Archivio per marzo, 2011

Vorrei oggi proporvi come collage un articolo di Alessandra Faiella. Ci parla di come le pubblicità presentino le donne, e le relazioni stereotipate con la casa, l’uomo, “la linea”, e molto altro. L’ho trovato semplice ma chiaro.

LA CHIAPPA NON C’È PIÙ!

Il famigerato gigantesco cartellone pubblicitario con la signorina che mostra ammiccante il lato B è stato rimosso. Ricordo ancora l’esilarante risposta (raccolta di persona) del vigile di quartiere alla mamma preoccupata: “Mi scusi vigile, ma quell’enorme manifesto con il sedere di fuori è proprio davanti a una scuola elementare!” E il vigile per tranquillizzarla: “Ma no signora, vedrà che ha su un collant!” Al posto delle chiappe incriminate, la stessa marca d’abbigliamento ci mostra ora due signorine un po’ meste e tendenti all’anoressico, vestite come due orsoline. Difficile per i pubblicitari trovare una mediazione: o esibizioniste che colgono ogni occasione per denudare il gluteo assassino o viceversa monachelle pallide e tristanzuole. Insomma siamo ancora al binomio: bigotta /mignotta.

Del resto in pubblicità resiste ancora il mito della casalinga indefessa (e fessa) che invece di dare due ceffoni al figlio che le infanga la casa, gode come una pazza, perché potrà passare tutta la giornata a sfregare il pavimento con gli appositi prodotti, ed è solo così che lei raggiunge l’orgasmo! Sul versante opposto (quello mignottesco) c’è la signorina vogliosa che mangia il gelato con la stessa tecnica di Monica Lewinsky e infine, nel mezzo tra gli estremi opposti, c’è la tizia tutta contenta perché grazie ai fermenti dello yogurt, ha cagato ininterrottamente per due settimane. In sintesi l’immagine della donna in pubblicità è la seguente: o facciamo le pulizie o facciamo le zoccole o facciamo la cacca.

Divertenti i tre fratelli bamboccioni (due femmine e un maschio) che a quarant’anni vivono ancora tutti insieme, terrorizzati dall’arrivo della mamma impicciona che quando fa visita manco li saluta ma si precipita in bagno per vedere se ci sono tracce, non di cocaina, ma di pericolosi nemici dell’igiene. Qui è lui, il figlio maschio, che istruisce le sorelle beote su come si compia il rito della pulizia del sanitario fetente. “Segreto di famiglia” proclama infine malizioso, rivelandoci che l’edipico bamboccio seguiva la mamma in bagno per vederla espletare le sue funzioni (domestiche naturalmente).

Sono convinta che nella società reale ci siano tanti uomini premurosi che se alla partner viene l’influenza non la lasciano schiattare inerme sul divano ma sono in grado di scendere in farmacia a prendere l’aspirina e sono anche capaci di somministrarla (pensa un po’). Nella pubblicità no. Negli spot televisivi di donne malate accudite da un maschio, non se ne vedono. Sono sempre gli uomini a letto con la febbre e le femmine, abili crocerossine, li resuscitano a suon di capsule effervescenti. E se una sventata assistente di volo, osa prestare assistenza al marito afflitto dal mal di testa, alla fine del viaggio sono cazzi amari per tutti: “Il poppante è mio e me lo gestisco io!”

Un’unica giovane donna osa prendersi il lusso di beccarsi un raffreddore: se lo cura da sola e due ore dopo esce con un’amica danzando sotto la pioggia. Casalinghe, zoccole, cagone… ma soprattutto cretine!

Vorrei proporvi una vignetta di Stefano Disegni, pubblicata sul Misfatto domenica 20 marzo. Parla della sentenza della Corte Europea che ha assolto l’Italia dall’accusa di discriminazione religiosa: esporlo nelle aule scolastiche non è quindi reato. La vignetta però espone con ironia come il problema sia forse un altro, non tanto se esporre il crocifisso o no, ma piuttosto, volendo rispettare la libertà di culto di ognuno, la possibilità di chiunque di appendere accanto al simbolo cristiano, un segno del proprio credo. C’è così tanto spazio…

(essendo un formato un po’ ridotto, vi consiglio di cliccare sull’immagine per poterla ingrandire!)

Uno cerca di occuparsi di altro ed è contento di non dover, come sempre, parlare di giustizia, di leggi, di cavilli. Pensa che finalmente c’è qualcosa (per quanto terribile e di cui faremmo volentieri a meno) che riguarda tutti e che ci fa dimenticare per un attimo le bagatelle di casa nostra.

E invece dopo un minuto zac, ti fregano. Ti distrai un secondo e ti ritrovi con una prescrizione beve già pronta e un ministro indagato per mafia. Che bellezza.

La commissione Giustizia della Camera ha approvato la cosiddetta prescrizione breve . Cosa dice la norma? Semplice: chi è incensurato vedrà ridotti i termini di prescrizione, cioè la otterrà prima (solo nei giudizi di primo grado). E indovinate chi trarrà beneficio da questa bella invenzione? Ma Lui ovviamente. Tutti sono lì a guardare la Libia, distratti da missili e bombe? E lui ne piazza una in sordina, che non si veda troppo.

Ma non è finita qui. Oggi è arrivato il famoso “rimpasto”. Bondi di è dimesso dalla Cultura e gli è subentrato Galan (un leghista alla cultura, ossimoro spaventoso) e il posto di quest’ultimo è stato occupato da Saverio Romano. Questo signore è sconosciuto ai più, ma non alle procure italiane. Romano infatti ha a suo carico due procedimenti, uno per concorso in associazione mafiosa, un altro per corruzione con l’aggravante del metodo mafioso. Sulla nomina Giorgio Napolitano ha espresso forti dubbi. Prima a Berlusconi, poi con un comunicato ufficiale del Colle in cui ritiene di dover “assumere informazioni” sul procedimenti a carico di Romano.

Ma io dico: non ci si può pensare prima? Si assumono informazioni e solo dopo si decide, non è più logico? E poi, tanto per chiedere, per sapere: sono io ad essere strano o a tutti pare normale chiamare uno con questo curriculum per fare il ministro? Non ne hanno trovato uno pulito?

Forse l’hanno trovato, ma nominando ministro Romano, B. si è assicurato il voto suo e degli altri Responsabili (si fa per dire) per il conflitto di attribuzioni sul caso Ruby. Di cui parleremo però un’altra volta però. Perchè ora non ce la faccio: scusate, ma devo andare a vomitare.

Capisco che la guerra in Libia abbia attirato su di sé tutta l’attenzione. E meno male che è così, perchè dobbiamo mantenere alto il livello di controllo, per seguire gli sviluppi delle operazioni militari e mettere pressione affinchè le forze occidentali non vadano oltre i loro compiti. Speriamo non accada.

Ma dobbiamo ricordarci anche del Giappone. La situazione, infatti, non è assolutamente risolta. Come del resto è naturale, viste le proporzioni del disastro. Ma le notizie provenienti dal sol levante stanno piano piano quasi scomparendo, diventando delle brevi. Il motivo risiede negli enormi interessi che l’energia atomica muove dietro di sè: in Italia alcuni tra i maggiori quotidiani (Corriere, Messaggero ed altri) sono controllati da costruttori come Ligresti.

Riporto un brevissimo post apparso oggi su beppegrillo.it, a proposito della “sepoltura” delle notizie sul disastro nucleare da parte del Corriere. Subito sotto, le ultime notizie dal Giappone.

“Lo tsunami è avvenuto l’11 marzo 2011, l’allarme nucleare è scoppiato due giorni dopo, il 13 marzo. Il 19 marzo, solo SEI giorni dopo, il più disastroso incidente nucleare della Storia è stato sepolto dal Corriere della Sera (Nucleare della Sera ad honorem). Sabato 19 marzo solo due righe (di numero) in prima pagina sotto la vignetta di Giannelli. Grande rilievo invece nel paginone di apertura, oltre alla Libia, a “L’Europa assolve il crocefisso in aula“, “Schiaffi e minacce. Maestre arrestate“, “Un argine alle scalate francesi“. Uno spazio più importante di Fukushima è stato persino dato a: “Tedeschi per l’Inter. Evitate Real e Barcellona” e all’importantissimo “Per eredità e affitti conciliazione sui litigi“. Il lettore, rassicurato sul plutonio che rischia di sterminare i giapponesi e sul nucleare di ultimissima generazione (quello di Fini e della Prestigiacomo), ha potuto informarsi solo a pagina 18 sul Giappone. Per dire, a pagina 17, ben più importante era il “Video di minacce a Scilipoti. Tensioni tra u Responsabili” e a pagina 16 la lettera di Rutelli “Il 17 marzo sia sempre festa“.

ULTIME DAL GIAPPONE

La situazione della centrale nucleare di Fukushima, colpita dal terremoto e dallo tsunami dell’11 marzo, resta instabile. Gli ingegneri hanno riallacciato i cavi dell’elettricità nei reattori 1, 5 e 6 e ritengono di poter riavviare i sistemi di raffreddamento al più presto. Ma rimane l’allarme per il reattore 2, da cui continua a uscire vapore non generato dalla vasca del combustibile e per il 3 dove, a causa di un aumento della pressione e della fuoriuscita di un fumo grigio di origine ancora poco chiara. Il personale è stato evacuato.

L’Organizzazione mondiale della sanità la contaminazione dei cibi è “più grave di quanto si ritenesse in un primo momento”. “E’ evidentemente una situazione grave“, ha detto Peter Cordingley, portavoce dell’ufficio regionale dell’Oms. “E’ molto più grave di quanto chiunque potesse pensare nei primi giorni, quando si valutava che potesse essere limitata a un’area di 20-30 chilometri dalla centrale. I casi di verdure, acqua e latte contaminati hanno già sollevato le preoccupazioni dei paesi limitrofi, nonostante le rassicurazioni del governo giapponese”. Il governo ha proibito la vendita di latte dalla prefettura di Fukushima e di spinaci da un’area vicina. Mentre a quattro prefetture giapponesi è stato ordinato di sospendere la distribuzione di latte e di due tipi di vegetali. Secondo l’Autorità francese per la sicurezza nucleare (ASN) le ricadute radioattive di Fukushima sono un problema con cui le autorità giapponesi dovranno avere a che fare “per decine e decine di anni”.  E’ stata rilevata radioattività anche nell’acqua corrente di Tokyo.

365 giorni

Pubblicato: 21/03/2011 da montelfo in Montelfo
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Oggi è un anno che siamo operativi. 365 giorni fa, 21 marzo 2010, abbiamo postato il nostro primo articolo. Emozionati, entusiasti per una nuova avventura, spaventati dalla difficoltà di raggiungere la gente, nel grande mare di Internet.

Nei primi tempi le visite erano intorno alle 400 al mese, con alti e bassi. Non male, dopotutto, per un blog appena nato. A chi poteva interessare l’opinione di due ragazzi qualsiasi sui fatti del mondo? E invece, piano piano, i visitatori sono aumentati.

E’ vero, chi si loda s’imbroda, ma qualche cifra possiamo darla. Sono ormai cinque mesi, da novembre quindi, che ci attestiamo sopra le 1000 visite, con la punta di 1352 a gennaio. Ne siamo entusiasti, è davvero un risultato per noi straordinario. In questo lasso di tempo abbiamo prodotto 280 articoli.

Non è facile, certo. Trovare ogni giorno il tempo, l’ispirazione, la voglia, l’argomento giusto, le parole. È un vero e proprio impegno. Ma per fortuna col tempo ci sono venuti in soccorso i nostri collaboratori, che hanno contribuito alla causa con ottimi pezzi sui più svariati argomenti, portando così il loro contributo e, raccontandoci il loro punto di vista, riaffermando lo spirito del blog: l’importante è pensare, avere spirito critico e discutere. Più idee diverse ci sono in campo, meglio è! A tutti loro va quindi il nostro più sincero ringraziamento.

Durante quest’anno, siamo cresciuti anche noi. Ci siamo avvicinati (forse solo anagraficamente) all’età adulta, siamo andati avanti con l’università e tante cose sono cambiate. E abbiamo avuto sempre il blog accanto a noi, valvola di sfogo, foglio bianco da riempire con le nostre riflessioni, con la nostra rabbia, gioia, disillusione, con le difficoltà di ogni giorno. Grazie anche naturalmente a tutti voi, che leggete i nostri articoli,a volte forse ingenui, di sicuro autentici.

Auguri Incomoderatementali! Speriamo che ci siano tanti altri giorni come questo!

L’Albatro e Aristofane

E così siamo in guerra. Dopo gli accordi, le dichiarazioni di amicizia, i baciamano e le ridicolaggini assortite di quest’ultimo anno, siamo in guerra con la Libia. Con “l’amico Gheddafi”. Come sempre, la cialtroneria regna sovrana. Pensate un po’, l’articolo 4 comma 2 dell’accordo con il Paese del raìs recita: “L’Italia non userà nè permetterà l’uso del proprio territorio in qualsiasi atto ostile contro la Libia”. Promesse da marinaio.

Ora, intendiamoci. Io sono assolutamente convinto (come penso dovrebbero essere tutti) che sia necessario tutelare e far rispettare i diritti umani dovunque. Ed in Libia, sarebbe scorretto non ammetterlo, questi diritti erano violati sistematicamente. Esempi ne siano gli spari e i missili sulla folla. Inoltre, aderendo all’ONU, la Libia ha accettato, come tutti gli altri Paesi facenti parte dell’organizzazione,  l’eventualità che le forze delle Nazioni Unite possano intervenire sul territorio per far rispettare i diritti umani, il diritto umanitario. Un governo è infatti autorizzato a combattere gli insorti, è suo diritto. Ma deve farlo rispettando il diritto umanitario, appunto, come codificato nel Secondo Protocollo addizionale del 1977 alle Convenzioni di Ginevra del 1949. Se non rispetta quanto qui previsto, poichè viola il diritto umanitario ed ha aderito all’ONU, l’organizzazione può intervenire.

Quindi non è il fondamento giuridico dell’intervento il problema. Ma questa guerra si poteva evitare. Possibile che ci siamo accorti solo ora che Gheddafi viola i diritti umani? Non era sanguinario quando gli vendevamo le armi, insieme a molti altri Paesi che ora gli fanno la guerra? Non uccideva gli oppositori mentre facevamo con lui gli accordi per la costruzione di un enorme gasdotto (Greenstream) per collegare Libia ed Europa? Era un liberale e moderato quando abbiamo concluso l’accordo che avrebbe portato meno immigrazione nel nostro Paese (condannando a morte moltissimi migranti)?

E così paghiamo ora il costo del nostro mancato ruolo di mediatori tra le parti. Se avessimo una politica estera ed un governo e una politica che si possano definire tali, avremmo dovuto avere un ruolo di primo piano in questa vicenda, per porci come intermediari e cercare di aiutare a trovare una soluzione. E invece noi siamo stati a guardare, mentre tutti gli altri impiegavano tempi biblici per giungere ad una soluzione, lasciando che la situazione libica peggiorasse di ora in ora. Era necessario un intervento immediato, che sarebbe potuto essere non militare. La guerra non dovrebbe mai essere la soluzione.

Rimane un’ultima domanda. Dov’era l’ONU al tempo della guerra americana in Afghanistan? Perchè non ha imposto, al tempo, una no fly zone per evitare agli aerei degli USA di fare strage di civili (160 mila morti di cui 32195 bambini, dati del Pentagono)? Perchè non ha detto nulla sul bombardamento americano con bombe al fosforo bianco (proibite da cinque convenzioni internazionali per i combattimenti contro obiettivi civili) su Falluja (Iraq), nella notte tra l’8 e 9 novembre 2004? Perchè non si è intervenuti nella Cecenia massacrata da Putin (250 mila morti su una popolazione di un milione di abitanti), in Tibet contro l’occupazione cinese, in Darfur (massacrato, stuprato e mutilato un milione di persone), in Ruanda? Cos’abbiamo da dire su questi casi, che sono solamente degli esempi?

La verità è che le scelte sono, come sempre, politiche. Non si vanno mai a sindacare, censurare o sanzionare le decisioni (per quanto orribili) di USA, Cina, Russia e compagnia, che quindi fanno quello che vogliono, infischiandosene di convenzioni e diritto internazionale. E invece ci occupiamo solo di Paesi che non hanno posizioni di particolare forza a livello internazionale (e ricchi di materie prime). Belle ipocrisia.  E tutto questo è insopportabile, soprattutto perchè rischia di far venire meno la legittimità e la credibilità degli interventi che realmente mirano a garantire il rispetto di diritti umani dove ce n’è necessità.

Quello che è sicuro è che siamo in guerra e ci sarà poco da dire se, uno di questi giorni, un missile libico colpirà il nostro territorio. Spesso, soprattutto in questi casi, si sa dove si inizia, ma non dove si va a finire.

Ecco a voi l’editoriale di Marco Travaglio tratto dalla puntata di Annozero del 17/03/2011. L’argomento è la riforma della giustizia. Consiglio di vederlo per la chiarezza con cui viene esposta la materia. Più sotto, due pezzi sempre di Travaglio per l’Espresso, sempre sulla riforma, che mostrano l’assoluta inutilità e illogicità dell’intervento legislativo del governo. Buon visione e buona lettura.

La bufala della ‘riforma epocale’

(11 marzo 2011)

“Facciamo le riforme!”,strilla un omino di Altan su “l’Espresso” di un anno fa. e l’altro, perplesso: “Ancora? ma non le avevamo già fatte?”.Sono 17 anni che si annuncia la “grande riforma della giustizia”. Ora, bontà sua, Silvio Berlusconi ne minaccia una “epocale”.

Purtroppo si tratta dell’ennesima riforma non della giustizia, ma dei giudici: stravolgerà i capisaldi costituzionali dell’indipendenza della magistratura, dell’unicità delle carriere, dell’obbligatorietà dell’azione penale, dell’autogoverno del Csm.

Ma, se mai entrerà in vigore, non accorcerà di un nanosecondo la durata dei processi, universalmente nota come la prima piaga della giustizia italiana: perché non sfiora neppure i meccanismi farraginosi della procedura penale, ma investe soltanto gli assetti della magistratura. Quanto alla sua prodigiosa “epocalità”, vien da sorridere, visto che il progetto Berlusconi-Alfano sa di muffa, essendo copiato per metà dal “Piano di rinascita democratica” piduista di Licio Gelli (1976) e per metà dalla bozza Boato della Bicamerale D’Alema (1998).

A giudicare dall’attesa spasmodica seguita all’annuncio-minaccia del premier e del Guardasigilli ad personam, si direbbe che la giustizia italiana soffra di penuria di riforme. Balle: ne ha avute fin troppe. Nessun altro settore della vita civile è stato “riformato”, nella Seconda Repubblica, quanto la giustizia. Secondo i ricercatori di openpolis.it, il nostro Parlamento impiega il 60 per cento del suo tempo a discutere e approvare leggi penali. Inoltre, se vale 100 l’impegno (disegni e proposte di legge, emendamenti, interrogazioni) in questo settore, l’attenzione dedicata ad altri temi è modesta: un ventesimo a combattere la corruzione, un sesto alla disoccupazione, un quinto alla tutela dei beni culturali e artistici, un terzo alla ricerca scientifica, la metà all’evasione fiscale.

Dal 1994 a oggi sono state approvate quasi 200 leggi in materia penale. Tutte presentate come risolutive per accorciare i tempi biblici dei processi, hanno regolarmente sortito l’effetto opposto: allungarli vieppiù. Se nel 1999, dalle indagini preliminari alla sentenza di Cassazione, passavano in media 1.457 giorni, oggi (dati del ministero della Giustizia) siamo sopra i 1.820. Anche perché nel frattempo sono stati continuamente tagliati i fondi al bilancio della giustizia, che hanno creato spaventose inefficienze e scoperture d’organico.

A Milano, secondo tribunale d’Italia, manca da anni il 35 per cento dei cancellieri. Ed è raro trovare un palazzo di giustizia, nel Paese, dove si celebrino udienze anche il pomeriggio dopo le 14: perché manca il turn over del personale ausiliario e gli straordinari sono bloccati. Basterebbe riempire i vuoti, magari accorpando una ventina di piccoli tribunali di provincia, per raddoppiare la produttività degli uffici giudiziari, aiutandoli a smaltire l’arretrato anziché ad accumularlo. Ma di tutto questo nessuna “epocale” riforma s’è mai occupata. Anzi, come scrive Luigi Ferrarella sul “Corriere della Sera”, «i processi lenti fanno diventare i processi ancora più lenti».

Da un lato l’aspettativa di prescrizione incoraggia gli avvocati a escogitare ogni sorta di cavilli per allungare ancor più il brodo. Dall’altro la legge Pinto del 2001 (uno dei capolavori del centrosinistra), che regola le cause di risarcimento per l’eccessiva durata dei processi, ha sortito questo bel miracolo: queste cause, da sole, occupano il 20 per cento dell’attività delle Corti d’appello. Così ogni processo lento sanzionato dalla Corte europea rallenta tutti gli altri. Geniale, no? Sorge persino il sospetto – sicuramente infondato, si capisce – che proprio questo fosse e sia lo scopo della patologica “riformite giudiziaria” che affligge da vent’anni destra e sinistra: paralizzare definitivamente la giustizia con la scusa di velocizzarla. Missione compiuta.

Ora, delle due l’una: se i politici che hanno pensato e votato le 200 “riforme” l’hanno fatto apposta, sono dei mascalzoni; se invece credevano davvero di accelerare i processi, e invece li hanno rallentati, sono dei cialtroni. In entrambi i casi, è meglio per tutti che si astengano dal pensarne e dal votarne altre. Chissà che, lasciato finalmente in pace da questo accanimento riformatorio, il corpo esanime della nostra giustizia non riprenda un po’ di vita e di colore da solo.

LA LEGGE ALFANO RIFORMA ANCHE LA LOGICA

(18 marzo 2011)

Oltre ai valori costituzionali,la «riforma epocale» della giustizia made in Berlusconi- Alfano stravolge anche i canoni della logica. Se, diritto a parte, la si esamina alla luce del principio di non contraddizione,non si scappa: o è stata scritta da squilibrati, o da bugiardi.

1 Occorre, spiegano i riformatori, «ridurre la politicizzazione della magistratura ». Poi però ribaltano la composizione del Csm: oggi è formato per due terzi da giudici e per un terzo da politici, domani saranno metà e metà. Solo un matto può pensare di spoliticizzarlo aumentando i politici e trasformando l’organo di “autogoverno” in “etero-governo”. E sottraendo per giunta la polizia giudiziaria ai pubblici ministeri per consegnarla al governo.

2 L’obbligatorietà dell’azione penale, dicono, è una finzione che nasconde la discrezionalità: non potendo perseguire tutti i reati, i pm scelgono quali perseguire e quali no. Dunque sarà il Parlamento, su indicazione del Guardasigilli, a stabilire ogni anno i reati da privilegiare e da ignorare. Ma che senso ha dire che un comportamento è reato, già sapendo che non sarà punito? Se non si possono perseguire tutti, tanto vale depenalizzare quelli davvero minori e punirli con sanzioni amministrative. Invece questo governo non fa altro che inventare nuovi reati, dai maltrattamenti sugli animali al taroccamento dei decoder- pay tv, dall’abbandono di pattume in strada all’immigrazione clandestina (nell’ultimo mese la Procura di Agrigento ha dovuto indagare quasi 10 mila immigrati sbarcati a Lampedusa senza permesso di soggiorno e dovrà processarli tutti). Poi taglia fondi e personale alle Procure. E si meraviglia se queste annaspano.

3 La separazione delle carriere, argomentano, assicura «la terzietà del giudice », oggi influenzato dalla colleganza con il pm. Strano: per giustificare la responsabilità civile dei giudici (punto 5) si spiega che in Italia un indagato su due viene poi archiviato, assolto o prescritto. � la prova che la colleganza non impedisce al giudice di dare torto al pm. Ma, se così non fosse, come scongiurare il rischio che il primo giudice condanni l’imputato che il collega gup ha rinviato a giudizio? Che il giudice d’appello ricondanni l’imputato condannato dai colleghi del tribunale? Che i giudici di Cassazione confermino la condanna emessa dai loro colleghi d’appello? Se è la colleganza corporativa che si vuole spezzare, bisogna istituire almeno sette carriere separate: pm, gip, gup, riesame, tribunale, appello e Cassazione.

4 Gli imputati potranno ancora appellare le condanne, ma i pm non potranno più appellare le assoluzioni. Il giurista Franco Cordero parla di «idea asinina», già bocciata dalla Consulta. Ma è anche un attentato alla logica: l’errore giudiziario non è solo la condanna dell’innocente, ma anche l’assoluzione del colpevole. Che senso ha rimediare solo alla prima?

5 «Il giudice che sbaglia, spiega Alfano, deve pagare, come il chirurgo che sbaglia un’operazione». Ma il paziente il chirurgo se lo sceglie, mentre l’imputato non si sceglie il magistrato. E il magistrato non ha il compito di salvare vite, ma di fare giustizia «senza speranza né timore»: nel penale, se inquisisce o condanna, si fa regolarmente un nemico; nel civile, dovendo per forza dare ragione a Tizio o a Caio in causa fra loro, scontenterà inevitabilmente uno dei due. E poi, se l’errore medico è facile da accertare, che cos’è un errore giudiziario? Non certo il caso dell’indagato o dell’arrestato che poi non viene condannato. Capita spesso che esistano i presupposti per indagare o arrestare, ma non per condannare. Infatti oggi la presunta vittima di errore giudiziario fa causa allo Stato, che può rivalersi sul magistrato in caso di dolo o colpa grave. Altrimenti, per evitare rogne, il magistrato non farà più nulla: indagini, né arresti, né sentenze. � questo che vogliamo? Nel 1894, quando tutti gli imputati per lo scandalo della Banca Romana furono assolti, Giovanni Giolitti commentò: «Ora avremo la prova che in Italia i grossi delinquenti, oltre a essere assolti, con i milioni rubati possono far processare chi li aveva denunciati e messi in carcere». E non conosceva Berlusconi.