Archivio per la categoria ‘Significato delle parole’

Sapete, parlando di amore, amore per un’altra persona, io credo di più a tutte le mie amiche e a tutti i miei amici omosessuali, piuttosto che al Papa. Penso che siano più veri, più sinceri, più onesti in questo.

Loro lo vivono, come io lo vivo, non provo imbarazzo ad avere accanto una coppia “homo”, forse perché vedo soltanto due persone che si sono trovate e che si vogliono bene. Credo che questo sia qualcosa da difendere.

Credo che ci siano delle libertà che nel 2012 vadano finalmente riconosciute, perché è già tardi.

Credo che la “pace nel mondo” sia sempre un utopia, ma credo che sia come la perfezione: la pace nel mondo la si fa ogni giorno, passo dopo passo. Ah, anche il rispetto si fa così.

Credo che per ergersi a guida morale non basti essere un erudito, non basti avere tante telecamere su di sé, non basti essere una riconosciuta giuda spirituale. Credo che per essere una guida morale e/o spirituale bisogna aver provato cosa significhi essere senza lavoro, litigare con il proprio compagno/la propria compagna, cercare di (con)vivere tutta una vita assieme, seguire le proprie aspirazioni, crescere dei figli, sapere cosa significhi fare l’amore, sperimentare il turbine affettivo che ci lega alle persone che abbiamo attorno.

Una guida morale che non si sia mai ubriacata di questa “vita normale” è il diavolo.

Vent’anni fa la strage di Capaci.

Seguendo la nostra voglia di memoria, di ricordare (e spesso semplicemente conoscere!) cosa sia successo in Italia, vi proponiamo per oggi di visitare la pagina del programma Lucarelli Racconta che linkiamo qua sotto.

Potrete visionare la puntata di lunedì 21 maggio dedicata proprio a Falcone e Borsellino, raccontata ovviamente da Carlo Lucarelli, con il suo impeccabile stile.

Ricordare non significa cambiare l’immagine del profilo di facebook, condividere una foto con il canonico “Eroi” o “ventesimo anniversario della strage” o altri facili palliativi per la propria coscienza.

Ricordare è un’altra azione in realtà. È un’azione di verità. Ci sono troppe cose che è giusto ricordare, e non possiamo sicuramente pensarle per tutto l’anno. Gli anniversari dovrebbero servire proprio a questo: costruire tassello per tassello, anno per anno, una conoscenza e un bagaglio di tutti questi avvenimenti. E queste tessere ci danno ognuna un pezzo di verità, tutte insieme ci forniscono il senso della giustizia.

Rai Tre Lucarelliracconta – Lunedì 21 maggio 2012

Tralasciando la “tirata” su Berlusconi, ormai in un angolo nelle cronache (non è ancora vinto, il Parlamento è ancora quello di un mese e mezzo fa!), il concetto è molto semplice, muoversi! E mi piace molto il confronto tra il “cattivo” che si muove sempre e il “buono” pacifista, che apprezza i valori del commercio equo e solidale che sta lì, fermo, come se fosse sufficiente quello che sta facendo. Che è poco!

Vi segnalo oggi un articolo di Carlo Galli, pubblicato nella sua rubrica “La parola” su Repubblica.it, a proposito del termine con cui si è definito quella sorta di piovra multitentacolare che pare essere Luigi Bisignani, fulcro della cosiddetta P4.

FACCENDIERE

(da ‘faccenda’, a sua volta dal gerundio del verbo latino facere, nel significato di ‘le cose da fare’). La persona che si dà da fare in modo continuativo, agitato.

Nel linguaggio della politica moderna, in questo affaccendarsi è implicita anche la connotazione di opacità e di scarsa chiarezza: il faccendiere briga e traffica in modo non solo inquieto ma anche nascosto; è un intrigante che mesta nel torbido. Non è soltanto un ambizioso che sollecita per sé pubblici uffici (com’era colui che nel mondo romano si dedicava all’ambitus, che era cioè indaffarato a comperare le cariche); è piuttosto colui che, solo o in complicità con altri, acquisisce e esercita, segretamente o riservatamente, un potere indiretto, utilizzando a scopi personali e privati (per sé e per i suoi amici) le proprie funzioni pubbliche, oppure corrompe e minaccia chi le riveste. Il faccendiere quindi sconvolge e rovescia le nozioni di pubblico e privato, di palese e di segreto, di istituzione e di conventicola (o ‘cricca’), di correttezza e di deviazione, di legalità e di arbitrio.

Nella storia d’Italia la debolezza dei pubblici poteri li ha spesso esposti all’azione nascosta di interessi illeciti, che li hanno deviati a scopi particolari. Questo comportamento si è associato anche al parlamentarismo, che spesso, nelle fasi di incertezza o di stagnazione politica, si è trasformato in ‘faccenderia‘, come si esprimeva Gaetano Mosca negli ultimi decenni del XIX secolo, davanti allo spettacolo dell’ingerenza corruttrice dei singoli parlamentari che perseguivano i loro privati interessi  interferendo nel buon funzionamento della burocrazia statale. Ma oltre che abusare delle istituzioni di cui fa parte, il  faccendiere può anche restare a esse esterno, e organizzarne di parallele, coperte o riservate (come ad esempio logge massoniche deviate, dalla P2  –  negli anni Settanta  –  in poi), per influenzare, sabotare o infiltrare le strutture della politica ufficiale.

Le trame del faccendiere sono l’esatto opposto dell’azione aperta e trasparente della politica democratica: non soltanto la indeboliscono e la distorcono oggettivamente, ma la delegittimano radicalmente, perché fanno nascere nei cittadini sfiducia e sospetto verso il buon funzionamento degli istituti politici democratici, le cui procedure e i cui orientamenti paiono generati non dalla ragione e dal bene comune ma da oscuri complotti.

Luigi Bisignani (da http://www.iljournal.it)

Nell’articolo si parla di Gaetano Mosca, giurista e politologo italiano. Vi riporto una breve sintesi di alcuni punti che possiamo leggere sulla pagina di Wikipedia, riguardo ad alcuni concetti interessanti e collegati a moltissimi fatti recenti e non, oltre che alla nostra società.

Mosca, partendo dall’idea che nella società vi siano solo due classi di persone (i governanti, l’élite, e i governati, il resto del popolo), dice che esiste una sola forma di governo: l’oligarchia. Questo è dovuto al fatto che la maggioranza, perché la società funzioni, “emana” una minoranza (i governanti) che la guidi. Questi eletti che sono al potere sono organizzati in modo tale da mantenere la propria posizione, per cui esistono questi comportamenti che mirano a tutelare gli interessi personali, servendosi anche della cosa pubblica.

Inoltre Mosca teorizza l’idea che benché in un sistema di elezioni democratico sia il popolo a scegliere i propri governanti, siano invece i candidati a farsi scegliere. Una visione un po’ pessimistica, ma spesso nei discorsi tra amici e conoscenti, l’idea che ricorre più volte è che esista la “casta” politica. Idea molto probabilmente vicina alla realtà, da quello che sta emergendo dalle indagini sulla P4, e dal fatto che i politici e le figure importanti toccate dall’inchiesta siano orientate a trovare un modo per bloccare la diffusione delle intercettazioni e delle notizie relative a queste trame di malaffare, piuttosto che pensare a dimostrare la propria estraneità ai fatti emersi.

Fanno come i bambini, chiudono gli occhi e pensano: non sento più nulla, non mi vedono, tra poco sarà tutto passato e io andrò comunque avanti.

Vi vorrei proporre questo video che mi ha divertito molto, e mi ha anche fatto pensare a quanto siano presenti nelle nostre vite i compromessi. E mi ha fatto riflettere su quanti possiamo accettarne e su quali possiamo accettare, senza mettere da parte le nostre idee e i nostri valori. E in un certo senso i compromessi ci aiutano a capire quanto siano davvero forti queste idee e questi valori.

Quanto sono pericolose le etichette, se te ne attacchi una per sbaglio o pigrizia va a finire che a staccarla viene via la pelle, ed è doloroso. E forse per molti è meglio lasciarla lì dov’è, l’etichetta.

Stamattina mi sono alzato come al solito, molto assonnato, la doccia da fare, molto da studiare. Volevo andare al mercato coperto a fare un po’ di spesa, ma era chiuso. Un sacco di gente in giro però: è il 2 giugno, Festa della Repubblica.

In via Emilia, qua in centro a Modena è sfilato il tricolore più lungo di sempre, lungo 1797 metri, in ricordo dell’anno in cui fu decisa la Bandiera Italiana, a Bologna. Ben prima di essere Repubblica Italiana, unita.

Mentre sfilavano i tanti e tanti portatori del drappo tricolore la gente ai lati della strada applaudiva, a più riprese. Una vecchia signora urlava: “sventolatelo, sventolatelo il tricolore!”, con un sorriso splendido. Tutti sorridevano, e fissavano i tre colori e cantavano l’inno d’Italia. Forse non è un paese da buttare, forse non è vero che gli italiani non esistono.

Se solo riuscissimo a liberarci da questo catrame soffocante che si fa chiamare “politica”, se solo riuscissimo a capire che la “Repubblica” di cui si parla nella Costituzione non è una statua, non è il governo, non è Napolitano, non è “lo Stato”, ma siamo noi, io sono Repubblica, tu che leggi sei Repubblica, e come Repubblica dobbiamo salvaguardare i nostri diritti, le nostre opere d’arte, la nostra cultura.

Più tardi nella giornata, andato a teatro con un amico, ho assistito alla lettura dei primi dodici articoli della Costituzione, da parte del comico Vito. La sua definizione di “quelli che hanno scritto la Costituzione” era che avevano “due maroni più grandi della Girlandina” (la torre del Duomo di Modena) e che in confronto quelli di oggi hanno due prugnette secche.

Li ho letti più volte gli articoli della Costituzione, almeno i primi, i fondamentali. E solo oggi sono arrivato a capire, finalmente, di chi si parla in quelle dodici semplici e chiare frasi. Parlano di me!

Partiti, movimenti, cinque stelle o no, tutti dovremmo capirlo: l’Italia è nostra, nostra, nostra. E perché allora disamorarsi della politica deve essere anche disamorarsi del nostro Paese? Quindi lasciando fare perché “la politica non mi interessa” o “in politica sono tutti uguali” sarebbe la risposta giusta? Lasciando perdere si lascia che le cose che non ci vanno bene vadano in peggio, un atteggiamento poco conscio di quale sia il nostro ruolo. Non a caso sono i governanti che devono avere paura del proprio popolo, non il contrario. È però più facile che il popolo sia pacato e addormentato, se è sazio di donnette, giochi televisivi e calcio. Panem et circenses, e continuate a disamorarvi della politica e del vostro Paese.

Se pesate che in politica “siano tutti uguali”, o che “non cambierà mai niente”, oppure che “da soli non potete fare nulla”, allora accomodatevi, perdenti.

Io non mi accontento, e da oggi so che sono nella direzione giusta, per cambiare le cose, perché io non sono solo io, un ragazzo indietro con gli esami all’università, un ventenne che ancora non sa “cosa farà da grande”, un giovane eccitato, innamorato della musica, della sua ragazza, dei suoi amici e di tutti quei divertimenti che vegono etichettati come “passatempi”, ma sono anche e soprattutto cittadino, o meglio, Repubblica, Repubblica Italiana. Ho cantato l’inno con Eugenio Finardi e la sua band a teatro questo pomeriggio, e più volte la mia voce era spezzata. C’è chi ha da dire sulle parole, sulla retorica di Mameli, ma a me non importa nulla: è un simbolo, il nostro simbolo, e vedere i tre colori per strada, sentire le note di Fratelli d’Italia, mi ha fatto quasi versare lacrime speranzose, non tutto è perduto o perdibile.

Reagire, reagire contro le ingiustizie e andare a votare, sempre, il diritto va a pari passo col dovere, chi vi rinuncia si chieda come può poi chiedere una società o uno Stato migliore.

Quando vai a votare chiediti per chi voti, e risponditi sempre: PER ME.

Ha scritto Vittorio Alfieri nel suo “Della tirannide”:

«Tirannide indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d’impunità.

E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

E, viceversa, tirannide parimente si dee riputar quel governo, in cui chi è preposto al creare le leggi, le può egli stesso eseguire.

E qui è necessario osservare, che le leggi, cioè gli scambievoli e solenni patti sociali, non debbono essere che il semplice prodotto della volontà dei più; la quale si viene a raccogliere per via di legittimi eletti del popolo.

Se dunque gli eletti al ridurre in leggi la volontà dei più le possono a lor talento essi stessi eseguire, diventano costoro tiranni; perché sta in loro soltanto lo interpretarle, disfarle, cangiarle, e il male o niente eseguirle.

Che la differenza fra la tirannide e il giusto governo, non è posta (come alcuni stoltamente, altri maliziosamente, asseriscono) nell’esservi o il non esservi delle leggi stabilite; ma nell’esservi una stabilita impossibilità del non eseguirle.

Non solamente dunque è tirannide ogni governo, dove chi eseguisce le leggi, le fa; o chi le fa, le eseguisce: ma è tirannide piena altresì ogni qualunque governo, in cui chi è preposto all’eseguire le leggi non dà pure mai conto della loro esecuzione a chi le ha create.

Ma, tante specie di tirannidi essendovi, che sotto diversi nomi conseguono tutte uno stesso fine, non imprendo io qui a distinguerle fra loro, né, molto meno, a distinguerle dai tanti altri moderati e giusti governi: distinzioni, che a tutti son note.

Se più sopportabili siano i molti tiranni, o l’un solo, ella è questione problematica assai.

La lascierò anche in disparte per ora, perché essendo io nato e cresciuto nella tirannide d’un solo, ed essendo questa la più comune in Europa, di essa più volentieri e con minore imperizia mi avverrà forse di ragionare; e con utile maggiore fors’anco pe’ miei cotanti conservi.

Osserverò soltanto di passo, che la tirannide di molti, benché per sua natura maggiormente durevole (come ce lo dimostra Venezia) nondimeno a chi la sopporta ella sembra assai men dura e terribile, che quella di un solo.

Di ciò ne attribuisco la cagione alla natura stessa dell’uomo, in cui l’odio ch’egli divide contro ai molti, si scema; come altresì il timore che si ha dei molti, non agguaglia mai quello che si ha riunitamente di un solo; ed in fine, i molti possono bensì essere continuamente ingiusti oppressori dell’universale, ma non mai, per loro privato capriccio, dei diversi individui.

In codesti governi di più, che la corruzione dei tempi, lo avere scambiato ogni nome, e guasta ogni idea, hanno fatto chiamar repubbliche; il popolo in codesti governi, non meno schiavo che nella mono-tirannide, gode nondimeno di una certa apparenza di libertà, ed ardisce profferirne il nome senza delitto: e, pur troppo il popolo, allor quando corrotto è, ignorante, e non libero, egli si appaga della sola apparenza.

Ma, tornando io alla tirannide di un solo, dico; che di questa ve n’ha di più sorti. Ereditaria può essere, ed anche elettiva».

(Da “Della Tirannide”, Libro 1, Capitolo 2)

(Fonte: Uguale per tutti)

La nostra WhatsernaMe ci propone un “elenco”, l’elenco dal titolo “Essere giovani”. Oggi lo pubblico io qua su In Comode Rate Mentali, e già ora vi invito ad aggiungere il vostro punto alla lista. Comincerò io stesso, nello spazio per i commenti, qua sotto.

L’Albatro

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Essere giovani vuol dire non avere valori.

Vuol dire essere sempre sul groppone di mamma e papà.

Vuol dire stare 18 ore al giorno su Internet.

Vuol dire essere soli.

Vuol dire guardare il Grande Fratello, X Factor, Uomini e Donne, L’isola dei famosi…

Vuol dire ambire a diventare veline o calciatori.

Vuol dire sfondarsi di droga e alcol in discoteca e ammazzarsi sulle strade.

Vuol dure non avere un futuro o per nostra volontà o per volontà degli altri.

Essere giovani vuol dire crearsi un futuro.

Vuol dire trovare il proprio Hakuna Matata.

Vuol dire vivere come se dovessi morire domani, ma pensare come se dovessi vivere per sempre.

Essere giovani vuol dire aspettare quattro anni prima che quel ragazzo che hai incontrato in metropolitana ti dica “ciao”.

Vuol dire fare il romantico pensando di regalare alla tua ragazza una scatola di cioccolatini “Lindor” ma riesci a racimolare solo un “Kinder Maxi”.

Vuol dire ammazzarti di pogo in un concerto punk.

Essere giovani vuol dire non poter vivere senza i propri amici.

Vuol dire vivere nel precariato.

Vuol dire manifestare per i propri diritti.

Vuol dire seguire “Vieni via con me”.

Vuol dire avere troppi progetti.

Vuol dire avere scritto una lista con 28 cosa da fare prima di morire.

Vuol dire credere in un puro ideale, fatto di sogni e utopie.

Vuol dire guardare sempre a sinistra o a destra.

Vuol dire avere più spazi lasciati dai “vecchi”.

Forse aveva ragione Fabrizio De Andrè.

Forse noi ce li abbiamo eccome, i valori: solo che sono ancora nascosti perché sono nuovi.

Forse noi non siamo da rottamare.

Noi siamo dei chilometri zero.

Pubblichiamo oggi il nuovo articolo del nostro Foedericus, che ci parla della televisione, fonte d’ansia e strumento di controllo-influenza. Vi ricordiamo che potete trovare tutti gli articoli dei nostri collaboratori nell’omonima pagina, Collaboratori. Buona lettura!

***

– Link: la tv italiana e la criminalità: http://www.repubblica.it/cronaca/2010/10/11/news/tv_ansia-7933773/

Chiedo scusa per l’introduzione in tedesco per i non germanofoni ma sono stufo di slogan, motti, frasi lanciate a mezz’aria unicamente in inglese; così mi sono preso la mia piccola rivincita personale. Ad ogni modo la frase significa ritorno all’origine ed è quanto, oramai si sarà compreso, tenta di fare la mia claudicante esperienza linguistica tramite queste inserzioni: tornare al senso primo delle parole per poterle capire e dunque utilizzare al meglio.

Girovagando per interminati spazii mentali mi sono ritrovato a pensare: “cosa abbiamo veramente da apprendere dalla televisione?”. Costantemente sotto accusa negli ultimi periodi, mai quanto la stampa chiaramente ma anch’essa al centro di giochi di palazzo, il mezzo d’intrattenimento più amato dagli italiani mi ha dato parecchio da riflettere.

Notizie flash, smozzicate, eclatanti ultim’ora sulle escort del Tal politico, agenzie meramente adoprate per smentire intrallazzi omosessuali del Tal dirigente della Detta azienda di spicco e via discorrendo … ma noi che abbiamo da imparare da tutto ciò?

“Tutto e niente”

tutto perché ritengo l’esperienza sia più appagante se miscellanea e niente poiché da tali comportamenti non v’è proprio nulla di utile da estrapolare.

Alors, quoi faire? “Torniamo all’origine”, ovvero fermiamoci, spegniamo quella scatola malefica e riflettiamoci attorno guardandola … Se il suo nome vi rimbomberà in testa per qualche istante forse potreste avere la mia stessa illuminazione: se analizziamo il termine televisione etimologicamente parlando notiamo come sia composto da due termini che ci schiudano, oltre all’origine del nome dell’oggetto, la risposta alla domanda posta poco sopra; ci può bastare anche solo la prima particella, il termine greco Τηλε che significa lontano… ecco cosa fare con la televisione, osservarla, guardarla ma sempre da lontano, non necessariamente con disprezzo né tanto meno con indifferenza.

A tal proposito mi sovviene l’incipit di Se una notte d’inverno un viaggiatore di Italo Calvino, libro che ammetto di non aver ancora letto ma che ho regalato qualche giorno fa ad un caro amico; seduti al ristorante, mentre attendevamo d’ordinare, ha preso il libro ed ha iniziato a leggere ad alta voce le prime righe: in breve il romanzo comincia invitando il lettore a comunicare a chiunque lo circondi d’essere in procinto d’iniziare la lettura e di SPEGNERE LA TELEVISIONE … e nel caso in cui non si venga ascoltati il geniale autore propone d’urlare e rivendicare il proprio diritto alla lettura… ed era proprio quello ch’avrei fatto, urlare, se solo mi fossi lasciato trasportare oltre dalla lettura: tutt’attorno era un tripudio di televisori accesi con volumi esorbitanti atti a fornire “informazione” ai commensali (personalmente quando pranzo fuori casa con qualcuno gradisco conversarvi, non ascoltare la “scatola delle meraviglie”!).

Ecco, piuttosto diamoci alla lettura: dal romanzo al quotidiano, dal saggio al fumetto, nulla di tutto ciò nuoce gravemente né alla salute né tanto meno alle proprie conoscenze!

Quanto possiamo apprendere, dunque, è evitare tutto ciò che risulterebbe nocivo per noi, per la nostra salute sociale: impariamo a rispettarci, a non utilizzare i mezzi d’informazione per lanciare invettive infamanti contro qualcuno che non la pensi come noi, ad essere onesti, a comunicare apertamente e sinceramente. Come ho già detto, non sono qui per fare il moralista, mi garberebbe solo che la gente imparasse qualcosa di nuovo ed utile per ripulire questo mondo che sempre più si sta trasformando in un luogo dove chi ha un centesimo in più degli altri può permettersi di strafare.

In conclusione, spegniamo dunque la televisione e diveniamo noi stessi fautori della nostra realtà, non lasciandoci così manipolare da fattori esterni.

Le espressioni di Pasolini sono più che eloquenti circa il potere che ha la televisione di tenere in pugno la gente, potere ch’è andato accrescendosi dato che quella di cui si parla è la  televisione di cinquant’anni fa. Mio interesse non è quello di fare un’analisi a livello politico-propagandistico dell’utilizzo della televisione, bensì quello di far riflettere attorno quanto abbiamo concesso a questa scatola che da decenni oramai convive nelle nostre case: la facoltà di tenerci in pugno e di prendersi la nostra libertà!

Come ogni video, consiglio di non guardare le immagini, alto fattore di distrazione!, ma di ascoltare le parole di Pasolini fissando vacuamente ciò che ci circonda, magari a luce spenta.

“et ne nos inducas in tentationem, sed libera nos a malo”