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Un mese fa, il 13 aprile, è uscito il film di Daniele Vicari “Diaz – don’t clean up this blood” (il link vi porta alla scheda su MyMovies), che riguarda gli avvenimenti della scuola elementare Diaz nella notte compresa tra il 21 e il 22 luglio 2001, durante il G8 tenutosi a Genova. Una breve sinossi:

“Luca è un giornalista della Gazzetta di Bologna (giornale di centro destra) che il 20 luglio 2001 decide di andare a vedere di persona cosa sta accadendo a Genova dove, in seguito agli scontri per il G8, un ragazzo, Carlo Guliani, è stato ucciso. Alma è un’anarchica tedesca che ha partecipato agli scontri e ora, insieme a Marco (organizzatore del Social Forum) è alla ricerca dei dispersi. Nick è un manager francese giunto a Genova per seguire il seminario dell’economista Susan George. Anselmo è un anziano militante della CGIL che ha preso parte al corteo pacifico contro il G8. Bea e Ralf sono di passaggio ma cercano un luogo presso cui dormire prima di ripartire. Max è vicequestore aggiunto e, nel corso della giornata, ha già preso la decisione di non partecipare a una carica al fine di evitare una strage di pacifici manifestanti. Tutti costoro e molti altri si troveranno la notte del 21 luglio all’interno della scuola Diaz dove la polizia scatenerà l’inferno.”

La nostra bravissima Whatsername ha fatto un bel lavoro producendo un articolo che vi proponiamo in tre parti, arricchite di link e video.

La memoria e la sete di chiarezza: ci dimentichiamo troppo presto di cosa ci è accaduto ieri, per cui speriamo che lavori come questi siano utili, vi siano utili per capire e per non dimenticare.

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SCUOLA ELEMENTARE DIAZ: IL SANGUE INDELEBILE – PARTE I

Il 13 aprile è uscito nelle sale italiane “Diaz – don’t clean up this blood” di Daniele Vicari.

Chi si è seduto su una comoda poltrona del cinema sotto casa, sa come sono andate le cose in quel di Genova, in pieno G8.

Chi, invece, si chiede cosa sia il G8, cosa sia successo alla Diaz, perché è un evento che ha fatto tanto scalpore e perché qualcuno si è preso la briga di farci un film, ecco una piccola pillola storico-giudiziaria. (altro…)

Abbiamo per voi oggi una sorta di “seconda puntata” riguardo a M.A.C.AO., raccontataci ancora dalla nostra Whatsername, che a M.A.C.A.O. c’è stata e continua ad esserci.

Buona lettura!

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M.A.C.A.O., good riddance

Sembra passata un’eternità da quando, sabato scorso, mi recai alla Torre Galfa. Un subbuglio di vibrazioni positive.

Martedì 15 maggio la Digos e i carabinieri in tenuta antisommossa sono entrati nella Torre, ordinando agli occupanti di uscire e sgomberare tutti i piani.

I lavoratori dell’arte e della cultura non hanno fatto resistenza: alle 7 del mattino, più o meno, si sono dati da fare per portare tutto fuori.

Gira voce che, però, i “macachi” sapessero dello sgombero. Questa voce dice anche che qualcuno abbia scritto (non si sa se su Facebook o se Twitter) ai ragazzi di «non dormire» quella sera. Questo fa riflettere, ma ognuno sa che se avessero cominciato a barricarsi dentro, magari con altra gente, sarebbe finita come dieci anni fa, in un scuola elementare di una città che si affaccia sul mar Ligure. Meglio evitare. Infatti non c’è stato alcun episodio di violenza. In fin dei conti, a cosa servono manganellate, botte e calci? La cultura si è sempre fatta a parole.

Subito sulle pagine Facebook e Twitter si sparge la voce dello sgombero.

Una mia amica mi chiama, parla velocemente, mi dice Myk hanno sgomberato M.A.C.A.O. e io le rispondo come hanno sgomberato M.A.C.A.O.?! e lei mi dice che dobbiamo andare al sit-in sotto la torre, ma io domani ho un esame e lei mi dice chi se ne frega, è M.A.C.A.O., muoviti! e io mi precipito in via Galvani.

Per essere le 11:00 c’è già tanta gente, incontro alcune ragazze con cui ho lavorato sabato, conosco altra gente, ascolto dei musicisti che improvvisano e inventano jazz e blues e rimango incantata dalle canzoni di un gruppo di Milano, non del tutto sconosciuto, ma nemmeno così famoso, Io?Drama si fanno chiamare. Stasera andrò su YouTube e mi ascolterò qualche loro canzone, penso.

L’atmosfera è magnifica e il pensiero cosciente che M.A.C.A.O. sia in pericolo, è come un filo spinato che mi stringe lo stomaco.

Tre giorni dopo, venerdì, decido di ritornare in via Galvani e vedere cosa sta succedendo.

Il giorno prima, da un notiziario, probabilmente il TG3, avevo appreso che il Comune aveva concesso ai lavoratori uno spazio, alla ex Ansaldo-Breda; i macachi rifiutano perché gli accordi non erano trasparenti e continuano a starsene in strada, sotto la torre.

Quando giungo a destinazione, si sente che qualcosa è in fermento.

Davanti ai miei occhi si presentano un mucchio di esemplari tipici della fauna cittadina, riuniti in assemblea dalla quale si dovrebbe decidere il da farsi.

Direttamente dall’età preistorica, vecchietti scatarranti e artritici (ma rinvigoriti da uno spirito bolscevicheggiante vecchio stampo) sono spiaggiati su enormi sedie bianche di plastica e ascoltano attentamente con gli occhi chiusi, il capo particolarmente attratto dalla forza di gravità, la bavetta che cola dai lati della bocca.

Sparsi qui e lì, brizzolati impiegati, operai, negozianti, brokers, managers, casalinghe più o meno disperate, o disperate troppo poco casalinghe, tutti che uniscono l’utile (raduno di vecchi compagni di viaggi e  fattanze) al dilettevole (la partecipazione all’assemblea).

Ma i migliori sono e restano i giovani: bohemien, metallari, cheguevariani, bobmarleyiani, punkettoni, barboniani, hippy, hipster. Dei veri artisti.

Il dibattito dura a lungo, ognuno ha idee giuste per taluni, sbagliate per altri. Si deve trovare un punto di incontro, un’idea che vada bene per tutti. E tra i duecento, emerge un esemplare maschio di lavoratore diurno, pelo scuro e folta barba, che probabilmente si è distaccato dal suo branco.

L’Omone propone una sana dormita di gruppo, sveglia coordinata per essere alle 10:00 in via Galvani per preparare la conferenza stampa delle 13:30, per preparare un corteo colorato e artistico, per preparare il sabato sera. Applauso finale e tanti sorrisi sollevati.

M.A.C.A.O. resiste, M.A.C.A.O. ce la farà, M.A.C.A.O. diventerà un bellissimo centro culturale e artistico. M.A.C.A.O. sarà la vera voce della cultura. M.A.C.A.O. è il futuro di molti artisti giovani, disperati e scatarranti.

Pubblico ora un articolo riguardante il centro artistico-culturale di M.A.C.A.O., situato nella Torre Galfa a Milano. È l’esperienza diretta della nostra collaboratrice Whatsername, che c’è stata e ci ha descritto che aria e che ambiente si respira in questi 33 polverosi piani.

È però di poche ore fa però la notizia che la polizia ha sgomberato il centro M.A.C.A.O.: Repubblica.it, ilfattoquotidiano.it.

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Qui a Milano si sente solo questa parola: M.A.C.A.O.

Tra gli amici al solito pub, tra conoscenti su Facebook, tra compagni di università. Una sola parola, Macao.

M.A.C.A.O.? Che cos’è M.A.C.A.O.? È un progetto, è un centro culturale e artistico, è una botta di vita in questa Milano troppo morta, è voglia di darsi da fare.

Il “quartier generale” è la Torre Galfa, un grattacielo di 31 piani più due sotterranei che si alza per 109 metri all’angolo tra via Galvani e via Farra (le cui prime sillabe delle vie danno il nome alla torre). Di proprietà della Immobiliare Lombarda, del gruppo Ligresti, fu costruita nella seconda metà degli anni ’50 e usata dalla Banca Popolare di Milano come centro direzionale. Ma poi fu abbandonata, finché nel 2006 la Fondiaria SAI, il cui presidente onorario è Salvatore Ligresti, acquistò tutto l’immobile per 48 milioni di euro, promettendone la ristrutturazione entro un anno e mezzo.

Invece i lavoratori dell’arte e della cultura hanno fatto di meglio: hanno occupato tutta la torre, concretizzando un’idea apparentemente utopica.

Tutti e 33 i piani pullulano di persone di ogni età e di ogni parte d’Italia, con l’obiettivo comune di rendere la Torre Galfa un centro artistico-culturale a completa disposizione di chiunque.

La responsabilità è davvero notevole, se poi si pensa che gli occupanti, giorno dopo giorno, lottano contro lo sfratto coatto imposto dall’amministrazione comunale. Una battaglia che richiede un ingente numero di soldati. I requisiti? Un sorriso, tanta fantasia e voglia di rimboccarsi le maniche.

Per puro caso, la mattina stessa, avevo letto sulla pagina Facebook di M.A.C.A.O., l’annuncio di voler costruire una biblioteca, in concomitanza con il Salone del Libro di Torino. Subito balzo dalla sedia, frugo in tutte le mensole di casa alla ricerca di doppie copie di libri.

Così alle 16.00 mi trovo sotto la Torre Galfa, accaldata come non mai, con la mia borsetta di tela blu dell’università. Ancora prima di cercare l’info point, rimango estasiata dalla marea di gente che entra ed esce, alcuni con dei picconi sulle spalle, altri con borse piene di cibo.

Mi faccio strada tra questi strani lavoratori e dono alla ragazza seduta all’info point i miei libri. E, inconsciamente, le chiedo se posso dare una mano. Così, senza pensare troppo allo studio, agli amici che mi aspettano e ai miei impegni. Sono lì e in quel momento, e tutto il resto sembra svanire. Detto così può sembrare una crisi filosofico-spirituale tardo-adolescenziale. Niente di più falso: la forza che ti trasmette M.A.C.A.O. è proprio questa.

Mi addentro per la torre, tra la marea di gente, ma non è molto facile. Dovunque ci sono macerie su macerie, calcinacci, buche. Il pavimento non è nemmeno rivestito con delle piastrelle ed è percorso da dei piccoli canali dove probabilmente sarebbero dovuti passare tutti i fili dell’elettricità; i muri sono di cemento grezzo, pieni di crepe con dei tubi neri che sbucano dalle pareti. Non c’è nulla, se non loghi improvvisati, pareti improvvisate, sale per mostre improvvisate.

Una volta salita al primo piano, vedo che delle ragazze stanno allestendo una stanza dove nella serata ci sarà una cena. Ci sono tavoli (ossia porte appoggiate su dei cavalletti), tavolini (barilotti di birra alla cui cima è stata appoggiata una piccola tavola di legno), sedie di plastica (ricoperte con ogni sorta di materiali per non far vedere le macchie indelebili).

Ma una ragazza piccolina, con lunghi capelli neri ed enormi occhi verdi, mi prende per un braccio e mi molla in mano una ramazza: “Senti, laggiù che un qualcosa che potrebbe diventare un privè. Ti va di aiutarmi a spazzare per terra?”

Accetto molto volentieri l’incarico, mollo la borsa sotto un tavolo e mi rimbocco le maniche. Intanto dal cortile interno, il DJ mixa generi che vanno dal blues alla dubstep, dal punk al folk e io parlo con questa ragazze del più e del meno, dell’università e dell’acidità pre-ciclo.

Dopo un’oretta di lavoro, io e Emanuela sembriamo due palle di polvere. Ma non possiamo pensare alle quattro dita di roba che abbiamo sui nostri vestiti: abbiamo poco tempo e la sala non è ancora pronta. E allora via, si puliscono sedie, si costruiscono tavoli, si abborracciano dei buffet.

Siamo in tanti e ne approfitto per fumare una sigaretta. Una sola sigaretta, poi ritorno al lavoro. “Sì, sì, fai pure, tanto qui siamo più o meno a posto”.

Wow. Mi affaccio alle finestre e sotto di me si apre un mondo tutto colorato e fatto di persone. Un mondo straordinariamente normale.

Secondo tiro di sigaretta. Una ragazza, quasi in preda al panico, cerca dell’acqua. Deve mischiare la colla vinilica per fare un tavolo.

“Mi vuoi dare una mano?”

“Non ho mai fatto un tavolo con della colla vinilica, ma sono subito da te.”

Mi ustiono le dita nel tentativo di spegnere la sigaretta e nemmeno 5 minuti dopo mi trovo davanti a un tavolo di legno bianco, con un pennello in una mano e pagine di un dizionario delle religioni tagliate a strisce nell’altra. Ricevo gli ordini: pennella la colla sul tavolo, appiccica i fogliettini e poi ancora una valangata di colla.

È bastato poco tempo e quel tavolo bianco e brutto, si è ricoperto di parole, trasformandosi in un’opera d’arte.

Intorno a quel tavolo, io e altri “artigiani” rimaniamo estasiati.

Ma perché rimanere stupiti? Questo è il futuro. Questa è la rivoluzione. Questo è M.A.C.A.O.

Un paio di pensieri sullo scandalo che ha travolto, più o meno inaspettatamente (ironia!), la Lega Nord. Ce ne parla la nostra collaboratrice, Whatsername. Buona lettura!

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Aumento del prezzo della benzina, IMU, burlonerie delle Borse, riforma del lavoro: sono solo alcune delle notizie che quotidiani e telegiornali ci propinano.

Ma noi, popolo di poeti, santi e navigatori non ci accontentiamo di queste bazzecole.

Vogliamo di più. Specialmente dalla nostra classe politica. E chi meglio di tutti poteva soddisfare le nostre esigenze? No, Berlusconi ormai è stato surclassato. La nuova protagonista dell’ennesimo scandalo politico è la Lega Nord. Esatto, la Lega Nord, il partito della Padania, il partito fedele alla (sua) linea, il partito che si schiera dalla parte dei lavoratori e dei pensionati. E il partito che si è unito al PDL del Cavaliere, il partito che scalda i “cadreghini” di Palazzo Chigi e Palazzo Madama a Roma, il partito che riceve la sua parte di soldi da uno Stato che non vuole sia unito.

Così le magistrature di Milano, Napoli e Reggio Calabria, durante le vacanze di Pasqua, decidono di  “complottare” contro la Lega, come se non avessero niente di meglio da fare.

Da quando lo scandalo ha avuto inizio, l’elenco è in continuo aggiornamento. Dunque, due punti, a capo, trattino. Pagamento dell’affitto della casa romana di Calderoli; pagamento delle spese private di Reguzzoni; presunto dossieraggio su Roberto Maroni (di cui Bossi non sapeva nulla); possibile accordo tra Bossi e Tremonti per aprire dei conti bancari in Tanzania e a Cipro, che verranno rimpinguati con i soldi pubblici; pagamento di spese famigliari e mediche di Bossi; pagamento delle vacanze dell’allegra famiglia Bossi; pagamento di multe, diploma e auto di grossa cilindrata dell’ex consigliere regionale Renzo Bossi, meglio conosciuto come “il Trota”; dulcis (o amaris?) in fundo, indagate persone cinque facenti parte dell’ambiente mafioso calabrese (la ‘ndrangheta, per intenderci).

Le accuse, quindi, verteranno su reati come truffa ai danni dello Stato, riciclaggio e uso illecito di denaro pubblico.

Una grossissima gatta da pelare per quel partito che si credeva un Esorcista, in grado di annientare la demoniaca Terronia per infondere il “sano” Federalismo spirituale.

Pubblichiamo con orgoglio la prima intervista della nostra collaboratrice WhatseraMe! L’intervistato è un giovane artista di strada di Milano, buona lettura!

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In questi tempi moderni gli artisti di strada sono una rarità tale da andare ben oltre la nostra immaginazione. Di quelli che lo fanno perché alla sera non hanno un piatto caldo ce ne sono fin troppi; ma gli artisti veri, musicisti, giocolieri, clown cantastorie, beh, appartengono solo ai film o a epoche fin troppo lontane, quando la radio e la televisione non tenevano occupati i nostri cervelli.

Era piacevole notare il contrasto tra la monotonia cupa delle prime città e la magia che sgorgava da quelle macchie di colore che volevano solo poter strappare un sorriso ai passanti.

Questo era il potere dell’arte per loro: donare la loro fantasia e la loro creatività a quei poveracci che non l’avevano. Credo sia un’opera di bene fuori da ogni concezione, che può appartenere solo a persone davvero fortunate.

Così, passeggiando per una via nel centro di Milano, mi fermo ad osservare un ragazzo, probabilmente un mio coetaneo, un po’ troppo elegantemente curato per i tre senzatetto attorno e un po’ troppo convinto di quello che fa per essere uno che elemosina qualche euro. Chitarra in mano, dita congelate dal freddo, capelli che seguono il vento, cappotto nero, jeans e Clarks beige.

Un personaggio davvero curioso e bizzarro. O più semplicemente un artista di strada. Sì, quegli artisti di strada che cercano di cambiarti la giornata.

Rimango scioccata, non posso credere che un ventenne possa avere la forza di sedersi lì per terra e donare la sua ricchezza più grande.

Senza un minimo scrupolo, mi presento, gli dico che mi piacerebbe da matti scrivere un pezzo su di lui e lo tento con un caffè caldo.

Hermes apparentemente è un ragazzo come tanti altri, con una piccola tendenza alla tricotillomania; studia lettere moderne all’Università degli Studi di Milano e se non fosse per qualche professore inconsapevolmente poco adatto all’insegnamento, frequenterebbe molto più volentieri. Ma non si può avere tutto dalla vita.

Dunque, un po’ per gioco, un po’ per un’inconsapevole passione, è sempre stato attratto dalla musica e dal suono della chitarra, e sarebbe stato proprio questo che lo avrebbe fatto avvicinare, nel lontano 2007, a un gruppo di ragazzi, suonatori già da tempo, che non persero tempo a spronarlo. Dopodiché risolse il problema materiale dello strumento semplicemente cambiando le corde a una vecchia chitarra di suo zio: «Non ti so dire se sono portato o se sono un gran maestro, ma mi aiuta ad affrontare la vita, ad andare avanti e a rifugiarmi in qualche luogo sicuro. Quando mi capita qualcosa di brutto, quando sono in una situazione che non riesco a superare, prendo la mia chitarra e mi metto a suonare.»

Ma allora perché sostituire al caldo garage e alla compagnia degli amici, il gelo e la più completa solitudine?

Ha provato a suonare con un gruppo di amici, ma le cover rock e metal non erano per lui. Ha preferito allontanarsi, abbandonare il gruppo, vendere la sua Ibanez gialla «molto di moda, molto appariscente» e comprarsi un’acustica. Gironzolando per Milano, poi, si è divertito ad ascoltare le storie di altri artisti di strada, le loro avventure e le loro favole tormentate, con la speranza di comprenderne l’origine. Così preso da una curiosità che andava contro ogni regola, ha deciso di raccontare le sue avventure, le sue favole tormentate.

«Dopo quest’esperienza, ho paragonato anche la sensazione di stare su un palco: è ugualmente bello, però per strada vedi le persone direttamente, non dall’alto verso il basso, ma ti mischi con loro e sei parte, della società, senza sentirti inferiore o superiore. Anzi, io sono per terra, vedo le persone da una diversa angolazione e quindi sono lì con loro.»

Lo spettacolo più emozionante che gli si para davanti sono i bambini. Spinti dalla stessa curiosità che ha spinto Hermes a essere un artista di strada, si avvicinano senza timore e, tenendo per mano la mamma, il papà o la nonna, gli donano qualche soldino. Hermes può solo ricambiare con una canzone, una semplice melodia, spezzando così la loro monotonia: «Il futuro sta nei bambini che hanno coraggio di sorridere, di giocare e soprattutto di osare.»

Per loro non vuole essere né un maestro, né un fratello maggiore. Vuol essere solo un amico, un compagno di “emozioni”; a lui basterebbe solamente poter strappare loro un sorriso; poterli distrarre da una strada grigia, priva di sensazioni. Vuole essere la melodia che rende piacevole la permanenza in una stanza completamente buia, nera. « Così anche per i sentimenti e gli animi delle persone: se un animo è nero e ci metti un pianoforte di sottofondo, questo animo cambia non c’è niente da fare.»

«Cosa vuol dire essere artista di strada secondo te?»

«L’artista di strada come lo faccio io, significa essere capaci di andare oltre a quello che è il normale, la capacità di farsi guardare male da qualcuno e farsi sorridere da qualcun altro, facendo tesoro di entrambe le esperienze.»

Per tutta la chiacchierata ho pensato di essere tornata indietro nel tempo, in quei quartieri bohémien di fine Ottocento, dove l’arte contava davvero qualcosa o così almeno sembrava.

Ma uscendo da quel bar, sentendo il freddo pungente sul viso, mi rendo conto che sono qui e adesso. Insieme a un artista di strada, insieme a un fabbricante di sogni.

No, non è un semplice slogan, una frase fatta o quelle classiche manifestazione di rivoluzione intrinseche di ipocrisia. Niente di tutto questo: è solo un incitamento a fare qualcosa.

Questo guazzabuglio di parole ha la semplice intenzione di far riflettere, perché è questo ciò di cui ognuno di noi ha bisogno.

Sabato 12 novembre, la quinta era Berlusconi ha visto la sua fine, a scapito delle parole della Santanchè, secondo la quale “vincente è colui che non si ferma: Berlusconi non è finito, il berlusconismo non è finito”.

È finito, lasciandosi indietro, però, una crisi economica inpensabile per una potenza dei G8, G20 ecc ecc. Abbiamo criticato così tanto Grecia, Portogallo e Irlanda che ora noi siamo messi peggio di loro. Ma non importa, sono solo mie considerazioni.

È finito lasciandosi dietro tanti di quei precari, che, dal mio poverissimo punto di vista, potrebbero risanare tutta l’economia italiana.

È finito lasciandosi indietro decreti che hanno rovinato l’istruzione, l’università e la ricerca.

La tentazione di scappare è davvero alta: lasciarmi indietro tutta questa società, tutti questi problemi, il mio futuro, le mie aspirazioni da ventenne sognatrice, il mio Paese al quale appartengo e al quale sono affezionata. Andarmene, sparire e non farmi più trovare. Da nessuno.

Poi mi accorgo che questa è la vigliaccheria più grossa che possa fare un qualsiasi ventenne. Rifugiarsi in un mondo fittizio per non vedere la realtà o fuggire lontano, alla ricerca di una vita e di un futuro migliori: è la comodità che ognuno cerca.

Ma se questa comodità potesse accadere in Italia? Non sarebbe migliore?

Perché accontentarsi dell’orizzonte se, con un po’ di forza, si può raggiungere l’infinito?

Queste sono solo supposizioni, ma potrebbero essere di gran lunga migliori se corrispondessero alla realtà.

Bisogna crederci: la voglia di parlare, di proporre si è esaurita, come giusto che sia, e l’unica alternativa è agire. Agire tutti insieme, creare le nuove fondamenta per un’Italia migliore e per un futuro migliore.

Per un qualche scherzo del destino, siamo giunti a un punto di non ritorno, dove siamo faccia a faccia con una realtà che presenta solo la desolazione. Anche il benessere, l’unica cosa che pare essere rimasta, si sta sfaldando. Siamo ormai persone che non hanno nulla da perdere, ma hanno tanto, tantissimo, da guadagnare: un lavoro fisso, una famiglia, uno patrimonio ambientale e culturale vastissimo, una giustizia pari e imparziale, i beni mobili e immobili della criminalità organizzata e molto altro.

Come cantavano i Pink Floyd nel lontano 1979: “Don’t give in, without a fight.” Non arrendiamoci senza aver combattuto per davvero.

Una ragazza: bassettina, capelli né corti né lunghi, solo un’aria sbarazzina, maglietta, jeans e All Star.

Non le dareste quattro soldi.

Ma soprattutto non credereste mai che da qualche parte, nascosto, abbia un qualcosa che assomigli vagamente a due mongolfiere.

Non credereste mai che abbia più determinazione, senso di giustizia, moralità di molte altre persone che credono di essere i nuovi Che Guevara.

Non serve a nulla urlare con i megafoni, sfondare barricate, distruggere qualsiasi cosa capiti sul proprio cammino se poi non si ha la voglia, il coraggio, la maturità e di affrontare situazioni più semplici. Come un’assemblea di classe. Come un’assemblea di classe in un liceo modestamente dimenticato da tutti e pure da Dio.

Il 28 settembre sono state indette le elezioni per rinnovare l’incarico di rappresentante di classe in una quinta solo sul cartello appeso alla porta. In una classe non omogenea, un ambiente ostico per qualsiasi persona che “tra fede e intelletto ha scelto il suddetto”.

Certo, perché seguire un’avventura così pericolosa? Ma vedete, la passione per le cause perse batte qualsiasi scelta razionale.

Ma ecco che proprio all’inizio di questo cammino le si parano davanti i primi ostacoli: i risultati vedono lei e la figlia del medico curante del Preside del liceo a pari voti.

Seguendo una normale logica, la nostra donzella (sicuramente) e l’altra candidata (non so quanto sicuramente) vanno alla ricerca di un regolamento. Un regolamento la cui identità è solo una voce che circola, il cui nascondiglio è segreto a tutti, fuorché al Preside.

Rendendosi conto che queste voci sono le uniche informazioni a non essere fittizie, decidono di chiedere ai docenti e a qualche studente recidivo che ha accolto il decimo anno da liceale con un quattro: si vince per anzianità. Quindi, agosto 1993 batte dicembre 1993. Quindi l’aria sbarazzina batte la raccomandazione del padre.

Ma tra i sostenitori della perdente, c’è chi proprio non tollera questa ingiustizia: ulteriore votazione, ulteriore vittoria, un po’ di aria sbarazzina nella classe.

Per questa notte si possono fare sogni tranquilli. Ma solo per questa notte.

Sì, perché all’indomani la bidella con venti centimetri di cera sulla faccia, consegna i fogli con la conferma delle votazioni: la figlia del medico curante del Preside vince.

Errore di trascrittura per la professoressa. Inaspettato e sospettoso sbigottimento per tutti gli altri.

Così la nostra giovinetta si reca in segreteria, accompagnata dalla sua compagna/rivale. Dietro quei vetri impolverati e pieni di fogli trovano l’impiegato incaricato di risolvere questione di inadempienza burocratica. Argus Gazza (sì, proprio il custode del Castello di Hogwarts), ascolta le richieste di chiarimento della studentessa, alla quale risponde, senza nemmeno voltarsi, che è compito della segreteria e del preside scegliere il vincitore in caso di ballottaggio.

« Ma non dovrebbe essere lo studente più anziano a vincere? Almeno, così dice il Regolamento…»

« Tutte stronzate»; perciò all’azzardata richiesta di vedere il vero e proprio Regolamento, Gaza si limita ad abbassare la testa e a lavorare sodo.

Sfoderando il suo migliore stile aulico, la fanciulla scrive una lettera al Preside, contenente una polemica moderata riguardo l’atteggiamento di Gazza, i sotterfugi della segreteria (non del Preside) e una richiesta di presa visione del Regolamento d’Istituto. Le piace vedere chiaro e le dispiace essere presa in giro.

Ma il Preside si sente offeso da tutto ciò e si limita a una delle sue migliori invettive: « Signorina, ma faccia capire, lei mi sta accusando di qualcosa? Sa, arrivata in quinta superiore si dovrebbe sapere a chi ci si rivolge per questioni del genere. È proprio immatura e fuori di testa.»

Ora la ragazzina da quattro soldi dovrebbe scrivere una lettera di scuse al Preside.

“Ma una notizia un po’ originale non ha bisogno di alcun giornale: come una freccia dall’arco scocca, vola veloce di bocca in bocca.” E su Facebook si richiede il contenuto della lettera al Preside.

Sempre più spesso mi ritrovo a credere che siano proprio le nostre passioni a guidarci nei momenti più bui, più funesti, più difficili…