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Questa è l’unica cosa che mi sento di condividere a proposito del terremoto. Se ne parla tantissimo, e dopo l’emozione di adrenalina di aver vissuto tutte le scosse dal mio appartamento di Modena non voglio cadere nella trappola della “testimonianza ad ogni costo” e del morboso interessamento ad ogni aspetto del terremoto. Ci stanno già pensando più o meno bene in tv e sul web, in generale.

Mi è piaciuto questo articolo perché parla di una dimensione sociale poco nota, e del colpo tremendo che ha ricevuto. Mi piace come viene descritta, perché so che è così: io vado fiero della mia metà di sangue emiliana.

Mi piace che Michele Serra parli delle persone e di come sentono la loro identità e mi piace che metta questi aspetti davanti al danno economico delle fabbriche ferme e distrutte, dei posti di lavoro perduti o sospesi, delle forme di grana distrutte, che accosta (volutamente?) al museo delle Maserati di Modena.

La base dell’industria è la cultura che c’è dietro, le eccellenze vengono dalla passione sfrenata per il proprio lavoro, e di eccellenze ne abbiamo, eccome! Ma le eccellenze le fanno le persone, che sempre riduciamo ad un numero: 17 morti, 14mila sfollati, 350 feriti.

Ecco, mi piace la cultura contadina e popolare emiliana, per il modo di fare e di fare legami, per il modo di lavorare e di aiutarsi. Una gentilissima signora mi ha dato un passaggio da Modena a Scandiano, durante il secondo terremoto, e l’ho conosciuta in strada, mentre macchine e vetri ballavano.

Voglia di comunità, amalgamando le persone in tutti i loro aspetti: valorizzando chi sa fare e sa fare bene, e aiutando chi è in difficoltà.

Estendiamo il concetto all’Italia, su, non è difficile.

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I CONTADINI E GLI OPERAI DELLA MIA TERRA FERITA

LA SOLA cosa buona dei terremoti è che ci costringono, sia pure brutalmente, a rivivere il vincolo profondo che abbiamo con il nostro paese, i suoi posti, la sua geografia, la sua storia, le sue persone. Appena avvertita la scossa, se non si è tra gli sventurati che se la sono vista sbocciare proprio sotto i piedi, e capiamo di essere solo ai bordi di uno squasso tremendo e lontano, subito si cerca di sapere dov’è quel lontano.

E quanto è lontano, e chi sono, di quel lontano, gli abitanti sbalzati dalle loro vite. Si misurano mentalmente le pianure o le montagne che ci separano dal sisma. Prima ancora che computer e tivù comincino a sciorinare, in pochi minuti, le prime immagini, le macerie, i dettagli, i volti spaventati, la nostra memoria comincia a tracciare una mappa sfocata, eppure palpitante, di persone, di piazze, di strade, di case. Una mappa che è al tempo stesso personale (ognuno ha la sua) e oggettiva, perché è dall’intreccio fitto delle relazioni, dei viaggi, delle piccole socialità che nasce l’immagine di un posto, di un popolo, di una società.

Leggo sul video Cavezzo e subito rivedo un casolare illuminato in mezzo ai campi in una notte piena di lucciole, ci abitava e forse ci abita ancora un mio amico autotrasportatore, Maurizio, non lo sento da una vita, cerco il suo numero sul web, lo trovo, lo faccio ma un disco risponde che il numero è sconnesso.

A Finale Emilia viveva, e forse vive ancora, la Elia, la magnifica badante che accompagnò mia nonna alla sua fine. Era nata in montagna, nell’Appennino modenese, faceva la pastora e governava le pecore, scendere nella pianura ricca a fare l’infermiera era stato per lei, come per tanti italiani nella seconda metà del Novecento, l’addio alla povertà, l’approdo alla sicurezza: ma ancora raccontava con gli occhi lucidi di felicità di quando da ragazzina cavalcava a pelo, galoppando sui pascoli alti. Molti degli odierni italiani di pianura hanno radici in montagna. L’Appennino ha scaricato a valle, lungo tutta l’Emilia, un popolo intero di operai e di impiegati. La sua popolazione, dal dopoguerra a oggi, è decimata: dove vivevano in cento oggi vivono in dieci, come nelle Alpi di Nuto Revelli.

Andai a trovarla a Finale, tanti anni fa, per il funerale di suo figlio, era estate e l’afa stordiva. Le donne camminavano davanti e gli uomini dietro, si sa che i maschi hanno meno dimestichezza con la morte. Non c’erano ancora i navigatori e arrivai in ritardo, in quei posti è molto facile perdersi, le strade sono un reticolo che inganna, è un pezzo di pianura padana aperto, arioso, disseminato di paesi e cittadine, ma non ci sono città grandi a fare a punto di riferimento (anche questo, penso, ha contributo a limitare il numero delle vittime). Se sei un forestiero e l’aria non è limpida, e non vedi l’Appennino che segna il Sud e – più lontano – le Alpi che indicano il Nord, ti disorienti, non sai più dove stai andando. Forse da nessun’altra parte la Pianura Padana appare altrettanto vasta e composita, non si è lontani da Modena, da Bologna, da Mantova, da Ferrara, ma neppure si è vicini. Anche per questo ogni paese ha forte identità: non è periferia di niente e di nessuno. Uno di Finale Emilia è proprio di Finale Emilia, uno di Crevalcore proprio di Crevalcore.
Crevalcore è bellissima, è uno di quei posti italiani dei quali non si parla mai, una delle tante pietre preziose che ignoriamo di possedere. La struttura è del tredicesimo secolo, pianta quadrata, città fortificata. Ci andai molto tempo fa per un dibattito, cose di comunisti emiliani, ex braccianti e operai che ora facevano il deputato o il sindaco e discutevano di piani regolatori ma anche del raccolto di fagiolini, facce comunque contadine con la cravatta allentata, seguì vino rosso con grassa cucina modenese perché Crevalcore è ancora in provincia di Bologna, l’ultimo lembo a nord-ovest, ma è a un passo da Modena, e dunque tigelle con lardo e aglio.

Non riesco a ritrovare, di quei posti, un solo ricordo che non sia amichevole, socievole, conviviale. Non è vero che è la natura contadina, ci sono anche contadini diffidenti e depressi. È piuttosto l’equilibrio fortunato, e raro, tra benessere individuale e vincoli sociali, sono paesi di volontari di ambulanza e di guidatori di fuoriserie, di bagordi in discoteca e di assistenza agli anziani.
La parola “lavoro”, da quelle parti, è diventata una specie di unità di misura generale: li avrete sentiti anche voi, gli anziani, dire ai microfoni dei tigì “mai visto un lavoro del genere”, il lavoro cattivo del terremoto. Come fosse animato da uno scientifico malanimo contro il luogo, ha colpito soprattutto i capannoni industriali, le chiese e i municipi. E quei portici, quei fantastici luoghi di mezzo tra aperto e chiuso, con le botteghe e i caffé, che sfregio vederli offesi, ingombri di macerie e sporchi di polvere. Sono stati colpiti, come in un bombardamento scellerato, tutti i luoghi dell’identità e della socialità. La fabbrica e la piazza, che nell’Emilia rossa sono quanto resta (molto) di un modello economico che ha prodotto meno danni che altrove. Vorticoso come in tutto il Nord, con qualche offesa all’ambiente come in tutto il Nord, con qualche malessere (le droghe, lo smarrimento, la noia) come in tutto il Nord, ma con una sua solidità, un suo equilibrio, una ripartizione intelligente tra industria e agricoltura, tra acciaio e campi.

A proposito, chissà se ha subito danni lo splendido museo Maserati che uno dei fratelli Panini ha eretto a Modena all’interno della sua azienda agricola. Lamiere lucenti in mezzo alle forme di parmigiano biologico (come quelle che la televisione mostra collassate, e sono un muro portante anche loro) e l’odore del letame che lega tutto, fa nascere tutto. I muggiti delle mucche, in mancanza di meglio, per simulare il rombo del motore. Per quanto il terremoto abbia fatto “un lavoro mai visto”, il lavoro di quei padani di buon umore (quelli di cattivo umore, si è poi visto, sono stati una novità perdente) rimetterà le cose a posto, prima o poi. Quando tutto sarà finito, i morti sepolti, i muri riparati, e i visitatori non saranno più di intralcio ai soccorsi, andate a Crevalcore, e ditemi se non è bella.

Vi riporto “L’amaca” di Michele Serra, del 24 aprile 2012, che mi ha ispirato il post sulla Liberazione “I nonni di tutti“. La riporto qui a vantaggio di chi non ha un contatto su Facebook, perché sulla pagina di Michele Serra sono riportate tutte le sue Amache! Buona lettura!

Di Michele Serra (da la Repubblica del 12/05/2011)

Sospendere dall´insegnamento “per almeno tre mesi” gli insegnanti responsabili di fare “propaganda politica o ideologica” nelle scuole.

È l’incredibile proposta di legge del deputato del Pdl Fabio Garagnani, ultima di un triste florilegio inquisitorio che ha per scopo, va da sé, la purificazione della scuola pubblica, infettata da sessantottini e “comunisti” e inculcatrice, secondo la celebre asserzione del premier, di “valori diversi da quelli delle famiglie” (se ne deduce che tengono famiglia solo gli italiani di destra).
Che questo sia lo scopo della sua leggina epuratrice lo chiarisce con disarmante schiettezza lo stesso Garagnani, sconvolto dalla subdola attività di propaganda “dei professori della Cgil, soprattutto in Emilia”. Del tardo maccartismo di questa e di altre sortite (per esempio l’invocata epurazione dei libri di testo “faziosi”, con buona pace della libertà di scelta del docente) si potrebbe anche sorridere, non fosse che l’onorevole Garagnani fa parte della Commissione cultura, ruolo che almeno nominalmente dovrebbe tutelarlo da una così obbrobriosa mossa anticulturale.

Stabilire (per legge!) quali sono i limiti oggettivi della libertà d´insegnamento è ovviamente impossibile, per il semplice motivo che questi limiti non esistono, se non nella coscienza e nel buon mestiere di ogni singolo docente, e nella capacità di discernimento di ogni singolo alunno. A meno di decidere che una appassionata lezione su Giordano Bruno è un oltraggio alla Chiesa, che insegnare Spinoza è apologia dell’ateismo, che leggere Pavese o i Quaderni dal carcere è propaganda comunista, che indicare ai ragazzi con ammirazione l’opera di Ezra Pound o di Celine equivale a educarli al fascismo.
Certo, se un professore sale in cattedra inneggiando ai lager, o affigge un manifesto di Pol Pot sopra la cattedra, qualcosa di poco consono all’insegnamento sta accadendo: ma sono casi (rari) nei quali le autorità scolastiche, e quando occorra le autorità sanitarie, hanno modo di intervenire senza alcun bisogno di “leggi speciali” come questa.
Solo chi non è mai andato a scuola può concepire l´idea, veramente mostruosa, di un insegnamento “oggettivo” e asettico come garanzia di quella finta “neutralità” alla quale sempre si appellano i faziosi veri, cioè quelli che non reggendo l’urto delle idee altrui sperano di poterle zittire, e avendo idee piccole sentono come una minaccia ogni idea più grande di loro. Ogni liceale sa che è nel conflitto delle idee che si cresce, e ha in mente almeno un paio di professori appassionati che proprio lasciando trapelare un deciso orientamento culturale diventavano punti di riferimento.
Ebbi una professoressa di filosofia tenacemente atea e un professore di latino e greco validamente antimodernista e reazionario, ma se qualche malsano censore, scolastico o politico, si fosse sognato di biasimarlo o addirittura di impedirgli di entrare in classe, non c’è alunno del mio liceo che non sarebbe insorto. Distinguere tra la volgarità della propaganda e il fascino della cultura e delle idee è facoltà in possesso anche di un quattordicenne. La disastrosa proposta di Garagnani riesce, in uno colpo solo, a offendere, oltre che i professori, anche gli studenti, trattati da branco imbelle che si lascia sobillare dal primo agit-prof in transito: come rivela quell’orrendo verbo “inculcare” usato dal premier, forse applicabile al suo mondo di persuasione occulta, di ruffianeria commerciale, di pubblicità martellante, come illustra magnificamente la sua celebre e famigerata frase “ricordatevi che il pubblico è un bambino di otto anni”. Ma non applicabile, no davvero, al mondo della scuola, che con tutti i suoi difetti, e nonostante le privazioni imposte dall´austerità a senso unico di un potere che punisce “la scuola di sinistra” (?!) e premia le scuole devote, e private, è ancora un luogo vivo, conflittuale, libero, aperto a tutti (chissà se la parola “tutti” fa parte del bagaglio culturale dell´onorevole Garagnani).

Sarebbe magnifico che dallo stesso partito di Garagnani partisse un ragionevole impedimento a questa leggina autoritaria, sciocca, e di angosciante intolleranza. Dopotutto, definirsi “liberali” potrebbe aiutare, alla lunga, addirittura a esserlo.


Pubblichiamo oggi un intervento del nostro collaboratore Coventry Quinn a proposito del testamento biologico. Su questo argomento politica e cittadinanza si dividono. In particolare, come su molti altri temi sensibili e fondamentali, in questo campo le scelte politiche sono figlie di posizioni ideologiche e aprioristiche, che non tengono conto della realtà dei fatti e delle necessità della popolazione.

La scorsa settimana i ministri Maroni, Fazio e Sacconi hanno sottoscritto una circolare (che è un veicolo comunicativo tra pubbliche amministrazioni) in materia di “testamento biologico”, che ha riaperto la discussione sul tema e provocato conseguenti polemiche tra i sostenitori (semplificando, ma il nocciolo del problema appare questo) dell’obbligatorietà dell’alimentazione e idratazione artificiale e i suoi oppositori.

Come noto, con il termine – ormai entrato nell’uso comune – di “testamento biologico” si vuol definire la “dichiarazione anticipata di trattamento”, vale a dire la dichiarazione di volontà di un soggetto in merito alle terapie che intende o non intende accettare nell’eventualità in cui dovesse trovarsi nelle condizioni di incapacità di esprimere il proprio diritto di acconsentire o non acconsentire alle cure proposte (consenso informato) per malattie o lesioni traumatiche cerebrali irreversibili o invalidanti, malattie che costringano a trattamento permanenti con macchine o sistemi artificiali che impediscano una normale vita di relazione.

Consentire ad un soggetto di esprimere tale intenzione, è apparso a molti Comuni italiani (circa settanta) una scelta opportuna e civile, che non ha nulla di ideologico e che non sottende finalità alcune di ordine politico. Non esistendo ancora in Italia una legge specifica in materia, si tratta solo di consentire ad un cittadino di formalizzare la propria espressione di volontà riguardo ai trattamenti sanitari che desidera accettare o rifiutare.

La materia non è stata ancora disciplinata giuridicamente (il caso Englaro, e la discussione parlamentare, poi sospesa, per giungere ad un testo di legge, insegna). Peraltro, alcuni punti certi esistono:

– l’articolo 32 della Costituzione, che prevede: “Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge”;

– la Convenzione sui diritti umani e la biomedicina di Oviedo (ratificata con legge 28/3/2001 n. 145): l’articolo 9 prevede che “I desideri precedentemente espressi a proposito di un intervento medico da parte di un paziente che, al momento dell’intervento, non è in grado di esprimere la sua volontà, saranno tenuti in considerazione”;

– il Codice di deontologia medica, il cui articolo 34 prevede: “Il medico, se il paziente non è in grado di esprimere la propria volontà in caso di grave pericolo di vita, non può non tener conto di quanto precedentemente manifestato dallo stesso”.

In assenza di normativa specifica, sul tema si è espressa la giurisprudenza: in particolare, la Corte di Cassazione, che con la nota sentenza n. 21748/2007 (relativa al “caso Englaro”) ha autorizzato la disattivazione dei presidi sanitari, a determinate condizioni, specificatamente indicate nel principio giuridico (che appare ragionevole ed equilibrato) che chiude la pronuncia ed ha – per così dire – aperto la porta al testamento biologico:

Ove il malato giaccia da moltissimi anni in stato vegetativo permanente, con conseguente radicale incapacità di rapportarsi al mondo esterno, e sia tenuto artificialmente in vita mediante un sondino nasogastrico che provvede alla sua nutrizione ed idratazione, su richiesta del tutore che lo rappresenta e nel contraddittorio con il curatore speciale il giudice può autorizzare la disattivazione del presidio sanitario (fatta salva l’applicazione delle misure suggerite dalla scienza e dalla pratica medica nell’interesse del paziente), unicamente in presenza dei seguenti presupposti: (a) quando la condizione di stato vegetativo sia irreversibile, in base ad un rigoroso apprezzamento clinico, e non vi sia alcun fondamento medico, secondo gli standards scientifici riconosciuti a livello internazionale, che lasci supporre la benchè minima possibilità di un qualche, sia pure flebile, recupero della coscienza e di ritorno ad una percezione del mondo esterno; e (b) sempre che tale istanza sia realmente espressiva, in base ad elementi di prova chiari, univoci e convincenti, della voce del paziente medesimo, tratta da sue precedenti dichiarazioni ovvero dalla sua personalità, dal suo stile di vita e dai suoi convincimenti, corrispondendo al suo modo di concepire, prima di cadere in stato di incoscienza, l’idea stessa di dignità della persona.

Ove l’uno o l’altro presupposto non sussista, il giudice deve negare l’autorizzazione, dovendo allora essere data incondizionata prevalenza al diritto alla vita, indipendentemente dal grado di salute, di autonomia e di capacità di intendere e volere del soggetto interessato e dalla percezione, che altri possano avere, della qualità della vita stessa”.

Innovativa è stata anche una sentenza del Tribunale di Modena (511/2008), che ha emesso un decreto di nomina di un amministratore di sostegno in favore di un soggetto qualora questo in futuro sia incapace di intendere e volere, con il compito di esprimere i consensi necessari ai trattamento medici. Così facendo, si è data la possibilità di avere gli stessi effetti giuridici di un testamento biologico seppur in assenza di normativa specifica (anche se il giudice scrisse che non era necessaria una normativa in materia, mentre gli sviluppi del caso Englaro dimostrarono il contrario).

Anche il Comitato Nazionale di Bioetica si è espresso al riguardo, con un documento del 18 dicembre 2003, nel quale si afferma che “i medici dovranno non solo tenere in considerazione le direttive anticipate scritte su un foglio firmato dall’interessato, ma anche documentare per iscritto nella cartella clinica le sue azioni rispetto alle dichiarazioni anticipate stesse, sia che vengano attuate sia che vengano disattese”, fermo restando – si precisa – che “le dichiarazioni anticipate non possono contenere indicazioni in contraddizione con il diritto positivo, le regole della pratica medica, la deontologia professionale”. Ed evidenzia che “il diritto che si vuol riconoscere al paziente di orientare i trattamenti a cui potrebbe essere sottoposto, ove divenuto incapace di intendere e volere, non è un diritto all’eutanasia, né un diritto soggettivo a morire che il paziente possa far valere nel rapporto con il medico, ma esclusivamente il diritto di richiedere la sospensione o la non attivazione di pratiche terapeutiche anche nei casi più estremi e tragici di sostegno vitale, pratiche che il paziente avrebbe il pieno diritto morale e giuridico di rifiutare, ove capace e cosciente”.

Nulla a che fare, dunque, con l’eutanasia, pretestuosamente richiamata in alcuni commenti o dibattiti. La dichiarazione di volontà, invece, sotto il suddetto profilo rappresenta una sorta di vincolo per i medici curanti, pur mediato dalle norme deontologiche e mediche. Da tale punto di visto, dunque, appare non del tutto fondata l’affermazione secondo cui il testamento biologico non avrebbe alcun effetto: sotto il profilo strettamente giuridico ciò è certamente vero, ma vengono appunto a rilevare altri profili, come rilevato sopra.

L’iniziativa di alcuni Comuni italiani di attivare un servizio – di mera raccolta delle dichiarazioni, si badi bene – non significa eludere o anticipare iniziative legislative: più semplicemente, si tratta di mettere a disposizione dei cittadini che intendano servirsene di un servizio che consenta loro, attraverso un altro soggetto incaricato, di far conoscere le loro volontà, in caso di bisogno, affinchè non sia necessario ricostruire, a posteriori, la volontà dell’interessato, come è successo nel citato caso Englaro. Si è solo voluto attivare, cioè, un servizio di deposito delle volontà: il cittadino deposita una dichiarazione, attraverso un fiduciario, il quale in caso di necessità potrà rivolgersi al Comune per prelevare la volontà del “testatore”. Le conseguenze della successiva estensione e messa a conoscenza, ai soggetti interessati, di tali volontà, non sono affrontate e non costituiscono oggetto di quanto deliberato dai Comuni: è evidente che non vi sono conseguenze sul piano del diritto civile (in quanto in materia gli enti locali non hanno alcuna competenza).

Appare non motivato, peraltro, il parere di chi sostiene che “nessuna norma di legge abilita il Comune a gestire il servizio relativo alla dichiarazione anticipata di volontà” e infondata l’opinione di chi ha criticato l’iniziativa degli enti locali “tesa ad introdurre in Italia non solo quello che non è previsto e regolamentato dalla legge, ma anche quello che è vietato” (da cosa?). Quello che è certo è che non esistono leggi che impediscano l’utilizzo dello strumento dei registri comunali per esercitare l’autodeterminazione: occorre ricordare che in uno stato di diritto è proibito ciò che è vietato dalla legge? Sotto tale profilo, appare condivisibile l’affermazione secondo cui il Comune che istituisce i registri non deborda in alcun modo dalle proprie competenze, trattandosi solo di ricevere atti nel merito dei quali non entra affatto, da mettere poi a disposizione del medico curante, con gli effetti sopra evidenziati, pur limitati e soggetti a possibili scelte discrezionali e interpretative della volontà del testatore.

Resta il fatto che, per chi se ne vuole avvalere, è messo a disposizione un utile strumento per far conoscere le sue volontà sullo specifico tema. Mentre coloro che per varie motivazioni non condividono l’istituto non sono certo obbligati a redigere e presentare la dichiarazione anticipata di trattamento: appare sbagliato e illiberale impedire a chi volesse farlo di presentarla, per motivazioni ideologiche o a causa di una determinata concezione della vita. Ed è inaccettabile che su chi soffre e giudica invivibile la propria vita si aggiunga – per dirla con Michele Serra – “il discredito etico da parte di chi pretende che il diritto benedica solo le sue scelte e maledica quelle altrui”.


Quarto appuntamento con “Collage”. Oggi proponiamo un articolo di Michele Serra, tratto dalla rubrica “Satira preventiva” che il giornalista tiene ogni settimana su L’Espresso. Il pezzo è stato scritto in seguito agli scandali sessuali che hanno coinvolto il presidente del consiglio, quindi risale ad un po’ di tempo fa. Ma l’argomento, purtroppo, rimane sempre di attualità. Buona lettura!

MA IL PIU’ HARD E’ GASPARRI       (di Michele Serra)

(nella foto Michele Serra)

da L’Espresso del 29/10/2009

Sono depositati presso la redazione di ‘Chi’ filmati e video che documentano gli scandali sessuali più significativi della classe dirigente nazionale. Il premier (che li ha avuti in visione come editore del popolare rotocalco, come distributore cinematografico e come proprietario di quasi tutti gli appartamenti dove si sono svolte le orge) ha selezionato i più eccitanti per proiettarli nei dopocena di Palazzo Grazioli. Una apposita giuria, formata dai suoi ospiti e da lui presieduta, consegnerà il Premio Trimalcione al video più meritevole. Verrà anche assegnato un premio della critica, che adotterà criteri di qualità e non di mera quantità: favorito sarebbe il video ‘Bondi, il mio nome è Bondi’, nel quale si vede il ministro della Cultura che legge ‘Penthouse’ scuotendo la testa e imprecando perché ha dimenticato gli occhiali. Ma vediamo quali sono i filmati in concorso.

Marrazzo Di particolare efficacia i dialoghi. Il presidente della Regione Lazio chiede a un trans, con espressione stupita, come mai una ragazza così carina si fa chiamare Giorgio. In un’altra sequenza osserva con sorpresa un paio di scarpe da donna numero 48 chiedendo a un altro trans, l’ex sollevatore di pesi bulgaro Boris Struvanko, se al suo paese tutte le ragazze da marito hanno piedi così enormi.

Tremonti Docu-film di particolare rilievo sociale per il ministro delle Finanze. Lo si vede, ospite della Confindustria, mentre visita un porno-shop esaminando una lunga serie di falli di gomma prodotti nel Nord-Est, nello stesso comprensorio che esporta in tutto il mondo scarponi da sci. Il ministro commenta con grande favore la capacità di diversificare la produzione, ma suggerisce di accelerare i tempi della riconversione: attualmente i falli escono di fabbrica ancora muniti dei ganci da scarpone, che ne rendono difficoltoso l’uso. Presente anche il fido amico Bossi, che per compiacere Tremonti costringe gli uomini del suo seguito a sperimentare di persona i manufatti.

Santanchè Coproduzione italo-saudita, desta scalpore la sequenza, molto audace, nella quale Santanchè indossa il burqa sfidando un capo beduino a sedurla con l’apriscatole. Polemiche per la pubblicità occulta del tonno in lattina.

Bersani Il nuovo leader del Pd è stato ripreso, senza risparmio di mezzi (erano presenti troupes di Carabinieri, Servizi segreti, Polizia di Stato, Guardia di finanza e Mediaset), alla mostra-mercato della piccola industria di Piacenza. Lo si vede visibilmente eccitato mentre accarezza una mietitrebbia e palpeggia un campione di lamierino ondulato.

Di Pietro Premio per il miglior film in dialetto, una delicata ricostruzione dei costumi sessuali nelle campagne del Molise di inizio secolo. Ambientato in una madia, si intitola ‘Fai attenzione che stai a rompere li uovi!’ e si avvale della vigorosa interpretazione di Tonino Di Pietro e della sorprendente porno-star Bastiana, che anche nelle fasi più concitate del rapporto riesce ad allattare un paio di neonati.

Topolanek Per gli amanti del classico, ecco un vero e proprio kolossal realizzato a Villa Certosa con migliaia di comparse, tra le quali Berlusconi. Il premier ceco Topolanek, affiancato dalla pornodiva Minny, si esibisce nel suo numero più celebre, l’orgia nella piscina: scena ad altissima tensione perché Topolanek non sa nuotare.

Gasparri Autoprodotto, questo video è stato ritenuto troppo choccante perfino dalla disinibita giuria di Palazzo Grazioli, che ha deciso di non ammetterlo in concorso. Secondo indiscrezioni, si tratterebbe di un montaggio che raccoglie, in rapida sequenza, tutte le dichiarazioni di Gasparri ai telegiornali. “Non abbiamo mai visto niente di più osceno”, avrebbero confidato ai giornalisti alcuni giurati che hanno abbandonato sconvolti Palazzo Grazioli.

(Vai alla pagina di riepilogo di tutti i “Collage”)

di Aristofane

Da mercoledì 21 a domenica 25 aprile si terrà a Perugia l’Intenational Journalism Festival. Saranno trecento i giornalisti, italiani (Gramellini, Serra, Travaglio, Ruotolo, Abbate, Mauro e tanti altri) ed internazionali (molti davvero importanti), che parteciperanno alla manifestazione e discuteranno di svariati argomenti, quali l’informazione online, i nuovi media, economia, diritti dei bambini, giornalismo investigativo e satira politica, solo per citarne alcuni. Qui trovate l’intero programma e qui l’elenco dei giornalisti invitati, con l’indicazione della data e dell’ora del loro intervento.

Fare il giornalista, di questi tempi, non è semplice, in Italia come altrove. E’ vero, questo mestiere (se fatto bene) ha sempre portato con sè una percentuale di rischio, ed ancora oggi alcuni professionisti pagano a caro prezzo il loro coraggio e la loro convinzione in quello che fanno. Due esempi su tutti sono quelli di Anna Politkovskaja e Peppino Impastato, morti per far conoscere la verità ai loro concittadini. Sacrificarsi, spendere la propria vita, il proprio tempo e la propria energia per fare in modo che fatti oscuri che accadano vicino o lontano da noi vengano alla luce; scrivere di ciò che si vede, delle proprie idee e di come si guarda il mondo; dare alle persone la possibilità in più di un punto di vista diverso; dare conoscenza e, di conseguenza, libertà. Queste sono le ragioni d’essere più profonde del giornalismo, le molle che fanno scattare in noi la voglia, il desiderio, il bisogno di scrivere per qualcosa e per qualcuno che non sia solo noi stessi.

Purtroppo, oggi il giornalista è spesso qualcosa di diverso, soprattutto in Italia. La categoria è piena di fantocci di partito, che amplificano le tesi di governo e supportano qualsiasi balla e sciocchezza, priva di qualsiasi fondamento, esso sostenga. Il potere corrompe molti, e pochi sanno resistere al suo fascino, non è una novità. Il buon giornalista è poi spesso tallonato da quelli che disturba, da quelli che vengono criticati o smascherati dalle sue righe o dalle sue parole. Sempre più, nei paesi semiliberi come l’Italia, la stampa, come tutti gli altri poteri di controllo, viene tenuta a bada ed attaccata a ripetizione. Questo in barba ai principi democratici, al rispetto di questo secolare lavoro ed alla memoria di chi ha sacrificato tutto perchè qualcuno, da qualche parte nel mondo, potesse dire di sapere una cosa in più.

“Sono sicura di voler fare qualcosa per le altre persone usando il giornalismo, ecco tutto” (Anna Politkovskaja)

di L’Albatro

Dai dati che Michele Serra riporta nella sua rubrica “L’amaca” su laRepubblica, emerge un punto di vista differente e obiettivo riguardo ai risultati delle elezioni regionali appena trascorse.

La Lega su scala nazionale avrebbe ottenuto il 12% dei voti, e sappiamo che il suo elettorato è concentrato in appena un terzo del paese (difatti rimango sempre stupito quando questa riceve voti al Sud). Ora, fermo restando che la matematica non è fantasia, dodici su cento non costituisce maggioranza, e se vediamo che il PdL ha ottenuto il 30%, su scala nazionale il partito di Berlusconi e quello di Bossi messi assieme non raggiungono la maggioranza assoluta, ma al massimo un 42%.

Se consideriamo il Pd assieme all’IdV raggiungiamo il 33%: due partiti di opposizione che assieme superano la percentuale del partito di maggioranza (relativa, grazie al Porcellum) attualmente al governo.

Consideriamo il dato dell’astensionismo. Il Pd non è riuscito a convincere gli indecisi, i quali, di fronte ad un governo di annunci e promesse poco chiare ma roboanti, e un’opposizione pigolante, hanno deciso di stare a casa.

Link diretto ad un documento pdf contenente una scansione di un articolo di laRepubblica di martedì 30.03.10: “Astensionismo record, uno su tre non ha votato”.

Su repubblica.it c’è questo articolo, sempre sull’astensionismo, firmato Alberto D’Argenio.

“Un buon politologo [suggerirebbe] di domandarsi in quale altra democrazia al mondo un partito che ha il 12 per cento, per giunta concentrato in un solo terzo del territorio nazionale, verrebbe considerato padrone incontrastato della Nazione.” (Michele Serra)

L’unica paura che potremmo avere è che per la codardia di Berlusconi e della sua corte, interessata soltanto a mantenere intatti gli interessi del sultano, la Lega davvero ottenga più peso, in barba a quanto detto sopra ma soprattutto per il designarsi sempre maggiore di uno spettacolo osceno: un partito secessionista che mette sotto scacco il governo nazionale di cui è alleato, governo che per reggersi nella sua già fasulla immagine deve lasciare fare…

Passando all’opposizione, ho avuto un tuffo al cuore quando nei giorni successivi al risultato-sconfitta, il Pd non solo non ha avuto nemmeno un barlume di esame di coscienza, ma ha provato a interpretare i dati in modo positivo (della serie, “poteva andare peggio”) e ha anche aperto la strada al dialogo sulle riforme.

Questa è coerenza? Come si può indicare una strada credibile se si scende a patti, prostrandosi così facilmente con l’avversario fino a poche ore prima fortemente contrastato? Perché l’opposizione non sa indicare una propria priorità di riforme e poi battersi per questa? Perché non sa lanciare messaggi credibili, anche eclatanti? Perché hanno tutti paura?

All’ultima domanda vorrei proporre una risposta, forse un po’ generale, ma che mi piacerebbe completare con una discussione. Anche i personaggi dell’opposizione stanno seduti in Parlamento, hanno cariche di potere, visibilità e possibilità, conoscenze. Fare il sacrificio di rinunciare a tutto questo è davvero coraggioso, non solo per il  bagaglio di potere qua sopra descritto, ma anche “mentalmente parlando“.

Se mancano le idee si va poco lontano, la coerenza non è una  salda stretta delle proprie convinzioni, ma è amarle a tal punto da volerle rinnovare e migliorare sempre.

Berlusconi e i suoi lasciano passare del tempo sperando che si metta tutto a posto da solo, con interventi tampone e grandi maschere mediatiche a coprire la scarsa attività per il Paese.

L’opposizione lascia passare del tempo sperando che Berlusconi imploda, limitandosi il più delle volte ad analizzare sconfitte e insulti che le vengono rivolti: guardando sempre indietro non si accorge dei pali su cui va a zuccare, pali che ci sono sempre stati e che aveva ad ha deciso di ignorare (leggi “peso dei vecchi leader”, “poco coraggio”, “proteste senza proposte”, “eccessiva cautela”, …).

Si cerca un punto da cui ripartire. Voltiamo la testa e affrontiamo i pali…