Archivio per dicembre, 2011

Scelte di marketing

Pubblicato: 28/12/2011 da Martino Ferrari in Collage, Società, Viaggi

Da Piovonorane.it un articolo sulla scandalosa politica dei trasporti (se così si può chiamare) di Trenitalia. Leggere per credere.

 

La cosa divertente è che Trenitalia definisce «una scelta di marketing» la nuova “tariffa deportati”: uno sconto di cinque euro sul Milano-Napoli in quella che oggi è la seconda classe, da cui però non si potrà accedere al bar (né ai vagoni di classe superiore).

Ma non basta: la decisione di proibire a quelli di seconda di arrivare al bar è stata presa, spiegano a Trenitalia, perché «se hai prenotato un viaggio Milano-Roma in Executive (pagando fino a 169 euro) certo non ti aspetti che il bar sia sovraffollato».

Ricapitolando: il marketing di Trenitalia consiste nel far sapere ai propri clienti che la maggior di parte di loro è talmente poveraccia e puzzona che se andassero al bar per un caffè darebbero fastidio ai ricchi, quindi stiano buoni e seduti che per loro passa il carrellino.

E se il concetto non fosse chiaro, ecco l’immagine scelta per pubblicizzare la classe più bassa: famiglia di colore, presumibilmente immigrati. Curiosamente, i clienti delle classi Premium ed Executive sono invece bianchi.

Ecco.

Ora, visto che tutto questo è «una scelta di marketing», piacerebbe davvero sapere quanto guadagnano ogni mese i dirigenti del marketing di Trenitalia per elaborare una decisione e una comunicazione tanto civili.

Scommetto su uno stipendio che consente loro di andare al bar senza essere disturbati da negri a basso reddito.

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Tralasciando la “tirata” su Berlusconi, ormai in un angolo nelle cronache (non è ancora vinto, il Parlamento è ancora quello di un mese e mezzo fa!), il concetto è molto semplice, muoversi! E mi piace molto il confronto tra il “cattivo” che si muove sempre e il “buono” pacifista, che apprezza i valori del commercio equo e solidale che sta lì, fermo, come se fosse sufficiente quello che sta facendo. Che è poco!

Pubblichiamo con orgoglio la prima intervista della nostra collaboratrice WhatseraMe! L’intervistato è un giovane artista di strada di Milano, buona lettura!

***

In questi tempi moderni gli artisti di strada sono una rarità tale da andare ben oltre la nostra immaginazione. Di quelli che lo fanno perché alla sera non hanno un piatto caldo ce ne sono fin troppi; ma gli artisti veri, musicisti, giocolieri, clown cantastorie, beh, appartengono solo ai film o a epoche fin troppo lontane, quando la radio e la televisione non tenevano occupati i nostri cervelli.

Era piacevole notare il contrasto tra la monotonia cupa delle prime città e la magia che sgorgava da quelle macchie di colore che volevano solo poter strappare un sorriso ai passanti.

Questo era il potere dell’arte per loro: donare la loro fantasia e la loro creatività a quei poveracci che non l’avevano. Credo sia un’opera di bene fuori da ogni concezione, che può appartenere solo a persone davvero fortunate.

Così, passeggiando per una via nel centro di Milano, mi fermo ad osservare un ragazzo, probabilmente un mio coetaneo, un po’ troppo elegantemente curato per i tre senzatetto attorno e un po’ troppo convinto di quello che fa per essere uno che elemosina qualche euro. Chitarra in mano, dita congelate dal freddo, capelli che seguono il vento, cappotto nero, jeans e Clarks beige.

Un personaggio davvero curioso e bizzarro. O più semplicemente un artista di strada. Sì, quegli artisti di strada che cercano di cambiarti la giornata.

Rimango scioccata, non posso credere che un ventenne possa avere la forza di sedersi lì per terra e donare la sua ricchezza più grande.

Senza un minimo scrupolo, mi presento, gli dico che mi piacerebbe da matti scrivere un pezzo su di lui e lo tento con un caffè caldo.

Hermes apparentemente è un ragazzo come tanti altri, con una piccola tendenza alla tricotillomania; studia lettere moderne all’Università degli Studi di Milano e se non fosse per qualche professore inconsapevolmente poco adatto all’insegnamento, frequenterebbe molto più volentieri. Ma non si può avere tutto dalla vita.

Dunque, un po’ per gioco, un po’ per un’inconsapevole passione, è sempre stato attratto dalla musica e dal suono della chitarra, e sarebbe stato proprio questo che lo avrebbe fatto avvicinare, nel lontano 2007, a un gruppo di ragazzi, suonatori già da tempo, che non persero tempo a spronarlo. Dopodiché risolse il problema materiale dello strumento semplicemente cambiando le corde a una vecchia chitarra di suo zio: «Non ti so dire se sono portato o se sono un gran maestro, ma mi aiuta ad affrontare la vita, ad andare avanti e a rifugiarmi in qualche luogo sicuro. Quando mi capita qualcosa di brutto, quando sono in una situazione che non riesco a superare, prendo la mia chitarra e mi metto a suonare.»

Ma allora perché sostituire al caldo garage e alla compagnia degli amici, il gelo e la più completa solitudine?

Ha provato a suonare con un gruppo di amici, ma le cover rock e metal non erano per lui. Ha preferito allontanarsi, abbandonare il gruppo, vendere la sua Ibanez gialla «molto di moda, molto appariscente» e comprarsi un’acustica. Gironzolando per Milano, poi, si è divertito ad ascoltare le storie di altri artisti di strada, le loro avventure e le loro favole tormentate, con la speranza di comprenderne l’origine. Così preso da una curiosità che andava contro ogni regola, ha deciso di raccontare le sue avventure, le sue favole tormentate.

«Dopo quest’esperienza, ho paragonato anche la sensazione di stare su un palco: è ugualmente bello, però per strada vedi le persone direttamente, non dall’alto verso il basso, ma ti mischi con loro e sei parte, della società, senza sentirti inferiore o superiore. Anzi, io sono per terra, vedo le persone da una diversa angolazione e quindi sono lì con loro.»

Lo spettacolo più emozionante che gli si para davanti sono i bambini. Spinti dalla stessa curiosità che ha spinto Hermes a essere un artista di strada, si avvicinano senza timore e, tenendo per mano la mamma, il papà o la nonna, gli donano qualche soldino. Hermes può solo ricambiare con una canzone, una semplice melodia, spezzando così la loro monotonia: «Il futuro sta nei bambini che hanno coraggio di sorridere, di giocare e soprattutto di osare.»

Per loro non vuole essere né un maestro, né un fratello maggiore. Vuol essere solo un amico, un compagno di “emozioni”; a lui basterebbe solamente poter strappare loro un sorriso; poterli distrarre da una strada grigia, priva di sensazioni. Vuole essere la melodia che rende piacevole la permanenza in una stanza completamente buia, nera. « Così anche per i sentimenti e gli animi delle persone: se un animo è nero e ci metti un pianoforte di sottofondo, questo animo cambia non c’è niente da fare.»

«Cosa vuol dire essere artista di strada secondo te?»

«L’artista di strada come lo faccio io, significa essere capaci di andare oltre a quello che è il normale, la capacità di farsi guardare male da qualcuno e farsi sorridere da qualcun altro, facendo tesoro di entrambe le esperienze.»

Per tutta la chiacchierata ho pensato di essere tornata indietro nel tempo, in quei quartieri bohémien di fine Ottocento, dove l’arte contava davvero qualcosa o così almeno sembrava.

Ma uscendo da quel bar, sentendo il freddo pungente sul viso, mi rendo conto che sono qui e adesso. Insieme a un artista di strada, insieme a un fabbricante di sogni.