Archivio per marzo, 2011

Vorrei oggi proporvi come collage un articolo di Alessandra Faiella. Ci parla di come le pubblicità presentino le donne, e le relazioni stereotipate con la casa, l’uomo, “la linea”, e molto altro. L’ho trovato semplice ma chiaro.

LA CHIAPPA NON C’È PIÙ!

Il famigerato gigantesco cartellone pubblicitario con la signorina che mostra ammiccante il lato B è stato rimosso. Ricordo ancora l’esilarante risposta (raccolta di persona) del vigile di quartiere alla mamma preoccupata: “Mi scusi vigile, ma quell’enorme manifesto con il sedere di fuori è proprio davanti a una scuola elementare!” E il vigile per tranquillizzarla: “Ma no signora, vedrà che ha su un collant!” Al posto delle chiappe incriminate, la stessa marca d’abbigliamento ci mostra ora due signorine un po’ meste e tendenti all’anoressico, vestite come due orsoline. Difficile per i pubblicitari trovare una mediazione: o esibizioniste che colgono ogni occasione per denudare il gluteo assassino o viceversa monachelle pallide e tristanzuole. Insomma siamo ancora al binomio: bigotta /mignotta.

Del resto in pubblicità resiste ancora il mito della casalinga indefessa (e fessa) che invece di dare due ceffoni al figlio che le infanga la casa, gode come una pazza, perché potrà passare tutta la giornata a sfregare il pavimento con gli appositi prodotti, ed è solo così che lei raggiunge l’orgasmo! Sul versante opposto (quello mignottesco) c’è la signorina vogliosa che mangia il gelato con la stessa tecnica di Monica Lewinsky e infine, nel mezzo tra gli estremi opposti, c’è la tizia tutta contenta perché grazie ai fermenti dello yogurt, ha cagato ininterrottamente per due settimane. In sintesi l’immagine della donna in pubblicità è la seguente: o facciamo le pulizie o facciamo le zoccole o facciamo la cacca.

Divertenti i tre fratelli bamboccioni (due femmine e un maschio) che a quarant’anni vivono ancora tutti insieme, terrorizzati dall’arrivo della mamma impicciona che quando fa visita manco li saluta ma si precipita in bagno per vedere se ci sono tracce, non di cocaina, ma di pericolosi nemici dell’igiene. Qui è lui, il figlio maschio, che istruisce le sorelle beote su come si compia il rito della pulizia del sanitario fetente. “Segreto di famiglia” proclama infine malizioso, rivelandoci che l’edipico bamboccio seguiva la mamma in bagno per vederla espletare le sue funzioni (domestiche naturalmente).

Sono convinta che nella società reale ci siano tanti uomini premurosi che se alla partner viene l’influenza non la lasciano schiattare inerme sul divano ma sono in grado di scendere in farmacia a prendere l’aspirina e sono anche capaci di somministrarla (pensa un po’). Nella pubblicità no. Negli spot televisivi di donne malate accudite da un maschio, non se ne vedono. Sono sempre gli uomini a letto con la febbre e le femmine, abili crocerossine, li resuscitano a suon di capsule effervescenti. E se una sventata assistente di volo, osa prestare assistenza al marito afflitto dal mal di testa, alla fine del viaggio sono cazzi amari per tutti: “Il poppante è mio e me lo gestisco io!”

Un’unica giovane donna osa prendersi il lusso di beccarsi un raffreddore: se lo cura da sola e due ore dopo esce con un’amica danzando sotto la pioggia. Casalinghe, zoccole, cagone… ma soprattutto cretine!

Vorrei proporvi una vignetta di Stefano Disegni, pubblicata sul Misfatto domenica 20 marzo. Parla della sentenza della Corte Europea che ha assolto l’Italia dall’accusa di discriminazione religiosa: esporlo nelle aule scolastiche non è quindi reato. La vignetta però espone con ironia come il problema sia forse un altro, non tanto se esporre il crocifisso o no, ma piuttosto, volendo rispettare la libertà di culto di ognuno, la possibilità di chiunque di appendere accanto al simbolo cristiano, un segno del proprio credo. C’è così tanto spazio…

(essendo un formato un po’ ridotto, vi consiglio di cliccare sull’immagine per poterla ingrandire!)

Uno cerca di occuparsi di altro ed è contento di non dover, come sempre, parlare di giustizia, di leggi, di cavilli. Pensa che finalmente c’è qualcosa (per quanto terribile e di cui faremmo volentieri a meno) che riguarda tutti e che ci fa dimenticare per un attimo le bagatelle di casa nostra.

E invece dopo un minuto zac, ti fregano. Ti distrai un secondo e ti ritrovi con una prescrizione beve già pronta e un ministro indagato per mafia. Che bellezza.

La commissione Giustizia della Camera ha approvato la cosiddetta prescrizione breve . Cosa dice la norma? Semplice: chi è incensurato vedrà ridotti i termini di prescrizione, cioè la otterrà prima (solo nei giudizi di primo grado). E indovinate chi trarrà beneficio da questa bella invenzione? Ma Lui ovviamente. Tutti sono lì a guardare la Libia, distratti da missili e bombe? E lui ne piazza una in sordina, che non si veda troppo.

Ma non è finita qui. Oggi è arrivato il famoso “rimpasto”. Bondi di è dimesso dalla Cultura e gli è subentrato Galan (un leghista alla cultura, ossimoro spaventoso) e il posto di quest’ultimo è stato occupato da Saverio Romano. Questo signore è sconosciuto ai più, ma non alle procure italiane. Romano infatti ha a suo carico due procedimenti, uno per concorso in associazione mafiosa, un altro per corruzione con l’aggravante del metodo mafioso. Sulla nomina Giorgio Napolitano ha espresso forti dubbi. Prima a Berlusconi, poi con un comunicato ufficiale del Colle in cui ritiene di dover “assumere informazioni” sul procedimenti a carico di Romano.

Ma io dico: non ci si può pensare prima? Si assumono informazioni e solo dopo si decide, non è più logico? E poi, tanto per chiedere, per sapere: sono io ad essere strano o a tutti pare normale chiamare uno con questo curriculum per fare il ministro? Non ne hanno trovato uno pulito?

Forse l’hanno trovato, ma nominando ministro Romano, B. si è assicurato il voto suo e degli altri Responsabili (si fa per dire) per il conflitto di attribuzioni sul caso Ruby. Di cui parleremo però un’altra volta però. Perchè ora non ce la faccio: scusate, ma devo andare a vomitare.

Capisco che la guerra in Libia abbia attirato su di sé tutta l’attenzione. E meno male che è così, perchè dobbiamo mantenere alto il livello di controllo, per seguire gli sviluppi delle operazioni militari e mettere pressione affinchè le forze occidentali non vadano oltre i loro compiti. Speriamo non accada.

Ma dobbiamo ricordarci anche del Giappone. La situazione, infatti, non è assolutamente risolta. Come del resto è naturale, viste le proporzioni del disastro. Ma le notizie provenienti dal sol levante stanno piano piano quasi scomparendo, diventando delle brevi. Il motivo risiede negli enormi interessi che l’energia atomica muove dietro di sè: in Italia alcuni tra i maggiori quotidiani (Corriere, Messaggero ed altri) sono controllati da costruttori come Ligresti.

Riporto un brevissimo post apparso oggi su beppegrillo.it, a proposito della “sepoltura” delle notizie sul disastro nucleare da parte del Corriere. Subito sotto, le ultime notizie dal Giappone.

“Lo tsunami è avvenuto l’11 marzo 2011, l’allarme nucleare è scoppiato due giorni dopo, il 13 marzo. Il 19 marzo, solo SEI giorni dopo, il più disastroso incidente nucleare della Storia è stato sepolto dal Corriere della Sera (Nucleare della Sera ad honorem). Sabato 19 marzo solo due righe (di numero) in prima pagina sotto la vignetta di Giannelli. Grande rilievo invece nel paginone di apertura, oltre alla Libia, a “L’Europa assolve il crocefisso in aula“, “Schiaffi e minacce. Maestre arrestate“, “Un argine alle scalate francesi“. Uno spazio più importante di Fukushima è stato persino dato a: “Tedeschi per l’Inter. Evitate Real e Barcellona” e all’importantissimo “Per eredità e affitti conciliazione sui litigi“. Il lettore, rassicurato sul plutonio che rischia di sterminare i giapponesi e sul nucleare di ultimissima generazione (quello di Fini e della Prestigiacomo), ha potuto informarsi solo a pagina 18 sul Giappone. Per dire, a pagina 17, ben più importante era il “Video di minacce a Scilipoti. Tensioni tra u Responsabili” e a pagina 16 la lettera di Rutelli “Il 17 marzo sia sempre festa“.

ULTIME DAL GIAPPONE

La situazione della centrale nucleare di Fukushima, colpita dal terremoto e dallo tsunami dell’11 marzo, resta instabile. Gli ingegneri hanno riallacciato i cavi dell’elettricità nei reattori 1, 5 e 6 e ritengono di poter riavviare i sistemi di raffreddamento al più presto. Ma rimane l’allarme per il reattore 2, da cui continua a uscire vapore non generato dalla vasca del combustibile e per il 3 dove, a causa di un aumento della pressione e della fuoriuscita di un fumo grigio di origine ancora poco chiara. Il personale è stato evacuato.

L’Organizzazione mondiale della sanità la contaminazione dei cibi è “più grave di quanto si ritenesse in un primo momento”. “E’ evidentemente una situazione grave“, ha detto Peter Cordingley, portavoce dell’ufficio regionale dell’Oms. “E’ molto più grave di quanto chiunque potesse pensare nei primi giorni, quando si valutava che potesse essere limitata a un’area di 20-30 chilometri dalla centrale. I casi di verdure, acqua e latte contaminati hanno già sollevato le preoccupazioni dei paesi limitrofi, nonostante le rassicurazioni del governo giapponese”. Il governo ha proibito la vendita di latte dalla prefettura di Fukushima e di spinaci da un’area vicina. Mentre a quattro prefetture giapponesi è stato ordinato di sospendere la distribuzione di latte e di due tipi di vegetali. Secondo l’Autorità francese per la sicurezza nucleare (ASN) le ricadute radioattive di Fukushima sono un problema con cui le autorità giapponesi dovranno avere a che fare “per decine e decine di anni”.  E’ stata rilevata radioattività anche nell’acqua corrente di Tokyo.

365 giorni

Pubblicato: 21/03/2011 da montelfo in Montelfo
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Oggi è un anno che siamo operativi. 365 giorni fa, 21 marzo 2010, abbiamo postato il nostro primo articolo. Emozionati, entusiasti per una nuova avventura, spaventati dalla difficoltà di raggiungere la gente, nel grande mare di Internet.

Nei primi tempi le visite erano intorno alle 400 al mese, con alti e bassi. Non male, dopotutto, per un blog appena nato. A chi poteva interessare l’opinione di due ragazzi qualsiasi sui fatti del mondo? E invece, piano piano, i visitatori sono aumentati.

E’ vero, chi si loda s’imbroda, ma qualche cifra possiamo darla. Sono ormai cinque mesi, da novembre quindi, che ci attestiamo sopra le 1000 visite, con la punta di 1352 a gennaio. Ne siamo entusiasti, è davvero un risultato per noi straordinario. In questo lasso di tempo abbiamo prodotto 280 articoli.

Non è facile, certo. Trovare ogni giorno il tempo, l’ispirazione, la voglia, l’argomento giusto, le parole. È un vero e proprio impegno. Ma per fortuna col tempo ci sono venuti in soccorso i nostri collaboratori, che hanno contribuito alla causa con ottimi pezzi sui più svariati argomenti, portando così il loro contributo e, raccontandoci il loro punto di vista, riaffermando lo spirito del blog: l’importante è pensare, avere spirito critico e discutere. Più idee diverse ci sono in campo, meglio è! A tutti loro va quindi il nostro più sincero ringraziamento.

Durante quest’anno, siamo cresciuti anche noi. Ci siamo avvicinati (forse solo anagraficamente) all’età adulta, siamo andati avanti con l’università e tante cose sono cambiate. E abbiamo avuto sempre il blog accanto a noi, valvola di sfogo, foglio bianco da riempire con le nostre riflessioni, con la nostra rabbia, gioia, disillusione, con le difficoltà di ogni giorno. Grazie anche naturalmente a tutti voi, che leggete i nostri articoli,a volte forse ingenui, di sicuro autentici.

Auguri Incomoderatementali! Speriamo che ci siano tanti altri giorni come questo!

L’Albatro e Aristofane

E così siamo in guerra. Dopo gli accordi, le dichiarazioni di amicizia, i baciamano e le ridicolaggini assortite di quest’ultimo anno, siamo in guerra con la Libia. Con “l’amico Gheddafi”. Come sempre, la cialtroneria regna sovrana. Pensate un po’, l’articolo 4 comma 2 dell’accordo con il Paese del raìs recita: “L’Italia non userà nè permetterà l’uso del proprio territorio in qualsiasi atto ostile contro la Libia”. Promesse da marinaio.

Ora, intendiamoci. Io sono assolutamente convinto (come penso dovrebbero essere tutti) che sia necessario tutelare e far rispettare i diritti umani dovunque. Ed in Libia, sarebbe scorretto non ammetterlo, questi diritti erano violati sistematicamente. Esempi ne siano gli spari e i missili sulla folla. Inoltre, aderendo all’ONU, la Libia ha accettato, come tutti gli altri Paesi facenti parte dell’organizzazione,  l’eventualità che le forze delle Nazioni Unite possano intervenire sul territorio per far rispettare i diritti umani, il diritto umanitario. Un governo è infatti autorizzato a combattere gli insorti, è suo diritto. Ma deve farlo rispettando il diritto umanitario, appunto, come codificato nel Secondo Protocollo addizionale del 1977 alle Convenzioni di Ginevra del 1949. Se non rispetta quanto qui previsto, poichè viola il diritto umanitario ed ha aderito all’ONU, l’organizzazione può intervenire.

Quindi non è il fondamento giuridico dell’intervento il problema. Ma questa guerra si poteva evitare. Possibile che ci siamo accorti solo ora che Gheddafi viola i diritti umani? Non era sanguinario quando gli vendevamo le armi, insieme a molti altri Paesi che ora gli fanno la guerra? Non uccideva gli oppositori mentre facevamo con lui gli accordi per la costruzione di un enorme gasdotto (Greenstream) per collegare Libia ed Europa? Era un liberale e moderato quando abbiamo concluso l’accordo che avrebbe portato meno immigrazione nel nostro Paese (condannando a morte moltissimi migranti)?

E così paghiamo ora il costo del nostro mancato ruolo di mediatori tra le parti. Se avessimo una politica estera ed un governo e una politica che si possano definire tali, avremmo dovuto avere un ruolo di primo piano in questa vicenda, per porci come intermediari e cercare di aiutare a trovare una soluzione. E invece noi siamo stati a guardare, mentre tutti gli altri impiegavano tempi biblici per giungere ad una soluzione, lasciando che la situazione libica peggiorasse di ora in ora. Era necessario un intervento immediato, che sarebbe potuto essere non militare. La guerra non dovrebbe mai essere la soluzione.

Rimane un’ultima domanda. Dov’era l’ONU al tempo della guerra americana in Afghanistan? Perchè non ha imposto, al tempo, una no fly zone per evitare agli aerei degli USA di fare strage di civili (160 mila morti di cui 32195 bambini, dati del Pentagono)? Perchè non ha detto nulla sul bombardamento americano con bombe al fosforo bianco (proibite da cinque convenzioni internazionali per i combattimenti contro obiettivi civili) su Falluja (Iraq), nella notte tra l’8 e 9 novembre 2004? Perchè non si è intervenuti nella Cecenia massacrata da Putin (250 mila morti su una popolazione di un milione di abitanti), in Tibet contro l’occupazione cinese, in Darfur (massacrato, stuprato e mutilato un milione di persone), in Ruanda? Cos’abbiamo da dire su questi casi, che sono solamente degli esempi?

La verità è che le scelte sono, come sempre, politiche. Non si vanno mai a sindacare, censurare o sanzionare le decisioni (per quanto orribili) di USA, Cina, Russia e compagnia, che quindi fanno quello che vogliono, infischiandosene di convenzioni e diritto internazionale. E invece ci occupiamo solo di Paesi che non hanno posizioni di particolare forza a livello internazionale (e ricchi di materie prime). Belle ipocrisia.  E tutto questo è insopportabile, soprattutto perchè rischia di far venire meno la legittimità e la credibilità degli interventi che realmente mirano a garantire il rispetto di diritti umani dove ce n’è necessità.

Quello che è sicuro è che siamo in guerra e ci sarà poco da dire se, uno di questi giorni, un missile libico colpirà il nostro territorio. Spesso, soprattutto in questi casi, si sa dove si inizia, ma non dove si va a finire.

Ecco a voi l’editoriale di Marco Travaglio tratto dalla puntata di Annozero del 17/03/2011. L’argomento è la riforma della giustizia. Consiglio di vederlo per la chiarezza con cui viene esposta la materia. Più sotto, due pezzi sempre di Travaglio per l’Espresso, sempre sulla riforma, che mostrano l’assoluta inutilità e illogicità dell’intervento legislativo del governo. Buon visione e buona lettura.

La bufala della ‘riforma epocale’

(11 marzo 2011)

“Facciamo le riforme!”,strilla un omino di Altan su “l’Espresso” di un anno fa. e l’altro, perplesso: “Ancora? ma non le avevamo già fatte?”.Sono 17 anni che si annuncia la “grande riforma della giustizia”. Ora, bontà sua, Silvio Berlusconi ne minaccia una “epocale”.

Purtroppo si tratta dell’ennesima riforma non della giustizia, ma dei giudici: stravolgerà i capisaldi costituzionali dell’indipendenza della magistratura, dell’unicità delle carriere, dell’obbligatorietà dell’azione penale, dell’autogoverno del Csm.

Ma, se mai entrerà in vigore, non accorcerà di un nanosecondo la durata dei processi, universalmente nota come la prima piaga della giustizia italiana: perché non sfiora neppure i meccanismi farraginosi della procedura penale, ma investe soltanto gli assetti della magistratura. Quanto alla sua prodigiosa “epocalità”, vien da sorridere, visto che il progetto Berlusconi-Alfano sa di muffa, essendo copiato per metà dal “Piano di rinascita democratica” piduista di Licio Gelli (1976) e per metà dalla bozza Boato della Bicamerale D’Alema (1998).

A giudicare dall’attesa spasmodica seguita all’annuncio-minaccia del premier e del Guardasigilli ad personam, si direbbe che la giustizia italiana soffra di penuria di riforme. Balle: ne ha avute fin troppe. Nessun altro settore della vita civile è stato “riformato”, nella Seconda Repubblica, quanto la giustizia. Secondo i ricercatori di openpolis.it, il nostro Parlamento impiega il 60 per cento del suo tempo a discutere e approvare leggi penali. Inoltre, se vale 100 l’impegno (disegni e proposte di legge, emendamenti, interrogazioni) in questo settore, l’attenzione dedicata ad altri temi è modesta: un ventesimo a combattere la corruzione, un sesto alla disoccupazione, un quinto alla tutela dei beni culturali e artistici, un terzo alla ricerca scientifica, la metà all’evasione fiscale.

Dal 1994 a oggi sono state approvate quasi 200 leggi in materia penale. Tutte presentate come risolutive per accorciare i tempi biblici dei processi, hanno regolarmente sortito l’effetto opposto: allungarli vieppiù. Se nel 1999, dalle indagini preliminari alla sentenza di Cassazione, passavano in media 1.457 giorni, oggi (dati del ministero della Giustizia) siamo sopra i 1.820. Anche perché nel frattempo sono stati continuamente tagliati i fondi al bilancio della giustizia, che hanno creato spaventose inefficienze e scoperture d’organico.

A Milano, secondo tribunale d’Italia, manca da anni il 35 per cento dei cancellieri. Ed è raro trovare un palazzo di giustizia, nel Paese, dove si celebrino udienze anche il pomeriggio dopo le 14: perché manca il turn over del personale ausiliario e gli straordinari sono bloccati. Basterebbe riempire i vuoti, magari accorpando una ventina di piccoli tribunali di provincia, per raddoppiare la produttività degli uffici giudiziari, aiutandoli a smaltire l’arretrato anziché ad accumularlo. Ma di tutto questo nessuna “epocale” riforma s’è mai occupata. Anzi, come scrive Luigi Ferrarella sul “Corriere della Sera”, «i processi lenti fanno diventare i processi ancora più lenti».

Da un lato l’aspettativa di prescrizione incoraggia gli avvocati a escogitare ogni sorta di cavilli per allungare ancor più il brodo. Dall’altro la legge Pinto del 2001 (uno dei capolavori del centrosinistra), che regola le cause di risarcimento per l’eccessiva durata dei processi, ha sortito questo bel miracolo: queste cause, da sole, occupano il 20 per cento dell’attività delle Corti d’appello. Così ogni processo lento sanzionato dalla Corte europea rallenta tutti gli altri. Geniale, no? Sorge persino il sospetto – sicuramente infondato, si capisce – che proprio questo fosse e sia lo scopo della patologica “riformite giudiziaria” che affligge da vent’anni destra e sinistra: paralizzare definitivamente la giustizia con la scusa di velocizzarla. Missione compiuta.

Ora, delle due l’una: se i politici che hanno pensato e votato le 200 “riforme” l’hanno fatto apposta, sono dei mascalzoni; se invece credevano davvero di accelerare i processi, e invece li hanno rallentati, sono dei cialtroni. In entrambi i casi, è meglio per tutti che si astengano dal pensarne e dal votarne altre. Chissà che, lasciato finalmente in pace da questo accanimento riformatorio, il corpo esanime della nostra giustizia non riprenda un po’ di vita e di colore da solo.

LA LEGGE ALFANO RIFORMA ANCHE LA LOGICA

(18 marzo 2011)

Oltre ai valori costituzionali,la «riforma epocale» della giustizia made in Berlusconi- Alfano stravolge anche i canoni della logica. Se, diritto a parte, la si esamina alla luce del principio di non contraddizione,non si scappa: o è stata scritta da squilibrati, o da bugiardi.

1 Occorre, spiegano i riformatori, «ridurre la politicizzazione della magistratura ». Poi però ribaltano la composizione del Csm: oggi è formato per due terzi da giudici e per un terzo da politici, domani saranno metà e metà. Solo un matto può pensare di spoliticizzarlo aumentando i politici e trasformando l’organo di “autogoverno” in “etero-governo”. E sottraendo per giunta la polizia giudiziaria ai pubblici ministeri per consegnarla al governo.

2 L’obbligatorietà dell’azione penale, dicono, è una finzione che nasconde la discrezionalità: non potendo perseguire tutti i reati, i pm scelgono quali perseguire e quali no. Dunque sarà il Parlamento, su indicazione del Guardasigilli, a stabilire ogni anno i reati da privilegiare e da ignorare. Ma che senso ha dire che un comportamento è reato, già sapendo che non sarà punito? Se non si possono perseguire tutti, tanto vale depenalizzare quelli davvero minori e punirli con sanzioni amministrative. Invece questo governo non fa altro che inventare nuovi reati, dai maltrattamenti sugli animali al taroccamento dei decoder- pay tv, dall’abbandono di pattume in strada all’immigrazione clandestina (nell’ultimo mese la Procura di Agrigento ha dovuto indagare quasi 10 mila immigrati sbarcati a Lampedusa senza permesso di soggiorno e dovrà processarli tutti). Poi taglia fondi e personale alle Procure. E si meraviglia se queste annaspano.

3 La separazione delle carriere, argomentano, assicura «la terzietà del giudice », oggi influenzato dalla colleganza con il pm. Strano: per giustificare la responsabilità civile dei giudici (punto 5) si spiega che in Italia un indagato su due viene poi archiviato, assolto o prescritto. � la prova che la colleganza non impedisce al giudice di dare torto al pm. Ma, se così non fosse, come scongiurare il rischio che il primo giudice condanni l’imputato che il collega gup ha rinviato a giudizio? Che il giudice d’appello ricondanni l’imputato condannato dai colleghi del tribunale? Che i giudici di Cassazione confermino la condanna emessa dai loro colleghi d’appello? Se è la colleganza corporativa che si vuole spezzare, bisogna istituire almeno sette carriere separate: pm, gip, gup, riesame, tribunale, appello e Cassazione.

4 Gli imputati potranno ancora appellare le condanne, ma i pm non potranno più appellare le assoluzioni. Il giurista Franco Cordero parla di «idea asinina», già bocciata dalla Consulta. Ma è anche un attentato alla logica: l’errore giudiziario non è solo la condanna dell’innocente, ma anche l’assoluzione del colpevole. Che senso ha rimediare solo alla prima?

5 «Il giudice che sbaglia, spiega Alfano, deve pagare, come il chirurgo che sbaglia un’operazione». Ma il paziente il chirurgo se lo sceglie, mentre l’imputato non si sceglie il magistrato. E il magistrato non ha il compito di salvare vite, ma di fare giustizia «senza speranza né timore»: nel penale, se inquisisce o condanna, si fa regolarmente un nemico; nel civile, dovendo per forza dare ragione a Tizio o a Caio in causa fra loro, scontenterà inevitabilmente uno dei due. E poi, se l’errore medico è facile da accertare, che cos’è un errore giudiziario? Non certo il caso dell’indagato o dell’arrestato che poi non viene condannato. Capita spesso che esistano i presupposti per indagare o arrestare, ma non per condannare. Infatti oggi la presunta vittima di errore giudiziario fa causa allo Stato, che può rivalersi sul magistrato in caso di dolo o colpa grave. Altrimenti, per evitare rogne, il magistrato non farà più nulla: indagini, né arresti, né sentenze. � questo che vogliamo? Nel 1894, quando tutti gli imputati per lo scandalo della Banca Romana furono assolti, Giovanni Giolitti commentò: «Ora avremo la prova che in Italia i grossi delinquenti, oltre a essere assolti, con i milioni rubati possono far processare chi li aveva denunciati e messi in carcere». E non conosceva Berlusconi.

Sono ore molto confuse. Tutto il mondo guarda alla Libia e al Giappone. In entrambi i Paesi la situazione è caotica ed evolve rapidamente, e i siti di informazione sono in continuo aggiornamento.

Questa notte il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha adottato la risoluzione 1973, con la quale autorizza gli Stati membri ad adottare “tutte le misure necessarie” per proteggere la popolazione civile. Questo significa che gli Stati membri potranno intervenire con l’uso della forza, per porre fine alle violazioni dei diritti umani perpetrate da Gheddafi e dal suo esercito. La risoluzione,  in particolare, stabilisce il divieto di sorvolo dello spazio aereo libico al fine di proteggere i civili (c.d. “no-fly zone”); istituisce de facto un bando ai voli di aerei libici fuori dallo spazio aereo libico; rafforza il bando al traffico di armi con la Libia e ribadisce le sanzioni individuali, già stabiliti con la precedente risoluzione (numero 1970).

Oggi, Gheddafi ha annunciato il cessate il fuoco, affermando di non voler più porre in essere alcuna azione militare. Ma i ribelli sono scettici, e pare la pensino allo stesso modo anche USA e Francia. Vedremo come si evolverà la situazione nelle prossime ore.

In Giappone, intanto, la tensione è sempre altissima. Nei giorni scorsi si è tentato di abbassare la temperatura dei reattori co elicotteri e cannoni ad acqua, purtroppo con scarsi risultati. Tutto il mondo resta col fiato sospeso, mentre i giapponesi non credono alle informazioni che arrivano dal governo (giudicate troppo ottimiste), e organizzano delle piccole proteste. Intanto l’Aiea (Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica) alza il livello della gravità della situazione da 4 a 5 su una scala di 7. Gli Stati Uniti hanno anche inviato aerei spia senza pilota per raccogliere informazioni sullo stato dei reattori,mentre il commissario europeo per l’Energia Guenther Oettinger parla di nuovi “sviluppi catastrofici probabili”.  L’idea che sta prendendo corpo in queste ore è quella di chiudere i reattori in un sarcofago di cemento armato e di seppellirli, come fu fatto a Cernobyl nel 1986.

Qui sotto lo sconvolgente video (andato in onda ieri sera ad Annozero) sul disastro giapponese: prima la terribile scossa e poi il muro d’acqua (dopo una breve intervista ad un esperto mondiale di nucleare).

Oggi è un giorno pieno di retorica. Tanti di quelli che ogni giorno ripudiano o infangano col loro comportamento il nostro Paese (politici, imprenditori, autorità di vario genere) parteciperanno a celebrazioni, convegni e via dicendo. Altri, secondo una moda che ormai consolidata, sputano su questo anniversario, ne parlano male e fanno della facile demagogia, ritenendo che non ci sia nulla da festeggiare. Dicono che rispettare l’Italia vuol dire rendersi conto dei suoi problemi e delle sue contraddizioni, non celebrare il nulla.

Rispettare l’Italia è invee qualcosa di diverso da entrambi questi atteggiamenti. Rispettare l’Italia vuol dire essere onesti giorno per giorno, riconoscere quei problemi e quelle contraddizioni e cercare di risolverle, crescere in mezzo a tutte e difficoltà che abbiamo davanti, essere pronti a costruire qui la propria famiglia e il proprio futuro, impegnarsi e mettere del proprio per cambiare le cose. Vuol dire sentirsi uniti, trentini, siciliani, calabresi, toscani, immigrati, italiani.

Ma perchè fatichiamo così tanto a sentirci italiani, a sentire la nostra nazione, la nostra appartenenza ad essa? Da anni ci dicono e ripetono e fanno credere che nord e sud siano completamente diversi, opposti. Ma è sotto gli occhi di tutti come ormai siamo mescolati, che nel momento del bisogno da entrambe le parti arriva l’aiuto che serve. Siamo un popolo, abbiamo delle radici comuni. Cultura, letteratura, lingua esistevano secoli prima dell’Unità, ed intorno ad esse ci siamo stretti, come attorno ad un fuoco nelle sere d’inverno.

Negli anni del fascismo, poi, le idee di patria e di nazione sono state stravolte, infettate da un’ideologia autoritaria e malata, che ha fatto odiare agli italiani questi due termini, collegati alla repressione, all’imposizione. In più in questi anni ci siamo trovati davanti ad un massiccio revisionismo, che ha trasformato Risorgimento e Resistenza in due eventi mostruosi, durante i quali uomini cattivi e spietati hanno compiuto massacri e atrocità. Ogni percorso storico porta con sè, purtroppo, anche eventi negativi. Ed è inutile negare che Risorgimento e Resistenza abbiano conosciuto degli episodi atroci. Ma questo li svaluta, elimina il loro contenuto di ribellione all’oppressione, di libertà? La Rivoluzione francese è culminata nel Terrore, ma è celebrata come uno degli avvenimenti più importanti della storia. Non dimentichiamo come dal Risorgimento e dalla Resistenza siano nate le nostre possibilità odierne, la nostra libertà, la Costituzione, la Repubblica.

Infine, la politica in tutti questi anni (dalla DC in poi direi) ci ha offerto quasi sempre uno spettacolo desolante. Uomini piccoli e di poco conto (tranne alcune, grandi eccezioni) hanno fatto il loro comodo e stretto patti con il diavolo in nome del loro potere e della loro ricchezza, facendoci diffidare delle istituzioni e quindi dello Stato.

Per tutti questi motivi, sentirsi italiani è difficile. E festeggiare lo è ancora di più.

Festeggerei se pensassi che da domani le cose cambieranno; se noi giovani avessimo un futuro; se contasse davvero il merito; se i nostri militari tornassero dalle guerre; se la scuola insegnasse e preparasse alla vita; se avessi fiducia nella mia generazione; se guardare avanti fosse un po’ più facile; se sapessi di poter trovare un lavoro;se le mafie non avessero più forza ogni giorno. I se sono ancora tanti, troppi per essere elencati tutti.

E allora? Staremo a guardare, non proveremo nemmeno un po’ d’orgoglio, di gioia, di speranza? Lasceremo che la pioggia di oggi porti via con sè la consapevolezza che è grazie all’Unità d’Italia che abbiamo conquistato le libertà che prima non avevamo, sottomessi ai vari regni che straziavano al penisola? Ascolteremo l’Inno senza un briciolo di senso di appartenenza?

No. Io non lo farò. Festeggerò per la nostra Costituzione; per i grandi poeti, scrittori, artisti del passato e del presente; perchè grazie a loro e a tanti altri grandi uomini sono orgoglioso di essere italiano; perchè se anche il presente è difficile da celebrare e più facile da criticare, non esiste un presente senza un passato; perchè voglio crescere qui e, anche se spesso sono disilluso e non vedo come possa accadere, so che prima o poi le cose cambieranno. Festeggio perchè l’italiano è una lingua meravigliosa; perchè alla Lega dà fastidio; perchè c’è tanta gente onesta che non fa rumore; per la Resistenza e il Risorgimento; per la mia generazione, il mio futuro e le prossime generazioni; perchè si possano festeggiare in futuro i 200, 250 e 1000 anni dell’Unità d’Italia e perchè qualcuno possa sputare anche su quelli; perchè sono orgoglioso e felice di essere italiano.

Festeggio perchè uniti abbiamo qualche possibilità, da soli nessuna.

Da ilfattoquotidiano.it, un articolo tratto dal blog di Peter Gomez.

(Le ultime news sull’emergenza nucleare in Giappone, passata ad un livello 6/7 su 7)

La buona notizia è che in realtà sul nucleare italiano niente è per davvero deciso. Nonostante la legge sull’atomo e l’accordo siglato lo scorso anno con la francese Edf e l’Enel il nostro Paese ha tutto il tempo per cambiare idea e darsi una diversa politica energetica. Quella cattiva è che le nostre classi dirigenti non hanno nessuna voglia di riflettere. Tanto che per ora la maggioranza riesce solo a ripetere a pappagallo: “Andiamo avanti”.

Eppure in qualunque nazione seria (ma la nostra purtroppo non lo è) ciò che sta accadendo in Giappone sarebbe da tutti presa per un’occasione di vero dibattito e approfondimento. Anche dai pro-nucleare. Chi sostiene l’atomo senza se e senza ma, spiega infatti che le centrali nipponiche sono in crisi perché di vecchia generazione. E pur sorvolando sull’ancora irrisolta (e fondamentale) questione delle scorie, afferma che nelle nostre (terza generazione) incidenti simili non potranno accadere. È vero? È falso? I ministri Renato BrunettaPaolo RomaniStefania Prestigiacomo che tanto si stanno spendendo per i costruendi reattori hanno la competenza tecnica e la gentilezza necessaria per rispondere?

In queste ore, del resto, le due obiezioni principali utilizzate per contrastare chi si schiera contro le centrali, appaiono prive di senso. È sbagliato dire, come fa la politica, che intanto l’Italia è circondata da reattori e che è quindi inutile rinunciare all’atomo, perché volenti o nolenti si è alla mercé di ciò che accade oltre-frontiera. Come dimostrano i piani di evacuazione, in caso d’incidente, sta peggio chi risiede vicino alle centrali. Non chi sta lontano.

Inoltre è ancora più sbagliato insistere troppo sui pur corretti ragionamenti di tipo economico-ecologico. Visti i progetti italiani, fa solo sorridere chi ripete che il petrolio costa troppo e che bisogna rendersi indipendenti dagli inquinantissimi e non illimitati combustibili fossili. I trenta miliardi di euro che si vogliono investire nei nuovi impianti riusciranno forse a essere produttivi tra 15 anni. Considerati i tempi tecnici e quelli legati alla nostra burocrazia è velleitario pensare che i reattori italo-francesi possano entrare in funzione prima. E sorprende che in pochi sottolineino (lo fa però Emma Bonino) come una volta accesi serviranno per coprire solo il 4 per cento del fabbisogno energetico del Belpaese.

Sarebbe dunque utile che qualcuno tra quelli che sostengono di essere al governo spiegasse ai cittadini cosa si intende fare nei prossimi tre lustri. Rimaniamo appesi ai voleri del Gheddafi o delPutin di turno? O magari ci attrezziamo con soluzioni alternative come accade in Germania e negli Stati Uniti?

I nostri sedicenti governanti lo faranno? Difficile crederlo. Anche se un colpo di scena è ancora possibile. Legato, purtroppo, non a una matura riflessione, ma ai sondaggi.

Il premier Silvio Berlusconi sa che se la situazione in Giappone (Dio non voglia) peggiora ancora, per lui i referendum di giugno si risolveranno in una clamorosa debacle. La possibilità che le consultazioni riescano a ottenere il quorum già adesso è concreta. E domani potrebbe esserlo ancor di più. Ma una sconfitta del genere un esecutivo debole come il suo non può permettersela. Specialmente perché i cittadini rischiano di bocciare non solo il nucleare e le norme sull’acqua privatizzata, ma pure la legge sul legittimo impedimento. Una norma che la Corte Costituzionale ha svuotato, ma che è una norma simbolo. Se gli elettori la cancellano, vuol dire che vogliono cancellare pure lui, l’amato premier.

Non per niente il presidente del Consiglio tace o parla d’altro. Sta cercando di capire come butta. Se il rischio quorum aumenterà ancora cercherà di correre ai ripari. Magari intervenendo per decreto. Berlusconi lascerà così il paese senza centrali. E ovviamente non metterà in piedi un vero piano di politica energetica alternativa. Ma almeno avrà tutto il tempo per occuparsi di ciò che per lui è davvero importante: le toghe e la giustizia.