Archivio per novembre, 2010

Ieri è morto Mario Monicelli. Si è suicidato gettandosi dalla finestra dell’ospedale.

 

Da Il Misfatto del 28/11/2010

Domenica 28 novembre 2010, sul sito di Generazione Italia è apparsa una lettera aperta a Silvio Berlusconi. Il titolo è eloquente: Lettera di sfiducia a Berlusconi. Le parole contenute non sono di certo leggere, si parla di gestione del governo da parte di Berlusconi come un feudo personale e di battere i pugni sul tavolo dichiarando la propria insostituibilità.

Questo ha causato la reazione del portavoce del Pdl, Daniele Capezzone, che descrive la lettera come il sintomo di una “deriva estremista dettata dai pasdaran finiani”.

Opinione comprensibile…se non fosse che il testo della suddetta lettera è risultato di un copia-incolla del discorso pronunciato da Bossi nel 1994, per sfiduciare il governo…Berlusconi!

Italia dalla memoria corta…

Riportiamo qua sotto il testo della lettera, lo potete trovare anche a questo link (Generazione Italia).

On. Presidente,
Generazione Italia considera conclusa negativamente l’esperienza di questo Governo che, come fosse un suo feudo personale, ha presieduto.
I patti richiedevano l’immediata approvazione di una legge antitrust che eliminasse il monopolio di Mediaset e che favorisse il rinnovo strutturale della Rai restituendo ai media la loro libertà e democratica funzione per informare imparzialmente ed obiettivamente l’opinione pubblica.
I patti richiedevano la netta separazione tra gli interessi personali dal Capo del Governo e la sua funzione di altissimo Pubblico Ufficiale.
Lei in campagna elettorale ha promesso di risolvere il secolare problema meridionale, di garantire la pace sociale, di sostenere la piccola e media impresa, di eliminare la partitocrazia e lo Stato padrone; di fare dell’Italia un grande paese ad ispirazione liberal-democratica.
Il suo Governo ha inteso la governabilità come fine a se stessa, il potere per il potere, la governabilità per la governabilità, un Governo non intenzionato ai cambiamenti, un Governo dei conflitti con la magistratura e con il sindacato, un governo del controllo dell’informazione!
Nella nostra alleanza c’è chi ci accusa addirittura di sovvertire lo Stato di diritto perché chiediamo una verifica, falsificando la verità e dichiarando che questo Governo non sarebbe il frutto, come nel passato, di una contrattazione post elettorale, bensì, sarebbe la conseguenza di un patto preventivo stipulato davanti agli elettori!
E quindi solo a Berlusconi, se è vera la premessa, competerebbe concedere la verifica e implicitamente mantenere o sciogliere le Camere.
E’ una tesi che lede i poteri costituzionali del Presidente della Repubblica e lascia trasparire il ritorno nella politica di dogmi antiliberali!
Onorevole Presidente, lo Stato non è lei! E dopo di lei non c’è il diluvio! Le chiedo con quali diritti Lei batta i pugni sul tavolo dichiarando la sua insostituibilità? Con quali diritti Lei pretenda di interpretare personalmente la Costituzione tuttora in atto? Onorevole Presidente, Lei non è l’uomo della provvidenza, tutt’altro!
L’Italia è una Repubblica democratica, in cui il Parlamento elegge e fa cadere i Governi, valutando i meriti e i demeriti di chi presiede o fa parte del Governo: il tradimento è solo quello di chi, ad un Paese disperatamente alla ricerca di un patto costituente, contrappone voglia di potere e minacce di tumulti di piazza!

 

Fa un freddo incredibile qua a Modena. Ho ricominciato l’università da un mese e mezzo, in ritardo, a causa delle proteste dei ricercatori. I corsi rischiavano addirittura di non partire.

È incredibilmente freddo stasera, a passeggiare per la strada si emettono nuvole di condensa. Nella piazzetta qua dietro casa hanno già posizionato almeno sette alberi di Natale, già illuminati, in azzurro, accanto alla pista per il pattinaggio su ghiaccio. Sopra le strade pendono gli addobbi, accesi pure quelli.

Natale è tra un mese. Anzi, la Vigilia è tra un mese. A quest’ora tra un mese sarò “sdravaccato” sul divano aspettando l’ora fatidica delle 11 per andare a Messa con la famiglia, sotto casa, la chiesa sta a dieci metri. Vado solo alle feste “comandate”, ma ho preso l’abitudine di ascoltare cosa dice il parroco nella predica, cosa legge dai Vangeli, cosa legge da quel librone rilegato in bordeaux, con tanti segnalibri: ho come l’impressione che la maggior parte della gente che va a messa ogni domenica e anche più, non sappia molto bene cosa viene detto in queste “assemblee”.

Ascolto, ora, con orecchio critico, quello che il prete declama e dice. Non ascoltavo un bel niente quando facevo il chierichetto. Mi immaginavo parate, scene di film, scene di racconti che avvenivano lontano, oppure nella navata della chiesta, oppure dietro al monumento al santo del paese. O anche sugli arabeschi del tappeto dietro l’altare: una stupenda mappa su cui si muovevano eserciti, persone, greggi. Meccanicamente eseguivo i movimenti e le azioni ausiliarie a Don Giovanni. Avevo il classico Don Giovanni, sì. Il Don di adesso assomiglia a Freddy Mercury. Visivamente.

Il Natale non è più quello di una volta (hahaha…che frase.). Ma manca un mese, dove diavolo è finita quell’eccitazione che, tornando a casa in questo periodo, mi portava a cercare per strada quegli operai del comune che erano addetti a montare le luminarie, che si sarebbero accese di lì a poco? Dov’è quell’aria che pungeva ma non si sentiva risalendo il viale che porta a casa, perché in cima ti aspettava l’albero di paese, dieci metri d’altezza, spelacchiato come un lupo macilento, ma addobbato alla grande?

Forse sono i tanti progetti, gli esami a gennaio e la grande mole di studio, ma sento ancora meno degli anni scorsi “il Natale”. Un anno fa le feste sono passate in fretta fulminea. E non riposi nelle vacanze: credo sia esperienza comune la fiacchezza e il languore che ti prende sotto le feste. Il gran cenone, il pranzo di Natale, la giornata con mille parenti accanto. Piacevoli, ma distruttive. Però in casa ci devi restare.

Da piccino mi addormentavo sotto l’albero addobbato e acceso nel buio. Mi stendevo sotto di esso e fantasticavo con la musica che ondeggiava fra gli aghi di abete (bianco, principalmente). Da un anno all’altro non l’ho più fatto. Mi sono accorto di aver perso un pezzo di poesia del Natale.

A Natale si festeggerebbe il “compleanno” di Gesù, secondo il Cristianesimo. Anche non possedendo la Fede (almeno credo…) penso che questa figura, che sia esistita o no, sia straordinaria: può essere anche un’invenzione, lasciamo spazio a qualsiasi interpretazione. Concentriamoci invece sul messaggio: uno che sarebbe per ipotesi nientemeno che “Dio”, viene sulla terra a vivere come un uomo, fra gli uomini. Per chi l’abbia fatto, non importa. Ma il concetto che ti trasmette un’azione come questa è potentissimo: vale la pena di vivere, e di vivere su questa Terra, fra le persone.

Non mi addentro oltre però. Cascheremmo sul discorso del “sacrificio per noi” sulla croce, e i molti altri messaggi che non sono né veri né falsi: sono validi per chi li sente, per chi li fa propri.

Ora non fa più freddo, sono a casa che “tappeggio” sui tasti del mio computer. Mi sono informato se a casa, in piazza hanno già messo l’albero: non ancora. Però niente. Il pensiero Natale resta solo sulle lucine e sui regali. Sul momento di vacanza e sul chiudersi in casa al caldo, davanti alla stufa.

Non odio il Natale. Lo sopporto a malapena. Detesto il “vogliamoci bene” che per un mese e mezzo impiastriccia ogni luogo, dalle pubblicità ai film, dagli addobbi al tizio vestito da Babbo Natale. Rivoglio la mia confusione perfettamente risolta del “chi cavolo porta i regali?”: Babbo Natale secondo tutti, Gesù Bambino da parte dei miei. Da piccino te li portano entrambi, e solo questo ti basta, li ammiri e stracci la carta multicolore. Detesto la pubblicità della Bauli. Quella dei bambini tra la neve finta che, in coro cantano “A Natale puoi, fare quello che non puoi fare mai”. Comprare un pandoro, lo trovi solo adesso, affrettati! Adoro le castagne cotte, adoro ustionarmi le dita sulla loro pelle tagliata, adoro sbucciare pannocchie e fagioli in compagnia di mezza famiglia, in montagna, in un garage con fuori la neve alta. Adoro il profumo delle mele che maturano in una stanza remota della casa dello zio Gabriele (l’odore è etilene, ma ciò non toglie poesia all’immagine). Detesto le pubblicità tintinnanti ricche di fiocchi di neve e festoni. Le pubblicità delle compagnie telefoniche, tormentoni che vanno avanti per tutto l’anno cambiano e diventano tutte rosse e bianche, in pelo. È Natale, tempo di promozioni, perché a Natale ci viene voglia di sentire persone che non si sente da tempo. Trovo naturale invece sentire gli amici sempre, specie se non ho notizie di loro da tempo. Mi preoccupo, sì, mi preoccupo. Siamo tutti più buoni, e in nome di cosa? Per quale speciale motivo? È il periodo allegro. Potrebbe essere idiozia, racchiudere la felicità in determinati spazi. Anzi, puoi fingere di essere felice sono il certi periodi. I problemi non li cancelli, ma sei sicuro che qualche giorno basti per provare ad essere felice?

Io non credo.

Probabilmente ci si forza ad essere felici, perché l’atmosfera è “contagiosa”. Io non la sento, perché? Non la sento più, perché?

Ho dei progetti, musicali, culturali, universitari che “scadranno” a gennaio. Lavorarci mi dà forza, e più ci impiego energie, più sento che queste mi sono rese. Non sono sempre allegro, felice. Ma non voglio nemmeno esserlo. La felicità va forse a corrente alternata, alternata con spazi in cui non puoi goderne, in cui sei anzi depresso e stanco; ma sono questi che ti aiutano ad assaporare questa condizione di felicità. È in divenire, non è conquistabile. Chi la conquista diventa infelice: non ha più nulla da fare. Ma è facendo che lo si diventa.

Ipocrita, stupido imporsi la finta felicità. Perché è davvero contagioso: vedi un albero acceso e finisci a scrivere un post di getto, parlando di Gesù, dell’essere felice, delle mele dello zio.

Vado ad accendere sotto la pasta.

(ps: articolo numero 200!)

Pubblichiamo oggi il primo articolo del nostro nuovo collaboratore Huginn, che ci parla di anti-contraffazione.

***

Il 7 ottobre, a Tokyo, si dovrebbero essere conclusi i negoziati su ACTA, l’Anti-Counterfeiting Trade Agreement (Accordo Commerciale Anti-Contraffazione), anche se sembra che proseguiranno a fine mese, e ne è stato reso pubblico il testo, che potete trovare in rete. Questo accordo, nato nel 2007 e rimasto a lungo nell’ombra, sarà votato dai nostri europarlamentari entro la prossima primavera. Le parole chiave di questo testo sembrano essere vaghezza e confusione, ma è soprattutto noto per l’impatto che avrà su Internet, le libertà e il diritto alla privacy dei comuni cittadini.

Innanzitutto non è necessaria la certezza del reato prima che le autorità perquisiscano, requisiscano o controllino eventuale materiale sospetto.  Al massimo qualche provuccia generica da parte delle major e via … Inoltre vengono permesse misure giudiziarie inaudita altera parte o comunque quelle necessarie a interrompere e prevenire l’azione illegale; nel caso di Internet la più ovvia è il distacco forzato dalla rete, teoricamente risorsa libera e pubblica. Viene imposto anche che il semplice favoreggiamento sia inserito nel codice penale. Non è ancora chiaro, ma sembra che ci siano addirittura le basi per rendere illegali i software usati per il download.

Il passo successivo è la violazione della privacy. Gli ISP (Internet Service Providers) diventeranno una polizia privata: i paesi sottoscrittori istituiranno un sistema legale che permetterà ai detentori dei diritti  di ottenere da un ISP i dati personali di un utente per la sua identificazione in quanto sospettato di violazioni del copyright.

“[…] ordinare a un ISP di fornire rapidamente al detentore dei diritti informazioni sufficienti a identificare un cliente il cui account sia stato presumibilmente usato per violazioni, quando il detentore ha inoltrato una richiesta legalmente ragionevole […]” (trad.)

Come già detto anche sopra, non serve nemmeno la certezza, qualche vaga prova basta e avanza.

Ovviamente c’è anche la questione delle frontiere. Il livello delle misure dipenderà dal Paese sottoscrittore, che potrà decidere di tralasciare certe quantità nel bagaglio personale del viaggiatore, ma la linea generale è chiara. Controllo dei bagagli alla frontiera alla ricerca di materiale che violi il copyright e suo successivo sequestro o distruzione.

E oltre al danno c’è anche la beffa. Perché al momento ACTA è anche auto-emendante. Si prendono la libertà di effettuare degli emendamenti dopo l’approvazione del testo corrente: se passasse così come è, due mesi dopo potremmo già trovarci una regolamentazione ancora più draconiana e non poterci fare nulla! Alcune misure proposte dagli USA sono state eliminate, però questo accordo è ancora molto duro. Cina e Russia, che sono da soli un quarto della popolazione mondiale, non fanno parte di ACTA: hanno la loro parte di contraffattori, ma è comunque un dato interessante…

La questione più complessa è la ridefinizione di “scala commerciale”. Verrebbero così trattate penalmente tutte le violazioni, dirette o indirette, commerciali o personali, ma soprattutto verrebbero protetti copyrights, diritti d’autore di qualsiasi genere, marchi commerciali, e anche IGP e simili.

Ora devono convincere gli europarlamentari. Il commissario De Gucht, durante una seduta plenaria, ha involontariamente confermato i dubbi su tale accordo: ha affermato che non vengono violate leggi, che è normale che tutti siano rimasti ufficialmente nell’ombra fino a poco tempo fa, ha cambiato di significato leggi già presenti, e ha trattato il Parlamento in modo critico e arrogante. Tuttavia i gruppi conservatori stanno facendo l’impossibile pur di far passare questo accordo, e la situazione sarà in bilico fino all’ultimo istante.

Questi sono i fatti, che potrebbero diventare presto realtà. È davvero questo il modo migliore per risolvere questa faccenda? Che le major rovinino le libertà dei loro stessi clienti? Io spero di no: comprendo che l’economia possa venire danneggiata, ma equiparare la contraffazione a un quattordicenne che scarica musica in modo non legale mi pare esagerato, in fondo ci sono possibilità migliori per punire la prima ed evitare la seconda … Ma lascio giudicare voi lettori…

La nostra WhatsernaMe ci propone un “elenco”, l’elenco dal titolo “Essere giovani”. Oggi lo pubblico io qua su In Comode Rate Mentali, e già ora vi invito ad aggiungere il vostro punto alla lista. Comincerò io stesso, nello spazio per i commenti, qua sotto.

L’Albatro

***

Essere giovani vuol dire non avere valori.

Vuol dire essere sempre sul groppone di mamma e papà.

Vuol dire stare 18 ore al giorno su Internet.

Vuol dire essere soli.

Vuol dire guardare il Grande Fratello, X Factor, Uomini e Donne, L’isola dei famosi…

Vuol dire ambire a diventare veline o calciatori.

Vuol dire sfondarsi di droga e alcol in discoteca e ammazzarsi sulle strade.

Vuol dure non avere un futuro o per nostra volontà o per volontà degli altri.

Essere giovani vuol dire crearsi un futuro.

Vuol dire trovare il proprio Hakuna Matata.

Vuol dire vivere come se dovessi morire domani, ma pensare come se dovessi vivere per sempre.

Essere giovani vuol dire aspettare quattro anni prima che quel ragazzo che hai incontrato in metropolitana ti dica “ciao”.

Vuol dire fare il romantico pensando di regalare alla tua ragazza una scatola di cioccolatini “Lindor” ma riesci a racimolare solo un “Kinder Maxi”.

Vuol dire ammazzarti di pogo in un concerto punk.

Essere giovani vuol dire non poter vivere senza i propri amici.

Vuol dire vivere nel precariato.

Vuol dire manifestare per i propri diritti.

Vuol dire seguire “Vieni via con me”.

Vuol dire avere troppi progetti.

Vuol dire avere scritto una lista con 28 cosa da fare prima di morire.

Vuol dire credere in un puro ideale, fatto di sogni e utopie.

Vuol dire guardare sempre a sinistra o a destra.

Vuol dire avere più spazi lasciati dai “vecchi”.

Forse aveva ragione Fabrizio De Andrè.

Forse noi ce li abbiamo eccome, i valori: solo che sono ancora nascosti perché sono nuovi.

Forse noi non siamo da rottamare.

Noi siamo dei chilometri zero.

Pubblichiamo oggi un intervento del nostro collaboratore Coventry Quinn a proposito del testamento biologico. Su questo argomento politica e cittadinanza si dividono. In particolare, come su molti altri temi sensibili e fondamentali, in questo campo le scelte politiche sono figlie di posizioni ideologiche e aprioristiche, che non tengono conto della realtà dei fatti e delle necessità della popolazione.

La scorsa settimana i ministri Maroni, Fazio e Sacconi hanno sottoscritto una circolare (che è un veicolo comunicativo tra pubbliche amministrazioni) in materia di “testamento biologico”, che ha riaperto la discussione sul tema e provocato conseguenti polemiche tra i sostenitori (semplificando, ma il nocciolo del problema appare questo) dell’obbligatorietà dell’alimentazione e idratazione artificiale e i suoi oppositori.

Come noto, con il termine – ormai entrato nell’uso comune – di “testamento biologico” si vuol definire la “dichiarazione anticipata di trattamento”, vale a dire la dichiarazione di volontà di un soggetto in merito alle terapie che intende o non intende accettare nell’eventualità in cui dovesse trovarsi nelle condizioni di incapacità di esprimere il proprio diritto di acconsentire o non acconsentire alle cure proposte (consenso informato) per malattie o lesioni traumatiche cerebrali irreversibili o invalidanti, malattie che costringano a trattamento permanenti con macchine o sistemi artificiali che impediscano una normale vita di relazione.

Consentire ad un soggetto di esprimere tale intenzione, è apparso a molti Comuni italiani (circa settanta) una scelta opportuna e civile, che non ha nulla di ideologico e che non sottende finalità alcune di ordine politico. Non esistendo ancora in Italia una legge specifica in materia, si tratta solo di consentire ad un cittadino di formalizzare la propria espressione di volontà riguardo ai trattamenti sanitari che desidera accettare o rifiutare.

La materia non è stata ancora disciplinata giuridicamente (il caso Englaro, e la discussione parlamentare, poi sospesa, per giungere ad un testo di legge, insegna). Peraltro, alcuni punti certi esistono:

– l’articolo 32 della Costituzione, che prevede: “Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge”;

– la Convenzione sui diritti umani e la biomedicina di Oviedo (ratificata con legge 28/3/2001 n. 145): l’articolo 9 prevede che “I desideri precedentemente espressi a proposito di un intervento medico da parte di un paziente che, al momento dell’intervento, non è in grado di esprimere la sua volontà, saranno tenuti in considerazione”;

– il Codice di deontologia medica, il cui articolo 34 prevede: “Il medico, se il paziente non è in grado di esprimere la propria volontà in caso di grave pericolo di vita, non può non tener conto di quanto precedentemente manifestato dallo stesso”.

In assenza di normativa specifica, sul tema si è espressa la giurisprudenza: in particolare, la Corte di Cassazione, che con la nota sentenza n. 21748/2007 (relativa al “caso Englaro”) ha autorizzato la disattivazione dei presidi sanitari, a determinate condizioni, specificatamente indicate nel principio giuridico (che appare ragionevole ed equilibrato) che chiude la pronuncia ed ha – per così dire – aperto la porta al testamento biologico:

Ove il malato giaccia da moltissimi anni in stato vegetativo permanente, con conseguente radicale incapacità di rapportarsi al mondo esterno, e sia tenuto artificialmente in vita mediante un sondino nasogastrico che provvede alla sua nutrizione ed idratazione, su richiesta del tutore che lo rappresenta e nel contraddittorio con il curatore speciale il giudice può autorizzare la disattivazione del presidio sanitario (fatta salva l’applicazione delle misure suggerite dalla scienza e dalla pratica medica nell’interesse del paziente), unicamente in presenza dei seguenti presupposti: (a) quando la condizione di stato vegetativo sia irreversibile, in base ad un rigoroso apprezzamento clinico, e non vi sia alcun fondamento medico, secondo gli standards scientifici riconosciuti a livello internazionale, che lasci supporre la benchè minima possibilità di un qualche, sia pure flebile, recupero della coscienza e di ritorno ad una percezione del mondo esterno; e (b) sempre che tale istanza sia realmente espressiva, in base ad elementi di prova chiari, univoci e convincenti, della voce del paziente medesimo, tratta da sue precedenti dichiarazioni ovvero dalla sua personalità, dal suo stile di vita e dai suoi convincimenti, corrispondendo al suo modo di concepire, prima di cadere in stato di incoscienza, l’idea stessa di dignità della persona.

Ove l’uno o l’altro presupposto non sussista, il giudice deve negare l’autorizzazione, dovendo allora essere data incondizionata prevalenza al diritto alla vita, indipendentemente dal grado di salute, di autonomia e di capacità di intendere e volere del soggetto interessato e dalla percezione, che altri possano avere, della qualità della vita stessa”.

Innovativa è stata anche una sentenza del Tribunale di Modena (511/2008), che ha emesso un decreto di nomina di un amministratore di sostegno in favore di un soggetto qualora questo in futuro sia incapace di intendere e volere, con il compito di esprimere i consensi necessari ai trattamento medici. Così facendo, si è data la possibilità di avere gli stessi effetti giuridici di un testamento biologico seppur in assenza di normativa specifica (anche se il giudice scrisse che non era necessaria una normativa in materia, mentre gli sviluppi del caso Englaro dimostrarono il contrario).

Anche il Comitato Nazionale di Bioetica si è espresso al riguardo, con un documento del 18 dicembre 2003, nel quale si afferma che “i medici dovranno non solo tenere in considerazione le direttive anticipate scritte su un foglio firmato dall’interessato, ma anche documentare per iscritto nella cartella clinica le sue azioni rispetto alle dichiarazioni anticipate stesse, sia che vengano attuate sia che vengano disattese”, fermo restando – si precisa – che “le dichiarazioni anticipate non possono contenere indicazioni in contraddizione con il diritto positivo, le regole della pratica medica, la deontologia professionale”. Ed evidenzia che “il diritto che si vuol riconoscere al paziente di orientare i trattamenti a cui potrebbe essere sottoposto, ove divenuto incapace di intendere e volere, non è un diritto all’eutanasia, né un diritto soggettivo a morire che il paziente possa far valere nel rapporto con il medico, ma esclusivamente il diritto di richiedere la sospensione o la non attivazione di pratiche terapeutiche anche nei casi più estremi e tragici di sostegno vitale, pratiche che il paziente avrebbe il pieno diritto morale e giuridico di rifiutare, ove capace e cosciente”.

Nulla a che fare, dunque, con l’eutanasia, pretestuosamente richiamata in alcuni commenti o dibattiti. La dichiarazione di volontà, invece, sotto il suddetto profilo rappresenta una sorta di vincolo per i medici curanti, pur mediato dalle norme deontologiche e mediche. Da tale punto di visto, dunque, appare non del tutto fondata l’affermazione secondo cui il testamento biologico non avrebbe alcun effetto: sotto il profilo strettamente giuridico ciò è certamente vero, ma vengono appunto a rilevare altri profili, come rilevato sopra.

L’iniziativa di alcuni Comuni italiani di attivare un servizio – di mera raccolta delle dichiarazioni, si badi bene – non significa eludere o anticipare iniziative legislative: più semplicemente, si tratta di mettere a disposizione dei cittadini che intendano servirsene di un servizio che consenta loro, attraverso un altro soggetto incaricato, di far conoscere le loro volontà, in caso di bisogno, affinchè non sia necessario ricostruire, a posteriori, la volontà dell’interessato, come è successo nel citato caso Englaro. Si è solo voluto attivare, cioè, un servizio di deposito delle volontà: il cittadino deposita una dichiarazione, attraverso un fiduciario, il quale in caso di necessità potrà rivolgersi al Comune per prelevare la volontà del “testatore”. Le conseguenze della successiva estensione e messa a conoscenza, ai soggetti interessati, di tali volontà, non sono affrontate e non costituiscono oggetto di quanto deliberato dai Comuni: è evidente che non vi sono conseguenze sul piano del diritto civile (in quanto in materia gli enti locali non hanno alcuna competenza).

Appare non motivato, peraltro, il parere di chi sostiene che “nessuna norma di legge abilita il Comune a gestire il servizio relativo alla dichiarazione anticipata di volontà” e infondata l’opinione di chi ha criticato l’iniziativa degli enti locali “tesa ad introdurre in Italia non solo quello che non è previsto e regolamentato dalla legge, ma anche quello che è vietato” (da cosa?). Quello che è certo è che non esistono leggi che impediscano l’utilizzo dello strumento dei registri comunali per esercitare l’autodeterminazione: occorre ricordare che in uno stato di diritto è proibito ciò che è vietato dalla legge? Sotto tale profilo, appare condivisibile l’affermazione secondo cui il Comune che istituisce i registri non deborda in alcun modo dalle proprie competenze, trattandosi solo di ricevere atti nel merito dei quali non entra affatto, da mettere poi a disposizione del medico curante, con gli effetti sopra evidenziati, pur limitati e soggetti a possibili scelte discrezionali e interpretative della volontà del testatore.

Resta il fatto che, per chi se ne vuole avvalere, è messo a disposizione un utile strumento per far conoscere le sue volontà sullo specifico tema. Mentre coloro che per varie motivazioni non condividono l’istituto non sono certo obbligati a redigere e presentare la dichiarazione anticipata di trattamento: appare sbagliato e illiberale impedire a chi volesse farlo di presentarla, per motivazioni ideologiche o a causa di una determinata concezione della vita. Ed è inaccettabile che su chi soffre e giudica invivibile la propria vita si aggiunga – per dirla con Michele Serra – “il discredito etico da parte di chi pretende che il diritto benedica solo le sue scelte e maledica quelle altrui”.