Archivio per gennaio, 2011

Quante volte si parla di giovani in politica? Ecco i fatti. Il Movimento 5 stelle di Grillo candida alle primarie di Milano Mattia Calise, classe 1990 (!!!), studente di scienze politiche alla Statale. Sotto, l’intervista rilasciata al Fatto Quotidiano.

Pubblichiamo oggi un articolo fresco fresco della nostra amica WhatsernaMe.

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VIVA LA DEMOCRAZIA (di WhatsernaMe)

In questo periodo si celebra il famigerato Giorno della Memoria: un giorno solo dove simbolicamente si ricordano 6 milioni di ebrei morti a causa di un’ideologia, a mio avviso sbagliata, ma secondo altri più che corretta.

Eppure mi snerva il continuo ripetersi delle stesse parole che narrano sempre e solo gli stessi avvenimenti del quinquennio ’40-’45. Tutti lo sanno molto bene e ribadisco l’atteggiamento ipocrita e falso-moralista che si ha in occasione di queste “commemorazioni”. Questa mia critica è stata desunta dalla semplice costatazione riguardo il totale disinteressamento degli uomini e, nonostante i precedenti, i genocidi si ripetano comunque e dovunque.

Ciò che mi preme far notare, però, è come tutti gli stermini di massa e i correlati totalitarismi si siano formati. Non costa molta fatica, basta andare un pochettino indietro, dove le dittature più storicamente influenti e cruenti ebbero un loro inizio.

La democrazia europea vive i suoi momenti più bui. Sostanzialmente alla gente irrita quella cosa fastidiosa e viscida che continuiamo a chiamare “democrazia”. Bah, l’uomo ha dei lati decisamente troppo oscuri. I giovani sono cerca di avventura, gli intellettuali non si sentono sufficientemente partecipi della cultura, i borghesi sono terrorizzati da un’alternativa comunista che influenzerebbe negativamente sulla loro ricchezza e l’alternativa di un totalitarismo può essere ciò in cui tutti possano riporre le proprie speranze.

D’altro canto un regime non può lasciarsi perdere questa occasione offertagli su un piatto d’oro arricchito con diamanti e rubini: ha capito i problemi della nuova società di massa, l’alienazione e la mercificazione dell’uomo, addirittura l’anonimato dei rapporti affettivamente più importanti. Poi, ha scavato in profondità, trovando solo aggressione, violenza e frustrazione. La voglia di evadere ha raggiunto livelli mai visti prima e la dittatura ha saputo arrivare dove nessuno avrebbe mai pensato e ha colpito il bersaglio con mezzi di propaganda efficientissimi.

È stato addirittura istituito un ministero per diffondere un’unica ideologia, un ministero che ha agito sulla parte più vulnerabile, ma allo stesso tempo (se ben ammaestrata) la più potente a rivoluzionare il mondo: la mente. Se un’istituzione, qualsiasi essa sia, riesce a contaminare con la propria ideologia un ammasso di gente senza più un’anima, potrà giostrare il mondo a proprio piacimento, indipendentemente dalla volontà della collettività.

Il primo passo è iniziare dai più piccoli: nelle scuole primarie e di secondo grado, è bastata una riforma che abbia sminuito il modo di insegnare e il conseguente metodo di studio.

Poi tocca alle università, dove, invece, c’è un’autonomia molto maggiore, ma quando è stato imposto a tutti i docenti il giuramento di fedeltà al regime, pochissimi (per lo più anziani e prossimi alla pensione) si sono rifiutati di obbedire, rinunciando alla cattedra. Ironia della sorte.

Persino gli intellettuali, coloro che sono dotati di una barriera contro ogni tipo di influenza ideologica, si sono fatti dominare da questo regime che ha promesso loro solo gratificazioni materiali e riconoscimenti di vario importo monetario.

Infine, l’ultimo obiettivo, l’ultimo passo per rendere la massa un “guazzabuglio” di automi che hanno perso la facoltà del pensiero come creazione di una propria opinione o di una propria ideologia: la censura all’informazione. Privando gli intellettuali (questa volta intesi coloro che riescono a capire i movimenti della società attraverso giochi politici) della loro unica arma, ossia la libera espressione, il dittatore con il suo seguito può avvolgere tutta la popolazione in un universo di inconsapevole agonia. Ovviamente gli ambiti più colpiti sono la stampa, il cinema e, poi, la televisione, che poco dopo passeranno sotto il controllo diretto del dittatore attraverso enti private, ma anche pubbliche.

“Eh, brutta roba, la dittatura…”, viene da pensare.

Questo è quello che è successo nel 1924 con Stalin.

Questo è quello che è successo nel 1929 con Mussolini.

Questo è quello che è successo nel 1933 con Hitler.

Questo è quello che è successo nel 2008 con Berlusconi.

Oggi pubblichiamo un nuovo articolo della nostra collaboratrice Chinonrisica.

Il tramonto dei diritti e della dignità sembra essere un periodico dramma umano. Ogni epoca di rinascita sociale e culturale ha, come sembra, un seguito amaro di oscurantismo, ignoranza e volgarità.

Come interpretare, altrimenti, quanto sta accadendo in questi mesi, in queste settimane? Il Novecento dei diritti nascenti, e finalmente conquistati, lascia spazio all’amarezza del lavoro da inseguire, del reddito precario, della gioventù tradita dal mito di una scolarizzazione risolutiva.

Il rifiuto del lavoro manuale è diventato progressiva incapacità di adattamento, la rincorsa al guadagno “pulito” ha cresciuto generazioni incapaci di produrre saperi indispensabili alla società. E, contemporaneamente, l’utopia dell’eterna gioventù ha popolato di satiri i luoghi del potere.

La chimica è corsa in aiuto ad un malinteso senso di virilità, quello che faceva affermare a Lina Merlin, in un’intervista, pubblicata nel 1963 dall’Europeo e rilasciata ad Oriana Fallaci :”Ah! Questo Paese di viriloni che passan per gli uomi­ni più dotati del mondo e poi non riescono a conquistare una donna da soli!”.

Chissà che direbbe la senatrice socialista se vedesse, ora,  tradita così gravemente la sua battaglia per la dignità delle donne. In nome della quale non voleva avere la pretesa di abolire la prostituzione, ma solo  evitare che lo Stato ne fosse complice. Ma lo Stato oggi, attraverso i suoi rappresentanti più autorevoli, accetta di barattare denaro con sesso, forse, con compagnia incongrua certamente.

L’Istituto Luce diceva che le Italiane  spontaneamente si offrivano ad un Duce seduttore, che consumava amplessi quotidiani senza nemmeno togliersi gli stivali,  ispirate da autentico amor di patria.

Le giovani comparse dell’eterno apparire del nostro tempo (veline, meteorine, letterine…) che sgomitavano per una cena, per un invito in villa, per un ruolo eternamente secondario, fugace come la loro avvenente freschezza, erano invece animate da  spirito mercenario, a giudicare dalle buste, dai bonifici, dai gioielli. E nemmeno le TV di regime sono riuscite a convincerci del contrario.

Anni bui, quindi, di senso civico perduto e di dignità assediate. Anni di scarsa umanità, di machismo e femminilità deteriore, anni di “sisalvichipuò”.

Anche se a salvarsi, pare, saranno sempre gli stessi.


Su repubblica.it è stato aperto uno spazio dedicato agli italiani all’estero. Invitando questi connazionali a condividere via mail ciò che si dice “di noi”, “del nostro Paese”, all’estero, in neanche due giorni sono già giunte tantissime testimonianze, tutte raccolte in questa pagina: L’Italia vista da fuori, i messaggi dei lettori.

Sono moltissimi, io sono arrivato a leggerne solo alcuni, ma vorrei segnalarvene uno in particolare: cercate “all’Ikea di Barcellona”.

Non so se è il senso di impotenza. Perché se già nel Paese che ha la maggior “densità” di arte e cultura è difficile studiare e lavorare, andando all’estero, oltre al fatto non trascurabile di essere lontani da casa, risulta ancora più arduo vivere e farsi rispettare: i buffoni d’Europa, gli zimbelli del continente, la repubblica delle Banane.

Mentre scrivo con i Baustelle in sottofondo saltano nella mente questi versi, prepotenti:

“No, ci salveremo disprezzando la realtà

e questo mucchio di coglioni sparirà

e ne denaro e ne passione servirà

gentili ascoltatori siamo nullità”

(Baustelle – I mistici dell’Occidente, da “I mistici dell’Occidente”, 2010)

Sembra proprio l’unica soluzione: dare l’attenzione che si meritano queste vicende, queste persone, smontarle con i fatti, le notizie, le domande scomode, senza urlare ma con l’occhio serio e la mente fredda. Gentili ascoltatori, siamo nullità finché stiamo comunque fermi, finché ci indignamo e basta, finché non teniamo sempre alta la guardia e l’attenzione ai particolari, ai principi e ai valori che non sono morti, andati, perduti, ma sono solo in uno stand-by forzato e imbambolato.

Penso che tutto questo parlare delle vicende di queste ragazze e dei maiali che girano loro intorno su giornali e in televisone a tutte le ore e tutti i giorni ci faccia male. Non lo dico perchè voglio fare il moralista. Non mi scandalizzo. Ma basta leggere qualche articolo o guardare qualche trasmissione per trovarsi di fronte ad un linguaggio francamente esagerato.

Intendiamoci, non succede nulla se ogni tanto scappa qualche parolaccia o espressione colorita (accade anche su questo blog). Ma qui siamo alla deriva. Ormai è tutto sdoganato, non ci sono limiti, o per lo meno ce ne sono pochi. E’ tutto un fiorire di epiteti ed esclamazioni che vanno bene per una conversazione tra amici al bar, non per un articolo o per un intervento in tv.

La tendenza a comportarsi in questo modo è iniziata già da un po’, ma queste ultime vicende hanno dato il via ad un ulteriore imbarbarimento del linguaggio. Per le trasmissioni, vi invito a guardare su youtube alcuni frammenti dei vari talk show. Un buon esempio, per quanto riguarda i giornali, lo fornisce Bruno Tinti, un signore distinto, ex magistrato, che scrive sul Fatto Quotidiano.

Il 21 gennaio ha scritto un articolo “Il padrone dello Stato“. Pur essendo d’accordo sui contenuti con l’autore, non ho potuto fare a meno di notare la bassezza del linguaggio, davvero eccessiva. Ci si trova una quantità di espressioni volgari e parolacce che supera la norma e, secondo me, il consentito.

Ripeto, non è questione di moralismo. Ma infarcendo i propri discorsi, e ancora di più i propri articoli, di queste cose, si finisce con il far perdere autorevolezza a ciò che si dice o si scrive.

(da giornalettismo.com)

Sono venuti di moda i numeri di cellulare. Ma non parliamo del primo approccio ad una persona che ci piace. Giovedì sera ad Annozero è stato mostrato il presunto numero di cellulare di Silvio Berlusconi, così stamattina (22 gennaio 2011) la testata Libero ha pubblicato in prima pagina il numero di telefono di Michele Santoro. Ma vorrei parlarvi di un altro numero, che non penso possa generare troppe polemiche!

Martedì (18 gennaio) sera stavo ascoltando il Tg Zero di Vittorio Zucconi ed Edoardo Buffoni su Radio Capital. Ogni sera alle sette, dal lunedì al venerdì, per un’ora discutono le notizie della giornata, lanciano sondaggi, proposte e domande a cui gli ascoltatori sono naturalmente invitati a rispondere.

L’invito su cui faceva perno la serata era “chiamare il +39 0667791“, numero della Presidenza del Consiglio, per dire “Buonasera, sono Tal dei Tali e vorrei chiedere le dimissioni del Presidente del Consiglio“, oppure “Buonasera, sono un altro Tal dei Tali e vorrei dire al Presidente del Consiglio di andare avanti e resistere“.

I presentatori stessi hanno fatto una prova di chiamata, “intervistando” il centralinista, chiedendogli come fosse la situazione ma soprattutto cosa sarebbe avvenuto se qualcuno (un ascoltatore) avesse chiamato il centralino. Il povero centralinista ha parlato di un elenco su cui verrebbero annotati i nomi e il messaggio di chi chiama, ma ha anche aggiunto che molti chiamano, chiedono le dimissioni e riattaccano. Nemmeno il tempo di chiedere chi loro fossero.

Sta di fatto però che questo numero esiste, ed è contattabile da qualunque cittadino.

Vorrei quindi rilanciare l’iniziativa della coppia radiofonica Zucconi-Buffoni e invitarvi a chiamare questo numero (che si trova sul sito della Presidenza del Consiglio alla voce “Contatti“, non è inventato). Se qualcuno dovesse provare, anche per curiosità, venga pure a scrivere cosa è successo, cosa ha detto, qua sul nostro blog!

Il numero che fa la differenza

Pubblicato: 22/01/2011 da Martino Ferrari in Aristofane, Pensieri, Società

 

Ruby e Stafano Cucchi. Entrambi sono stati fermati dalle forze dell’ordine. Ma uno aveva il numero di Berlusconi, l’altro no.

(dal blog Malvino)