Archivio per novembre, 2011

Dal Corriere di ieri, un interessante articolo di Gian Antonio Stella.

«Nei Paesi evoluti non si protesta contro la Casta, ma contro Wall Street», ha detto Massimo D’Alema infastidito dalle polemiche sugli eccessi della politica. Tiriamo a indovinare: che sia perché il Parlamento costa a ogni americano 5,10 euro, a ogni inglese 10,19, a ogni francese 13,60, a ogni italiano 26,33? 0 perché un consigliere regionale lombardo come Nicole Minetti o Renzo Bossi prende quanto i governatori di Colorado, Arkansas e Maine insieme? O sarà perché secondo la «Tageszeitung» l’assessore provinciale alla sanità di Bolzano guadagna circa seimila euro più del Ministro della Sanità tedesco? O perché un dipendente del Senato costa mediamente 137.525 euro lordi l’anno cioè 19.025 più dello stipendio massimo dei 21 collaboratori stretti di Obama?

Bastano pochi dati a dimostrare quanto sia un giochetto peloso spacciare la difesa di certi spropositi con la difesa della democrazia. Se la Camera spende oggi per gli affitti delle sue dependance 41 volte di più di trent’anni fa cosa significa: molte più spese, molta più democrazia?

Il quotidiano sgocciolio su questo tema di parole acide, permalose, stizzite dimostra come l’idea di Monti che la politica debba dare «un segnale concreto e immediato» sui suoi costi non sia stata affatto digerita. Anzi. E col passare dei giorni e il crescere del nervosismo dei cittadini intorno al mistero sui sacrifici in arrivo, diventa sempre più urgente quel segnale di forte discontinuità invocato e promesso.

Prendiamo i vitalizi parlamentari. La Camera ha deciso a luglio e il Senato giorni fa che dalla prossima legislatura non ci saranno più. Meglio: saranno sostituiti per i prossimi parlamentari da qualcosa di diverso. A naso, una pensione integrativa calcolata sui contributi versati come accade ai comuni mortali dalla riforma Dini di 16 anni fa, quando la classifica marcatori (siamo nel giurassico) fu vinta da Igor Protti. A naso, però. Perché la decisione «vera» sarà presa da una «apposita commissione». E mai come in questi casi gli italiani temono che avesse ragione Richard Harkness spiegando sul New York Times che «dicesi Commissione un gruppo di svogliati selezionati da un gruppo di incapaci per il disbrigo di qualcosa di inutile». Ci sbagliamo? E l’augurio di tutti. Ma, come riconosce la più giovane dei deputati italiani, Annagrazia Calabria, l’intenzione di abolire i vitalizi dalla prossima legislatura è «del tutto insufficiente, se non inadeguata», rispetto alla gravità del momento.

Ogni ritocco alle pensioni (e girano voci di interventi dolorosi) sarebbe assolutamente inaccettabile se avvenisse un solo istante prima di una serie di tagli veri ai vitalizi e agli altri assegni pubblici privilegiati. E non si tirino in ballo i «diritti acquisiti»: quelli dei cittadini sono stati toccati più volte. Prendiamo il blocco dell’adeguamento automatico all’inflazione: potrebbero i pensionati accettarlo se prima (prima!) non fosse smentito che i dipendenti del Quirinale (i quali solo nel 2011 hanno perduto un po’ di privilegi) godono dell’aggiornamento pieno come fossero ancora in servizio? Vale per tutti: tutti.

Certo, come migliaia di pensionati-baby, anche chi è finito sui giornali per certi vitalizi altissimi, da Lamberto Dini a Giuliano Amato, da Publio Fiori a Gustavo Zagrebelsky, può a buon diritto dire «non ho rubato niente, la legge era quella». Vero. Se andiamo verso una stagione di vacche magrissime, però, chi ha avuto di più sa di avere oggi anche la responsabilità di dare di più. Qualche caso finito sui giornali ha già dimostrato che formalmente non è possibile rinunciare a una prebenda e comunque non ha senso che lo Stato chieda al singolo gesti di generosità individuale che non possono che essere «privati»? Si trovi una soluzione.

Ma, con la brutta aria che tira in Europa e coi nuvoloni che si addensano da noi, l’intera classe dirigente a partire dallo stesso Mario Monti non può permettersi neppure di dare l’impressione di tenersi stretti certi doni, oggi impensabili, di una stagione che va dichiarata irrimediabilmente finita.

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Il Medio Oriente non trova pace. All’inizio del mese l’AIEA (Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica) ha stilato un rapporto sul nucleare iraniano. Il documento è stato letto dal mondo occidentale (Israele e USA in testa) come una conferma dell’intenzione del Paese guidato da Ahmadinejad di costruire la bomba atomica. 

In realtà quel rapporto indica solamente che l’Iran possiede una quantità d’uranio arricchito sufficiente ad assemblare l’ordigno, non che ci sia la reale volontà di farlo o che sia già stato fatto. L’Iran potrebbe infatti rimanere a quel 20% di arricchimento necessario per gli usi civili del nucleare, mentre per l’atomica è necessario un arricchimento del 90%. Inoltre, durante le ispezioni dell’AIEA ha accertato che sia stato superato quel limite.

E già si è detto che il governo iraniano potrebbe avere dei siti di arricchimento nascosti, che gli ispettori non sono riusciti a trovare. Mi pare di aver già sentito questa storia. E’ la stessa scusa usata per giustificare l’attacco all’Iraq: le famose “armi di distruzione di massa”, che non furono mai trovate. Gli errori (se così si possono chiamare) non insegnano niente?

A smorzare la tensione ci pensano poi il presidente israeliano Peres (“L’attacco all’Iran è sempre più vicino”) ed Obama (che ha dichiarato di “non escludere un attacco militare all’Iran”). E i due sono premi Nobel per la pace. E queste dichiarazioni, perlomeno quello israeliane, sono supportate dai fatti.

All’inizio del mese, nella base militare NATO di Decimomannu, in Sardegna,sei squadroni di bombardieri israeliani simulavano un attacco a Teheran, mentre quest’estate tre scienziati iraniani, che lavoravano al progetto nucleare, sono stati assassinati da un commando del Mossad (i servizi segreti israeliani). Di fatto la guerra è già iniziata.

Israele si trova geograficamente in una posizione che definire difficile è riduttivo. L’odio degli Stati limitrofi e la continua guerra in casa con il popolo palestinese è sfiancante e dura da quando lo Stato è nato. Ma recentemente il governo israeliano sta inanellando errori su errori, allontanandosi dalla strada che potrebbe portare alla pace.

Che dire infatti delle reazioni all‘ingresso della Palestina nell’UNESCO alla fine di ottobre? Israele l’ha definita “una tregedia” ed ha annunciato l’accelerazione sulla costruzione di più di 1500 nuovi insediamenti a Gerusalemme est e Betlemme, oltre all’interruzione del trasferimento di fondi all’Autorità Nazionale Palestinese. Dal canto loro, gli USA hanno ritirato un contributo di 60 milioni di dollari all’agenzia, minandone l’operatività. Per non parlare delle strenue opposizioni dei due Paesi al riconoscimento dello Stato palestinese da parte dell’ONU.

Bel lavoro, tutti quanti. Continuando così non si arriva alla pace, ma da un’altra parte.

L’Egitto è di nuovo in fiamme. Disfatisi della dittatura di Mubarak, gli egiziani ora lottano contro il maresciallo Hussein Tantawi e la sua giunta militare. Piazza Tahrir, al Cairo, è da tre giorni teatro di scontri tra polizia e manifestanti, e i bilanci parlano di 20 morti e un numero imprecisato di feriti. Waleed Rashed, fondatore del movimento 6 Aprile, ha postato un video (che trovate qui sotto) in cui si vede chiaramente un uomo giacere a terra, morto.

La protesta è iniziata il 18 novembre, quando migliaia di persone sono scese in piazza al Cairo e in altre città (ad esempio Alessandria) per chiedere al Consiglio Supremo Militare di fissare una data precisa per il ritorno al governo civile. Assieme alla Fratellanza Musulmana, migliaia di cittadini facenti parte di organizzazioni laiche hanno espresso la loro preoccupazione per il prolungarsi del controllo militare sul Paese.

La protesta è stata scatenata dal un documento emesso dall’esecutivo provvisorio, che definisce i militari “guardiani della legittimità costituzionale”. L’espressione, molto ambigua, ha alimentato le paure degli egiziani, che temono l’intenzione dei generali di controllare e condizionare il processo che sta portando il Paese alle elezioni democratiche del 28 novembre.

La situazione è poi degenerata, fino alla situazione attuale, che ricorda quella dei giorni della rivoluzione contro la dittatura di Mubarak (anche se, per fortuna, per ora è meno tragica).

Nutro un profondo rispetto per questi popoli, che si battono per conquistare i loro diritti. E’ il momento più bello, nella storia di una democrazia: quando nasce e bisogna lottare per ottenere la libertà. Per noi è così scontata che non ci accorgiamo di non usarla veramente. La lasciamo appassire.

 

 

Allora, ricapitoliamo.

L’Antitrust è l’Autorità garante della concorrenza e del mercato. Dovrebbe vigilare, tra le altre cose, anche sui conflitti d’interessi. E in Italia c’è una persona che detiene il record mondiale di conflitti d’interessi. Una a caso. Sì, proprio lui, avete indovinato. E ora viene nominato presidente dell’Antitrust Giovanni Pitruzzella, avvocato di fiducia del presidente del Senato Renato Schifani. Non è servito a nulla l’appello lanciato al Presidente della Repubblica da Michele Polo, prorettore della Bocconi ed economista specializzato in antitrust, insieme ad altri duecento economisti. Nel testo si chiedeva che il nuovo presidente venisse scelto tra personalità con “profonde competenze economiche, oltre che giuridiche, necessarie per decidere sul funzionamento dei mercati, ed essere capace di agire in piena e totale indipendenza da qualunque interesse di parte, economico e giuridico”.

Pitruzzella non sembra fornire queste garanzie, essendo appunto uomo di fiducia di Schifani (e così ci giochiamo l’indipendenza) e firmatario di appelli che difendevano la costituzionalità del lodo alfano (addio anche alla competenza giuridica). L’avvocato difende pure le leggi contro le intercettazioni e l’attuale legge elettorale. Serve aggiungere altro?

Nel frattempo la Consob (Commissione Nazionale per le Società e la Borsa), ente indipendente che vigila, appunto, sulla borsa e sulle società a tutela dei risparmiatori, ha assunto senza alcun concorso pubblico Clementina Scaroni, avvocato, figlia di Paolo Scaroni, amministratore delegato di Eni, società sulla quale la Consob deve vigilare. Consob che, lo ricordiamo, è presieduta da Giuseppe Vegas, che prima di ottenere la presidenza ricopriva l’incarico di viceministro dell’economia. Insomma, altri due chiarissimi esempi di indipendenza.

Insomma, in Italia i conflitti d’interessi non sono un problema, ma una risorsa. Gli organismi indipendenti sono spesso presieduti o composti da persone tutt’altro che al di sopra delle parti, mentre sono tantissimi i casi di amministratori delegati che siedono nei consigli di amministrazione di sei, sette, otto società, le quali spesso fanno affari le une con le altre.

Per esmpio: Tizio sta nel consiglio di amministrazione della società X e della società Y. X deve comprare qualcosa da Y. Tizio dovrebbe fare gli interessi di chi compra e anche di chi vende. Ovviamente è impossibile. Ed ecco svendite incredibili e acquisti a prezzi stracciati. Se poi Y cerca un compratore per il suo prodotto, magari ad un prezzo vantaggioso, Tizio non avvertirà X, dandole un indubbio vantaggio? Inoltre Tizio conoscerà strategie e debolezze di entrambe le aziende, che magari sono concorrenti. Qui siamo oltre i conflitti di interessi. Siamo alla schizofenia.

Tutto questo in barba al libero mercato e alla concorrenza, che in Italia sono ridotti a ben poca cosa. Lotte tra forze politiche e ragnatele di influenze stritolano chi non fa parte del gioco, estromettendo chi non si piega al sistema. Ogni anno questi maneggi sottobanco bruciano centinaia di milioni di euro. Il conto grava poi su tutti noi. Ecco perchè servono individui onesti, indipendenti e capaci alla guida degli organismi di controllo e leggi draconiane su questi temi.

Il nuovo governo sarà in grado di farle? Certo, non ha iniziato bene nominando Passera. Ma c’è il tempo di dimostrare un’inversione di tendenza. Speriamo sia davvero così.

Il primo scoglio è stato superato. Forse, paradossalmente, era il più facile. Tutti i partiti infatti, meno la Lega, hanno dato il via libera al governo Monti. Tanto non costava niente.

Il vero rischio, nei prossimi giorni, sarà di non riuscire a coagulare una maggioranza sufficiente ad approvare le famose misure necessarie ad uscire dalla crisi. Misure che lo stesso Monti ha definito “scelte non facili e non gradevoli”. Perchè infatti le stesse forze politiche (PDL in testa) che fino ad oggi non sono state in grado o non hanno voluto prendere le misure necessarie, ora dovrebbero mettere la loro faccia su provvedimenti impopolari, che rischiano di pagare dal punto di vista elettorale?

Naturalmente, potrei sbagliare. Anzi, mi auguro proprio che sia così, anche se nella nostra classe politica non ho la minima fiducia. Sta a Monti e ai suoi ministri, in ogni caso, intervenire in modo deciso e radicale tendendo però conto dei più deboli e tassando i più ricchi. Il nostro giudizio sul suo operato (e, penso, quello dell’intero Paese, almeno la parte in buona fede) dipende da questo. Ora si parte, e si fa sul serio. L’inizio, a parole, sembra promettente. Oggi infatti Monti ha dichiarato:” Chiederemo un maggiore contributo a chi finora ha dato meno”.

Che sia la volta buona?

Caro Giacomo, ho letto con molto interesse il tuo articolo, che ho trovato brillante e pieno di spunti. Sono d’accordo su molte cose, ma su altre no. Provo quindi a risponderti esponendo il mio punto di vista.

Prima di tutto, voglio sia chiara una cosa. Non credo assolutamente a nessun complotto di Monti o del suo governo. Certo, quello che ha creato è un esecutivo dei poteri forti (con alcuni ministri molto vicini alla Chiesa, altri facenti parte di Intesa Sanpaolo, altri ancora di ulteriori banche), ma formato da persone capaci e competenti, che hanno dimostrato lungo tutta la vita il loro valore. Avere un ex prefetto alla Giustizia, un’esperta di pensioni e welfare al Lavoro e un docente universitario all’Istruzione non sembra vero. Ma certo, come ho già scritto, si poteva evitare di nominare Passera allo Sviluppo Economico (oltre ad altri soggetti). Ma, comunque, ho fiducia in Monti e nella sua squadra. Penso che siamo in buone mani. Vedremo il programma, se saranno capaci di coniugare ripresa economica, sviluppo e giustizia sociale.

Per quanto riguarda la dipartita del Caimano, penso che i festeggiamenti di piazza siano stati giusti, normali e doverosi (come anche tu riconosci). E’ vero, non bisogna perdere tempo ma darsi da fare, e subito, per risistemare la nostra situazione, ma non credo che una sera di gioia per la liberazione da chi ha azzerato il senso morale, civico e culturale di questo Paese possa nuocere all’Italia. Il Corriere della Sera, come altri giornali, ha criminalizzato i festeggiamenti, indicandoli come una cosa barbara ed incivile. Ma in tutto il mondo, da sempre, quando un leader a dir poco discusso esce di scena, viene accompagnato da manifestazioni di ogni tipo. E’ normale. L’importante, nel nostro caso, era muoversi immediatamente per creare un’alternativa, e così è stato.

Nonostante questo, sono d’accordo con i motivi che elenchi, che dovrebbero dissuaderci dal festeggiare. Ma vorrei fare una precisazione: non è poi così incredibile che la gente l’abbia votato ancora una volta, tre anni e mezzo fa. Non dimentichiamo, infatti, che lui ha il controllo di una buona fetta della stampa e praticamente di tutta la televisione (che è l’unico mezzo di informazione per il 65-70% circa della popolazione). In pratica, decide di cosa si parla e di cosa non si parla. Decide cosa dobbiamo pensare, spappolandoci il cervello con telegiornali barzelletta (TG1 su tutti) e programmi demenziali. Tramite questi mezzi si cancella la memoria delle persone e le si manipola (ecco perchè concordo sul rischio che il PDL possa ricostruire la sua immagine durante il governo di Monti, anche se stavolta, con questo fallimento gigantesco alle spalle, la vedo più dura). Inoltre, guardando dall’altra parte, l’elettore vede un carrozzone di gente incapace di mettersi d’accordo su nulla, che esprime 25 posizioni su uno stesso problema e non è in grado di opporsi seriamente all’avversario. Parlo ovviamente del PD. L’argomento meriterebbe un articolo intero ma, per motivi di spazio, limitiamoci a chiamarlo effetto T.I.N.A. (there is no alternative). In conclusione, quindi, non ritengo così incredibile che gli italiani lo abbiano votato nuovamente.

Veniamo ora al problema più grande  e più stimolante: il fallimento della politica.

Da molti anni, decenni ormai, la politica in Italia non fa più il suo mestiere. Certo, ci sono stati (e ci sono tuttora) sicuramente esempi encomiabili di persone appassionate ed interessate al bene del Paese, che si danno da fare e si adoperano per occuparsi dei problemi concreti. Ma, a partire da Andreotti, passando per Craxi, per arrivare fino a Berlusconi, la politica è stata piegata a interessi che da essa esulano completamente: affari con la mafia, tangenti, appalti, speculazioni edilizie, risanamenti illegali di aziende e via dicendo. Questa tendenza è culminata con B., che ha utilizzato (come prima mai era successo) la politica per risolvere i suoi problemi finanziari e giudiziari, senza curarsi minimamente di altro. E si è portato in Parlamento tutto un battaglione di personaggi legati a doppio filo a lui stesso o ad ambienti poco raccomandabili, che hanno fatto esattamente come lui. Tutto questo ha soffocato e reso invisibile il buon lavoro di chi nella politica crede davvero e si mette al servizio dei cittadini.

Da questa situazione (unita a un complesso di privilegi insopportabili che è andato via via crescendo) è nata l’idea di “casta“. Che, a differenza di quello che dici, non è un’estensione “a tutta la classe politica [di] una caratteristica propria della squadra Berlusconi, ovvero quella dell’autoreferenzialità, l’interesse solo per la propria sussistenza e autodifesa”. Purtroppo, tutto l’arco delle forze politiche è stato contagiato dal berlusconismo e dalla brama di potere. Come dimenticare gli scandali che hanno coinvolto alti dirigenti del PD (D’Alema e Fassino per l’affare Unipol tra i tanti), gli infiniti favori a B. (niente legge sul conflitto d’interessi, riforme della giustizia allucinanti), i voti contro l’arresto o l’utilizzo di intercettazioni degli esponenti del partito (casi Tedesco e, ancora una volta, D’Alema), le innumerevoli leggi vergogna (bavaglio Mastella e indulto, solo per fare due esempi), i nepotismi (Di Pietro che candida suo figlio), le nomine spaventose (Vendola che nomina assessore alla sanità Tedesco, che è fornitore di protesi alla sanità pugliese)? L’elettore vede un migliaio di persone che ha privilegi inconcepibili e che si fa allegramente gli affari propri, da una parte come dall’altra (anche se siamo d’accordo che una delle due parti lo fa enormemente di più).

Per questo i cittadini vogliono tagli ai costi della politica. Che, ovviamente, non risolveranno la situazione del Paese, ma possono comunque essere una voce non da poco nell’elenco delle cose da fare. Per fare solamente un paio di esempi, razionalizzando le auto blu si può risparmiare (secondo Brunetta) un miliardo di euro, mentre eliminando le province si risparmierebbero addirittura (calcoli di Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo ) tra i 14 e i 16 miliardi. Non proprio una pagliuzza. Ma l’effetto principale dei tagli alla politica (come anche tu riconosci) sarebbe di dare nuova fiducia agli italiani nella classe dirigente, che va a governare o legiferare non per arricchirsi, ma per rendere un servizio al Paese.

Tu dici che gli inglesi non sanno nulla e si mettono nelle mani dei loro politici. Ma noi come potremmo metterci nelle mani di ladri, incompetenti, cretini, mignotte, gente che è arrivata dov’è non per merito ma per tutti altri motivi? Il problema fondamentale, quindi, è quello della selezione della classe dirigente. Che non deve avvenire sui cubi della discoteca o nelle segrete stanze, ma con un grande lavoro dei partiti, che si devono impegnare a far lavorare i loro giovani sul territorio, facendoli partire dalle piccole realtà locali per farli crescere ed imparare, prevedendo anche un serio ricambio generazionale. Penso sia necessaria anche una legge sui partiti, che imponga bilanci trasparenti e regole certe anche in altri campi. Oppure, come avviene nel Movimento 5 Stelle (che, lo so, tu non ami, ma che da questo punto di vista può essere un buon esempio), tramite dei ragazzi che siano semplicemente terminali di un gruppo di persone che li elegge e poi dice loro cosa fare tramite la rete.

Un ruolo fondamentale nella selezione della classe dirigente deve essere ricoperto da noi, dai cittadini, dal famigerato popolo sovrano. Siamo noi che, attraverso una nuova legge elettorale e un’informazione che ci fornisca gli elementi per decidere, abbiamo il compito di scegliere chi merita la nostra fiducia. Non sono per nulla d’accordo con te quando affermi che “l’italiano medio è troppo informato, troppo consapevole e troppo istruito e quindi pensa di potersi fare un’idea più giusta di quella degli altri semplicemente leggendo qua e là, ascoltando qua e là e mettendo un po’ tutto insieme, ma fermandosi troppo presto, senza ovviamente approfondire l’analisi in modo scientifico.” L’italiano medio pensa di potersi fare un’idea più giusta di quella degli altri senza approfondire l’analisi proprio perchè non è nè istruito, nè consapevole, nè informato. Sa pochissime cose, ma fa il tuttologo, parla di tutto senza sapere quasi niente.

Noi probabilmente non ce ne rendiamo conto perchè ci circondiamo di persone che, bene o male, condividono il nostro grado di cultura e consapevolezza del mondo. Ma l’italiano medio non sa il 90% delle cose che noi pensiamo sappia. Non perchè noi siamo l’elite, ma perchè i ragazzi escono da scuole desolanti (il 20% dei quindicenni italiani è semianalfabeta, secondo i dati della Commissione UE), hanno professori incapaci, non leggono e trovano un modello sconfortante nella classe dirigente del nostro Paese. E per gli adulti vale lo stesso. Buona parte delle persone non sa pensare, non ha senso critico. La televisione fornisce un modello di conoscenza superficiale e immediato, che non permette di capire le cose fino in fondo.  Da qui, la necessità, per sapere davvero di cosa si parla, di leggere un libro o un giornale. E mentre i libri vengono letti da un numero sempre minore di persone, i giornali hanno contenuti spesso dettati dai poteri che stanno nei loro consigli di amministrazione.

L’informazione, la scuola e l’università, insomma, devono recuperare il loro ruolo, contribuendo a creare, selezionare e controllare la nuova classe dirigente. Questi sono gli interventi più importanti da fare: riforme strutturali del sistema educativo e dell’informazione, affinchè i bambini di oggi e di domani possano avere delle possibilità concrete di contribuire in futuro, con cognizione di causa, al benessere di tutti. Questi interventi, uniti, lo ripeto, ad un nuovo sistema elettorale e ad un gran lavoro dei partiti, porterebbero ad una nova generazione politica, competente e credibile, a cui si potrebbero affidare le sorti dell’Italia. Per quanto riguarda il presente, credo sia necessario consentire alle persone oneste e disinteressate (che anche nella politica di oggi sono tante) di traghettarci fino a questo nuovo futuro. Ciò si può fare in tanti modi, che ora non posso prendere in considerazione per motivi di spazio.

Io credo che gli italiani sarebbero ben felici di abbandonarsi tra le braccia di una politica capace, che possa dare soluzioni concrete ai problemi delle persone. Nessuno che sia sano di mente può volere una politica marcia. Sarebbe bello sapere che c’è qualcuno, più su, che sa cosa fare, come affrontare i momenti critici e le crisi. E’ l’idea che ha sempre rassicurato l’uomo, quella di avere un nume protettore sopra la testa, e penso sia ancor più comprensibile, in un mondo caotico e complesso come il nostro. Tuttavia, non penso che ci si possa abbandonare troppo, altrimenti si rischia non più di delegare la nostra sovranità a qualcuno, come dovrebbe essere, ma di privarcene, staccandola e donandola a qualcuno. Bisogna recuperare fiducia, costruendo una nuova politica, ma restando sempre vigili ed attenti.

Salve a tutti, per l’occasione speciale del particolare momento politico ho scritto un piccolo contributo da “esterno” per questo blog. Mi piacerebbe sapere cosa ne pensate del mio punto di vista. Buona lettura, Giacomo.

Si sono dette molte cose nelle ultime settimane sulla situazione italiana. Una delle più intelligenti probabilmente l’ha detta il direttore del Corriere della Sera, Ferruccio de Bortoli, poche ore dopo le dimissioni ufficiali di Berlusconi: “Non c’è niente da festeggiare“. Non fraintendetemi: la voglia di scendere in piazza a gridare, esultare e baciare sconosciuti era grande, e l’avrei sicuramente fatto se fossi stato in Italia al momento; però superata l’euforia iniziale ci si ferma a ragionare.

La caduta di Berlusconi non poteva avvenire in un momento peggiore, e non c’è da festeggiare per -almeno- quattro motivi:

Innanzitutto, sarebbe dovuta avvenire molti anni fa, e in particolare è incredibile che solo tre anni e mezzo fa (a 14 anni dalla “discesa in campo” del Caimano, di cui già 6 passati al potere) gli italiani si siano nuovamente messi nelle sue mani. Quindi diciamo: meglio tardi che mai, ma sarebbe stato ancora meglio prima (dato che il mai non è comunque contemplato quando si parla di comuni mortali, e Silvio, nonostante lui non lo sappia, lo è).

In secondo luogo, quest’uscita di scena in sordina è una sconfitta per tutti i suoi detrattori che speravano di vederlo cacciato per altre vie, più spettacolari: non è stato schiacciato dai tribunali, condannato per una delle sue innumerevoli malefatte, né sfiduciato dai suoi alleati, ormai consapevoli del fatto che fosse totalmente inadatto a governare e sopraffatti dalla vergogna di esser visti al suo fianco, né battuto in elezioni dal popolo sovrano; bensì è stato affossato dai mercati, nel bel mezzo di una crisi globale. In altre parole la sua faretra di argomenti di difesa pubblica rimane colma come non mai: il popolo lo ha eletto e quindi lui è legittimato, è stato tradito dai suoi, la crisi non è colpa dell’Italia ma è una cosa mondiale, il Parlamento non lo ha sfiduciato, eccetera. Basta vedere il suo incredibile videomessaggio di addio per notare di quanti argomenti sempliciotti e populisti disponga: se si prova ad ascoltarlo svuotando la mente da tutto quello che si sa sul suo conto viene quasi voglia di votarlo, di amarlo. Non è difficile capire le ragioni di chi lo idolatra e lo difende sempre a spada tratta: è sufficiente ascoltare solo lui e negare l’evidenza, e il gioco è fatto.

Il terzo motivo è di natura strategica: se Berlusconi fosse stato battuto in un momento di stabilità economica e finanziaria, probabilmente si sarebbe andati al voto in tempi brevi, e questo avrebbe provocato una sicura disfatta alle urne per lui e per i suoi alleati. Adesso invece, grazie all’interregno di Monti, i Berluscones avranno tutto il tempo di ricomporsi e ristrutturare la propria immagine e credibilità in vista delle future elezioni, gettando nell’oblio popolare il recente passato e evitando oltretutto di poter essere additati come responsabili dei sacrifici che saranno necessari per affrontare la crisi. Inoltre anche la Lega ha avuto l’uscita di scena migliore che potesse immaginare: il governo è caduto ma non per colpa sua, quindi si è dimostrata un alleato fedele, e al contempo ora ha ottenuto esattamente quello che voleva: passare all’opposizione e riconnettersi con la “base” che la stava abbandonando per via della prossimità con Silvio. Anche qui vale il discorso elettorale: se fino a due settimane fa la Lega avrebbe perso molti voti, ora ha tempo e occasione di ricostruirsi un’identità, innanzitutto con la reintroduzione del penoso parlamento padano, e recuperare i consensi di un tempo, slegata dal PDL.

Il quarto e ultimo motivo per cui non c’è nulla da festeggiare è quello a cui fa riferimento de Bortoli: nella condizione in cui ci troviamo non c’è tempo per il giubilo, i mercati rappresentano un rischio enorme, sottovalutato dalla maggior parte della popolazione, e ora tutto l’impegno dev’essere dedicato all’uscita da questa situazione d’impasse. Oltretutto l’instabilità di governo è un parametro chiave sul quale si basano i mercati, che, essendo sostanzialmente “stupidi”, hanno risposto a quello che hanno interpretato come una semplice parte di un’equazione, con un drastico innalzamento del costo del credito pubblico, rendendo il recupero ancora più difficile.

Dopo queste considerazioni della prima ora, però, si aggiunge un quinto motivo di preoccupazione, ancor più chiaro ora che è stato annunciato il governo Monti privo di politici. È un motivo strutturale, di lungo periodo, intrinseco dei meccanismi profondi della nostra democrazia, e quindi potenzialmente il più serio di tutti: il ricorso a questo governo provvisorio e tecnico rappresenta un gravissimo fallimento della politica. Come pochi giorni fa scriveva il Guardian, i governi tecnici sono più spesso associati a democrazie in via di sviluppo, prive di un assetto sociale e politico in grado di fornire la necessaria rappresentatività e stabilità. Ed è qui il punto: il nostro problema è proprio questo, il nostro sistema politico si trova in una crisi gravissima, trascinato dal berlusconismo -ma non solo- in un’aura di ridicolo, di dilettantismo e più in generale nell’idea della casta. Un’idea che io non condivido, che tende ad estendere a tutta la classe politica una caratteristica propria della squadra Berlusconi, ovvero quella dell’autoreferenzialità, l’interesse solo per la propria sussistenza e autodifesa.

Ma il problema non è direttamente la casta, e non sono in particolare i privilegi e i costi della politica (che sono sì più alti che negli altri Paesi, ma comunque, se li vediamo da un punto di vista strettamente economico, non influiscono seriamente sui bilanci dello Stato). Il problema è che questi privilegi spettano a personaggi che sembrano non curarsi dell’interesse del Paese, essendo troppo impegnati ad esprimere tutta la loro italica litigiosità.

Quindi il governo Monti ha un doppio compito per il futuro: sistemare i conti del Paese, e porre le basi, con interventi quali la “legge di buon esempio” che tagli pesantemente i costi della politica e il ritorno a un regime elettorale equo, per una nuova fiducia della gente nella classe politica, della quale non possiamo fare a meno, ma soprattutto -e le due cose sono strettamente collegate- in una radicale virata di responsabilizzazione dei politici, poiché tornino a lavorare per la collettività, tentando di risolvere i numerosissimi problemi del nostro Paese, e il vasto gap che abbiamo accumulato nei confronti del resto dell’Europa in tutti i settori della Pubblica Amministrazione, come nei migliori esempi democratici che l’Occidente ha da offrire.

Il problema però è che non solo la classe politica è cambiata, ma anche i sentimenti della società lo sono: il berlusconismo nel suo senso più ampio (le ferite lasciate nel buon costume, nell’onestà e nel vivere civile dei cittadini) ha modificato l’approccio di tutte le fazioni alla politica. Rendendolo estremo e litigioso, semplicistico e miope, fissandolo sui manicheismi e sulle vendette, sulla logica della contrapposizione invece che su quella della cooperazione e del progresso per il bene comune. Il senso del bene comune è andato perso sia nei politici che nei cittadini. Ed ecco che, negli anni del berlusconismo, sono nati i Beppe Grillo e i Di Pietro. Ed ecco che nei commenti su internet si legge di teorie del complotto riguardo a Monti, e di come i banchieri si stiano muovendo per conto di un grande sistema crudelmente architettato per imporre le proprie regole e fare ancora più soldi succhiando il sangue ai poveri cittadini. Si legge che le università producono solo futuri sfruttatori capitalisti. Si legge che le banche hanno interesse a mantenere e fomentare la crisi. Appunto, un proliferare di affermazioni e ideologie accorate ma poco focalizzate, basate su conoscenze superficiali e poco approfondite della materia. E forse a questo si è arrivati perché l’italiano medio è troppo informato, troppo consapevole e troppo istruito, e quindi pensa di potersi fare un’idea più giusta di quella degli altri semplicemente leggendo qua e là, ascoltando qua e là e mettendo un po’ tutto insieme, ma fermandosi troppo presto, senza ovviamente approfondire l’analisi in modo scientifico. La necessaria semplificazione della complessità delle operazioni del governare passa ora dall’analisi del singolo con i suoi grandi limiti, invece che dalla fiducia nel sistema politico. Non esiste più la capacità (che all’estero, ad esempio qui in Inghilterra, dilaga) di rimettersi completamente nelle mani di chi si riconosce essere esperto e competente. Una capacità in un certo senso favorita dall’ignoranza riguardo ai problemi pubblici, che infatti nel mondo anglosassone è molto più diffusa che da noi. Qui la gente non sa quasi nulla, è fondamentalmente ignorante su tutto ciò che concerne il funzionamento dello Stato, ma vede i risultati nel suo piccolo e di conseguenza si orienta verso questo o quel politico, senza incollarsi a un colore. In Italia la tendenza è di mettersi nelle mani di una fazione politica perché ciò che strilla il suo leader è quanto si avvicina di più all’idea un po’ offuscata che ci siamo fatti da noi, invece che per i risultati che crediamo possano essere raggiunti da tale politico. Dialettiche fatte di fuffa e demagogia, figlie del berlusconismo, hanno contagiato molti partiti, e li hanno influenzati tutti.

In questo senso serve una rinascita della politica, basata su meno retorica e più fatti, resa funzionale e duratura da fiducia (quasi) cieca da una parte, e grande responsabilità e onestà dall’altra.

Monti è la persona giusta per guidare la barca in salvo attraverso il mare dei mercati finanziari, ma sono i politici e la società a dover fare il salto più grande, quello che ci permetterà di avere finalmente una vera democrazia. E per questo dobbiamo sperare che il governo tecnico Monti sia l’ultimo della storia del nostro Paese. Ma i vecchi politici saranno capaci di mettersi in discussione? La società sarà pronta per questo cambiamento filosofico?

Giacomo Salvatori