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Messi peggio

Pubblicato: 27/05/2013 da Martino Ferrari in Aristofane, Politica
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Quasi una persona su due non è andata a votare a queste amministrative. Mi dispiace? Molto. Posso biasimare chi non è andato alle urne? No,anche se sono un convinto sostenitore della necessità del voto,sempre.
Ma penso che mai, come in questi mesi, ci siamo sentiti presi in giro, raggirati, truffati. L’elezione di Napolitano, l’inciucio, la spartizione di ministeri e commissioni, le discussioni sull’IMU e sulla giustizia.
A febbraio eravamo messi male. Ora siamo messi peggio.

tumblr_m6njeipiEF1qevk0no1_500Quando si parla di diritti civili, sento spesso dire che “non sono una priorità”. La politica si occupa di altro, è troppo impegnata a discutere di legge elettorale, riforme della giustizia, Imu. Tutte cose importanti, per carità, ma forse per recuperare credibilità il mondo politico dovrebbe guardare ai bisogni primari delle persone. Che sono il lavoro e la garanzia di un reddito, certo. Ma anche la possibilità di amare chi si preferisce e vedersi riconosciuti i relativi diritti, formare una famiglia potendo adottare dei figli anche se si è omosessuali o utilizzando le tecniche scientifiche se non si riesce a farlo naturalmente, poter essere considerati cittadini come gli altri anche se si è nati in un paese diverso (senza dover passare le forche caudine di una burocrazia che è la negazione della democrazia).

E’ di questi giorni il dibattito sullo ius soli. Pur essendo contrario alla semplice affermazione che “chi nasce in Italia è italiano”, trovo vergognoso il sistema attuale. Ho molti amici stranieri, i cui genitori lavorano da anni in Italia e pagano regolarmente le tasse, che da anni aspettano la cittadinanza. Non possono votare, non possono sentirsi uguali agli altri. Ed è lo Stato che glielo impedisce.

Non si sentono uguali a tutti gli altri nemmeno quelle persone che, in quanto omosessuali, non si vedono riconoscere l’unione con la persona che amano nè la possibilità di creare una famiglia, fondamento e cellula della comunità.

Che passi avanti può fare uno paese che non fa sentire i suoi abitanti tutti uguali?  Come si può parlare di crescita e sviluppo se non cominciamo a riconoscere i diritti fondamentali di tutti? Sono convinto che i diritti civili, contrariamente a quanto sento ripetere, siano eccome la priorità. Sono le fondamenta su cui ricostruire tutto. Solo uno Stato che riconosce l’uguaglianza di tutti i suoi cittadini può davvero ripartire. Le persone si sentiranno riconosciute in quanto tali, di nuovo parte di un gruppo, membri di una comunità. In una parola, rispettate.

E forse, almeno per una volta, avremo fatto un passo decisivo verso quell’uguaglianza sostanziale che l’articolo 3 della nostra Costituzione delinea così bene.

Why can’t we see that when we bleed, we bleed the same?” (Muse – Map of the Problematique)

Un respiro profondo

Pubblicato: 09/09/2012 da Martino Ferrari in Aristofane, Pensieri

“Dal raccontare al passato, e dal presente che mi prendeva la mano nei tratti concitati, ecco, o futuro, sono salita in sella al tuo cavallo. Quali nuovi stendardi mi levi incontro dai pennoni delle torri di città non ancora fondate? quali fumi di devastazioni dai castelli e dai giardini che amavo? quali impreviste età dell’oro prepari, tu malpadroneggiato, tu foriero di tesori pagati a caro prezzo, tu mio regno da conquistare, futuro…”

Futuro. Solo una parola, che Calvino, con la sua maestria, nel finale de Il cavaliere inesistente riempie di mille aspettative. Ma per tutti il futuro è un’incognita, un paesaggio che riappare all’improvviso illuminato dalla luce del sole dopo una giornata di pioggia. E il paesaggio che ci troviamo davanti non è quasi mai come ce lo aspettiamo, e poche volte come lo vogliamo. Passiamo gran parte della nostra vita ad adoperarci o a disinteressarci del nostro avvenire, pianificando o aspettando, costruendo o rimandando. Desiderando.

Ci sono momenti, piccoli attimi nel complesso della vita, che sono punti di svolta. Dopo uno di essi, la strada non sarà più la stessa, e un possibile futuro, magari quello che stavamo progettando, scomparirà. E non si può fare nulla, solamente accettarlo e iniziare a percorrere la nuova via. A volte siamo costretti ad allontanarci da qualcosa che amiamo, per imparare ad avere con esso un rapporto nuovo, mentre ci costruiamo un’alternativa, una nuova personalità che sappia affrontare la paura della solitudine e le insicurezze dell’incertezza. Il dolore della nostalgia.

Forse, dovendo cambiare, si aprono nuove strade. Magari si scoprono nuovi aspetti del mondo o di se stessi, prima sconosciuti o sopiti. Oppure no. L’unica possibilità è fare un respiro profondo e andare avanti. Da qualche parte si arriverà.

Le urne sono chiuse da ore, l’affluenza è in calo del 7% circa, si attesta intorno al 67% rispetto al 73,75% delle ultime elezioni. E’ un dato grave, su cui tutta la politica dovrebbe riflettere. Ma dubito che lo farà.

Queste elezioni sono il francobollo sulla lettera di licenziamento che i cittadini inviano alla classe dirigente attuale. Il PdL ne esce distrutto, il PD ottiene percentuali basse e vince solamente grazie alla pochezza degli avversari, il terzo polo non è pervenuto. Un vero disastro per i partiti tradizionali, travolti dalla loro pochezza e incapacità.

Un manipolo di ragazzi, senza esperienza politiche alle spalle, senza partiti a sponsorizzarli e privi delle vagonate di soldi che foraggiano le campagne elettorali dei soliti noti, hanno ottenuto percentuali incredibili. In alcune città, come Parma, addirittura si apprestano ad andare al ballottaggio e a giocarsi la carica di sindaco. Il Movimento 5 Stelle è il grande vincitore di questa tornata elettorale.

Sarebbe riduttivo affermare che i voti ricevuti sono di protesta. Sicuramente una parte di questi rappresenta un voto anti-casta, ma i candidati del Movimento hanno ottenuto consenso perchè rappresentano una novità e promettono di spezzare la morsa dei partiti sulla società. Di provarci almeno. Inoltre, si presentano con programmi chiari, ricchi di contenuti (al contrario di chi sostiene la balla dell’antipolitica distruttiva), e non accettano compromessi. Insomma, una rara avis nel panorama politico odierno.

Personalmente, sono contento. Spero che qualche candidato del Movimento 5 Stelle diventi sindaco, perchè è il momento di vagliare le capacità di governo di questi ragazzi. Anche se molti siedono già in consigli regionali e comunali, un posto di maggior peso permetterebbe loro di confrontarsi con responsabilità maggiori. In vista, chi lo sa, del grande salto alle politiche del 2013. In bocca al lupo. Spero che riescano a svolgere bene i loro compiti. In caso contrario, dovremmo digerire l’ennesima delusione.

(L’articolo non cita i dati dei risultati elettorali in quanto lo spoglio è ancora in corso e le percentuali dei candidati continuano a mutare)

Un velo di polvere

Pubblicato: 03/05/2012 da Martino Ferrari in Aristofane, Pensieri, Società

Accade, certe volte, che penso di essere troppo pessimista. In fondo non è tutto nero, la speranza c’è, le possibilità che le cose migliorino, pure. E lo so che è così. Lo so. O almeno ci credo.

Ma poi sento del signore che ha preso in ostaggio alcune persone oggi, in una sede dell’Agenzia delle Entrate di Romano di Lombardia. Che urlava di essere in difficoltà economiche e di volersi togliere la vita. Che voleva parlare con la stampa. Per fortuna è andata a finire bene.

Ma a che livello di disperazione bisogna arrivare per compiere un gesto così? Probabilmente non si riesce più a scorgere nulla di buono nella propria vita, ci si sente strangolati, terrorizzati, piegati. Non lo so, non credo si possa immaginare. Forse questi comportamenti sono gli unici che permettono a una popolazione stremata e disperata di farsi sentire. O forse sono io che sono troppo pessimista.

Non lo so. Ma so che, tra un paio di giorni, quel signore e la sua storia saranno dimenticati. La sua tragedia sarà coperta da un velo di polvere e tornerà nel buio.

Ancora una volta, visto l’immobilismo e il menefreghismo della politica, tocca a noi cittadini muoverci. E questa volta il bersaglio è costituito dai costi della politica. Non solo la politica nazionale, ma anche quella locale è sorda alle richieste dei cittadini che, costretti a grandi sacrifici, pretendono la riduzione delle spese per la politica.

Proprio per questo è nato il Comitato Referendario Trentino Alto-Adige (CoRe), che sta raccogliendo le firme per indire un referendum che abroghi la legge regionale 26 febbraio 1995, n°2, ovvero quella che istituisce l’indennità e la diaria dei consiglieri provinciali (che sono anche consiglieri regionali) del Trentino Alto-Adige,. Vediamo di spiegare meglio.

La busta paga di un consigliere provinciale è composta da varie voci: indennità (tra i 5500 e i 6000 euro netti), diaria (circa 3000-3200 euro non tassati, tra le più alte d’Italia, l’80% di quella dei parlamentari), indennità di missione, rimborsi spese, gettoni di presenza (tra 1500 e 5000 euro), locali e personale messi a disposizione dalla provincia, contributi dal consiglio provinciale e regionale (900 da uno e 900 dall’altro al mese). In più, ci sono i contributi differiti, una somma mensile che in parte va formare il vitalizio (pensione) e in parte confluisce nell’indennità di fine mandato (una specie di TFR). Insomma, i consiglieri ci costano uno sproposito. E sono pure tantissimi, in regione: 70, uno solo in meno del Lazio e più che in Puglia.

Il referendum consta di due quesiti: uno chiede di abolire l’indennità e la diaria; l’altro solo la diaria. E’ importante firmare per entrambi, nel caso uno dei due non venisse ammesso. Le firme necessarie sono 15 mila (tantissime), ma se tutti ci diamo da fare, possiamo farcela! Si può firmare fino all’inizio di giugno in tutti i comuni del Trentino e dell’Alto-Adige e nei fine settimana ai gazebo a Trento, nel pomeriggio.

Per tutte le informazioni, in ogni caso, visitate il sito Coretrentino.org,, dove troverete aggiornamenti sui gazebo anche in giro per la regione, iniziative, incontri, contatti. Diamoci da fare, firmare non ci costa nulla, mantenere a queste cifre i consiglieri invece ci costa moltissimo!

“L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro”. La nostra Costituzione lo dichiara nel modo più semplice e solenne all’art.1: il lavoro rappresenta il fondamento del nostro paese. Sul lavoro si regge tutta la costruzione del nostro Stato, composto di tanti individui e tante famiglie, che per vivere o sopravvivere  ne hanno bisogno.

Si parla di spread, di debito pubblico, ci si preoccupa ed occupa sempre di conti, mercato e PIL. Ma il vero capitale di un paese è il lavoro. E’ quello che va sostenuto, tutelato, salvaguardato. Uno Stato che non lo valorizzi sufficientemente non è uno Stato. Ed occuparsene non significa dare sempre ragione ai sindacati, ma fare in modo che si lavori per vivere, non che si viva per lavorare. L’art. 36 della Costituzione afferma infatti che ogni lavoratore “ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sè e alla sua famiglia un’esistenza libera e dignitosa“.

A dispetto della carta costituzionale, gli stipendi italiani sono tra i più bassi d’Europa, e il lavoro non è un mezzo per realizzarsi, per inserirsi nella società e crearsi un futuro. In un numero crescente di casi, al contrario, lavorare significa essere privati di alcuni diritti, soffocati dall’ansia di crescita e di consumo. Ancora oggi, lavorare può significare morire: l’anno scorso i morti sul lavoro sono stati 1100.

Le politiche dei governi dovrebbero evitare che puntare a creare nuova occupazione e a ridimensionare l’eccessiva imposizione fiscale sul lavoro. Ma purtroppo, nessuno degli ultimi esecutivi si è impegnato seriamente su questo fronte, e il governo Monti sta facendo come gli altri.

Forse non ci pensiamo abbastanza spesso, ma chi non ha lavoro o lo perde si riduce ad un guscio vuoto, che non sa che fare della sua vita e si sente disperato. Lo sanno bene gli imprenditori, che sono costretti a chiudere e a lasciare per strada i propri dipendenti. Lo sanno i lavoratori stessi, che si vedono mancare lo stipendio e non sanno più come andare avanti. E sempre più spesso, l’unica risposta che sia gli uni che gli altri riescono a trovare a questa situazione è il suicidio.

Un tempo datore di lavoro e lavoratore avevano in comune il desiderio di fare bene, di lavorare insieme per il proprio benessere. Quello che oggi, spesso, unisce lavoratori e datori di lavoro è invece altro: un gesto estremo per non vedere più la sofferenza della propria famiglia e fuggire dall’incubo in cui si è trasformata la loro vita.

Davanti a tutto questo, non vedo motivi per festeggiare. Buon 1° maggio a tutti.