Il referendum per eliminare le comunità di valle è ancora in corso, ma si può parlare di una debacle. Alcuni dati parlano di un’affluenza intorno all’8% (aggiornamento: i dati del 30 aprile indicano un’affluenza del 27,7%) . Una percentuale ridicola ed indegna, che rappresenta una sconfitta per la democrazia.

A questo punto, qualche considerazione. Ci sta tutto: che il giorno del voto sia stato stabilito proprio il 29 aprile, nel mezzo di un bel ponte col 1° maggio (e la data è stata ovviamente scelta apposta da Dellai); che ci sia stata poca informazione; che il referendum sia stato poco pubblicizzato; che molti esponenti politici abbiano invitato all’astensione (comportamento indegno per dei rappresentanti istituzionali).

Ma, tenuto conto di tutte queste cose, sta anche a noi cittadini svegliarci, darci una mossa e capire che se ci invitano a non votare non è per il nostro bene, ma perchè non vogliono che la gente capisca e si occupi lei stessa della cosa pubblica. Ed ancora più grave è il disinteresse, che dimostra un atteggiamento passivo e controproducente: se infatti non dimostriamo che nei momenti (rari) di democrazia diretta siamo capaci di far sentire la nostra voce ed eliminare le porcherie che ci propina una classe dirigente ridicola e clientelare, la nostra forza democratica ne uscirà indebolita, e la gente perderà fiducia anche nel referendum e nelle iniziative popolari di altra natura. Ovvero nelle uniche occasioni rimaste per decidere davvero.

Insomma siamo noi a doverci muovere. E’ troppo comodo lamentarsi e non partecipare.

commenti
  1. Lorenzo scrive:

    Poca informazione sul referendum? Ma se sul sito de l’Adige ci sono migliaia di commenti ad articoli riguardanti il referendum e tutti quegli articoli sono passati dal giornale cartaceo. L’informazione sul voto c’è stata e come, e la scusa di questo flop non è nemmeno la data scelta. Le comunità di valle vanno nella giusta direzione, è assolutamente necessario razionalizzare il numero dei comuni perchè non è possibile che la valle di Non abbia 38 (trentotto) comuni tutti che svolgono le medesime funzioni. Il risparmio sui costi della burocrazia e della politica si avrà con l’accorpamento dei comuni e non con l’abolizione delle Comunità di Valle.

    • lalbatro scrive:

      Caro Lorenzo: la maggior parte delle persone non sono andate a votare perché non lo sapevano o ne avevano sentito parlare davvero poco. Tra questi ci sono soprattutto anziani.

      La riduzione del numero dei Comuni è giustissima, e sono d’accordo che il numero riguardante la Val di Non sia emblematico di questa situazione. Ma penso che sia troppo comodo rilanciare l’accorpamento dei Comuni dopo che le Comunità sono state messe in discussione, e oggi abbiamo visto che non sono state abolite. Gli accorpamenti si sarebbero dovuti forse fare assieme all’istituzione delle Comunità di Valle: una vera ridistribuzione di poteri, risparmio sui costi e sulla burocrazia dei nostri attuali 223 Comuni, che avrebbero ampliato la propria competenza. Chissà, magari avremmo potuto anche fare a meno delle Comunità, creando delle grandi aree comunali.

      Sembra però che attribuisci il fallimento del referendum all’informazione che dici esserci stata e che quindi il mantenimento delle istituzioni Comunità di Valle sia supportato dalla popolazione. Si sono astenuti in modo da salvaguardare le Comunità?

      Non penso che sia giusto far cadere così un referendum. Sostieni un’idea? Bene, vai fino in fondo: spingi le persone a votare NO, non abolitele, cari cittadini. Penso che sia un ignorante politico e civico colui che bolla un referendum come “spreco di denaro” (solo perché è stato proposto da un partito che non appoggia?).
      Io credo invece che sia uno spreco di denaro non andare a votare, che sia un danno alla nostra comunità e al nostro collante che dovrebbe chiamarsi ancora “democrazia”. Che cittadino è una persona che si astiene dal voto? Legittimo farlo, e sono d’accordo che questa sia stata (e sia, a quanto pare) un’arma per far cadere una questione referendaria.

      C’è un po’ di squilibrio però, non trovi?
      Si può respingere un referendum votando no o astenendosi. Lo si può far passare soltanto con il sì. In un certo senso non è “equo”, nel senso che in una democrazia (il popolo sovrano, ricordi?) si possono ma soprattutto si devono esprimere idee, e tutti devono avere a portata gli strumenti per capire e formarsi un’idea.

      Tutti questi direttivi di partito in Trentino che decidono di non sbilanciarsi, o di dare una posizione poco “pubblicizzata” mi chiedo quindi a cosa servano: sei un partito? ti occupi di cose pubbliche? porti avanti degli ideali e dei valori? Bene, il referendum è la cosa più vicina di tutte ai cittadini, e tu non esprimi e sostieni delle idee? Non è proprio un comportamento coerente.

  2. aristofane444 scrive:

    Completamente d’accordo sulla necessità di razionalizzare il numero dei comuni (come avevamo già scritto). Ma creando le comunità di valle non si diminuisce il numero dei comuni, ma si aggiunge un ulteriore livello di governo, assemblee simil-elettive, presidenti, consigli, giunte (tutti pagati, ovviamente, da noi), che costano il doppio dei comprensori. Inoltre, per una popolazione di 517 mila persone e un territorio tutto sommato ridotto, credo che avere circoscrizioni, comuni, comunità, province, regione sia un’assurdità.
    Per quanto riguarda l’informazione, tutti abbiamo potuto vedere le istituzioni invitare all’astensione, atteggiamento scandaloso e poco rispettoso degli istituti di democrazia diretta. Quando invece fa comodo, le stesse istituzioni si appellano all’importanza del voto. E la coerenza?
    Infine, gli articoli sui giornali sono stati a mio parere insufficienti, e la tattica dei sostenitori delle comunità è stata di invitare a non votare, basandosi sul fatto che il referendum era stato proposto dalla Lega e sulla suo presunto carattere pretestuoso. Nessuno ha spiegato chiaramente ai cittadini perchè le comunità sono importanti, quali saranno le loro funzioni e il loro ruolo. Anzichè misurarsi sulla validità dell’istituzione attraverso il voto, si è preferito assecondare la pigrizia e il disinteresse degli elettori. Bel modo di fare democrazia.

  3. Lorenzo scrive:

    Primo punto:
    Sono perfettamente d’accordo su ciò che dite riguardo al senso civico del voto e del dovere di recarsi al voto anche se contrari al quesito referendario; altrettanto sul comportamento poco corretto dei partiti di maggioranza ma si sa che ognuno tira acqua al proprio mulino e poi ognuno è libero di fare la politica che vuole. In questo momento è inutile filosofeggiare troppo perchè ciò che ci vuole è solo ed unicamente la concretezza dei fatti.
    Secondo punto:
    Le regole referendarie potrebbero essere riviste ma la cosa più importante è che siano chiare ed univoche già in partenza. Ottima la partecipazione popolare ma non si può fare un referendum al mese perchè renderebbe il Paese ingovernabile.
    Terzo punto:
    L’informazione sulla presenza del referendum di ieri c’è sicuramente stata da parte dei giornali locali perchè basta digitare “Referendum Comunità” sul sito de L’Adige e compaiono 285 risultati e sono tutti articoli passati dal giornale cartaceo.
    Quarto punto: comunità di valle.
    Prima domanda: come vedreste un comune unico Arco-Riva-Torbole?
    Il trentino non può più permettersi 217 comuni, di cui credo almeno cento sotto i mille abitanti, contro i 116 dell’Alto Adige. Il trentino valligiano è totalmente diverso dalla nostra Busa, è fatto di tanti paesi diversi tra loro e assolutamente campanilistici che molto probabilmente non accetteranno di vedersi sfilare sotto il naso il loro comune. Tuttavia credo che ciò sarebbe possibile proprio nell’ambito delle Comunità di Valle, il che renderebbe la PAT meno accentratrice, che poi è la richiesta di chi ci abita in quelle valli.
    In questo momento effettivamente le comunità di valle sembrano solo un parcheggio di politici trombati ma il tutto va visto in previsione futura, il passaggio di competenze e di personale deve ancora esserci ma sono sicuro che si realizzerà perchè è ciò che vogliono i governanti provinciali. Non si possono cancellare le competenze di un comune da un giorno all’altro.
    Il risparmio in termini di denaro ci sarà ma non si può ancora vedere. Un esempio potrebbe essere quello che si sta realizzando in questi mesi con la mobilità altogardesana. Perchè il comune di Arco ha appena realizzato il piano urbano della mobilità e quello di Riva lo farà l’anno prossimo? Questa non potrebbe essere una competenza affidata unicamente alla comunità di Valle e non ai due comuni visto che le strade che separano Arco e Riva sono le stesse e i problemi viabilistici di un comune si riflettono su quello dell’altro? La non realizzazione del tunnel Loppio-Busa è dovuta al fatto che i comuni di Arco Riva e Torbole hanno sempre trovato intese di facciata ma mai concrete e reali e ovviamente la provincia si è stufata di aspettare e i soldi sono stati trasferiti ad altre opere.

    • aristofane444 scrive:

      Primo punto:
      i partiti sono una realtà, le istituzioni un’altra. I partiti possono,pur rischiando la credibilità pari a zero che ora si ritrovano ad avere, tirare l’acqua al loro mulini, come dici tu. Le Istituzioni no. Devono essere super partes e rispettare la Costituzione. Festeggiare il 25 aprile e poi esortare all’astensione è una contraddizione in termini. Come si può avere fiducia in chi difende il proprio operato partitico chiedendo ai cittadini di non votare?
      Secondo punto:
      le regole referendarie sono perfettibili, soprattutto per quel che riguarda il quorum. Ma sulla frequenza dei referendum dobbiamo intenderci: in Svizzera si tengono molto spesso referendum, su temi diversi. E i cittadini partecipano con convinzione. Da noi il referendum (la cui legge istitutiva è stata approvata assai tardi dal Parlamento, rispetto al dettato costituzionale) è malvisto dai legislatori di ogni livello, perchè sottrae potere alle assemblee legislative. I cittadini moltiplicano le richiesta referendarie in momenti topici della vita istituzionale, per sopperire all’inerzia dei partiti. E l’inerzia dei partiti è, converrai, del tutto evidente.
      Terzo punto:
      credi davvero che gran parte degli elettori leggano i quotidiani, ancorchè locali? La crisi economica ha eroso la possibilità di acquistare i giornali cartacei (che comunque erano letti da minoranze esigue) e l’accesso a quelli online è prerogativa di una cerchia ristretta. La pubblicità vera si deve fare attraverso i media a impatto più diretto: radio e TV. Io ho visto pochissimi spazi dedicati al confronto. Riservati a leader di partiti desiderosi solo di perdere la faccia il meno possibile, compiacendo il potentato locale e gli elettori. Uno spettacolo indecoroso.
      Quarto punto:
      Le Comunità sono state approvate con una legge del 2006 (in odore di incostituzionalità: ci furono rilievi in tal senso da parte dei tecnici del Ministero dell’Interno, rintuzzati prontamente da un “gigante ” della politica italiana: il campione del debito pubblico craxiano, Giuliano Amato, allora ministro del governo Prodi).
      Sono state poi istituite de facto nel 2010. Da allora stiamo spendendo denaro pubblico senza che i grandiosi risultati di risparmio di spesa e di accorpamento di funzioni siano stati raggiunti. I Comuni sono enti autonomi previsti dalla Costituzione, che ne ha accentuato l’importanza in applicazione del principio di sussidiarietà, modificando l’art.114 Cost. in seguito alla riforma del TitoloV, nel 2001. I Comuni, enti autonomi e sovrani, devono essere spinti ad unirsi per l’efficienza e l’economicità dei servizi. Magari usando la leva contributiva che spetta alla Provincia. Per farla breve, la Provincia avrebbe potuto dire ai Comuni: “accorpatevi, e avrete maggiori quote di trasferimento di risorse economiche”. La leva del finanziamento è un forte incentivo, soprattutto in momenti come questi. Invece Lorenzo Dellai ha promesso di trasferire parte del gettito IVA alle Comunità, violando il patto con i Comuni, privandoli della sovranità e dell’autonomia che la Costituzione prevede per questi enti territoriali originari. Che devono, certo, spendere meno ed arrivare a fusioni per gestire servizi consorziati, ma che devono continuare ad avere voce in capitolo sul loro territorio. Nel rispetto della Costituzione.
      La Provincia amministrerà le Comunità attraverso i clientes piazzati nei posti di comando, e quindi non solo non perderà funzioni, ma le accrescerà, a danno dei Comuni e delle amministrazioni comunali non allineate.
      Dando poi un’occhiata a questo decreto http://www.regione.taa.it/GIUNTA/bu/2006/parteprimaseconda/bupdf/S2260601.pdf ti accorgerai, consultando l’articolo 6 in combinato disposto con la tabella N, che le Comunità costano il doppio dei Comprensori. E sono di più.
      Infine, due considerazioni.
      1. I servizi di cui parli si possono gestire tramite consorzi e unioni di Comuni, già esistenti e funzionanti.
      2. L’Italia è composta da Regioni molto più grandi della nostra, che funzionano senza Comunità di Valle. E noi, tra i più piccoli e meno numerosi, ne abbiamo bisogno? Suvvia.

      Questi sono fatti, dati, realtà. I risparmi di spesa sono promesse. Potrei credere alla bontà delle argomentazioni dei sostenitori delle Comunità solo se gli organi delle stesse accettassero di azzerare ogni compenso. Ma così non è. Quando il Governo deciderà davvero i tagli di spesa promessi, ci accorgeremo che dovremo accettarli anche noi, secondo quanto previsto dagli artt. 4 e 8 dello Statuto di Autonomia. E allora vedremo che cosa resterà del sacro fuoco partecipativo dei componenti delle Comunità e delle promesse da marinaio delle nostre istituzioni locali. Troppo partigiane e troppo poco democratiche.

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