Archivio per gennaio, 2012

Un bell’articolo di Silvia Truzzi, tratto dal Fatto di oggi. I libri vanno sfogliati, accarezzati, vissuti. Buona lettura.

Tutti quelli che rompono con le tradizioni – per il semplice fatto di dichiararlo o di attuarlo – sono salutati come coraggiosi, originali, moderni. Ma “il moderno invecchia, il vecchio torna di moda”, ammoniva con illuminato sarcasmo Leo Longanesi. Non sarà particolarmente lungimirante, eppure chi scrive non si rassegna all’ipotetica scomparsa del libro. Quell’oggetto rilegato, odorante, fisico. Quest’oggetto caldo e vivo pare destinato a soccombere in favore di una sterminata serie di “informazioni informatiche” che insieme fanno il testo. È successo con la musica e con la fu lettera, a beneficio dell’email. Il postino di Skarmeta oggi non incontrerebbe Pablo Neruda. E le sue metafore – quelle tanto “pericolose” secondo la madre della sua innamorata – non sarebbero fogli preziosi da nascondere nel reggiseno, accanto al cuore. Al massimo, un microchip.

Prendiamo Paolo e Francesca. Una passione fatale e travolgente, il destino in una frase. Oggi sarebbe così: “Galeotto fu l’eBook e chi lo scrisse”, onestamente fa tutto un altro effetto. Nostalgismo snob da due soldi, si dirà: i libri interattivi, con collegamenti ipertestuali – filmati e audio – sono la nuova frontiera dell’editoria. Ma “non è tutt’oro quel brilla”, avverte Tolkien. Ecco, “Il signore degli anelli” è una miniera per i produttori dei formati digitali. Perché è molto più di un romanzo, è un poema epico. Un mondo intero con popoli diversi e mappe da “taggare”. Ma il bello di un racconto è che mentre leggi immagini e immaginando entri in quell’universo. Che diventa tuo: i tuoi raminghi, i tuoi elfi. Se qualcuno disegna per te paesi, monti, fiumi o il volto di un personaggio qualcosa ti ruba:la fantasia. E non è un furto da poco.

Un’altra cosa che non si può fare con il libro digitale è regalarlo: o meglio si può, ma non si presenta un granché. Il libro è anche un gesto: spedire un file con le poesie di Montale decisamente è meno romantico che consegnare un pacco da scartare a un appuntamento. Come spiega Firmino, il topo “librofago” del romanzo di Sam Savage: “I buoni libri si divorano, lasciano il miele in bocca e un po’ d’amaro nelle viscere”. Cosa avrebbe potuto mangiare, il ratto solitario, per sfuggire alla fame? Megabyte? L’immagine del funerale di Carlo Fruttero – il più dolce e poetico addio cui abbia mai assistito – è una montagna di libri. Le figlie li hanno distribuiti attorno alla bara perché sono stati i compagni di viaggio d’una vita intera. Una catasta di immateriali file non avrebbe mai spiegato la lunga storia d’amore tra lo scrittore e i suoi libri.

Detto tutto questo, la rivoluzione digitale ha degli aspetti positivi. Il libro elettronico costa meno: ci sono pochi soldi e la cultura deve essere accessibile a tutti. Il carattere del testo si modula a piacimento, a seconda delle diottrie del lettore. Si può tenere una biblioteca intera nella borsa. È leggero: “Il Visconte di Bragelonne”, per esempio, è un tomo da mille e trecento pagine non proprio agevole da tenere in mano. L’eBook ha innegabili pregi. Ma leggere su uno schermo la scena in cui – ne “La Certosa di Parma” – il conte Mosca, potente ministro del Principe, istupidisce di gelosia come uno scolaretto, non dà lo stesso piacere. È un po ’ come abbracciare un manichino, fare una lampada invece che scaldarsi al sole, mangiare una pillola proteica al posto di un filetto. Val la pena esporsi al ridicolo d’una visione di retroguardia per le cose che si amano? Forse sì. Sperando in una lunga e pacifica convivenza tra pagine e schermo.

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Davvero non c’è rimedio contro la delocalizzazione delle imprese? A sentire la politica, sembra che non si possa evitare che le aziende traslochino in Polonia, Serbia, Brasile, dove la manodopera non costa praticamente nulla e le tasse pesano infinitamente meno sul prodotto e sul lavoro.

Agitando lo spettro dello spostamento della produzione, manager e grandi imprese (Fiat in testa) strappano concessioni sempre più importanti in tema di diritti dei lavoratori, disponendone un po’ come pare a loro. Pause tagliate, orari dilatati, straordinari obbligatori, divieti di sciopero, ostracismo nei confronti di lavoratori iscritti a certi sindacati e via di seguito. Attuando una vera e propria (e illegittima) limitazione nei diritti. E, probabilmente, attentando anche alla dignità e all’uguaglianza dei lavoratori.

Ma non tutto il mondo è paese. Barack Obama, recentemente, ha affrontato proprio questo problema. Ed è stato chiaro: le imprese che vogliono delocalizzare le loro sedi non potranno dedurre nemmeno un dollaro di tasse e nessuna compagnia americana potrà pagare le tasse solo nel paese in cui si sono spostati la produzione e i profitti (dovrà farlo anche negli USA). Molto semplice. E tutti i soldi risparmiati o guadagnati con queste operazioni andranno a finanziare le imprese che rimangono sul territorio americano o che vi fanno ritorno e a diminuire le tasse di chi resta negli USA e qui assume. Infine, la chicca: chi riporta negli Stati Uniti la produzione e lo fa in un distretto pesantemente colpito dalla crisi riceverà aiuti come finanziamenti per impianti e aggiornamento professionale per i nuovi assunti.

Misure simili sono già state assunte negli anni passati da singoli Stati, come Texas, Arizona e Colorado, con risultati sorprendenti: negli ultimi due anni decine di aziende hanno riportato la produzione  negli stati in cui sono stati varati incentivi e tagli fiscali (5,4 aziende alla settimana, secondo la stima di mercatus.org). Conseguentemente, si sono creati decine di migliaia di posti di lavoro.

Tutto questo dimostra che, volendo, i mezzi per impedire, o comunque scoraggiare, il trasferimento di sede delle imprese in altri Stati ci sono. Con questi metodi, si possono salvare migliaia di posti di lavoro, e quindi di vite. 

 

Sarah è solo una bambina, quando degli uomini burberi e sconosciuti bussano alla porta di casa e portano via lei e i suoi genitori. Prima di essere costretta a lasciare l’appartamento, la piccola fa nascondere il fratellino nell’armadio, chiudendolo con una chiave che, da quel momento, porterà sempre con sé. Senza spiegazioni, la famiglia viene portata al velodromo di Parigi dove, insieme a migliaia di altre persone, è costretta a vivere in condizioni disumane, solamente perché ebrea.

“La chiave di Sarah” fa luce su un episodio poco conosciuto, quello del Velodrome d’Hiver, dove nel luglio del 1942 migliaia di ebrei parigini furono rinchiusi dai collaborazionisti francesi, in attesa di essere deportati nei campi di concentramento. Il film intreccia la storia di Sarah, che farà di tutto per tornare a Parigi dal fratellino, con quella di Julia, giornalista dei giorni nostri che, scrivendo un articolo sulla tragedia del Velodromo e scoprendo che la famiglia del marito è proprietaria dell’appartamento che era stato della famiglia della bambina, si ritroverà a ricostruirne la storia.

La ricerca della verità e la sua accettazione tengono insieme le due vicende. Le protagoniste lottano per raggiungerla ed essa, una volta scoperta, cambierà per sempre le loro vite.

Sono appunto la conoscenza, la consapevolezza e il percorso per raggiungerle che costituiscono il nucleo del film. Prima di vederlo non conoscevo la storia del Velodrome, proprio come i due giovani colleghi di Julia. Quante storie, quante tragedie noi giovani (e non solo) non conosciamo, pur circondati da film, libri, eventi che ricordano la Shoah? Anche nell’era di internet e dell’informazione globalizzata ci sono vicende conosciute da pochi, ma che è fondamentale sapere.

Per questo dobbiamo approfittare della Giornata della Memoria non per fare della facile retorica, ma per guardare al passato ed analizzare tutti gli aspetti di un periodo tra i più bui della storia dell’uomo. E’ importante capire che tutti ebbero delle responsabilità, per quanto diverse, ed accettarle.

E’ giusto chiedersi come tragedie simili possano aver avuto luogo, ma è altrettanto importante domandarsi quali vicende non si conoscono. “La chiave di Sarah” è un film importante proprio per questo. Ci fa fare i conti con la verità, ci fa capire quanto ancora non sappiamo.

Come dice Julia alla fine del film, “quando una storia viene raccontata, non può essere dimenticata. Diventa qualcos’altro: il ricordo di chi eravamo, la speranza di ciò che possiamo diventare”.

Come si fa ad uscire dalla crisi? Secondo la Fiat non serve proporre modelli nuovi (nuovi davvero, non rivisitazioni dei precedenti), magari ecologici, magari all’avanguardia. Secondo Marchionne basta non assumere operai della CGIL.

La Fiat infatti sta spostando i lavoratori dalla fabbrica vecchia, che andrà chiusa, alla nuova, dove si produrrà la nuova Panda. E come si spostano gli operai? Gli si chiede di licenziarsi da Fiat e farsi assumere da una nuova società, la Fip. Ebbene nemmeno uno, neanche mezzo dei mille neoassunti è della CGIL (che rappresentava il 10 % circa degli operai della vecchia fabbrica).

Coincidenza? Mah, valutate voi. Forse lavorano meglio gli operai iscritti agli altri sindacati. O forse Marchionne non guarda alla competenza, ma assume in base ad altri criteri. Discriminatori e medievali.

Applausi.

In questo periodo di crisi, siamo tutti chiamati a fare sacrifici pesanti. Noi giovani universitari studiamo, aspettando con un misto di eccitazione e paura il momento della laurea, che segnerà sì il raggiungimento di un traguardo importante (e speriamo utile), ma anche il momento in cui dovremo confrontarci con un mercato del lavoro convulso che spesso premia amici e figli di, piuttosto che essere improntato al merito.

Davanti a tutto questo, ci piacerebbe essere affiancati da un settore pubblico che ci aiuti e ci spalleggi. Purtroppo però, spesso non è così. Anzi, ci ritroviamo a leggere notizie come quella apparsa su Corriere Economia di ieri, 23 gennaio. Nell’articolo in prima pagina Sergio Rizzo scrive, cifre e dati alla mano, che la Provincia di Trento e il comune di Riva del Garda, attraverso società da essi controllate, hanno speso circa 18 milioni di euro per acquistare e ristrutturare l’Hotel Lido Palace di Riva del Garda, per cui poi sono stati approvati altri 17 milioni di investimenti. Il tutto, quindi, con soldi pubblici, ovvero nostri. L’albergo è talmente lussuoso che una camera doppia costa 730 euro a notte e una junior suite 1959 euro.

Nel frattempo, i comuni trentini sono sempre più senza soldi e devono aumentare i costi di molti servizi o tagliare risorse in campi importanti per giovani e famiglie. Sono infatti in discussione presso il comune di Trento aumenti delle tariffe degli asili nido, rincari sui biglietti dell’autobus e riduzione degli orari di apertura della Biblioteca Centrale.

Ci sentiamo sempre ripetere che i giovani sono il futuro e che è necessario puntare sulle famiglie. Intanto i contributi vanno agli alberghi di lusso. Pare anche a voi che ci sia qualcosa che non quadra?

Anche se in colpevole ritardo, oggi pubblichiamo un articolo di Gian Antonio Stella, tratto dal Corriere della Sera del 13 gennaio 2012. Il pezzo fa un po’ di conti in tasca a noi trentini, o meglio ai nostri politici, che in molti casi guadagnano cifre spropositate. Addirittura il presidente della provincia di Bolzano guadagna più di Obama! Leggere per credere.

SE IL VICE DI DURNWALDER GUADAGNA PIU’ DI SARKOZY

Bravissimi, bravissimi, bravissimi. Pagato il pedaggio di riconoscere a trentini e altoatesini che le loro terre sono governate meglio di gran parte del resto d’Italia, si può sommessamente dire che non va bene che un assessore bolzanino guadagni di più che un ministro di Berlino?

Lo denuncia, col titolo «Fette Diäten» (Grasse indennità) il quotidiano sudtirolese Neue Südtiroler Tageszeitung , diretto da Arnold Tribus, liberale, radicale, amico di Alex Langer, malvisto dai separatisti almeno quanto è amato da chi auspica un Alto Adige europeo e serenamente bilingue. Meno male. Meno male perché non c’è occasione in cui chi tocca il tema dei costi della politica quassù, sollevando perplessità su certe storture che scatenerebbero l’iradiddio se avvenissero a Napoli, Palermo o Catanzaro, non venga investito dal lamento per l’onore offeso delle genti alpine. E come sui Nebrodi o in Aspromonte divampano i sospetti sul complotto nordista, qui dilagano i dubbi su una congiura anti-autonomista.

Esente dal sospetto di essere nemica dell’autonomia, che anzi difende accanitamente, la Tageszeitung si prende dunque la libertà di dire cose scomode. A partire da certi confronti. Non solo quello noto tra le buste-paga mensili di Luis Durnwalder (appena limata a 25.620 euro) e Barack Obama (23.083 al cambio di ieri), ma tanti altri. Che potrebbero consentire al giornale di rifare il titolo ironico di tre anni fa: «Poveri tedeschi!».Poveri davvero, sia quelli di Germania sia i cugini austriaci. Il giornale, sommando indennità, diarie e rimborsi forfettari, fa ad esempio un paragone tra gli introiti mensili reali (se poi ciascuno dà soldi al partito è un’altra faccenda, ma non può essere a carico dei cittadini) di rappresentanti istituzionali più o meno paralleli.

Bene, il presidente del parlamento del Libero Stato di Baviera, Barbara Stamm, guadagna ogni mese al lordo 14.841 euro. Quello del Bundestag a Berlino, Norbert Lammert, 16.504. Quella della Camera austriaca Barbara Prammer, 17.136. E quello del consiglio provinciale altoatesino Mauro Minniti 21.440. Più del doppio rispetto al pari-grado del Tirolo austriaco Herwig Van Staa, che di euro ne prende, dice la «NST», 8.902.
Ma sono tutti i paragoni del giornale tedesco a essere, diciamo così, curiosi. La vicepresidente dell’assemblea provinciale bolzanina Julia Unterberger, con 17.220 euro lorde, risulta avere ogni mese quasi seimila bigliettoni in più rispetto a Hillary Clinton, che come segretario di Stato americano guadagnerebbe, stando ai siti ufficiali, 136.204 euro l’anno, cioè 11.350 al mese.
Certo, Durnwalder ha ragione quando dice che lavora 17 ore al giorno (chi vuole controlli: alle sei di mattina è in ufficio) e che il suo stipendio è «un terzo di quello del direttore generale della Cassa di risparmio locale». La Bbc , l’anno scorso, fece la lista degli uomini più pagati del pianeta: David Tepper riceveva da Appaloosa Management un salario di 4 miliardi di dollari, George Soros dal Soros Fund 3,3, James Simons da Renaissance Technologies 2,5. E bene ha fatto Obama a sottolineare più volte che sono cifre offensive. Detto questo, però, lì parliamo di soldi «privati» (tra virgolette, ovvio: in caso di tracolli finanziari troppo spesso sono tirati poi in ballo i governi e con loro i cittadini) e qui di soldi «pubblici». E i confronti si fanno tra figure confrontabili.

Ed ecco che colpisce il distacco non solo tra il «lordo» mensile di Durnwalder rispetto al governatore del Tirolo Günther Platter, che con 13.353 euro prende poco più della metà del «cugino». Ma più ancora quello del presidente della giunta provinciale trentina Lorenzo Dellai (21 mila euro: erano 21.539) rispetto a quello del cancelliere Angela Merkel: 18.883. È demagogico chiedere se sia normale che Rosa Thaler, presidente dell’assemblea regionale trentina (organo ormai svuotato dal rafforzamento dei due consigli provinciali che lo compongono abbinandosi ogni tanto) abbia una busta paga di 21.300 euro, cioè maggiore di quella del cancelliere austriaco Werner Faymann? O che Hans Berger, il «vice» di Durnwalder, prenda 24.360 euro lordi al mese contro i 21.133 di Nicolas Sarkozy?
Quanto ai «soldati semplici», accusa il giornale tedesco di Bolzano, le differenze sono altrettanto nette: un «deputato» del land bavarese prende 6.881 euro lorde al mese, un consigliere tirolese a Innsbruck 4.748, un parlamentare al Bundestag di Berlino 8.252, uno alla Camera viennese 13.872. Sopra a tutti, un consigliere provinciale altoatesino se ne ritrova in busta paga 14.000. Se il segretario generale dell’Onu Ban Ki moon ne prende 13.823 c’è o no qualcosa che non va? O c’è chi pensa di cavarsela con la tesi che è Ban Ki moon a esser sottopagato?

Sono sottopagati i ministri germanici del governo Merkel e quelli austriaci del governo Faymann, che secondo la «NST» prendono rispettivamente 16.300 e 16.320 euro al mese o sono pagati troppo gli assessori altoatesini che di euro ne portano a casa mensilmente, ancora al lordo, 23.100? Torniamo a dirlo e ridirlo: qui non si contesta l’accordo internazionale che ha garantito giustamente all’Alto Adige e di sponda al Trentino una larga autonomia. E ci è facile riconoscere a chi ha governato quelle montagne, quelle valli, quelle città bellissime non solo di essersi fatto carico di mille competenze (strade, scuole, sanità, paesaggio…) altrove a carico dello Stato, ma di aver lavorato meglio di altri. La prova: Bolzano e Trento svettano sempre in cima a tutte le classifiche sulla qualità della vita.

Ma proprio per difendere quei risultati occorre che quelle autonomie virtuose si sgravino delle zavorre denunciate anche da giornali non certo centralisti come il Corriere del Trentino di Enrico Franco o l’Adige di Pierangelo Giovanetti. Che dopo aver espresso dubbi su certe prebende trentine (17.949 euro agli assessori, 9.432 al sindaco del capoluogo, 8.847 a quello di Rovereto, 7.461 a quello di Comuni come Riva del Garda: proporzionalmente 66 volte più di quello di Milano) hanno messo sotto accusa l’accumulo sbalorditivo di enti locali. Che qui sono cinque: Regione, Provincia, Comuni, Comunità di Valle e Circoscrizioni. E tutte distribuiscono soldi. Basti dire che le 16 «comunità» danno ai membri degli esecutivi almeno 867 euro, ai vicepresidenti almeno 1.060, ai presidenti da 2.891 a 3.533. Quanto alle circoscrizioni, che sono 12 a Trento e 7 a Rovereto nonostante siano state abolite in tutt’Italia sotto i 250.000 abitanti, i soli presidenti costano 360.000 euro l’anno. L’Adige ha fatto i conti: la spesa totale per le indennità dei 5 organismi è di 50.468.000 euro l’anno. Pari a 95,3 euro per abitante. Tutti «costi indispensabili della democrazia»?

Un interessante e lucido articolo di Michele Ainis, che commenta la bocciatura del referendum sulla legge elettorale effettuata ieri dalla Corte Costituzionale.

di Michele Ainis, dal Corriere della Sera, 13 gennaio 2012


Nessun miracolo, Lazzaro non è resuscitato; sicché rimane in vita il Lazzarone. Ossia la nostra pessima legge elettorale, che i referendari avrebbero voluto cancellare riesumando il Mattarellum. Reviviscenza, è questo il nome in codice del marchingegno giuridico sottoposto alla Consulta. Ma la giurisprudenza costituzionale ha sempre escluso le resurrezioni (sentenze n. 40 del 1997, 31 del 2000, 24 del 2011); anche perché altrimenti, se un referendum sancisse l’abrogazione dell’ergastolo, otterrebbe il paradossale effetto di ripristinare la pena capitale. E in secondo luogo la Consulta, fin dalla sentenza n. 29 del 1987, ha sempre acceso il rosso del semaforo contro i referendum totalmente abrogativi d’una legge elettorale: in caso contrario ogni legislatura durerebbe un secolo, se il Parlamento non colmasse la lacuna.

(nella foto, il Palazzo della Consulta)

Insomma l’inammissibilità di questo referendum (diagnosticata da chi scrive lo scorso 16 settembre, sul Corriere) era un po’ a rime obbligate. Chissà come abbia poi preso corpo l’opposta sensazione, misteri della fede. E tuttavia, nonostante la legittima amarezza di quanti avrebbero voluto disfarsi del Porcellum, il rispetto dei propri precedenti da parte delle Corti rimane un valore irrinunziabile. Perché restituisce certezza al nostro orizzonte collettivo, e perché la certezza — diceva Lopez de Oñate, un giovane filosofo cui la sorte non concesse d’invecchiare — rappresenta la specifica eticità del diritto.

Sennonché questo no incondizionato al referendum non era senza alternative, altrimenti i giudici costituzionali non ci avrebbero messo due giorni per decidere. E fra i precedenti che la Consulta ha via via collezionato c’è pur sempre la sentenza n. 16 del 2008, dove si leva l’indice contro gli «aspetti problematici» della (ahimè) vigente legge elettorale. Come coniugare dunque la certezza e la giustizia? Rifiutando il referendum, ma al contempo impugnando l‘incostituzionalità della legge timbrata dall’ex ministro Calderoli. Se la Consulta avesse imboccato questa strada, i partiti avrebbero avuto qualche mese per licenziarne la riforma; in caso contrario sarebbe scattata la mannaia. Tuttavia la nostra Corte non l’ha fatto, probabilmente le è mancato qualche grammo di coraggio. E il coraggio — mormorava don Abbondio — chi non ce l’ha, non se lo può dare.

Che cosa resta allora di questo referendum? Restano un milione e 200 mila firme raccolte in un battito di ciglia, a testimoniare l’odio popolare verso una legge che sancisce il divorzio dei rappresentanti dai rappresentati. Resta l’esigenza di non frustrare più in futuro gli sforzi del comitato promotore, magari anticipando il verdetto della Corte costituzionale al giorno precedente la raccolta delle firme, anziché al giorno successivo. O meglio ancora facendo spazio nelle nostre istituzioni al referendum propositivo, accanto a quello abrogativo: e allora sì, la reviviscenza non sarebbe più vietata. Infine resta la domanda di coinvolgere gli elettori nelle faccende che riguardano gli eletti, a partire dal modo con cui vengono eletti.

E c’è poi, alla fine della giostra, un imperativo categorico che si rivolge alla giostra dei partiti. Cambiate questa legge elettorale, risparmiateci lo strazio del terzo Parlamento nominato anziché eletto. Spazzate via le liste bloccate, e già che ci siete anche questo premio di maggioranza senza soglia minima, un espediente che non aveva osato neppure Mussolini. Rimpiazzatela con un maggioritario puro, con un proporzionale distillato, o se vi pare con un maggiorzionale. Ma fatelo, non foss’altro che per dare senso al vostro ruolo in Parlamento, mentre il governo Monti tira avanti da solo la baracca. Dopotutto l’ozio è il padre dei vizi.