Archivio per dicembre, 2010

Il nuovo anno

Pubblicato: 31/12/2010 da Martino Ferrari in Montelfo

Ultimo giorno dell’anno. Ne sono successe di cose. Nella nostra vita e in quella del nostro paese. Alcune belle, altre meno. Ma è sempre così, no? Altrimenti, la vita non varrebbe probabilmente la pena di essere vissuta. Non ci resta che augurare a tutti voi internauti un buon principio. Speriamo che questo 2011 sia foriero di novità positive per tutti!! Auguri!!

 

Aristofane e L’Albatro

Fine dell’anno all’insegna del pessimismo per Ernesto Galli della Loggia, editorialista del Corriere della Sera. Di seguito il suo pezzo pubblicato sul giornale oggi. Un articolo (finalmente) in gran parte condivisibile. Buona lettura.

Non vanno bene le cose per l’Italia. Prima che ce lo dicano le statistiche – comunicandoci per esempio un dato lugubre: che nel 2010 il reddito pro capite degli italiani sarà in termini reali inferiore a quello del 2000 – ce lo dice una sensazione che ormai sta dentro ciascuno di noi e ogni giorno si rafforza.

Basta che ci guardiamo intorno per scorgere un panorama sconfortante: abbiamo un sistema d’istruzione dal rendimento assai basso; una burocrazia sia centrale che locale pletorica e inefficientissima; una giustizia tardigrada e approssimativa; una delinquenza organizzata che altrove non ha eguali; le nostre grandi città, con le periferie tra le più brutte del mondo, sono largamente invivibili e quasi sempre prive di trasporti urbani moderni (metropolitane); la rete stradale e autostradale è largamente inadeguata e quella ferroviaria, appena ci si allontana dall’Alta velocità, è da Terzo mondo; la rete degli acquedotti è un colabrodo; il nostro paesaggio è sconvolto da frane e alluvioni rovinose ad ogni pioggia intensa, mentre musei, siti archeologici e biblioteche versano in condizioni semplicemente penose. Per finire, tutto ciò che è pubblico, dai concorsi agli appalti, è preda di una corruzione capillare e indomabile. C’è poi la nostra condizione economica: abbiamo contemporaneamente le tasse e l’evasione fiscale fra le più alte d’Europa, mentre gli operai italiani ricevono salari ben più bassi della media dell’area-euro; il nostro sistema pensionistico è fra i più costosi d’Europa malgrado le numerose riforme già fatte e siamo strangolati da un debito pubblico il pagamento dei cui interessi c’impedisce d’intraprendere qualunque politica di sviluppo. Ancora: nessuno dall’estero viene a fare nuovi investimenti in Italia, ma gruppi stranieri mettono gli occhi (e sempre più spesso le mani) su quanto resta di meglio del nostro apparato economico-produttivo; nel frattempo il processo di deindustrializzazione non si arresta e la disoccupazione, specie giovanile, resta assai alta.

Nessuno di questi mali ha un’origine recente, lo sappiamo bene. Non paghiamo cioè per errori di oggi o di ieri: o almeno non solo per quelli. È piuttosto un intero passato, il nostro passato, che ci sta presentando il conto. Oggi cominciamo a capire, infatti, che qualche tempo fa – quando? nel ’92-’93? un decennio dopo con l’adozione dell’euro? – si è chiuso un lungo capitolo della nostra storia. Nel quale siamo diventati sì una società moderna (qualunque cosa significhi questa parola), ma pagando prezzi sempre più elevati, accendendo ipoteche sempre più rischiose sul futuro, chiudendo gli occhi davanti ad ogni problema, rinviando ed eludendo. Prezzi, stratagemmi, rinvii, che negli Anni 70-80 hanno cominciato a trasformarsi in quel cappio al collo che oggi sta lentamente strangolando il Paese.

Lo sappiamo che le cose stanno così. Ce ne accorgiamo ogni giorno che l’Italia perde colpi, non ha alcuna idea di sé e del suo futuro. Ma ci limitiamo a pensarlo tra noi e noi, a confidarcelo nelle conversazioni private. Avvertiamo con chiarezza che avremmo bisogno di bilanci sinceri e impietosi fatti in pubblico, di un grande esame di coscienza, di poterci specchiare finalmente e collettivamente nella verità. Che ci servirebbero terapie radicali. Invece sulla scena italiana continua a non accadere nulla di tutto ciò.

Chi dovrebbe parlare resta in silenzio. Resta in silenzio il discorso pubblico della società italiana su se stessa, consegnato ad una miseria che diviene ogni giorno meno sopportabile. Ma soprattutto resta in silenzio la politica, divisa tra lo sciropposo ottimismo di Berlusconi, il suo patetico «ghe pensi mi» da un lato, e la vacuità dei suoi oppositori dall’altro. Bersani, La Russa, Bossi, Fini, Bondi, Vendola, Verdini, Di Pietro, Casini, e chi più ne ha più ne metta credono di parlare al Paese con le loro dichiarazioni, le loro interviste, i loro attacchi a questo o a quello, i loro progetti di alleanze, di controalleanze e di governi: non sanno che in realtà se ne stanno guadagnando solo un disprezzo crescente, ne stanno solo accrescendo la distanza dal loro traballante palcoscenico. Sempre più, infatti, la loro produzione quotidiana di parole suona eguale a se stessa: ripetitiva, irreale, ridicola. Mai una volta che uno di essi proponga al Paese una soluzione concreta per qualche problema concreto: chessò, come eliminare la spazzatura a Napoli, come attrarre investimenti esteri in Italia, come finire la Salerno-Reggio Calabria prima del 3000, come iniziare a risanare il debito pubblico. Mai: anche se a loro scusante va detto che nel solcare quotidianamente l’oceano del nulla sono aiutati da un sistema dell’informazione anch’esso perlopiù perduto dietro la chiacchiera, il «retroscena», il titolo orribilmente confidenziale su «Tonino» o «Gianfri», il mortifero articolo di «costume».

Nelle pagine e pagine dedicate dai giornali alla politica diventa sempre più difficile distinguere il vero dal falso, scorgere qualche spicchio di realtà tra i fumi dell’aria fritta. È così che alla fine siamo condannati a questo necessario, disperato, qualunquismo. Agli italiani non sta restando altro. Disperato perché frutto dell’attesa vana che finalmente da dove può e deve, cioè dalla politica, venga una parola di verità sul nostro oggi e sul nostro ieri. Una parola che non ci esorti – e a che cosa poi? A credere in un ennesimo partito, in un’ennesima combinazione governativa? – ma che ci sfidi: ricordandoci gli errori che abbiamo tutti commesso, i sacrifici che sono ora necessari, le speranze che ancora possiamo avere. Per l’Italia è forse iniziata una corsa contro il tempo, ma non è affatto sicuro che ce ne resti ancora molto.

24 dicembre

Pubblicato: 24/12/2010 da Martino Ferrari in Aristofane, L'Albatro, Montelfo, Pensieri

Oggi è la vigilia di Natale. La prima che passiamo insieme su questo blog. Quando si avvicina questo periodo dell’anno, nonostante sia d’accordo sul fatto che anche questa bellissima festa è stata commercializzata e resa un business, non posso fare a meno di provare qualcosa di particolare. Non sono i regali, non è il fatto che “si è tutti più buoni” (cosa ovviamente falsa). Non è nulla di tutto ciò. Ma sento dentro una bella sensazione, nonostante le mille cose a cui pensare e da preparare. Forse è l’occasione di passare del tempo con la mia famiglia. Tra università, studio, lavoro, impegni di tutti, durante l’anno ci si vede poco, non si riesce a condividere tutto quello che si vorrebbe. Quando si può stare un po’ insieme, si superano le liti quotidiane, i problemi di sempre, le discussioni. Forse è questo. Non lo so. Fatto sta che, vi sembrerò ingenuo, ma il Natale mi piace e mi trasmette sempre qualcosa. Spero che sia così anche per voi, che ognuno a suo modo sappia trovare in questi giorni un po’ di serenità e di riposo, necessari in un mondo frenetico e superficiale. Magari questi giorni non saranno esattamente come li vorremmo. Magari preferiremmo più vacanza o più neve o più buone notizie o meno parenti. Ma credo che sia importante vedere il lato positivo e godersi il momento. E dopo ci ritroveremo qui, pronti ancora a discutere, parlare e lottare. Come sempre.

Buon Natale a tutti.

Aristofane

 

La vigila è qui. Sono qua sul divano, accanto all’albero illuminato. Il fuoco scricchiola nella stufa, appena accesa. Tra poco si inizierà a preparare pranzo, cena, pranzo di Natale e forse anche qualcosa per Santo Stefano. Forse questo festival gastronomico è diretta conseguenza di avere una nonna emiliana…

Sebbene un mese fa mi fossi arrovellato sul Natale imminente (e sebbene ad alcuni fossi sembrato un po’ troppo critico), e in questo momento la mia idea non si scosti troppo dal Feliz Navidad di trenta giorni addietro, ora sono abbastanza rilassato. Spero che lo siate anche voi, è forse il momento migliore per recuperare energie preziose per gennaio: esami, lavori nuovi, nuovi progetti, concorsi, lotte, politica. Alla fine il Natale, spogliato dell’ipocrisia, è un buon periodo, forse basta viverlo in modo semplice, scaricando i tiranti di questa “società” per comprare e non solo…

Basta, buon Natale cari naviganti.

L’Albatro

Da qualche giorno sui più diffusi quotidiano nazionali (Corriere, Repubblica), ma in generale su tutti i quotidiani nazionali (meno il Fatto) appaiono delle pubblicità formate da grossi scacchi neri e bianchi. Al loro interno, frasi sull’energia nucleare. Nero è contro, bianco è pro. Sottile gioco psicologico. Il Forum nucleare italiano chiede la nostra opinione, ma in realtà ci suggerisce, in maniera subdola, quale dovrebbe essere (il presidente del Forum è Chicco Testa,quello che voleva spaccare la faccia a Tozzi).

Le pubblicità (più spot come quello del video soprastante che appariranno su Mediaset, Sky, La7, Rai e in stazioni, aeroporti, web, cinema) è la parte principale della massiccia campagna che Enel sta portando avanti per promuovere il nucleare nel nostro Paese, stanziando circa 20 milioni di euro per l’operazione. Vorremmo sapere anche chi paga, quanti finanziamenti provengono da enti pubblici e statali.

Ma è la prima volta che assistiamo ad una campagna pro atomo di queste dimensioni. Oggi, con Sette (allegato del Corriere), c’era in regalo un dvd con la seguente didascalia: “Alessandro Cecchi Paone ci accompagna alla scoperta dell’energia nucleare […] per farci conoscere da vicino una tecnologia sicura, rispettosa dell’ambiente, capace di ridurre la dipendenza energetica dall’estero e rilanciare lo sviluppo del nostro Paese”. San Nucleare insomma, meno male che c’è. Non si capisce perchè non l’abbiamo ancora adottato.

Forse perchè tutto questo non è vero. Prendiamo le frasi della pubblicità del Forum prima citata, quella che appare sui giornali: “”Ci spaventano i residui radioattivi, ma non i miliardi di tonnellate di CO2 che immettiamo nell’atmosfera… pensiamo che il nucleare sia costoso però non pensiamo a quanto potrebbe farci risparmiare sulla bolletta… la tecnologia a rischio zero non esiste ma forse non sappiamo che gli scienziati ci garantiscono altissimi livelli di sicurezza… ci preoccupiamo per il futuro dei nostri figli ma non del fatto che tra 50 anni non potranno più contare solo sull’energia da combustibili fossili“.

Vediamo un po’: il nucleare ha bisogno dell’uranio, che è presente in quantità scarsissime, costa sempre di più e forse finirà prima del petrolio; le scorie radioattive rimangono per sempre (e non esiste posto al mondo dove possano essere definitivamente stoccate, visto che a contatto con l’acqua esplodono e non c’è posto sulla terra dove l’acqua non arrivi mai, secondo quanto dicono autorevoli studi), mentre la CO2 è evitabile, puntando sulle energie rinnovabili; nessuna assicurazione al mondo assicura una centrale nucleare, visto che i livelli di sicurezza non sono altissimi. per niente; costruire una centrale costa miliardi e altri miliardi ci vogliono dopo venti o trent’anni per chiuderla. E chi paga? Provate ad indovinare.

La verità è che ci sono enormi interessi dietro all’energia nucleare. Soldi, soldi, sono sempre loro il motivo. Se ne sbattono di malattie, rischi e costi e del referendum che gli italiani hanno fatto nel 1987 e con il quale si sono espressi contro l’energia nucleare. Questa storia deve finire, perchè questa campagna è propaganda, non informazione. Qualsiasi giornale o tv si presti ad accogliere la pubblicità è complice, vende la sua dignità e credibilità per denaro. E’ ora di finirla.

Dopo Natale, pubblicheremo un articolo nel quale smentiremo le bugie che Umberto Veronesi, altro volto che si è prestato agli spot pro nucleare, rifila agli italiani. Intanto date un’occhiata al decalogo antinucleare di Greenpeace.

Stay tuned.

Ecco a voi le allucinanti e deliranti parole di due giovani conduttori di Radio Padania sulle manifestazioni studentesche. Ricordiamo che la radio è quella di uno dei partiti che governa l’Italia. E sentiamo questi cerebrolesi invitare i poliziotti a “picchiare duro e spaccare un po’ di ossa a quei bastardi”.

Cliccate qui per sentire le parole di Radio Padania.


(nella foto: donna a Kabul)

di Massimo Fini (da il Fatto Quotidiano del 18/12/2010)

Un’ottantina di celebrità del mondo dello spettacolo, della letteratura, della politica ha firmato sul Times un appello, inviato formalmente all’ayatollah Alì Kamenei e al presidente iraniano Ahmadinejad, intitolato “liberate Ashtiani”, più universalmente nota come Sakineh. È una bella compagnia. Ci sono il premio Nobel per la Letteratura V.S. Naipaul, gli attori Robert Redford, Juliette Binoche, Robert De Niro, Colin Firth, il cantante Sting, il leader dei laburisti britannici Ed Miliband, l’ex ministro degli Esteri francese Kouchner, la vedova di Harold Pinter Antonia Fraser e naturalmente l’immancabile Bernard-Henry Lévy che si è auto eletto campione dei “diritti umani”.

Nell’appello si sottolinea, fra le altre cose, che Sakineh, data a priori per innocente, è in carcere da cinque anni, mentre l’uomo accusato dell’omicidio del marito di lei, dato, chissà perché, per sicuro colpevole, è libero. Costoro che si rivolgono alle autorità iraniane non conoscono nemmeno la legge islamica per la quale il verdetto definitivo spetta ai parenti della vittima il cui perdono, se c’è, annulla la pena. E poiché il parente più vicino alla vittima, oltre al figlio, era la moglie, Sakineh appunto, è ovvio che abbia perdonato l’amante che gli ha fatto il favore di uccidere il marito diventato, per entrambi, ingombrante.

Mi piacerebbe che tutte queste “anime belle” lanciassero anche un altro appello: “Liberate l’Afghanistan”. Liberatelo, egregio signor Bernard-Henry Lévy, egregio signor Redford, egregio signor Miliband, dalle truppe straniere che lo occupano e che appartengono alle nazioni di cui voi siete così illustri esponenti. In Afghanistan, con un calcolo al ribasso, sono state 60 mila le vittime civili della guerra. Secondo un rapporto dell’Onu del 2009 “la maggioranza delle vittime civili è stata causata dai bombardamenti della Nato”. Ma anche le altre non ci sarebbero se la presenza delle truppe occupanti non provocasse la reazione degli insorti che, di fronte a un esercito invisibile che combatte con i droni, i Dardo e i Predator, aerei senza equipaggio ma dotati di missili micidiali, teleguidati da Nellis nel Nevada e da una base segreta in Inghilterra, o con gli irraggiungibili B52 che bombardano da diecimila metri di altezza, sono costretti ad accompagnare le classiche azioni di guerriglia con attacchi di tipo terroristico estranei, fino al 2006, alla pratica afghana e talebana.

Gli americani bombardano a tappeto i villaggi alla ricerca di talebani. Ma poiché tutti gli uomini validi sono a combattere, nei villaggi ci sono solo vecchi, donne e bambini (in Afghanistan il 40% dei ricoverati in ospedale sono bambini al di sotto dei 14 anni). Il numero delle donne uccise in Afghanistan è quindi altissimo. E non sono donne che hanno somministrato al marito una pesante dose di sonnifero perché l’amante potesse ucciderlo con sette scariche elettriche. La loro sola colpa è di essere donne afghane e di vivere in un Paese in cui qualcuno, venuto da lontano, i Bernard-Henry Lévy, i Miliband, i Kouchner, i Redford, i Robert De Niro, ha deciso di imporre loro di liberarsi dal burqa e, più in generale, di piegare una popolazione che nella   stragrande maggioranza non ne vuol sapere ai costumi, agli usi, alle istituzioni, alle leggi degli occidentali.

Questo massacro di donne non vi dice nulla “anime belle”? Queste donne innocenti non hanno diritto al vostro interesse? No, per voi il simbolo della libertà rimane Sakineh, un’adultera assassina. Le donne, spesso incinte, spesso spose nel giorno delle nozze, massacrate a decine di migliaia dai vostri bombardieri, in nome della libertà s’intende, sono solo dei semplici, inevitabili, “effetti collaterali”. Liberate Sakineh! Sporcaccioni.

di Peter Gomez e Marco Travaglio

Domani probabilmente Silvio Berlusconi otterrà la fiducia, per uno o due voti, grazie a una quindicina di deputati comprati a prezzo modico e a tre deputate partorienti. Fiducia a termine, destinata a durare solo finché il governo non lascerà le Camere per tornare ad asserragliarsi nel Palazzo. Poi provvederà Umberto Bossi a staccare la spina, mandandoci alle elezioni anticipate.

L’esecutivo del “miglior premier degli ultimi 150 anni” è infatti morto da un pezzo. E sarebbe già sepolto se Fini non si fosse fatto convincere, per un eccesso di responsabilità istituzionale, dal capo dello Stato che un mese fa gli chiese di rinviare il voto sulla mozione di sfiducia alla Camera al 14 dicembre, dando così il tempo al Presidente del Consiglio di indire l’asta per gli onorevoli mancanti.

Ma forse è meglio così: la tragicomica e corrotta sfiducia di domani è una buona occasione, forse l’ultima, per indurre mezza Italia a riflettere su se stessa.

Come hanno potuto milioni di cittadini votare per uno come Berlusconi, quand’era chiaro fin dall’inizio che lui era sceso in campo solo per farsi gli affari suoi? Come hanno potuto interi plotoni di giornalisti e intellettuali spacciarlo per il campione della “rivoluzione liberale”, mentre lui brigava notte e giorno, nelle ore lasciate libere dalle ragazze a pagamento, per scampare ai suoi processi e arraffare milioni? Come ha potuto l’opposizione, salvo rare eccezioni, glissare sul conflitto d’interessi che, proprio in questi giorni, ha esplicato la sua geometrica potenza con l’intero gruppoMediaset impegnato a offrire carote ai consenzienti e a minacciare bastoni ai dissenzienti?

Sabato, durante la manifestazione del Pd, nessuno ha osato ricordare la verità: e cioè che il premier è abbarbicato disperatamente non al governo, ma all’annesso legittimo impedimento per sfuggire ai tribunali e alla giustizia. Così, sia pure con sedici anni di ritardo, l’ha dovuto fare Fini.

Domani Fini, da presidente della Camera, sarà costretto ad astenersi come vuole la prassi. Ma, se il pannello luminoso di Montecitorio segnasse il pareggio, Fini deve pensare una cosa. Una possibilità ancora ce l’ha. Quella di dimettersi e votare contro il premier. Perderebbe la poltrona, certo. Ma con la sua sfiducia farebbe davvero la storia.

Oltre alla striscia domenicale sul “Misfatto”, Stefano Disegni disegna anche per Sette (inserto del giovedì del Corriere). Qualche tempo fa, il prolifico vignettista ha dedicato due o tre strip ad Elisabetta Canalis e Belen Rodriguez, prossime conduttrici, insieme a Gianni Morandi, del Festival di Sanremo. Disegni ha ritratto le due ragazze senza testa. Ed è scoppiata la polemica. Tanto che a “l’Arena” (credo sia una trasmissione interna a Domenica In, comunque un programma di discussione su Rai 1 la domenica pomeriggio) ne hanno fatto una puntata, dicendo che la vignetta aveva offeso la Canalis e la Rodriguez, terribile. Qui sotto trovate una delle vignette incriminate (incentrata sul fatto che a Sanremo si voleva far cantare sia “Bella ciao” che “Giovinezza”, in una sorta di versione horror della par condicio). E di seguito lo spassosissimo articolo di Stefano Disegni tratto dal Fatto del 7/12/2010. Penso che Disegni abbia disegnato e scritto quello che moltissimi italiani (quelli con un minimo di cervello almeno) pensano.

ELI E BELEN: NIENTE TESTA, MOLTA FURBIZIA

Ero lì che mangiavo maiale in umido con purè quando mi hanno avvertito che Vittorio Sgarbi da mezz’ora mi stava attaccando furiosamente su Rai1, insultandomi con ferocia selvaggia, dandomi persino del razzista. Perciò ho continuato tranquillamente a mangiare il maiale in umido col purè. Perché lo so che Vittorione fa così, non è cattivo, lo deve fare, è il suo mestiere, credo abbia un tariffario: se dice “capra” a qualcuno, fanno 600 euretti, se dice “stronzo” sono 750, per un “razzista”, che è brutto brutto, viaggia sui 1.200 al netto della ritenuta d’acconto, butta via. Pare che Vittorione ora voglia tecnologizzarsi mettendo un tassametro a riconoscimento vocale: parte l’insulto, un bip ed è già introitato l’importo. Insomma, pure Sgarbi ha da campà e come tutti noi vende quello che sa fare, la vita è difficile pure per lui, meno male che non ha famiglia, e ci sarà un motivo. Certo, il suo è un bel lavoro, piacerebbe farlo anche a me, ma posso mandare affanculo tutta la gente che voglio, Padellaro (direttore del Fatto, n.d.a.) non scuce un centesimo di più.

Una domanda però me la sono posta, masticando: perché tanto odio, pure se finto? E ancora, versandomi la Falanghina: come mai uno degli appuntamenti più seguiti della Rete Ammiraglia della Rai, l’Arena di Massimo Giletti, noto cenacolo di intellettuali, dedicava, udite udite, un’ora e più a Stefano Disegni, facendomi, come si dice qua, “un favore de gnente”? Poi mi sono ricordato che qualche giorno prima alcuni inviati di Giletti erano venuti a intervistarmi a casa per una strip in cui avevo disegnato Belén e la Canalis senza testa. Con tutto il resto, chiappe, tette e cosce, ma prive di una parte del corpo di una certa importanza. Infatti la prima domanda che mi hanno posto è stata proprio “perché hai ritratto Elisabetta e Belén senza testa” poi si sono scusati, dicendo che non avevano colpa, loro eseguivano solo degli ordini, come a Norimberga. Ho detto che mi pareva evidente: le due ragazze non avevano fatto carriera grazie alla testa, ma grazie a tutta una serie di altre parti del loro organismo. “Vuoi dire che sono stupide?” ha quindi domandato uno e poi è andato a piangere in bagno. “No, non sono affatto stupide” ho detto io “anzi sono due furbacchione, ma – ho aggiunto – furbizia e intelligenza non sono la stessa cosa” e qui mi sono piaciuto molto.

Poi mi hanno chiesto “allora chi vedresti a Sanremo” (ho risposto che non vedrei proprio Sanremo, una roba morta putrefatta da trent’anni che manco fa vendere dischi) e “quali sono le donne intelligenti della Tv” e ho detto “più che di donne intelligenti parlerei di persone intelligenti, per me sono quelli che riescono a fare dieci milioni di telespettatori stimolando la gente senza bisogno di chiappe e tette, tipo Vieni via con me”. Domenica a L’Arena hanno mandato in onda solo la prima risposta, chissà perché, introducendo l’altissimo dibattito che ne è conseguito, decisivo per la serenità del Paese, col titolo “La vignetta che ha offeso Elisabetta e Belén”. E lì, oltre a capire dove s’era attaccato stavolta Sgarbi per guadagnarsi due euretti, mi sono sentito qualcosa qui dentro. Perché nonostante il parere di molti (anche nella redazione del Fatto) non sono una bestia insensibile. Avevo offeso Elisabetta e Belén. Come ho potuto? Sono andato a riguardare, ho approfondito e ho capito.

E ora, qui, io mi scuso pubblicamente con Belén Rodriguez ed Elisabetta Canalis. Sono stato superficiale, ho tirato via, ha fatto bene ad attaccarmi anche Jo Squillo, nota intellettuale strutturalista nonché rarefatta autrice degli immortali versi “Violentami piccolo nel metrò”. Ho fatto confusione, né la fretta giustifica: ho scambiato Belén Rodriguez con la sedicente attricetta Selen Gutierrez (potrei addurre, ma non è un’attenuante, la mia scarsa conoscenza dello spagnolo) ed Elisabetta Canalis con Sisatetta Analis, attricetta pure lei, ma di quel genere che poi i ragazzi diventano ciechi. Spaventato dall’errore fatto, sono andato a fare ricerche su Internet e quel che ne è saltato fuori mi costerna.

È Selen Gutierrez quella che passava le notti a ballare nelle discoteche milanesi, quelle dove nevica che manco a St. Moritz, mentre Belén Rodriguez sgobbava duramente, facendo le nottate sulla Storia del Teatro di Silvio D’Amico per diplomarsi all’Accademia d’Arte Drammatica, pagandosi gli studi facendo la cameriera. È Sisatetta Analis quella che faceva la velina, mentre Elisabetta Canalis calcava gratis i palcoscenici di umide cantine dove si recitavano Osborne e Ionesco senza cedere alle lusinghe del teatro nazionalpopolare. È Selen Gutierrez quella che posava nuda per i calendari, coi i granelli di sabbia appiccicati alle chiappe, mentre Belén Rodriguez incontrava Strehler che, prossimo alla fine, indicava in lei il futuro. È Sisatetta Analis quella che posava nuda per i calendari, coi granelli di sabbia appiccicati alle tette, mentre Elisabetta Canalis si batteva per la riconversione di un capannone industriale in polo teatrale polivalente, inaugurandolo lei stessa con una struggente interpretazione di Giovanna D’Arco. È Selen Gutierrez quella che bazzicava Lele Mora, ha fatto l’Isola dei Famosi, dove indossava solo un francobollo locale come slip e combinava casini per mettersi in mostra, mentre Belén Rodriguez, per la sua preparazione tecnica e culturale,veniva scelta per la parte che fu di Anna Magnani nel remake di Roma Città Aperta. È Sisatetta Analis quella che ha fatto sghignazzare l’America dalla West alla East Coast per la sua pronuncia inglese che manco Totò e Peppino, in un serial dove era stata ficcata dal fidanzato famoso, mentre Elisabetta Canalis era nelle periferie degradate a fare scuola di teatro per togliere dalla strada i ragazzi difficili. E infine era Selen Gutierrez a fare lingua in bocca con Fabrizio Corona, tra un processo e l’altro, mentre Belén Rodriguez veniva candidata all’Oscar per la sua interpretazione della parte che fu di Anna Magnani, forse più commovente dell’originale.

Io mi scuso con Belén ed Elisabetta per questa mia imperdonabile confusione. E mi congratulo con loro, magari gli ridisegno una testina, perché Sanremo se lo sono meritato per la preparazione e l’esperienza che il loro curriculum è lì a dimostrare. Vittorione non lo sa, ma stavolta non ha urlato a capocchia come sempre. E soprattutto, visto che vorrei dormire la notte, spero mi perdoni Jo Squillo. Nota finale: Morandi dice che gli è spiaciuto per la svastica disegnata sulla Canalis. Come cazzo ha fatto a decidere che tra due senza testa quella con la svastica era la Canalis, lo sa solo lui. Direttore, ho detto “cazzo” …niente, non scuce, beato Sgarbi.

Pubblico oggi un articolo-collage di Rita Guma a mio dire interessantissimo, perché tocca la riforma della scuola, la questione rifiuti in Italia, la mentalità che ci dovrebbe essere dietro ad una vera politica improntata al verde e all’ambiente. E inoltre perché la tipologia di uno dei corsi di laurea che si vogliono eliminare potrebbe essere il mio futuro per quanto riguarda il lato chimico…

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UNIVERSITÀ: GELMINI TAGLIA COSE UTILI

Il ministro Gelmini ha reso noti ieri gli “sprechi” dell’università e l’elenco dei corsi di laurea inutili.

Certo, non è difficile trovare sprechi in qualsiasi contesto in un Paese dove ci sono decine di migliaia di auto blu per i politici sedicenti “tagliasprechi”, o trovare approfittatori in un Paese dove sono centinaia i politici inquisiti e molti di essi sono stati condannati. Quindi anche l’università – come altre istituzioni – avrà i suoi sprechi e i furboni che approfittano delle pieghe della legge per costruirsi il proprio piccolo impero.

Tuttavia, quello che mi ha colpito è stato l’elenco dei corsi di laurea inutili. Il ministro ci dice che tra i corsi di laurea attivati negli ultimi anni “figurano: Scienze dell’allevamento e del benessere del cane e del gatto, Scienza e tecnologia del Packaging, Scienze della mediazione linguistica per traduttori dialoghisti cinetelevisivi”.

Non mi soffermo sull’utilità di quest’ultima specializzazione perché non sono un’esperta (ma chiunque conosca l’inglese si accorgerà di quante volte il dialogo al cinema sia tradotto letteralmente mentre il vero senso della frase era un altro, per via degli aspetti idiomatici, per cui non si comprende più nulla e forse ci sarebbe bisogno di una figura che medi linguisticamente, in un Paese come il nostro dove l’industria cinematografica è abbastanza forte e che è uno dei pochi al mondo a prevedere il doppiaggio sistematico dei film), ma noto che il Ministero sottolinea come addirittura esista un corso di laurea in Scienza e tecnologia del packaging!

Ora, essendo io un ingegnere specializzato in automazione industriale ed energy management, non trovo assurdo che in Italia esista un corso di laurea in Scienza e Tecnologia del packaging, ma che ce ne sia uno solo!

Per capire l’importanza di questa specializzazione basta pensare che – eccetto l’umido e la cencelleria – tutta la nostra immondizia è costituita da packaging, che altro non è se non l’imballaggio degli alimenti e di ogni altro prodotto, dal rossetto ai mobili, dai liquidi al tonno.

Oppure basterebbe vedere che alcuni atenei esteri, come l’Università di Stato dell’Indiana, hanno una facoltà con lo stesso nome, e che l’Università di Stato del Michigan ha addirittura una Scuola di Packaging. E questo solo per citare due università degli Stati Uniti, Paese mitizzato da questo governo, ad esempio, per quanto riguarda il sistema giudiziario.

Ma, per sapere quanto è importante lo studio del packaging, anche non volendo approfondire, il ministro avrebbe potuto inserire su Google il tris di termini inglesi (visto che l’inglese e l’informatica sono – a parole – due bandiere di questo governo) “science”, “technology” e “packaging”, ed avrebbe trovato ben 7.150.000 risultati (e stiamo parlando solo dell’inglese). Quindi tale specializzazione non è un’inutile invenzione dell’università italiana che l’ha avviata (Parma), ma un tema importante dibattuto da atenei ed industrie di tutto il mondo.

Come dicevo, uno degli aspetti chiave della questione sono i rifiuti, l’enorme quota di immondizia che si produce grazie al packaging e di cui si parla tanto in questi giorni nel nostro Paese come emergenza. Con questo corso di laurea si studiano – oltre alle tecniche di conservazione degli alimenti e altre discipline affini – la composizione chimica degli involucri e il loro design. Quindi, incrementando tale indirizzo di studi, si potrebbe pensare che tutte le grandi imprese assumano un esperto in packaging orientato al “verde”, ovvero ad un imballaggio il più piccolo ed organico possibile, o con il più alto rendimento energetico ed il minor impatto ambientale possibile, quando la soluzione finale sia  la trasformazione in ceneri. In tal modo si ridurrebbe la massa dei rifiuti e in essa la quota dei rifiuti non organici e non riciclabili o dannosi per la salute.

Invece, poiché esiste soltanto un corso di laurea di questo tipo in Italia, il ministro ritiene si tratti di una cosa da depennare. Se il criterio è questo, mi spaventano le conseguenze sull’intera riforma.

Ora mi chiederete perchè un blog che si propone di parlare di legalità e diritti nella scuola si soffermi su questo tema. La risposta è che anche la corretta informazione è un diritto, ed invece trovo su Internet commenti di inconsapevoli cittadini che etichettano come inutile il corso in questione perchè l’ha detto il Ministero (dell’Istruzione, poi), che si presume sappia il fatto suo.