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Scelte di marketing

Pubblicato: 28/12/2011 da Martino Ferrari in Collage, Società, Viaggi

Da Piovonorane.it un articolo sulla scandalosa politica dei trasporti (se così si può chiamare) di Trenitalia. Leggere per credere.

 

La cosa divertente è che Trenitalia definisce «una scelta di marketing» la nuova “tariffa deportati”: uno sconto di cinque euro sul Milano-Napoli in quella che oggi è la seconda classe, da cui però non si potrà accedere al bar (né ai vagoni di classe superiore).

Ma non basta: la decisione di proibire a quelli di seconda di arrivare al bar è stata presa, spiegano a Trenitalia, perché «se hai prenotato un viaggio Milano-Roma in Executive (pagando fino a 169 euro) certo non ti aspetti che il bar sia sovraffollato».

Ricapitolando: il marketing di Trenitalia consiste nel far sapere ai propri clienti che la maggior di parte di loro è talmente poveraccia e puzzona che se andassero al bar per un caffè darebbero fastidio ai ricchi, quindi stiano buoni e seduti che per loro passa il carrellino.

E se il concetto non fosse chiaro, ecco l’immagine scelta per pubblicizzare la classe più bassa: famiglia di colore, presumibilmente immigrati. Curiosamente, i clienti delle classi Premium ed Executive sono invece bianchi.

Ecco.

Ora, visto che tutto questo è «una scelta di marketing», piacerebbe davvero sapere quanto guadagnano ogni mese i dirigenti del marketing di Trenitalia per elaborare una decisione e una comunicazione tanto civili.

Scommetto su uno stipendio che consente loro di andare al bar senza essere disturbati da negri a basso reddito.

C’è qualcosa. Un freddo diverso dagli altri. Un orologio che segna tempi diversi. Segni di rivoluzioni passate.

(orologio del Vecchio Municipio, Staromeste Namesti)

Camminando si sente l’eco di predicazioni finite in tragedia. Di resistenze passate alla storia. Di sacrifici costati la vita.

(Cattedrale di Tyn e monumento a Yan Hus)

E’ difficile capire quello che dice la gente, ma si colgono accenti orgogliosi nelle parole difficili, nelle pronunce impossibili. Orgoglio di appartenere ad un popolo che ha radici lontane e segnate da lotte continue. Disastri naturali, ribellioni a sovrani stranieri. Tutto questo è scritto sui muri di Praga, nei suoi vicoli, sui tetti delle torri che svettano graffiando il cielo.

(Castello Hrad di notte)

E’ lontano, il mondo di questa città. Popolato e vissuto da chi sa farsi sentire, da chi sa far valere la propria idea e muore per essa. Si respira resistenza, difficoltà, rivoluzione. Forse un fiato di vento ne porterà un po’ anche da noi, un giorno.

Si respira la storia, che impregna ogni cosa.

E’ stato un viaggio che porterò con me. Vedevo quei posti distanti, figli di esperienze diverse dalle nostre, troppo diverse. Ed è esattamente così. Ma ciò che è diverso spesso non allontana, ma rende più consapevoli di se stessi, perchè spalanca le porte del mondo. Respirando quell’aria che, come ho detto, è composta di molti elementi, ho visto l’anima di un popolo, il coraggio di una gente, l’esperienza di qualcuno che non sappiamo chi è.

Ringrazio Cassandra, insostituibile guida (non solo in questo viaggio) che mi ha permesso di camminare su quei ciottoli, di vedere quei palazzi altisonanti, di percorrere quelle vie poco conosciute, e di fare così tutto anche un po’ mio. Vedere Praga è sentire il grido di dolore di rabbia e di gioia di personaggi passati, lontani. Che però mai come ora hanno qualcosa da bisbigliarci all’orecchio, perchè rimbombi nelle nostre teste e nelle nostre coscienze e ci insegni qualcosa per affrontare il futuro.

Sarà perché sono sotto esami e sto chiuso in casa o in aula studio in facoltà, ma mi sento lanciato a viaggiare, ho una gran voglia di mondo.

Per questo oggi vi propongo una galleria fotografica incredibile di una grotta chiamata Hang Son Doong (“grotta del fiume montano”), nel Vietnam: “sotto la foresta pluviale al confine tra Vietnam e Laos si sviluppa una galleria calcarea lunga più di 4 km e in alcuni punti alta più di 180 metri, scavata da un fiume sotterraneo fra due e cinque milioni di anni fa”, leggiamo dal sito. È una cavità talmente ampia che potrebbe ospitare un isolato di grattacieli di 40 piani…

Qua sotto due immagini tratte dalla galleria La grotta più grande del mondo.

(Fotografie di Carsten Peter)

Pubblichiamo oggi un articolo della nostra collaboratrice WhatsernaMe, ispiratole dal recente viaggio in Spagna. Buona lettura!

***

«Y chicas ¿Qué piensen los italianos de España?»

La domanda curiosa è di Rosa Peréz, una ragazza 31enne della Extremadura che 12 anni fa si è trasferita a Siviglia per frequentare l’Università e di conseguenza si è laureata in Filologia e Letteratura spagnola.

Da 5 anni insegna alla Giralda Center, scuola di spagnolo per studenti stranieri; così passeggiando per andare al Mercadillo di Calle Feria, le chiedo se questo lavoro le piace: sorridendomi, mi sbatte in faccia una verità di un fenomeno che sta condizionando parecchio anche l’Italia. «Sono stata fortunata perché, primo sono riuscita a trovare un lavoro, secondo è un lavoro che mi piace.»

Passando per vicoli e vicoletti, giungiamo in Calle Feria, dove ogni giovedì c’è questo mercato delle pulci dove si può trovare di tutto, da libri a specchietti delle macchine, da sedie a vestiti di flamenco. La gente, che secondo molti sarebbe appena uscita da Alcatraz, è spontanea, gentile e per niente arrabbiata con il mondo intero (a differenza degli italiani).

Così, in quest’atmosfera stranissima, continua la conversazione tra me e Rosa: cercando di tirare fuori il mio spagnolo migliore, le dico che gli iberici sono considerati aperti, socievoli e calorosi. Stando a Siviglia le confermo quanto detto, aggiungendo che soprattutto mi ha colpito il rispetto per le persone e la città stessa. La sua faccia è davvero sorpresa (e soddisfatta) e scherzosamente le dico che questa impressione probabilmente è dovuta al sentirsi tutti sudditi di un re.

A causa di un mio pregiudizio (ero convinta che i giovani spagnoli fossero contrari alla monarchia), mi ero preparata a vedere una una smorfia di disgusto, ma invece mi risponde che il re è molto ben visto, in quanto negli anni ‘60 suo padre stipulò con Francisco Franco un accordo nel quale era sancito che alla morte del dittatore, il figlio Juan Carlos andasse al potere.

Dopo una breve pausa di silenzio, a me vantaggiosa per riformare una domanda, le chiedo invece cosa ne pensano gli spagnoli di Zapatero. Stavolta la sua espressione di fa più cupa e scuote la testa: «Beh, Zapatero è stato una sorta di benessere per il mio Paese ma solo nei primi anni. Quando è stato eletto, ha pronunciato un discorso che ha lasciato a bocca aperta tutti gli spagnoli: ognuno di noi ha pensato che finalmente in Spagna potesse andare tutto bene. E così è stato con le nuove leggi che sono state introdotte, come la legge sull’indipendenza o i matrimoni tra gli omosessuali. Ma negli ultimi due anni sta sbagliando tutto. Ha introdotto una “reforma laboral” (riforma sul lavoro) che sta portando malessere tra la popolazione. Ha persino licenziato cinque ministri, i quali non sono stati in grado di fare bene il loro lavoro. E da voi in Italia non stanno facendo delle riforme?»

Non so se stia scherzando o è soltanto per curiosità personale, ma istintivamente sulle mie labbra compare un sorriso amaro, molto amaro.

«Non so se in Spagna è giunta questa notizia, ma in Italia si stanno facendo una serie di riforme che servono veramente a ben poco.»

Dal suo annuire capisco che qualcosa già sa.

«Per esempio – continuo – da due anni il governo sta distruggendo la scuola italiana. Il nostro ministro, Mariastella Gelmini, sta portando a un livello da paese del terzo mondo l’istruzione e la ricerca: ha tagliato i fondi per finanziare la scuola, ha ridotto le ore scolastiche, creando un altissimo tasso di disoccupazione; ha ridotto anche gli indirizzi di studi delle superiori e cancellato alcuni corsi di laurea. Per esempio, l’Università Statale di Milano è stata costretta a iniziare i corsi con quindici giorni di ritardo perché non ci sono i fondi per pagare i professori; oppure la scuola d’arte più famosa d’Italia un annetto fa era in procinto di chiudere perché non c’erano abbastanza professori e denaro. Direi che in Italia non siamo messi molto bene.»

«Lo stesso in Spagna, Miki. Ora che c’è la crisi il governo è incapace di risanarla»

« Si sente molto la crisi?»

Oramai io e Rosa ci siamo appostate in un bar e abbiano preso persino due succhi di frutta.

«Beh, vedi, la crisi si sente eccome. Da quando sono nata, non mi ricordo di una crisi così. Non c’è lavoro per nessuno e chi lo aveva, si è visto improvvisamente senza nulla e a vivere per strada» e indica un barbone che chiede l’elemosina, un altro che continua a dormire e un altro ancora che rovista nella spazzatura.

«Con la globalizzazione le fabbriche sono state trasferite all’estero, dove ovviamente la manodopera costa poco. Già all’inizio degli anni 90, il governo ha fatto chiudere dei cantieri navali (che erano l’unica fonte di lavoro) in Galicia, a Cádiz e a Sevilla. E nessuno è riuscito a fermare questo fenomeno: anzi, se vuoi gli è stata data una spinta quando tra il 1980 e il 1990 sono state privatizzate molte imprese e industrie. Ora è tutto allo sbaraglio. Capisci che nemmeno qui va proprio bene.»

Rimango un po’ sconcertata e incredula, soprattutto dopo che frugando nella mia cultura generale, ricordo che finita la dittatura franchista, la Spagna aveva avuto un boom economico pazzesco.

Ma il racconto di Rosa mi stupisce ancora di più: la maggior parte del boom economico era dovuto ad attività e imprese illegali, che basavano la loro ricchezza sul lavoro in nero. In testa c’erano le imprese edili, che costruivano edifici in tempi record, senza garantire i diritti di sicurezza e degli operai, pagandoli praticamente a cottimo. Ma queste imprese sono state le prima a crollare non appena l’odore di crisi ha cominciato a diffondersi per tutto il Paese. Ed ecco come di conclude la situazione economica spagnola attuale.

«Sai mi sembra che tu viva in Italia e che mi stessi raccontando la stessa storia, ma in una lingua diversa»

Purtroppo è un altro dito che affonda nella piaga: anche lei ammette la gravità della situazione, aggiungendo che il mio Paese è spaccato in due parti distinte ma che non si possono affrontare in quanto sarebbe una battaglia persa in partenza dai più deboli, quelli di un’Italia migliore.

Certo, le rispondo, sono più forti perché in Italia funziona che chi è disonesto, vince. Il governo italiano è formato da un capo supremo, attorniato da ministri che hanno almeno commesso un reato.

«¡No es posible!»

« No, no, è possibilissimo! Anzi se tu sei una persona onesta, non puoi entrare in politica.»

A Rosa viene solo da sorridere e scuotendo la testa dice che la Spagna non è messa bene, ma almeno chi non lavora bene se ne va a casa.

Veniamo fermate da un urlo di una venditrice che guadagna la sua giornata e ogni minuto che passo in questo mercadillo è sempre più strano, divertente e coinvolgente.

«Pero ahora tienes una mala imágen de Italia» (però ora hai una pessima immagine dell’Italia)

«no no anzi, io vorrei vivere in Italia! Avete paesaggi magnifici, l’arte che vi invidia tutto il mondo, per non parlare della gente e della cucina: meravigliosi!»

È già un passo avanti che non abbia detto “Pizza, mandolino e mafia” ma mi tocca metterla in guardia sulla mancanza di un futuro, specialmente per i giovani.

«Senti – mi dice – ne vogliamo parlare? In Spagna c’è il 60% di giovani che hanno diritto al lavoro e solo il 20% ce l’hanno, ma è tutto precariato. Nessuno può costruirsi una famiglia, può comprare cosa, può avere una vita propria. Questo secondo te è avere un futuro?»

Beve praticamente a goccia il succo e rimane in silenzio. Immediatamente si scusa per lo sfogo, dicendo che è molto arrabbiata per questa situazione in quanto coinvolge molti suoi amici e conoscenti.

Faccio spallucce e non riesco ad aggiungere niente. O meglio vorrei chiederle molto altro però i suoi movimenti mi fanno capire che il tempo scarseggia e che la scuola ci aspetta.

Infatti si alza e va al bancone per pagare, ma dopo torna da me, mi viene vicino e mi dice: «¡Hey chica no te preocupes! Vedrai che anche in Italia tutto si sistemerà. In Spagna è successo dopo 20 anni. Ormai tutti sono stufi e quando sentirò al telegiornale che in Italia ci saranno manifestazioni su manifestazione, io penserò a te e tu penserai a me.»

Sabato e domenica, a Cesena, si respirava il futuro. Futuro diverso, migliore, sereno. E’ stata la cosa che più mi ha colpito. Spesso ho detto e scritto su questo blog di paura per l’avvenire, di scarse speranze. Ma con Woodstock ho recuperato la fiducia. Rimangono i soliti problemi, ovviamente. Politici, sociali, economici. Ma in quell’ippodromo, su quei prati, c’erano 100 mila persone, soprattutto ragazzi ma anche bambini che giocavano e famiglie. Tutti ballavano, cantavano e ascoltavano musica. Ma erano lì per imparare, capire, sapere, informarsi, conoscere di rifiuti, riciclaggio, energia, acqua, sicurezza stradale, cementificazione e molto altro. Non della casa di Fini, ma della realtà. E questa è, nel suo piccolo, una rivoluzione.

I gruppi si susseguivano sul palco, suonando raggae, rap, rock, punk, metal, pop, di tutto. E tutti i presenti dietro a cantare e ascoltare. Poi, in mezzo, ecco un giornalista che ti parla della cementificazione selvaggia dell’Italia (Ferruccio Sansa), un premio nobel che ti ricorda quanto siano importanti i giovani e le manifestazioni come questa e si emoziona davanti alle migliaia di occhi che lo guardano (Dario Fo), un’imprenditrice che acquista la spazzatura dai cittadini per poi riciclarla completamente ed eliminando così del tutto il problema rifiuti.

Si è parlato di un mondo, di una società che negli altri paesi è già presente ma che da noi sembra lontanissima. Cambiare si può, ci sono tutte le possibilità per farlo. Ma per cambiare, prima di tutto dobbiamo cambiare la nostra mentalità, vedere le cose da un altro punto di vista.

La politica italiana deve smetterla di parlare di sè stessa, della casa di quello, delle puttane (pardon, escort) di quell’altro. Parlino di cose vere. Ma è inutile, ogni appello cade nel vuoto. Infatti, i giornali e i tg dedicano a Woodstock pochissimo spazio. Mezze pagine, notizie di pochi secondi e tutto il solito repertorio. E ovviamente tutti derubricano la manifestazione a esempio di volgarità, priva di idee e di proposte, puro populismo. Nessuno risponde nel merito. Nessuno dice “bravi, avete fatto una cosa così grande a rifiuti zero, facendo una raccolta differenziata totale”. Nessuno.

Eppure, a noi non interessa. Siamo tornati da Cesena con più speranza, con nuove prospettive. Perchè abbiamo visto che esiste una parte di Italia felice, con il sorriso. Contenta di differenziare tutto ciò che si usa, di non bere acqua in bottiglia ma solo quella dell’acquedotto (non erano in vendita bottigliette, ma c’erano cisterne di acqua pubblica a disposizione), di imparare cose nuove ed importanti. Un’Italia diversa, più consapevole e giovane. Che si sveglia, e che può veramente cambiare le cose.

La politica è questo. Dovrebbe essere questo. Felicità, voglia di mettersi in gioco e di migliorare la vita delle persone. Sabato e domenica ho visto tanta gente che pensava queste cose. Che, come me, vuole bene all’Italia, all’ambiente, al mondo. E l’atmosfera era meravigliosa, come di una comunità di desideri, d’intenti, di sogni. Che forse possono diventare realtà. La rivoluzione si può fare. Inizia dentro la nostra mente, poi si propaga. E forse è già iniziata.

Reduce dal Woodstock 5 Stelle, non sono ancora in grado di scrivere un post intero e compiuto, la stanchezza e l’eccitazione hanno la meglio. A breve (forse già oggi ma molto più probabilmente domani) verrà pubblicato un post sulla manifestazione di Cesena, svoltasi sabato e domenica. Saranno le impressioni mie e di Cassandra, nuova collaboratrice del blog, anche lei presente al Woodstock. Per ora pubblico l’intervento di ieri di Grillo, scritto appena Woodstock è finita. Buona lettura!!

Siamo vivi, vivi! Siamo usciti dalle catacombe. Siamo sopra e oltre. Sopra al nulla della politica, oltre questa civiltà basata sul denaro e sul consumismo. Sopra e oltre. Io ci credo, voi ci credete. La Rete ci ha unito. Possiamo cambiare la società, il mondo solo se lo vogliamo. Cosa abbiamo da perdere? Ognuno vale uno. Chiunque di voi può fare la differenza, essere un leader. Ognuno è un leader se riesce a trasformare i suoi sogni in realtà. Oggi, qui, ci sono migliaia di ragazze e di ragazzi. Siete l’avanguardia di una Nuova Italia, un posto più bello di questo, onesto, più leggero, senza odi, senza mafie. Voi avete il vostro destino nelle mani, non fatevi comprare, non perdetevi dietro a falsi valori. Quando vi ricorderete di Woodstock, magari tra trent’anni, e vi domanderete cosa avete fatto per voi e per gli altri, che cosa vi risponderete? Cosa direte ai vostri figli? Potrete guardarvi allo specchio?
Noi siamo vivi in un Paese di morti, di vecchi che occupano ogni spazio e si credono eterni, che si nutrono di potere e si sono fottuti la vita. Noi non siamo in vendita, non siamo merce, non crediamo a una società basata sul profitto, sul PIL. Vogliamo tutto perché non abbiamo più niente. Non l’aria pulita, non l’acqua pubblica, non una scuola di eccellenza, neppure la sicurezza di un lavoro e quando lavoriamo la sicurezza di non morire sul lavoro. Gli operai di oggi sono al fronte, sono loro i partigiani che combattono per dare da mangiare ai loro figli e muoiono come topi nelle cisterne.
L’Italia non è una democrazia, il cittadino non è rappresentato in Parlamento, non può votare il proprio candidato. Il Parlamento è eletto dalla mafia, dalla massoneria, dai vertici dei partiti, non dai cittadini. Sei persone decidono per tutto il Paese. L’Italia è un sistema capitalistico/mafioso con le pezze al culo, basato sul debito pubblico e sulle concessioni dello Stato. Ogni italiano è indebitato per 30.000 euro.Il debito aumenta di 100 miliardi di euro all’anno, stiamo andando verso il default. Quando i soldi contaminano la politica, la politica diventa merda, si fa politica per i soldi, non per servizio civile, come dovrebbe essere. Il MoVimento 5 Stelle non vuole i soldi, vuole poter volare alto, far volare le sue idee. Non ha ideologie, ma idee. I partiti prendono un miliardo di euro di finanziamenti elettorali nonostante un referendum che li abbia proibiti, nessuno si scandalizza, passano tutti all’incasso.
L’equazione è semplice senza soldi spariscono i partiti, sono fatti di soldi, di niente. Che dignità può avere un parlamentare che matura la pensione dopo due a anni e mezzo di fronte a milioni di persone che la pensione non la vedranno mai, che moriranno prima di andarci, che devono maturare 40 anni di contributi?
Ci sono voluti tre anni perché la proposta di legge Parlamento Pulito venisse discussa alla Commissione del Senato. Tre anni, trentasei mesi, più di mille giorni perché quattro senatori muovessero il culo per ascoltare 350.000 cittadini che al rimo Vday di Bologna chiedevano delle cose semplici, scontate in un Paese appena normale: nomina diretta del candidato, due legislature, nessuno condannato in via definitiva. Ci hanno definiti populisti, demagoghi, qualunquisti, violenti, volgari solo perché volevamo riaffermare il principio di democrazia in questo Paese. I partiti sono morti, zombie che camminano, strutture del passato, costruzioni artificiali. Sono diventati barriere tra le persone e lo Stato. Lo Stato siamo noi, non i partiti. E’ finito il tempo della delega in bianco. Il cittadino deve entrare nelle istituzioni come servizio civile per un periodo limitato e poi tornare alla propria attività. Non esiste il politico di professione, esistono i mantenuti a vita di professione come Chiamparino, Fassino, D’Alema, come Maroni, Bossi e tutta la sua grande famiglia, come Andreotti, il prescritto per mafia che ha detto di Ambrosoli, uno dei pochi eroi di questo Paese, “Se l’è cercata!”.
Noi siamo vivi e loro sono morti, in decomposizione, se li tocchiamo moriremo anche noi. Parlano di alleanze, di percentuali, di schieramenti, ma in realtà parlano sempre e soltanto di una cosa: come conservare il loro potere. Il MoVimento 5 Stelle farà alleanze, anche una al mese, una alla settimana, ma solo con i cittadini, con i movimenti per l’acqua pubblica, per una libera informazione non finanziata dallo Stato, contro la TAV in Val di Susa, contro le centrali nucleari, contro la base americana di Dal Molin. L’Italia ripudia la guerra e spende più per armamenti che per opere di pace. Persino Bono degli U2 ci ha mandato a fanculo, non manteniamo le promesse di aiuti umanitari e spendiamo 15 miliardi di euro per 131 caccia bombardieri dagli Stati Uniti, finanziamo la più grande industria bellica del mondo e chiudiamo le scuole.
Il MoVimento 5 Stelle ha preso mezzo milione di voti senza finanziamenti, senza media, giornali, televisioni, ogni voto è costato solo 8 centesimi al MoVimento, nulla ai cittadini, grazie alla Rete, al passaparola. La Rete è anticapitalista, la politica si fa con le idee, non con il capitale.
Il portale del Movimento 5 Stelle è il luogo di incontro, di creazione delle idee, della condivisione delle proposte. Chiunque non sia già iscritto a un partito può iscriversi gratis. Gli iscritti potranno creare una lista civica, proporre un candidato e in futuro modificare il programma in stile Wikipedia, collegarsi in una rete sociale come in Facebook, scambiarsi esperienze. Gli iscritti al MoVimento 5 Stelle sono circa 100.000. 100.000 persone informate e motivate possono trasformare il Paese. Noi siamo “Altri” non esistiamo nei sondaggi, ma siamo gli unici ad avere un Programma creato in Rete, questo Programma va stampato, diffuso, discusso. Il MoVimento coincide con le sue proposte, con le sua azioni civili, con il suo Programma. Chi dice che facciamo proteste e non proposte è in malafede o un imbecille inconsapevole.
“Ora che il governo della Repubblica è caduto nelle mani di pochi prepotenti … ma chi, chi se è un uomo, può ammettere che essi sprofondino nelle ricchezze, che sperperino nel costruire sul mare e nel livellare i monti e che a molti manchi il necessario per vivere? Che costruiscano case e case l’una appresso all’altra e che molti non abbiano un tetto per la propria famiglia? Per noi la miseria in casa, i debiti, triste l’oggi e incerto il domani. Che abbiamo, insomma, se non l’infelicità del vivere?”
Non l’ho detto io, non è l’Italia di oggi, sono le parole di Catilina pronunciate nel 64 prima di Cristo a Roma. L’Italia non è cambiata in duemila anni, per questo può cambiare oggi, solo i pazzi credono nell’impossibile e noi siamo i pazzi della democrazia. Il MoVimento 5 Stelle è nato il giorno di San Francesco, 4 ottobre del 2009, Francesco era chiamato il pazzo di Dio, noi siamo i pazzi della democrazia. Crediamo sia possibile un mondo basato sull’equità sociale, sulla solidarietà, sul rispetto dell’altro, sul diritto alla felicità, in cui chiunque può volare.
Vogliamo tutto e lo vogliamo subito. Cosa abbiamo da perdere? Perché non crederci? Perché non lottare per il nostro futuro? Non abbiamo altro. Non abbiamo scelta.
Ognuno deve impegnarsi, ognuno conta uno.
Sopra e avanti.

Ciò che leggerete oggi sarà il primo articolo di ilFilo, una nostra nuova collaboratrice con la passione per la fotografia, che ha scritto di un viaggio che è stato per lei molto importante…

***

IF YOU’RE GOING TO S.F. (di ilFilo)

Sulle 14 ore per poter atterrare direttamente nell’aeroporto di questa splendida città.

sulle 14 ore per cambiare mondo.

Altro stato, altro continente, altro TUTTO.

La New York vivibile è una vera e propria esperienza sociale, psicologica e devo dire anche fisica.

Qui, italiani, sudamericani, cinesi, giapponesi, americani, greci e chissà quanti altri in una sola città.

Gusti, sapori, profumi, colori, sensazioni che si alternano e si mischiano nel giro di pochi metri.

Sono tante le cose che ho visto, assaggiato, sentito, provato, fotografato dall’altra parte del mondo…

C’era la luna, c’erano le stelle,

c’era una nuova emozione sulla pelle

c’era la notte e c’erano i fiori,

anche al buio si vedevano i colori

Ecco era proprio così, era tutto luminoso e rifletteva il mio entusiasmo come uno specchio riflette le immagini.

Sentivo che non sarebbe successo niente di brutto in una città così.

La libertà scorreva nelle vene, l’ho sentita chiara e forte quando mi sono tolta le scarpe per immergere

i piedi nell’acqua gelida dell’Oceano, quando il vento soffiava scompigliando i capelli di tutte le persone

sulla spiaggia; dove alloggia una vecchia poltrona portata da chissà quale persona con chissà quale personalità.

L’ho sentita anche quando, sono riuscita a ordinare da sola in un cafè =)

Come se la conoscenza della lingua aprisse mille porte contemporaneamente.

Era una città parlante.

Mi ha parlato spesso, anche se alcune musiche cercavano di coprire i suoi discorsi.

Mi ha parlato tanto e l’ho ascoltata sempre.

Mi ha raccontato delle abitudini dei suoi abitanti, di cosa e come fanno per vivere la vita.

Mi ha anche mostrato mille e una cose…

Il famigerato Golden Gate, Twin Peaks, il Pier 39 col suo HardRock…

Mi ha anche fatto capire quant’è colta con i suoi tanti musei di scienze, arte, design e di antichità.

Era fiera di aver trovato un’attenta ascoltatrice che si è goduta la visita il più possibile a fondo facendo caso

ai più minimi particolari.

Fotografando particolare e particolare di ogni via, casa, negozio, strada.

Questa città ha anche dato vita a tanti racconti stampati come la carta carbone nella mia memoria.

La luna di miele dei miei, la casetta degli zii.

Ho anche fantasticato, molto.

Mio fratello nella Haight Street negli anni ’70…

La prima traversata del “ponte rosso” di mio papà.

Lo zio Tino che aiutava il Cable Car a cambiare rotta nell’angolo tra la Powell e la Market street.

E sono riuscita a dare vita ad altre di queste fantasie e desideri.

I pancake.

Le foto artistiche e particolarmente dettagliate.

Attraversare la Lombard Street, unica via dell’intera città ad avere delle curve!

Portare due rose nel luogo di riposo degli zii di mio papà.

Mettere i piedi nell’oceano e portare a casa le conchiglie.

Insomma, i sogni più semplici.

Ma soprattutto sprizzare energia, felicità, entusiasmo da tutti i pori.

A San Francisco non si può avere paura di essere fuori luogo.

Non esistono giudizi negativi sullo stile personale di una persona.

Sei quel che sei e quello che vuoi senza problemi.

Come città mi ha insegnato molto, davvero tanto.

È impossibile descrivere San Francisco in un articolo, per sapere com’è una cosa bisognerebbe viverla, e in questa città c’è molto da vivere; in un posto del genere trovi tutto, ma, cosa più importante, trovi te stesso.

Non hai limiti alle emozioni, ti vesti come ti pare, parli come ti pare, fai quello che ti pare: nessuno giudica.

So che ci tornerò, succederà perché ho ancora molto da ascoltare e da imparare da San Francisco.

Vorrei sedermi su un palazzo del centro, salutare la gente che passa di fretta la mattina presto che va al lavoro col caffè di Starbucks nel tipico bicchierone; e rimanere li, incuriosita, a scattare fotografie fino ad addormentarmi; come lei… =)

Ogni tanto è bello acquisire quella sicurezza e quella autostima che ti fa capire veramente chi sei,

ti fa leggere dentro come se la tua vita e il tuo IO si trovassero pian piano scritti sul tuo diario di viaggio

senza che tu te ne accorga.