Archivio per febbraio, 2012

La Grecia brucia. Sommosse, proteste, violenze. Ed è facile condannarle. Un po’ più difficile è immedesimarsi in quelle persone che hanno perso tutto. Sono state licenziate da un giorno all’altro, hanno visto scomparire metà del loro stipendio o della loro pensione, si sono ritrovati senza più nemmeno i soldi per mangiare o pagare le bollette. Sono entrati in una notte che non accenna a schiarirsi. Anzi, le nuove misure che il governo greco sta varando peggiorano la situazione.

E in tutto il mondo se ne discute. La Grecia fallirà, non fallirà, deve uscire dall’euro, deve accettare le nuove misure, deve pagare per i suoi errori. Ma è di persone che stiamo parlando. Di vite. Di famiglie. Esistenze che andranno in pezzi, schiacciate dal peso di un’austerity che non porterà, alla fine, benefici, che non farà uscire il paese dalla crisi. Come si può pensare di salvare uno Stato in recessione già da anni dimezzando pensioni e stipendi, licenziando dipendenti pubblici ed alzando le tasse?

Si parla di persone, cazzo. Eppure sembra inevitabile imporre questa morte lenta ai greci. Noi stessi ci siamo abituati ad accettare l’idea che si possa far gravare tutto il peso di una crisi economica causata dalle banche e dai banchieri sulle spalle della gente comune. Mentre invece si salvano gli istituti bancari iniettando denaro e prestando loro denaro ad un tasso di interesse dell’1% (mentre loro poi lo presteranno a loro volta al 4-5%) come fa la BCE. In questo modo le banche perderanno meno soldi, ma i cittadini dovranno pagare di più.

Non è tollerabile. Ma stiamo a guardare, ormai abituati, assuefatti. Sussultiamo, certo, di fronte ai racconti delle famiglie greche (e italiane) che stentano a sopravvivere, ma ci sembra inevitabile. Ci siamo abituati alla fine.

E intanto guardiamo ai nostri affari. Agitando lo spettro della Grecia e della catastrofe ci obbligano ad accettare tutto. E accettiamo, chiniamo la testa. E se protestiamo ci dicono che insomma, cosa pretendiamo, la situazione è quella che è, non dobbiamo essere irresponsabili. Ed è vero, la situazione è straordinaria, per carità. E così ingoiamo cose che non avremmo mai pensato di poter accettare. Ci abituiamo alla fine.

Dopotutto in questo nuovo assetto del mondo non decidiamo più nulla. Stiamo in disparte a guardare. Non siamo attori e nemmeno comprimari. Forse comparse.

E’ tutto vero è tutto vero

ci siamo solo persi di vista

E’ tutto vero è tutto vero

ci vuole tempo per ricominciare

per abituarsi alla fine

(Abituarsi alla fine – Ministri)

Dal blog di Giulio Cavalli.

La scorsa settimana il Times di Londra ha lanciato una campagna a sostegno delle sicurezza dei ciclisti che sta riscuotendo un notevole successo (oltre 20 mila adesioni in soli cinque giorni).

In Gran Bretagna hanno deciso di correre ai ripari e di chiedere un impegno alla politica per far fronte agli oltre 1.275 ciclisti uccisi sulle strade britanniche negli ultimi 10 anni. In 10 anni in Italia sono state 2.556 le vittime su due ruote, più del doppio di quelle del Regno Unito.

Questa è una cifra vergognosa per un paese che più di ogni altro ha storicamente dato allo sviluppo della bicicletta e del ciclismo ed è per questo motivo che mi unisco all’appello dell’Associazione ciclonauti per chiedere che anche in Italia vengano adottati gli 8 punti del manifesto del Times:

  1. Gli autoarticolati che entrano in un centro urbano devono, per legge, essere dotati di sensori, allarmi sonori che segnalino la svolta, specchi supplementari e barre di sicurezza che evitino ai ciclisti di finire sotto le ruote.
  2. 500 incroci più pericolosi del paese devono essere individuati, ripensati e dotati di semafori preferenziali per i ciclisti e di specchi che permettano ai camionisti di vedere eventuali ciclisti presenti sul lato.
  3. Dovrà essere condotta un’indagine nazionale per determinare quante persone vanno in bicicletta in Italia e quanti ciclisti vengono uccisi o feriti.
  4. Il 2% del budget dell’Anas dovrà essere destinato alla creazione di piste ciclabili di nuova generazione.
  5. La formazione di ciclisti e autisti deve essere migliorata e la sicurezza dei ciclisti deve diventare una parte fondamentale dei test di guida.
  6. 30 km/h deve essere il limite di velocità massima nelle aree residenziali sprovviste di piste ciclabili.
  7. I privati devono essere invitati a sponsorizzare la creazione di piste ciclabili e superstrade ciclabili prendendo ad esempio lo schema di noleggio bici londinese sponsorizzato dalla Barclays.
  8. Ogni città deve nominare un commissario alla ciclabilità per promuovere le riforme.

Il manifesto del Times è stato dettato dal buon senso e da una forte dose di senso civico. È proprio perché queste tematiche non hanno colore politico che chiediamo un contributo da tutti affinché anche in Italia il senso civico e il buon senso prendano finalmente il sopravvento.

Chiunque volesse contribuire al buon esito di questa campagna può condividere questa lettera attraverso Facebook, attraverso il proprio blog o sito e attraverso Twitter utilizzando l’hashtag #salvaiciclisti.

Ora bisogna trasformare i contributi in una seria proposta di legge. Chiunque abbia idee, suggerimenti e collaborazioni noi siamo qui. In bici.

Dal blog di Stefano Feltri su ilfattoquotidiano.it.


Tutte le contraddizioni della crisi europea riassunte in una giornata. Il governo greco accetta i nuovi sacrifici imposti dalla troika (Unione europea, Fondo monetario e Banca centrale europea). Ma l’eurogruppo, il coordinamento dei ministri economici dell’euro, non ha sbloccato gli aiuti, i 130 miliardi del secondo piano. Perché? Non sono soddisfatti, troppo vago l’accordo, non si fidano che gli impegni traumatici (altri tagli ai salari, licenziamenti pubblici di massa, privatizzazioni e così via) vengano rispettati. E la Grecia resta sospesa sull’orlo della bancarotta incontrollata, prevista tra poco più di un mese quando il governo deve rinnovare circa 15 miliardi di euro di debito pubblico.

Tutto questo suona abbastanza strano, visto che il problema dei problemi, nella crisi di Atene, non sono certo i salari degli statali, quanto il ruolo delle banche: da settimane continua un negoziato tra il ministro delle Finanze Evangelos Venizelos e le banche che detengono il grosso del debito pubblico greco, rappresentante dall’Istituto per la Finanza internazionale e dal negoziatore Charles Dallara. Tutti, a Bruxelles e nei ministeri d’Europa, sanno che le banche dovranno rassegnarsi a perdere tra il 70 e l’80 per cento delle somme prestate. E dovranno farlo volontariamente, per non far scattare i famigerati Cds, derivati speculativi che impongono sanzioni in caso di bancarotta (cioè quando un creditore non riesce ad avere indietro i suoi soldi). Venizelos dice: “Dopo lunghi negoziati abbiamo l’accordo per un programma forte di aiuti e un accordo con i creditori privati”. Non si conoscono i dettagli, ma è singolare che Bruxelles chieda chiarimenti sui tagli e i sacrifici imposti ai cittadini e non su quelli che le banche si impegnano a sopportare. Più pagano gli istituti di credito, meno dovranno soffrire i greci. Ma questa equazione non interessa molto in Europa, dove prevale una linea rigidamente tedesca che ormai non maschera neanche più la soddisfazione di punire Atene e di far espiare i suoi cittadini dalle mani bucate.

La Bce, secondo la linea imposta da Mario Draghi, lascia tutto il peso della crisi sugli Stati. Non accetterà perdite sui titoli greci in portafoglio, diventando una sorta di creditore privilegiato (perché le altre banche qualcosa comunque pagheranno) e usa il proprio bilancio solo per sostenere i grandi gruppi del credito che, dopo i quasi 500 miliardi di dicembre, il 19 febbraio ne avranno altri mille, al tasso di favore dell’1%, dando in garanzia qualunque titolo di cui vogliono liberarsi. Finora questa strategia non ha fatto progredire di un solo passo verso una qualche soluzione della crisi. L’unico spunto per un cauto ottimismo deriva proprio dalle lungaggini burocratiche: prolungando ancora l’agonia della Grecia forse Monti e Obama faranno in tempo a convincere Angela Merkel a portare da 500 a mille miliardi il Fondo salva Stati Esm. E la Grecia potrebbe trovare una rete di protezione. Se non fallisce prima, cosa da non escludere.

E’ davvero possibile imparare qualcosa da un libro? Nell’epoca di internet, delle connessioni velocissime e costanti e del passaggio al digitale, quelle righe stampate sulle pagine ci trasmettono ancora qualcosa?

Io penso di sì. Prendiamo Italo Calvino, scrittore poliedrico e creatore di mondi immaginari. I personaggi fantastici che popolano i suoi libri riempiono pagine di racconti paradossali e storie incredibili. E forse proprio per questo così vicine a noi.

Chi meglio di Cosimo Piovasco di Rondò, il barone rampante che da ragazzo salì sugli alberi per protesta e non ne scese mai più, può rappresentare il bisogno di ribellione e libertà che cova dentro noi ragazzi e cresce ogni giorno? Gli Indignados e gli Occupy Movements sono gruppi di tanti baroni rampanti che salgono sui loro alberi per gridare il loro dissenso verso una società che non li ascolta. Non si sentono rappresentati né capiti.

Stanno a guardare un mondo che cambia intorno a loro senza pensare di poter fare nulla. Forse credono di essere inesistenti, al contrario di Agilulfo, protagonista, appunto, del Cavaliere Inesistente. Lui non esiste, ma pensa di esistere. Credendovi fermamente, riesce a fare quello che chiunque altro può fare, costringendo tutti a prendere atto della sua esistenza e a credere in lui. E anzi, pur non esistendo realmente, con la forza di volontà e il desiderio di conquistare la sua vita riesce ad esistere molto di più di alcuni che gli stanno intorno, inerti.

Non ci ritroviamo forse in queste situazioni? Spesso ci nascondiamo dietro le difficoltà della realtà, rifugiandoci nel mondo di Facebook e del digitale, dove possiamo contare su migliaia di “amici” ed essere chi vogliamo. Forse allora finiremo per diventare come le città che Marco Polo descrive al Gran Khan ne Le città invisibili. Esisteremo solo nei racconti che di noi fa chi non ci conosce.

Dai libri di Calvino possiamo imparare a combattere per quello che riteniamo importante e a rimanere fermi nelle nostre scelte; a sforzarci di raggiungere i nostri obiettivi; a credere nelle nostre capacità ed usarle per ritagliarci un posto nel mondo. Possiamo imparare ad essere noi stessi.

 

Ore 9:30 circa. Salgo una delle due rampe di scale che portano al CUP di Modena, il centro unico di prenotazione per le visite mediche. Devo prenotarne due, e chiedere un’altra informazione.

Visita podologia (il mio piede destro va allegramente per i fatti suoi, urtando spigoli e gambe di sedie) e visita allergologica (sospetta allergia alla polvere). Ultima informazione da chiedere: come posso togliere i punti che ho sul braccio? Il medico che all’ospedale di Rovereto mi ha rimosso un piccolo neo martedì 6 settembre mi ha detto che posso rivolgermi anche al mio medico di base. Ma io sono a Modena ora, impegnato a studiare per un paio di esami, da chi devo andare?

Entro quindi dalla porta automatica e noto subito l’aggeggio rosso che dispensa i bigliettini, come alla COOP: sono in fila con il numero 745, ricordatelo bene. C’è un sacco di gente e ben poche sedie su cui accomodarsi e attendere il proprio turno: stiamo ancora al 702, bisogna mettersi, per quando si può, comodi.

Osservo allora il sistema degli sportelli. Ognuno dei sette sportelli ha il proprio numero, esattamente come alle poste, con la semplificazione che non ci sono le tre tipologie di ricevimento: tu hai un numero, e il primo sportello che si libera e lo chiama, è tuo.

Il tabellone. No, chiamarlo così è un po’ troppo: una sorta di scatola bassa e larga, a pianta quadrata, appesa poco lontano dal dispenser dei numeri, dà, sui quattro lati, l’ultimo numero chiamato, e il relativo sportello. Noto anche cosa succede se due sportelli si liberano nello stesso momento: due numeri vengono chiamati in rapida successione. Se non sei svelto, rischi di non beccare il tuo numero al volo, e lo devi cercare tra i display sugli sportelli. Vedo molte signore di una certa età e immagino che con questo sistema possano avere qualche difficoltà.

Ma il bello arriva ora: sono al telefono con mamma, tanto, penso, ho 15 numeri davanti…e 11 numeri vanno via in due minuti. Allora, metto giù la chiamata, e in rapidissima serie: 742-743-744-745-746! Con il relativo sportello accanto, naturalmente. Riesco appena a vedere il mio e memorizzo velocemente: sportello 8.

Già mi suona strano, comunque mi dirigo verso gli sportelli più lontani e cosa vedo? Gli sportelli si fermano al numero 7. Dopo c’è un corridoio, e divide i primi sette da un’altra serie di sportelli: le tendine però sono calate, e allo sportello numero otto, che espone in alto il numero 745, non c’è nessun impiegato ad aspettarmi.

Chiaro, ci dev’essere un qualche errore, guardo nel suddetto corridoio a vedere se in effetti gli uffici si snodino anche lì, ma niente. E infatti mi sembrava strano di aver atteso per una cinquantina di chiamate e di non averne vista neanche una che andasse oltre lo sportello numero 7.

Vedo allora che l’impiegata che sta allo sportello numero quattro non sta servendo nessuno…chiedo a lei? Non sto rubando il posto a nessuno, insomma, il mio turno era oramai due numeri fa!

Lei mi dice però che ha appena chiuso (ho dietro di me una fila lunga uguale a quella che ho trovato arrivando tre quarti d’ora fa!) e che mi devo “far recuperare”. Prego? Per fortuna mi viene in aiuto il collega dello sportello accanto, che mi dice di avvicinarmi, ci penserà lui a me.

“Bene, salve, dovrei prenotare due visite, una allergologica e una da un podologo”. Che bello poter parlare così, sicuro che capiscano di cosa parli, e poi, insomma, è scritto sulla ricetta, è il loro linguaggio. Il signore fatica però a capirmi, ma non per il lessico, proprio per il rumore. C’è molta gente come ho già detto, ma l’attrezzatura non aiuta: classico vetro con buco tondo e vetro circolare “parasputi” davanti ad esso, naturalmente abbinato ad un sistema di microfoni.

Il sistema degli sportelli alle stazioni FS non sempre è all’altezza del compito, ma almeno lì possiamo trovare dei bei microfoni neri ben fissati al vetro e un altoparlante sia per l’impiegato che per il viaggiatore, per comunicare in modo ottimale. Qua il microfono c’è, ma…è minuscolo ed è appiccicato al vetro con dello scotch. Da questo si dipana un cavetto nero che va in una scatolina, che noto avere dei buchetti per un altoparlante: infatti mi sembrava di non sentire proprio il signore impiegato, perché il volume nelle possibilità della povera scatolina è molto basso. Lo sportello accanto ha il microfono appeso per il filo ad un appendino per presine da cucina, in metallo.

Ripeto quindi le mie richieste, visita podologia, visita allergologica. Ma podologia pare non esistere, al massimo devi andare da un ortopedico. Su questo sono preparato, la dottoressa mi disse chiaramente di evitare l’ortopedico e di chiedere uno specialista del piede, che si chiama per l’appunto podologo. Ma non esiste, per cui mi viene proposta “chirurgia del piede” e qualora volessi un appuntamento, andrebbero via comunque due anni. Due anni!

Torno ad insistere su podologia, c’è scritto sulla ricetta, insomma, non me lo sto inventando, caro impiegato dietro al vetro. Mi dice quindi di andare nel primo corridoio dietro a sinistra, mostrarla ai medici e chiedere cosa fare o comunque chiedere di cosa si tratta. Quando lo lascio raggiungo il corridoio: è vuoto, le porte sono chiuse e anonime, la sala d’aspetto è vuota, una signora chiede dove sia un reparto ad un medico che non sa dirle nemmeno se questo esista o meno…penso subito alla casa che rende folli.

Il clou è la rimozione dei tre punticini sul braccio: dopo una lunga consultazione tra colleghi mi sento dire “prova al pronto soccorso, ma spiega bene la tua situazione”. Come se fossi in una situazione imbarazzante e assurda: “Sa, ho fatto sesso con una capra, ma ora lei non mi ama più, come devo fare?”. In alternativa mi viene proposta la prenotazione di una visita chirurgica, ma toglierei questi punti soltanto un mese dopo.

Almeno ho imparato che studiando fuori sede dovrei avere un medico di base convenzionato. Mi chiedo quanti ragazzi come me lo sappiano.

Niente di fatto quindi in una mattinata intera spesa dietro a questi uffici e a queste scartoffie. I punti me li ha tolti la guardia medica, ma se la situazione burocratica e il sistema di uffici rimarrà a lungo così, è logico e giusto non sentirsi al centro dell’attenzione del nostro Stato.