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Che tristezza. I gruppi su Facebook su cui fare i nostalgici. “Viva gli anni ’90”.

Ma io che ci sono nato negli anni ’90 non ne sento così tanto la mancanza, non così tanto da volerli ricordare ad ogni momento, da sentire la necessità di visitare e condividere le gallerie piene di foto di ricordi “nostalgici”, per mostrare con malinconico orgoglio cosa ho vissuto, in un modo che credevo fosse proprio della senilità.

La nonna che racconta di come “pativamo la fame” e “la mattina andando al pascolo ci portavamo solo due fette di polenta fredda e un poco di latte, se c’era”, secondo me è un patrimonio prezioso e impreziosito dal fatto che quelle storie sono un po’ anche le tue radici, come vivevano i nonni un po’ ti fa sentire da dove sei venuto, ti fa percepire il terreno che calpesti e su cui si regge il tuo presente: non sono i libri di storia, ma è una persona cara che ti racconta com’è stata la vita prima di te.

Ecco, i racconti di nonni e genitori sono preziosi per questo. Ti fanno sentire un po’ più sicuro. Sai qualcosa in più di cosa c’è stato prima di te, conosci in un certo senso un po’ di più te stesso, e in qualche modo risulta più facile poter pensare ad un futuro. Futuro che racconterai a figli e nipoti, e sarà ancora più bello se l’avrai vissuto al meglio, ma soprattutto costruito e pensato tu. Tu e la persona che ami.

Non capisco quindi i miei coetanei che creano e condividono così spesso questi memorabilia (l’immagine di essi). Io stesso ogni tanto taggo qualche amico al grido di un accorato “ti ricordi…?”.  Credo che sia la normalità.

Inserisco invece questa corsa al ricordo e alla canonizzazione in un contesto più ampio, in cui rientra la scarsa creatività, la moda e la paura allucinante di non avere un futuro. Allucinante perché spesso è accompagnata dall’incapacità più o meno conscia di pensarlo questo stramaledetto “futuro”.

E allora nascono le mode del vintage, che su ogni cosa getta questa patina che tutto colora di una tonalità ingiallita. Una patina che ormai è moda.

Io stesso sono in un certo senso un cultore degli anni passati. Di recente ho recuperato un giradischi e, complice uno zio jazzofilo, ho iniziato a far crepitare la testina. Porto occhiali da sole grandi e a montatura mediamente spessa, provenienti dagli anni ’80 credo, i miei occhiali da vista ricordano Woody Allen e potrebbero inserirsi nel non-movimento/non-moda di quelli che ultimamente vengono indicati come hipster (c’è un articolo su Xl numero 75, “Hipsteria”, interessante anche se un po’ corto).

Ma non è creatività imitare gli altri. È creativo chi fa partire una moda, chi la modifica e ne coglie il senso, cioè la vive. E questa mi sembra una cosa bella. Manca così tanto la tendenza a scegliere uno stile di vita (che comprende in verità tutto, dal modo di vestirsi al modo di pensare, dal modo di comportarsi alle passioni che si hanno e si coltivano). Tutte queste cose sono collegate, una l’espressione dell’altra, tutte l’espressione di noi.

La paura di non avere radici e di perdere se stessi ci conduce a cementarle queste radici, in nome della tradizione: chi è conservatore non è, logicamente, di animo progressista, per cui la sua creatività spesso potrebbe risentirne. E così anche la sua felicità potrebbe andare scemando.

Credo che una mente aperta creativa reattiva sia più felice e sia più infelice allo stesso tempo. Si muove di più, è più viva. Ha più possibilità di essere felice. Chi è ancorato inossidabilmente alle proprie tradizioni e in un certo senso vive per queste è limitato, e la sua felicità rimane all’interno di uno steccato nel quale è facile vivere ponendosi non dico pochi, ma meno problemi. Appagare il proprio animo soltanto con oggetti o divertimenti che richiedono poco ragionamento. Questo genera le mode che non credo sia giusto demonizzare, ma sappiamo che in tanti (troppi?) le seguono pedissequamente, acriticamente. Semplicemente “fa figo” avere il Mac, “fa figo” indossare capi firmati, “fa figo” essere alternativi (che contraddizione: questo non è il calco negativo del conformismo? non è conformismo a sua volta?).

Anche se sembro fuori tema ormai, io vedo tutti questi concetti ben relazionati. Moda, creatività, futuro, paura e incapacità. Non mi sembra sano crogiolarsi unicamente in se stessi celebrando gli anni passati con i vari “una volta era meglio”, “guarda che bei tempi che erano”. Non a vent’anni. Non riferendosi a un periodo così vicino ad oggi.

Mi preoccupa questo che sembra essere un invecchiamento generale, un invecchiamento precoce. Anime vecchie, già continuamente e inesorabilmente nostalgiche. Un tempo si reagiva con i movimenti, le idee nuove che spesso erano ripescate dal passato remoto. Penso che invece ora la maggior parte delle persone se ne freghi, e preferisca cercare se stessa nel passato prossimo, accontentandosi di quel poco che trova. Hanno quasi ammazzato il nostro coraggio.

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Immaginiamo di essere felici come Roger Daltrey mentre impersona Tommy, nell’omonimo film degli Who. Io lo sono!

 

Si è rotto lo specchio che ci rimandava tutti i nostri problemi nella loro interezza: crudi, completi e irrisolvibili, lo specchio ci bloccava.

Si è rotto lo specchio, e ora siamo un po’ più liberi, ora sappiamo, intuiamo, che possiamo davvero lavorare per risolvere i problemi. Dietro lo specchio c’è il sole, quello reale che illumina tutto e lo rende vero. Affrontabile, risolvibile.

Non ne potevo più di stare in questa nube di assurdità, gommosa e asfissiante. Il primo passo è fatto e un po’ alla volta ci riprenderemo tutto ciò che ci hanno rubato, privatizzato e denigrato: parole, istituzioni, diritti, dignità, credibilità.

Seconda puntata della nostra serie di post sulle donne. La parola va oggi alla nostra collaboratrice Cassandra. Buona lettura!

LA VIRTU’ DELLA NORMALITA’ NON VA IN TV


Le prostitute sono sempre esistite: ora si chiamano escort, prima si chiamavano cortigiane e prima ancora etere. Certo, etere e cortigiane stavano qualche gradino sopra le escort odierne, erano colte e sofisticate ma, se le prostitute moderne si limitassero a fare il loro mestiere, certo questa differenza non disturberebbe nessuno. Personalmente, è un’altra la differenza che mi infastidisce e che mi fa incazzare e cioè l’atteggiamento che hanno i media nei confronti di queste donne che vendono il proprio corpo non tanto per soldi, quanto per avere un posto in Consiglio Regionale o all’Isola dei famosi. Diciamocelo, i mezzi di comunicazione, e in particolare la televisione,  hanno quasi sempre dato un’immagine sbagliata della donna, in primo luogo dal punto di vista fisico (un esempio su tutti, la Marcuzzi-chiodo che si vede gonfia e di conseguenza si riempie solo di sbifidus) ma anche dal punto di vista per così dire sociale della donna (come dimenticare il marito che, aperta la porta e trovatosi di fronte una palla di polvere, si rivolge alla moglie con un fastidiosissimo: -Cara, è per te!- ?). Negli ultimi mesi però si è davvero oltrepassato il limite (almeno il mio): come può la televisione, conscia del suo potere sulle persone, sponsorizzare le escort offrendole come immagine se non giusta, quantomeno non sbagliata? Si sa che la virtù fa meno notizia del vizio, ma è davvero questo l’esempio che vogliamo dare non solo alle donne che, soprattutto se insicure, finiranno per seguire le orme di coloro che usano il loro corpo per raggiungere i loro obiettivi, ma anche agli uomini, che si sentiranno autorizzati a chiedere prestazioni sessuali in cambio di una contropartita?

Ma come possiamo noi, donne della quotidianità, affermare la nostra normalità (che è poi la nostra virtù) contro il dilagare di questo cattivo esempio di donna, se i mezzi di comunicazione hanno occhi solo per il vizio? Non ho sentito la necessità di scendere in piazza il 13 febbraio perché credo che manifestare contro le prostitute non sia il modo giusto per affermare i nostri meriti. La mia personale protesta è quotidiana e a lungo termine. Frequento l’università e studio per poter diventare un giorno, forse, un magistrato (donna) grazie all’impegno e alle doti intellettuali e non a quelle fisiche. Ma soprattutto cerco ogni giorno di comportarmi in maniera tale da poter essere per i miei figli, un giorno, un esempio di donna seria ed onesta; voglio poter dimostrare loro che per raggiungere dei risultati e realizzare i proprio progetti (e magari anche i propri sogni) non è importante l’angolo di apertura delle gambe. Essere donna vuol dire molto altro.

Da il Fatto di oggi, la lettera, amara, della diciannovenne Miriam Romano.


Ho diciannove anni e tanti sogni, ma senza la benché minima speranza di poterne realizzare anche uno solo. Sentirsi insignificanti, non considerati, privati di quella carica tutta giovanile che dovrebbe investirti a quest’età, di quella voglia di fare, di viaggiare, di conoscere, di realizzarsi. Tutto un consumare veloce, un divertimento inconsistente. Respirare ovunque il vuoto, il piattume, il malessere della società che colpisce e arresta i giovani.

Leggo i giornali e mi sento estranea a tutto quello che mi accade intorno, immersa in un flusso di eventi che non mi toccano, che sembrano non riguardarmi. Nessuno parla di me, nessuno si interessa di noi, nessuno si preoccupa del grande terrore che provo quando mi penso tra dieci anni ancora qui, spaesata, senza un lavoro, ancora alla ricerca di qualche opportunità, ad aspettare che cada la manna dal cielo.

Molti ragazzi che incontro, con cui parlo all’università, con cui esco, sono poveri di idee, si sbattono tra un locale e l’altro, studiacchiano qualcosa ogni tanto, ma non hanno alcuna prospettiva futura. Non trovano stimoli, soli, spersi, senza aspettative, sogni, ma neanche consapevolezza di se stessi. Chi si interessa di noi? A chi importa della rabbia che mi fluisce tra le vene quando apro il giornale e vedo in prima pagina volti di pensionati, di vecchi che discutono in Parlamento di argomenti così avulsi dalla realtà, lontani da me, dalla mia famiglia, dai miei amici?

Quando accendo la televisione e i soliti vecchietti si urlano dietro, si offendono, parlano di se stessi, pensano a se stessi, come devo stare? Loro appaiono in televisione, sono sui cartelloni, loro contano veramente qualcosa, noi no. In cosa devo avere fiducia? Bloccata in un sudicio fango, sento sempre più forti i limiti, le barriere che quest’Italia interpone tra me e le mie capacità, le miei attitudini che non possono essere coltivate, scoperte, stimolate, ma messe da parte, nascoste, cancellate. La nostra energia, la grinta dei giovani sottomessa e schiacciata dagli uomini della politica che mirano al proprio successo personale, arroccati in quelle posizioni che puzzano di vecchiume. E’ davvero frustrante leggere di un presidente del Consiglio che non risponde davanti all’opinione pubblica delle sue azioni. Ci fa sentire una nullità un presidente che non interviene a spiegare a noi, per conto dei quali è chiamato a governare, da chi ad esempio ha comprato terreni e casa ad Antigua, ma anzi denuncia per diffamazione la giornalista che fa un servizio a riguardo, vaglia leggi ad personam, si costruisce uno scudo per evitare di comparire davanti ai giudici, abusa continuamente del suo potere incoraggiando la prostituzione e sborsando fiotti di denaro per una escort mentre ci sono ragazzi di talento e in gamba che ne avrebbero realmente bisogno.

E l’Italia precipita, va a rotoli: “tornano” i rifiuti a Napoli, la criminalità organizzata, la disoccupazione, il precariato. Una sinistra di cui non si sente parlare, inesistente. La speculazione sul caso di Avetrana che tiene incollata tutta l’Italia davanti alla televisione determinando nel pubblico un così morboso accanimento, entrando di prepotenza nella vita di una famiglia distrutta, riducendo il tutto a un film, a un giallo di cui bisogna scoprire il colpevole senza curarsi della vittima. Quando finalmente qualcuno vuol dire le cose come stanno, far sentire quella nota stonata di un’Italia che dorme per il sonnifero procurato dalla politica del panem et circenses, viene messo a tacere nei modi più subdoli.

Chi siamo noi? Da chi siamo rappresentati e chi ha realmente voglia di capirci, di aiutarci, di trovare soluzioni concrete, efficaci? Non va tutto bene. Anzi. Chi dice che va tutto bene non ci conosce, ci illude, ci mette a tacere non dandoci gli strumenti per farsi rispondere. Non voglio essere ai margini della società, voglio essere protagonista attiva della mia vita e avere la possibilità di giocare un ruolo determinante in quello che sarà il mio futuro.

Voglio poter scegliere, voglio poter fallire perché non sono stata capace, perché non ho abbastanza talento, perché qualcuno è più in gamba di me, e non perché non ho le conoscenze giuste, le raccomandazioni più pesanti o provengo dai gradini più bassi della scala sociale. Non voglio che mi vengano tagliate le gambe prima della partenza, ma correre a pari degli altri. Voglio che la fatica venga ricompensata. E’ chiedere troppo che la politica si occupi realmente di noi?

Mi guardo intorno e percepisco sconforto, arrendevolezza, menefreghismo. La nostra forza, le capacità di noi ragazzi che vengono ogni giorno svilite da una tv spazzatura che riempie le nostre menti e ci proibisce di pensare, di dissentire. Il dissenso non è più concesso. La verità è una sola, univoca, inconfutabile: la crisi non esiste, tutto è posto, noi siamo i buoni, i paladini, amanti dell’Italia. Chi dissente è cattivo, è un perdente.

 

Pubblichiamo oggi un articolo della nostra collaboratrice WhatsernaMe, ispiratole dal recente viaggio in Spagna. Buona lettura!

***

«Y chicas ¿Qué piensen los italianos de España?»

La domanda curiosa è di Rosa Peréz, una ragazza 31enne della Extremadura che 12 anni fa si è trasferita a Siviglia per frequentare l’Università e di conseguenza si è laureata in Filologia e Letteratura spagnola.

Da 5 anni insegna alla Giralda Center, scuola di spagnolo per studenti stranieri; così passeggiando per andare al Mercadillo di Calle Feria, le chiedo se questo lavoro le piace: sorridendomi, mi sbatte in faccia una verità di un fenomeno che sta condizionando parecchio anche l’Italia. «Sono stata fortunata perché, primo sono riuscita a trovare un lavoro, secondo è un lavoro che mi piace.»

Passando per vicoli e vicoletti, giungiamo in Calle Feria, dove ogni giovedì c’è questo mercato delle pulci dove si può trovare di tutto, da libri a specchietti delle macchine, da sedie a vestiti di flamenco. La gente, che secondo molti sarebbe appena uscita da Alcatraz, è spontanea, gentile e per niente arrabbiata con il mondo intero (a differenza degli italiani).

Così, in quest’atmosfera stranissima, continua la conversazione tra me e Rosa: cercando di tirare fuori il mio spagnolo migliore, le dico che gli iberici sono considerati aperti, socievoli e calorosi. Stando a Siviglia le confermo quanto detto, aggiungendo che soprattutto mi ha colpito il rispetto per le persone e la città stessa. La sua faccia è davvero sorpresa (e soddisfatta) e scherzosamente le dico che questa impressione probabilmente è dovuta al sentirsi tutti sudditi di un re.

A causa di un mio pregiudizio (ero convinta che i giovani spagnoli fossero contrari alla monarchia), mi ero preparata a vedere una una smorfia di disgusto, ma invece mi risponde che il re è molto ben visto, in quanto negli anni ‘60 suo padre stipulò con Francisco Franco un accordo nel quale era sancito che alla morte del dittatore, il figlio Juan Carlos andasse al potere.

Dopo una breve pausa di silenzio, a me vantaggiosa per riformare una domanda, le chiedo invece cosa ne pensano gli spagnoli di Zapatero. Stavolta la sua espressione di fa più cupa e scuote la testa: «Beh, Zapatero è stato una sorta di benessere per il mio Paese ma solo nei primi anni. Quando è stato eletto, ha pronunciato un discorso che ha lasciato a bocca aperta tutti gli spagnoli: ognuno di noi ha pensato che finalmente in Spagna potesse andare tutto bene. E così è stato con le nuove leggi che sono state introdotte, come la legge sull’indipendenza o i matrimoni tra gli omosessuali. Ma negli ultimi due anni sta sbagliando tutto. Ha introdotto una “reforma laboral” (riforma sul lavoro) che sta portando malessere tra la popolazione. Ha persino licenziato cinque ministri, i quali non sono stati in grado di fare bene il loro lavoro. E da voi in Italia non stanno facendo delle riforme?»

Non so se stia scherzando o è soltanto per curiosità personale, ma istintivamente sulle mie labbra compare un sorriso amaro, molto amaro.

«Non so se in Spagna è giunta questa notizia, ma in Italia si stanno facendo una serie di riforme che servono veramente a ben poco.»

Dal suo annuire capisco che qualcosa già sa.

«Per esempio – continuo – da due anni il governo sta distruggendo la scuola italiana. Il nostro ministro, Mariastella Gelmini, sta portando a un livello da paese del terzo mondo l’istruzione e la ricerca: ha tagliato i fondi per finanziare la scuola, ha ridotto le ore scolastiche, creando un altissimo tasso di disoccupazione; ha ridotto anche gli indirizzi di studi delle superiori e cancellato alcuni corsi di laurea. Per esempio, l’Università Statale di Milano è stata costretta a iniziare i corsi con quindici giorni di ritardo perché non ci sono i fondi per pagare i professori; oppure la scuola d’arte più famosa d’Italia un annetto fa era in procinto di chiudere perché non c’erano abbastanza professori e denaro. Direi che in Italia non siamo messi molto bene.»

«Lo stesso in Spagna, Miki. Ora che c’è la crisi il governo è incapace di risanarla»

« Si sente molto la crisi?»

Oramai io e Rosa ci siamo appostate in un bar e abbiano preso persino due succhi di frutta.

«Beh, vedi, la crisi si sente eccome. Da quando sono nata, non mi ricordo di una crisi così. Non c’è lavoro per nessuno e chi lo aveva, si è visto improvvisamente senza nulla e a vivere per strada» e indica un barbone che chiede l’elemosina, un altro che continua a dormire e un altro ancora che rovista nella spazzatura.

«Con la globalizzazione le fabbriche sono state trasferite all’estero, dove ovviamente la manodopera costa poco. Già all’inizio degli anni 90, il governo ha fatto chiudere dei cantieri navali (che erano l’unica fonte di lavoro) in Galicia, a Cádiz e a Sevilla. E nessuno è riuscito a fermare questo fenomeno: anzi, se vuoi gli è stata data una spinta quando tra il 1980 e il 1990 sono state privatizzate molte imprese e industrie. Ora è tutto allo sbaraglio. Capisci che nemmeno qui va proprio bene.»

Rimango un po’ sconcertata e incredula, soprattutto dopo che frugando nella mia cultura generale, ricordo che finita la dittatura franchista, la Spagna aveva avuto un boom economico pazzesco.

Ma il racconto di Rosa mi stupisce ancora di più: la maggior parte del boom economico era dovuto ad attività e imprese illegali, che basavano la loro ricchezza sul lavoro in nero. In testa c’erano le imprese edili, che costruivano edifici in tempi record, senza garantire i diritti di sicurezza e degli operai, pagandoli praticamente a cottimo. Ma queste imprese sono state le prima a crollare non appena l’odore di crisi ha cominciato a diffondersi per tutto il Paese. Ed ecco come di conclude la situazione economica spagnola attuale.

«Sai mi sembra che tu viva in Italia e che mi stessi raccontando la stessa storia, ma in una lingua diversa»

Purtroppo è un altro dito che affonda nella piaga: anche lei ammette la gravità della situazione, aggiungendo che il mio Paese è spaccato in due parti distinte ma che non si possono affrontare in quanto sarebbe una battaglia persa in partenza dai più deboli, quelli di un’Italia migliore.

Certo, le rispondo, sono più forti perché in Italia funziona che chi è disonesto, vince. Il governo italiano è formato da un capo supremo, attorniato da ministri che hanno almeno commesso un reato.

«¡No es posible!»

« No, no, è possibilissimo! Anzi se tu sei una persona onesta, non puoi entrare in politica.»

A Rosa viene solo da sorridere e scuotendo la testa dice che la Spagna non è messa bene, ma almeno chi non lavora bene se ne va a casa.

Veniamo fermate da un urlo di una venditrice che guadagna la sua giornata e ogni minuto che passo in questo mercadillo è sempre più strano, divertente e coinvolgente.

«Pero ahora tienes una mala imágen de Italia» (però ora hai una pessima immagine dell’Italia)

«no no anzi, io vorrei vivere in Italia! Avete paesaggi magnifici, l’arte che vi invidia tutto il mondo, per non parlare della gente e della cucina: meravigliosi!»

È già un passo avanti che non abbia detto “Pizza, mandolino e mafia” ma mi tocca metterla in guardia sulla mancanza di un futuro, specialmente per i giovani.

«Senti – mi dice – ne vogliamo parlare? In Spagna c’è il 60% di giovani che hanno diritto al lavoro e solo il 20% ce l’hanno, ma è tutto precariato. Nessuno può costruirsi una famiglia, può comprare cosa, può avere una vita propria. Questo secondo te è avere un futuro?»

Beve praticamente a goccia il succo e rimane in silenzio. Immediatamente si scusa per lo sfogo, dicendo che è molto arrabbiata per questa situazione in quanto coinvolge molti suoi amici e conoscenti.

Faccio spallucce e non riesco ad aggiungere niente. O meglio vorrei chiederle molto altro però i suoi movimenti mi fanno capire che il tempo scarseggia e che la scuola ci aspetta.

Infatti si alza e va al bancone per pagare, ma dopo torna da me, mi viene vicino e mi dice: «¡Hey chica no te preocupes! Vedrai che anche in Italia tutto si sistemerà. In Spagna è successo dopo 20 anni. Ormai tutti sono stufi e quando sentirò al telegiornale che in Italia ci saranno manifestazioni su manifestazione, io penserò a te e tu penserai a me.»

Pubblichiamo oggi un intervento di una nuova collaboratrice, WhatsernaMe, che ci parla di onestà, rispetto e legalità. Buona lettura!

GOD SAVE THE KING

di WhatsernaMe

Il vecchio inno inglese diceva: “God save the King” (Dio salvi il re), sperando che questo re potesse amministrare il suo Paese nel nome dell’onestà, della legalità e del rispetto. Onestà? Legalità? Rispetto? Oh miseriaccia, cosa saranno mai queste parole? Cosa celano dietro il loro oscuro significato?

Apparentemente sono semplici: onestà significa non negare l’evidenza nel momento in cui TUTTI sanno cosa succede; oppure non raccontare menzogne con il solo scopo di pararsi il culo; non accettare compromessi per essere l’uomo più ricco d’Italia; non crearsi leggi ad personam o ad aziendam, non abusare del proprio potere per minimizzare la libertà di stampa, di opinione (solo perché siamo in un Paese democratico, credo).

Legalità, invece, vuol dire attenersi a determinati protocolli creati per contrastare l’abusivismo, le morti bianche e i danni all’ambiente; non comparire negli elenchi di società segrete, non favorire la criminalità organizzata, non accusare magistrati consapevoli delle indagini che stanno facendo.

E il rispetto? Parolona: non imbrogliare i cittadini; agevolare la giustizia; pensare all’Italia come un Paese unito; risolvere le gravi incombenze che attanagliano ogni singolo cittadino; distribuire i soldi in maniera equa e quanto basta alla sanità, all’istruzione e alle pubbliche imprese; dare la possibilità ai giovani di un futuro migliore.

Ma sono altrettanto semplici da essere realmente applicate nella vita quotidiana di tutti noi? Massì, cosa ci vuole.

Però se fosse davvero così facile, non avremmo avuto un Capo del governo che invece di risolvere i problemi di noi italiani, risolve i suoi.

E intanto va, sentendosi addirittura una mano venuta dal cielo che controlla informazione, televisioni, giornali, banche, case editrici e cinematografiche, avvocati pronti a difendere tutte le sue magagne (mentre a noi chi le difende? mi viene da pensare). Come se il suo immenso potere dipendesse da Dio.

Per tutti coloro che apprendono le parole “onestà, legalità e rispetto” sanno che questo è impossibile e che neppure quel Dio che lo avrebbe dovuto guidare nel suo cammino, accetterebbe un tale affronto.

“Un momento, qui i conti non tornano” può pensare il Re dei Cieli, “una persona – continua – non può avvalersi del mio potere se per prima cosa non rispetta il suo Popolo.”

Dio è chiaramente indignato. E anche quei pochi italiani che hanno appreso la gravità della situazione, che hanno già perso una battaglia in partenza, in quanto sono troppo pochi e senza “le armi” adatte a poter combattere il sonno che avvolge le menti delle altre persone.

Ma intanto, “God save the King”.

di Aristofane

Tempi di cambiamento, di instabilità e fermento. Il governo sembra giunto ad un punto di non ritorno, stretto dai suoi ex alleati.

Personalmente, ho poca fiducia nei cosiddetti finiani, ed ancora meno nel “terzo polo”, che sarebbe formato da loro, UDC, API, MPA ed altre sciccherie. Chi non si è accorto per 16 anni (1994-2010)di chi fosse Berlusconi ed ha votato con lui tonnellate di leggi vergogna può davvero ergersi oggi a difensore della legalità e di altri valori simili, valori che l’armata berlusconiana disprezza e calpesta ogni giorno?

Sia chiaro, ben venga una scissione ed una presa di coscienza da parte di Fini, meglio tardi che mai. Ma non si aspetti che tutti si fidino di lui, considerandolo l’esponente di una “nuova destra”. Penso che il tempo del Presidente della Camera, così come quello della maggior parte dei politicanti di questa Seconda Repubblica, sia finito. Schiacciato da scandali, ruberie e privilegi ostentati in faccia a cassintegrati e lavoratori, giovani o meno, che si fanno il mazzo tutti i giorni per portare qualcosa a casa.

Lo so, è un discorso forse un po’ demagogico, il mio. Ma, in realtà, credo che sia solo un’analisi dei fatti. Dopotutto, a chi vogliamo affidare il nostro futuro? A Fini? A Bossi? A Bersani? Ma mi facciano il piacere. C’è bisogno di novità, di freschezza.

Quello che serve sono persone giovani e capaci, che siano informate e consapevoli di quello di cui parlano. E, soprattutto, devono parlare di cose vere, di temi fondamentali come l’ambiente, l’energia, l’informazione, il lavoro. Non di lodo Alfano, processo breve, revisione costituzionale o altre porcate analoghe. Insomma una politica che sia davvero tale, cioè un servizio ai cittadini, che si occupi di loro e dei loro problemi. Non una casta (termine ormai logoro ma sempre efficace) autoreferenziale ed arrogante.

So che tra i giovani le persone capaci sono tante. Siamo capaci di tirare fuori il nostro meglio, metterci in gioco e provare a migliorare le cose? Siamo pronti ad assumerci noi stessi la responsabilità del nostro futuro e di quello degli altri? Spero di sì, altrimenti dovremo per l’ennesima volta affidare le nostre aspettative e prospettive ad un manipolo di incapaci, delinquenti o ignoranti che, come sempre, le faranno a pezzi.