Archivio per febbraio, 2011

Pubblichiamo un intervento della nostra collaboratrice Chinonrisica. Buona lettura!

Venerdì pomeriggio è il momento della pausa di riflessione. Il lavoro a scuola riprenderà lunedì, e la stanchezza si fa sentire.

Penso spesso al mio ruolo di insegnante, un ruolo che amo profondamente e che ho scelto. Ma che sento sempre più distante dalla attuale concezione di scuola.
Non sono nata per fare la piazzista del sapere e ritengo che i nostri ragazzi dovrebbero essere grati delle potenzialità offerte, delle opportunità di conoscere, degli spazi confortevoli loro destinati.
Ma, come ogni diritto non conquistato, come ogni eccessiva blandizie, otteniamo, consapevoli o no, l’effetto contrario.
Ecco allora giovani più maleducati, più ignoranti e meno preparati. Ed ecco che noi docenti ci interroghiamo sulle nostre responsabilità.

Quelle, a mio avviso, di aver ceduto ad un modello di scuola-azienda in cui, come addetti al call-center, ci prodighiamo per offrire…contenitori vuoti, pacchi luccicanti pieni di nulla,fumo negli occhi.
Chiamati ad insegnare abbiamo voluto “formare”,chiamati a trasmettere un sapere siamo diventati agenzie di viaggio,assistenti sociali, confessori, educatori, baby sitter,guide turistiche,famiglie surrogate.

Ho sempre vissuto con disagio questa mescolanza di professionalità.
Molto modestamente, vorrei insegnare una materia, testimoniarla con il mio impegno, avere dignità e tempo sufficiente per prepararmi al meglio, aggiornarmi con libertà ed efficacia, confrontarmi periodicamente, senza ansie compulsive, con colleghi chiamati, come me, a collaborare per la costruzione di professionalità , a preparare giovani lavoratori e persone responsabili di fronte agli impegni della vita.
Il medioevo della conoscenza in cui viviamo non rende giustizia al lavoro di chi vuole insegnare.

Non è un Paese per docenti!


Ecco a voi la nona puntata della serie “La metamorfosi” di Stefano Disegni, tratta dal Misfatto del 21 febbraio 2011. Consigliamo di leggere il riassunto delle puntate precedenti, in cima alla striscia. Buona lettura!

(Clicca sull’immagine per ingrandire)

C’è qualcosa. Un freddo diverso dagli altri. Un orologio che segna tempi diversi. Segni di rivoluzioni passate.

(orologio del Vecchio Municipio, Staromeste Namesti)

Camminando si sente l’eco di predicazioni finite in tragedia. Di resistenze passate alla storia. Di sacrifici costati la vita.

(Cattedrale di Tyn e monumento a Yan Hus)

E’ difficile capire quello che dice la gente, ma si colgono accenti orgogliosi nelle parole difficili, nelle pronunce impossibili. Orgoglio di appartenere ad un popolo che ha radici lontane e segnate da lotte continue. Disastri naturali, ribellioni a sovrani stranieri. Tutto questo è scritto sui muri di Praga, nei suoi vicoli, sui tetti delle torri che svettano graffiando il cielo.

(Castello Hrad di notte)

E’ lontano, il mondo di questa città. Popolato e vissuto da chi sa farsi sentire, da chi sa far valere la propria idea e muore per essa. Si respira resistenza, difficoltà, rivoluzione. Forse un fiato di vento ne porterà un po’ anche da noi, un giorno.

Si respira la storia, che impregna ogni cosa.

E’ stato un viaggio che porterò con me. Vedevo quei posti distanti, figli di esperienze diverse dalle nostre, troppo diverse. Ed è esattamente così. Ma ciò che è diverso spesso non allontana, ma rende più consapevoli di se stessi, perchè spalanca le porte del mondo. Respirando quell’aria che, come ho detto, è composta di molti elementi, ho visto l’anima di un popolo, il coraggio di una gente, l’esperienza di qualcuno che non sappiamo chi è.

Ringrazio Cassandra, insostituibile guida (non solo in questo viaggio) che mi ha permesso di camminare su quei ciottoli, di vedere quei palazzi altisonanti, di percorrere quelle vie poco conosciute, e di fare così tutto anche un po’ mio. Vedere Praga è sentire il grido di dolore di rabbia e di gioia di personaggi passati, lontani. Che però mai come ora hanno qualcosa da bisbigliarci all’orecchio, perchè rimbombi nelle nostre teste e nelle nostre coscienze e ci insegni qualcosa per affrontare il futuro.

Leggere l’articolo “Riflessioni antariori” dell’Albatro, mi ha colpito molto.

Anche, mi ha colpito leggere la risposta di una persona, che è arrivata all’Albatro, purtroppo non su questo blog.

Mi ha colpito perché l’Albatro è uno al quale sono legato in modo fortissimo, ma anche perché ero molto  legato l’altra persona.

Era l’autunno del 2010. E l’Albatro si stava misurando con uno periodi peggiori nel suo percorso avventuroso di studio lontano da casa.

In percorsi come questi ci si apre la mente, ci si fanno nuovi amici, si affrontano situazioni nuove e sconosciute ma si deve anche cucinare, pulire, prendere il treno e spostare le proprie cose su e giù ogni settimana per tornare dai propri amici, ovunque siano, quassù tra le montagne o laggiù in pianura; in questo percorso ci si può trovare anche ad affrontare un taglio di luce/gas/acqua all’ingresso dell’inverno, con la prospettiva di dovere chiedere a destra e a manca favori, passaggi, ospitalità, chiarimenti, appoggi….

Niente di epico, per intenderci, ma una scelta non comoda che so avere alla base la voglia di allargare i propri confini. Non sto parlando di sfuggire dai propri confini, ma di allargarli, mantenendo un legame con la propria terra ed i propri amici: tra questi ultimi c’era anche l’altra persona di cui sto parlando, che era considerato uno tra i più vicini.

Era l’autunno del 2010. E ricordo che l’Albatro era alle prese con questi problemi di luce/gas/acqua e che era stato deciso dovesse affrontarli da solo. Quando si faceva sentire però, continuava in modo insistente a dirsi preoccupato solo di quest’altra persona, suo amico, al quale era capitato in quei giorni il fatto triste di perdere, suicida, un giovanissimo collega e amico.

Ricordo che, insieme a qualcun altro, anche lei molto vicina all’Albatro, ci siamo sentiti spinti ad andare da quella persona, in un luogo dove non andiamo mai, per chiedergli “come stai?”. Niente altro.

Lo sguardo che ci è venuto di ritorno ci sembrava grato e questo ci ha fatto sentire meglio perché pareva che lo avessimo fatto sentire un po’ più sereno: avevamo fatto una cosa molto piccola, “siamo qui”, che in virtù di quello sguardo ci era sembrata grande e importante per lui.

Saremmo tornati cento e mille altre volte per chiedergli “come stai?”, ma poi ha deciso di perdere questo ed altro.

Gli orizzonti dell’Albatro si stanno allargando e questa disavventura di cui parla nel suo articolo fa già parte del suo passato, ma il fatto che ritorni a galla nel modo in cui è scritto, dimostra, anzi urla, quanto di personale e intimo ci avesse investito (ma sbagliare gli investimenti è una cosa che può sempre capitare, a tutte le età, anche alla mia).

Queste righe non sono una difesa dell’Albatro: da come sta reagendo di fronte ai problemi che affronta ogni giorno sempre di più da solo, dimostra che non ne ha bisogno.

Voglio dire e dirgli che io ho capito la sofferenza intima e profonda di chi ha scritto quelle cose dopo alcuni mesi, sentendosi rispondere ancora una volta nel solito modo.

Voglio dire che questo è il punto centrale di tutta la questione.

L’Albatro è più forte di quello che lui stesso creda; la sua avventura lontano è già durata più di quella di altri, prontamente tornati a casa e al vecchio tran-tran dopo pochissimo tempo. Lui e la sua voglia di continuare stanno dimostrando che diventa sempre più forte e sempre più aperto al mondo, anche essendo lontano (non solo fisicamente) e anche grazie alle esperienze come questa, di cui ha parlato nel suo articolo.

Dopo quanto ha detto e ha scritto, chi non riesce a capire la sua sofferenza ed il livello intimo al quale questa esperienza è arrivata, o non è capace di ascoltarlo o non ne ha la voglia. È chiaro che non c’è colpa in questo: ognuno sceglie di ascoltare chi vuole ascoltare; delle sue scelte non è colpevole ed è conscio che ne prenderà le conseguenze, una volta che avrà maturato la propria capacità di ascoltare.

Caro Albatro, la mia vecchia lettura dei testi biblici, che ho condiviso moltissimi anni fa con degli amici, che ancora sono tali anche se non ci vediamo spesso, e tutti sotto la guida di un grande amico sacerdote, mi fa tornare in mente parole cristiane, che sono al tempo stesso dure e di grande saggezza quotidiana:

14 E se alcuno non vi riceve né ascolta le vostre parole, uscendo da quella casa o da quella città, scuotete la polvere da’ vostri calzari (Matteo, 10:14)

“Scuotete la polvere dai vostri calzari”: lo ha detto agli apostoli quando insegnava loro il difficile cammino della difficile vita che si erano scelti, lontano dalle comodità di casa, in giro per il mondo: nulla dell’amarezza di non esser stati ascoltati né del dispiacere d’esser stati trattati male, nulla dovevano portare con sé, nulla che appartenesse a quella casa dove non erano stati ascoltati. Questo, caro Albatro non è un giudizio sulla “casa”, né sulla giustezza del messaggio che loro portavano: è solo un modo, anche molto pratico, per poter continuare a portare in giro il proprio messaggio con gioia, andandosene pacificamente e ancora, e ancora per il mondo, pieni di curiosità e di voglia di conoscenza e di migliorarsi.

A maggiore ragione se, come hai visto e stai tuttora vedendo, il tuo essere, e fare, e dire suscita sentimenti non pacifici in te o in quella “casa”.

Scuoti la polvere dai calzari e vola, Albatro!
Quello che stai soffrendo e maturando fa parte della vita, ma ti sta permettendo di allargare i tuoi confini, NON di fuggirne, in una sfida che tu hai voluto e che stai portando avanti con la giusta curiosità che serve alla tua e a tutte la età.

Sbaglierai ancora tanto, ma avrai tante persone vicino a te che ti capiranno, non solo perché ci tengono a te, ma anche perché sanno come ascoltare gli altri.

Voglio dirti ancora una volta che tutte le esperienze sono utili, ma che bisogna imparare a portare con se solo la parte che ci servirà e a lasciare indietro senza indugi la zavorra polverosa che potrebbe riempirci i calzari, impedendoci di camminare.

A proposito, sì, l’altra persona di cui sto parlando e alla quale ero legato sei proprio tu, Leonardo; sono certo che troverai altrove quello che hai lasciato perdere qui, e te lo auguro.

26.02.2011

Natobene

Se  è l’invidia a farti parlare, renditene conto, e taci. Perché se capisci che il tuo livello è inferiore rispetto ad altri, e invece di migliorarti, cerchi di abbassarli, allora li meriti dei calci.

Non basta cercare di mostrarsi ferrati su qualche cosa di esotico, orientale, per essere acculturati: anche poche conoscenze, ma abbondante curiosità e delle porte mentali aperte, spalancate, fanno cultura. Non è un anello che compri e indossi, del quale ti fregi. La cultura è costruire, stancarsi nello studiare ciò che non conosci, perdersi nello sviscerare argomenti e questioni. È saper semplificare, sintetizzare, estrapolare. E se non conosci queste parole, significa non fartene una colpa, non farmene una colpa perché le uso, ma chiedi cosa siano, cerca cosa significhino.

Il cervello non serve solo a riempire il cranio, nemmeno a farci cadere la testa quando siamo stanchi. È anche l’organo sessuale migliore, lo stupefacente più forte, il regista e suonatore delle nostre emozioni quotidiane. Usarlo non fa male, funziona come un muscolo. Per questo ogni volta che mi scontro, che dibatto, dopo il senso di frustrazione per una “sconfitta” ma anche dopo la gioia di una vittoria dialettica, penso sempre a quanta parte di ragione e di torto mi devo ascrivere. Perché sempre meritiamo entrambe. Il bilancio ci migliora. Lo sbilancio ci distrugge.

Ho litigato tempo fa con degli amici. Così mi sembravano essere, o almeno, li consideravo. Non amo di certo azzuffarmi con chi non la pensi come me per cercare di cambiarlo. Ma da pari a pari, la comunicazione dovrebbe essere parallela. Non incrociata: se poniamo tre livelli, “bambino”, “adulto” e “genitore”, uno impilato sull’altro, l’unico piano che funziona tra gente che si considera matura e alla pari si ha quando due “pile” si incontrano e discutono da adulto ad adulto (genitore-genitore non funziona, è come lo scontro tra due insegnanti che vedono necessariamente l’altro come un “bambino”; bambino-bambino invece non credo si possa considerare un vero e proprio dibattito).

Per questo non si discute con chi vuole a tutti i costi portarti unicamente al suo pensiero, non portati il suo pensiero, ma proprio AL suo pensiero, in quanto da lì non si smuove, non vuole farlo. Per questo non si discute con chi punta su un unico argomento, pensando che funzioni sempre: l’età non è l’unica causa di maturità. A volte penso che sia addirittura una causa minore.

Fa male ricordare che quando le tue idee erano grandi, a tratti ambiziose venivano sistematicamente cassate, lasciate cadere, a volte calpestate. Valutate sotto sotto comunque banali, ma senza discuterne, perché si sarebbero potute rivelare addirittura buone idee! Ma se qualcuno si crede leader, allora non c’è niente da fare: quello sarà il suo chiodo fisso, e chiunque involontariamente lo superi…ne vedrà delle belle.

Io ne ho viste tante di belle. Ma mi fa tenerezza vedere io, a vent’anni, ragiono fino a tardi, e amo tornare su vecchie questioni, per cercare di capire qualcosa in più, qualcosa che mi sia sfuggito, mentre chi cercava di schiacciarmi la testa per terra, chi mi ha accusato di essere un duce (io un fascista quindi) e di essere uno che imponeva le sue idee, in modo prepotente, presuntuoso (magari violento?), ora sta allo stesso punto di prima, né più né meno. Sono rimasti a quel livello, basso, mediocre, che tanto dicono di disprezzare? Secondo me sì. È facile dire che le persone non cambiano. E altrettanto facile è dire che invece cambiano. Sono convinto della seconda, ma non è facile e soprattutto non è naturale. Ci vuole una certa voglia di farlo, oltre che una direzione per cambiare. Chi non sa discutere di se stesso ma pretende di pontificare su chi gli sta attorno ha paura del cambiamento, perché non sa a che livello si potrà ritrovare. Per cui viva la mediocrità! Viva accusare chi vi fa paura, dei vostri stessi comportamenti! Ma soprattutto, per sedare ogni dubbio, lunga vita alla pratica (lungimirante?) di mettersi al riparo prima di qualsiasi pericolo. Immaginario.

Excusatio non petita accusatio manifesta: l’atteggiamento pauroso che si estende dai piccoli gruppi musicali di provincia, fino alle grandi fazioni politiche.

Lunedì mattina. In mano una tazza di the fumante prima di una giornata di studio, anzi, prima di una giornata di studio di San Valentino lontano dalla mia bella. Almeno c’è qualche risata con Luca Bottura e la sua rassegna stampa, Lateral.

Stamattina però mi ha piacevolmente stupito: prima della lettura e del commento dei titoli della giornata, un “monologo”, non privo di ironia, che vi trascrivo qua sotto. Leggetelo attentamente, e se volete ascoltarlo, cosa che vi consiglio, cliccate qui (giunti alla pagina del link partirà in automatico la puntata podcast).

Luca Bottura, conduttore di "Lateral"

C’è un modo di descrivere il sesso che credo esista soltanto in italiano, però io sono ignorante, quindi non lo so, butto lì un po’ a casaccio, e quel verbo è “possedere”. Si dice di un uomo che “possiede una donna” mentre fa l’amore con lei. Però è un verbo sbagliato, perché se c’è un momento in cui il possesso è reciproco, e lo sappiamo, è esattamente quello. Io lo dico, lo scrivo, ne parlo per radio senza manco sapere le parole, perché, insomma, non è che me ne intenda tanto, perché c’è gente in giro che parla di quelli come me come se fossimo dei puritani, come se ci interessassimo a Piselloni e alle sue avventure a pagamento, perché ci fa schifo il divertimento, anzi, in questo caso specifico, il piacere.

Nono amici!, adesso, “amici” è una parola grossa, non è così, per niente, ma voi sapeste quanto ci piace quella roba lì, proprio de sdegno, de punta, a spiedino, donne con uomini, uomini con donne, donne con donne, uomini con uomini, elefanti, struzzi, anaconde, piramidi umane, Angelo Cusano, però, però ci fa ridere che a dire questo di me, di noi puritani, sia chi vuole negare alle coppie non sposate qualunque diritto magari soltanto perché non credono nel vostro dio, o almeno quello in cui dite di credere; quelli che vedono gli omosessuali dei deviati; chi pensa che un momento così terribile come l’interruzione di della gravidanza vada regolato con la violenza, dall’esterno, magari meglio impedito; quelli che vorrebbero impedirmi di morire “come mme pare a me” in modo decoroso; gente che mi fa e ci fa la morale con le leggi, e accusa me e quelli come me di fare il bacchettone con gli altri.

Eh, soltanto che mai come in questi momenti c’è davvero molto gusto a sentirsi un pochino diversi, non migliori, non, non più forti, siamo tutti fragili specie a letto, specie al cospetto di cose complicate come la coerenza, la fedeltà, la cosiddetta “morale comune”.

Però, però un po’ siamo diversi, diversi da quelli che ti dicono “ma funziona così”, ” ma è il sistema”, “ma è un meccanismo vecchio come il mondo, è la donna che gestisce il proprio corpo, dunque può anche venderlo…”, in fondo lo scriveva l’altro giorno un editorialista di un importante quotidiano, non dico che è il Corriere, sennò mi cacciano, uno che poi mostrava le mutande insieme a Ferrara, lui diceva che “le signore stanno sedute sulla loro fortuna”, che “la donna è libera”, eh!, è libera, è libera come durante il fascismo quando eri libero di non fare carriera se non ti iscrivevi al partito, anche lì c’era chi subiva, chi cavalcava, chi diceva no, e quelli erano pochi, e infatti non lavoravano, e poi c’erano in molti che si raccontavano “ma è normale”, “ma è tutto normale”…io non so se sia chiara la differenza, però ha a che fare proprio col possesso. Io, noi, sappiamo che una donna non la possederemo mai, per sua fortuna, nemmeno se la pagassimo, ed è solo per questo, soltanto per questo che non ci piace chi cerca di comprarsele tutte.

È rivolta in Libia. Come in gran parte del nord Africa.

Carri armati nelle strade, frange dell’esercito che disertano, e fuggono con gli aeromezzi a Malta.

Non vogliono eseguire gli ordini, infatti…

…250 morti per i caccia dell’esercito libico che hanno sparato su un un corteo.

Puntavano alla casa del colonnello (i manifestanti), che alcune notizie danno in fuga verso il Venezuela.

Intanto si preparano degli aerei per portar via i nostri connazionali, molti sono già qui.

Con loro anche alcuni studenti libanesi, che però ci tengono a sostenere il dittatore, una volta intervistati.

Intanto piazza affari a Milano chiude in netto calo. Quasi meno 4%.

L’Unione Europea condanna senza appello ciò che sta accadendo in Libia per mano del “governo”.

Ban Ki Moon dall’ONU chiama Gheddafi per intimargli di cessare con la repressione.

Ma da Parigi un dissidente libico avverte di un possibile ricatto. “Fonti sicure”.

Rivolto all’Europa intera: Gheddafi vuole spedire nel continente europeo gli immigrati clandestini che si nascondono a Tripoli.

Minaccia di interrompere la cooperazione per quanto riguarda l’immigrazione clandestina (ricordo che qualche tempo fa aveva chiesto cinque miliardi per fermare gli sbarchi…o l’Europa sarebbe diventata “nera”).

Ma mi viene in mente solo un’immagine, un fotogramma.

 

…grazie ancora, Presidente!