato o dell’arrestato che poi non viene condannato. Capita spesso che esistano i presupposti per indagare o arrestare, ma non per condannare. Infatti oggi la presunta vittima di errore giudiziario fa causa allo Stato, che può rivalersi sul magistrato in caso di dolo o colpa grave. Altrimenti, per evitare rogne, il magistrato non farà più nulla: indagini, né arresti, né sentenze. � questo che vogliamo? Nel 1894, quando tutti gli imputati per lo scandalo della Banca Romana furono assolti, Giovanni Giolitti commentò: «Ora avremo la prova che in Italia i grossi delinquenti, oltre a essere assolti, con i milioni rubati possono far processare chi li aveva denunciati e messi in carcere». E non conosceva Berlusconi.

Un piccolo post divertente, Masi che telefona ad Annozero per dissociarsi, ma non è Santoro a rispondere…