Archivio per luglio, 2011

Questo editoriale è apparso su Il Giornale, a firma di Vittorio Feltri, suscitando lo sdegno (a dir poco) dei lettori. Leggetelo e ditemi cosa ne pensate.

QUEI GIOVANI NORVEGESI INCAPACI DI REAGIRE (di Vittorio Feltri)

Vittorio Feltri

Tutto quello che sappiamo della mattanza sul­l’isola di Utoya, in Norvegia, compiuta da Anders Behring Breivik, 32 anni, il cervello fulminato dall’esaltazione ultranazionalista, lo abbiamo letto increduli sui giornali. Abbiamo compulsato decine di articoli nella speranza di capire non tanto il movente, impossibile da cogliere per chi non abbia nozioni approfondite di psichiatria, quanto il fatto che il pazzo sia riuscito a uccidere una novantina di ragazzi in mezz’ora senza incontrare la benché mini­ma resistenza. Si dirà che c’è poco da resiste­re in certe situazioni: se un uomo è armato fino ai denti, e le sue vittime, invece, non dispongono nemmeno di una fionda, la carneficina è scontata. Giusto. Ma in questo caso, stan­do alle notizie in nostro possesso, sull’isola (un chilometro quadrato, quindi piccola) si trovavano circa 500 partecipanti a un meeting annuale di laburisti. Un numero considerevole. Quando Breivik ha dato fuori da matto e ha cominciato a sparare, immagino che lo stupore e il terrore si siano impadroniti del gruppo intero. E si sa che lo sconcerto (accresciuto in questa circostanza dal particola­re che il folle era vestito da poliziotto) e la paura possono azzerare la lucidità necessaria per organizza­re qualsiasi difesa che non sia la fuga precipitosa e disordinata, contro un pericolo di morte. Ciononostante, poiché la strage si è consumata in 30 minuti, c’è da chiedersi comunque perché il pluriomicida non sia stato minimamente contrastato dal gruppo destinato allo sterminio. Ragioniamo. Cinque, sei, sette, dieci, quindici persone, e tutte disarma­te, non sono in grado di annienta­re un nemico, per quanto agisca da solo, se questo impugna armi da fuoco. Ma 50 – e sull’isola ce n’erano dieci volte tante-se si lanciano insieme su di lui, alcune di si­curo vengono abbattute, ma solo alcune, e quelle che, viceversa, rimangono illese (mettiamo 30 o 40) hanno la possibilità di farlo a pezzi con le nude mani. Ci rendiamo conto. Cose così so­no facili da scrivere, standosene qui seduti alla scrivania, e molto più difficili da praticare sul campo mentre echeggiano gli spari e decine di corpi cadono a terra senza vita. Ma è incredibile come, in determinate circostanze, ciascuno pensi soltanto a salvare se stesso, illudendosi di spuntarla, anziché adottare la teoria più vecchia (ed efficace)del mondo:l’unione fa la forza. Varie specie di animali quando attaccano lo fanno in massa e nel­lo stesso modo si comportano quando si difendono. Attenzione però: gli animali istintivamente antepongono l’interesse del branco a quello del singolo. Uno per tutti, tutti per uno. Evidentemente l’uomo non ha, o forse ha perso nei secoli, l’abitudine e l’attitudine a combattere in favore della comunità della quale pure fa parte. In lui prevalgono l’egoismo e l’egotismo. Non è più capace di identificarsi con gli altri e di sacrificarsi per loro, probabilmente con­vinto che loro non si sacrificherebbero per lui.

Vi riporto il video che contiene una parte dell’intervista a Borghezio nel programma “La Zanzara” su Radio24: le idee di Breivik sono condivisibili, secondo l’europarlamentare leghista.

Oggi vorrei condividere un articolo di Furio Colombo, proveniente dal suo blog su Il Fatto Quotidiano.it, a proposito del massacro di Oslo e dell’isola di Utoya.

L'attentato di Oklahoma City, potete leggere di più su questo articolo de "Il Post"

UTOYA E OKLAHOMA CITY (di Furio Colombo)

Tutti ricorderanno la frase con cui si è fatta la prima luce sulla bomba e il massacro norvegese di venerdì 22 luglio: “Qui c’è più Oklahoma City che Torri gemelle.“È stato l’inizio di una narrazione ancora lacunosa che tuttavia ha interrotto la corsa che stava per scattare in direzione della guerra islamica.

Il richiamo alla tragedia del terrorismo interno americano compiutasi il 29 aprile 1995 è stato dunque utile per bloccare un’onda di emozione mondiale che stava andando nella direzione sbagliata. Ma il suo effetto si è fermato subito. Le domande avrebbero dovuto essere: che cosa era successo a Oklahoma City, per mano di chi e perché; se quel fenomeno (organizzazione e credenze) è finito in America o è ancora vivo e attivo e pericoloso; come, in che senso, con che dimensioni il fenomeno del fondamentalismo armato cristiano è attivo in Europa; perché tende a condurre una guerra preventiva contro la propria gente e il proprio Paese.

Infine, mentre sostiamo accanto alle macerie di Oslo e ai cento cadaveri dei ragazzi dell’isola di Utoya, in che senso si possa parlare di “destra”, e se, da un evento come questo, discenda la conclusione che il multiculturalismo è morto. L’opinione che sto per esporre è che si debba dare importanza al legame fra quanto è accaduto nel terrorismo contro l’America prima dell’11 settembre e l’azione criminosa del militante Andres Behring Breivik a Oslo e Utoya.

Una strana cecità dei media del mondo impedisce di notare che il fenomeno “violenza armata fondamentalista” appare collaterale e parallelo al coraggioso e diffuso insediarsi di una destra economica sempre più estremista nelle richieste e nelle pretese economiche. Sono stato attento alle parole: ho detto che i due fenomeni, quello armato e quello economico, sono collaterali e paralleli, non che uno genera l’altro o lo usa. Ma la correlazione è inevitabile.

Infatti occorre rimettere al suo posto il tassello Oklahoma City (168 morti, 46 bambini) che, come è stato detto, è il primo atto di terrorismo contro l’America, ed è stato compiuto da una misteriosa unità armata americana proprio mentre si espandeva la nuova destra politica e un progetto di “nuovo ordine mondiale” armato, interpretato, poco dopo, da un presidente fondamentalista ed estremista, George W. Bush.

Come allora, un uomo solo, con gli stessi ingredienti (uso di fertilizzanti più esplosivo, per la potentissima, semplicissima bomba) apre la campagna di guerra contro i suoi compatrioti. A Oklahoma non si sono mai intravisti, neppure per accenno o attraverso fantasie giornalistiche, le immagini o anche solo l’ombra, di mandanti. Il soldato Timothy McVeigh, è apparso l’ideatore e l’esecutore di tutto, senza complici, come adesso.

Può interessare la data: l’esplosione che ha fatto strage di americani per mano di un giovane militare americano che aveva piazzato nel garage sotterraneo dell’edificio federale un camion carico di esplosivo, è avvenuta il 29 aprile 1995. Quel giorno era l’anniversario di un’altra esplosione, avvenuta due anni prima nella chiesa del pastore David Koresh, a WacoTexas. Koresh era ricercato perché aveva persuaso più di cento fedeli, tutti armati, a rinchiudersi nella chiesa trasformata in fortino, per sottrarsi al governo federale, corrotto – lui predicava – da Nazioni Unite, ebrei e neri.

Quando la chiesa-fortino è stata divorata da un incendio, e poi è saltata in aria, non si è mai accertato se il pastore Koresh abbia immolato, assieme a lui, i suoi fedeli, come forma di atroce vendetta contro lo Stato americano, o se un   proiettile degli agenti federali, nella sparatoria che aveva preceduto l’esplosione, abbia colpito uno dei depositi di esplosivo della chiesa. Ma occorreva rispondere con una vendetta al nemico. Koresh e i suoi erano fondamentalisti cristiani, affiliati a una vasta rete di fondamentalismo nota alla polizia federale americana come “Christian Identity“.

È lo stesso legame che ha portato ad agire il ventenne McVeigh, lo stesso giorno, due anni dopo, della tragedia di Waco. McVeigh non ha mai parlato né confessato. Le ragioni di Breivik sono bizzarre e incoerenti. Ci si aggira attraverso le fantasie di stravaganti ordini cavallereschi. Se è una copertura, è una copertura perfetta. Tanto che, dopo averla esaminata e illustrata, conclude il conduttore del Tg3: “È il raffazzonato impasto di una mente folle“. La mente folle però lascia due tracce: la perfezione del suo realizzato   progetto. Il silenzio assoluto che ce lo consegna solo e unico, pericoloso e pazzo.

La cultura e i media sono travolti in pieno dal volto apparente dell’evento, al punto che il poliziotto norvegese che ha detto “qui c’è più Oklahoma City che 11 settembre“, viene scavalcato da riflessioni sul multiculturalismo, come se Breivik fosse davvero un islamico e non un norvegese colto, alto e biondo. Ma l’analogia impressionante fra il determinato e bene organizzato furore della estrema destra norvegese contro la Norvegia e il furore identico dell’estrema destra americana contro adulti e bambini americani non si ferma al passato.

Mentre Andres Behring Breivik, soldato di una armata che non si è rivelata (ma lui parla di “altre cellule” che lo avrebbero aiutato) faceva fuoco e collocava bombe nel suo Paese, un’estrema destra americana in abiti e apparenze civili stava (e sta) attentando alla vita economica degli Stati Uniti attraverso l’espediente del blocco legislativo sulla legge finanziaria del presidente, pur di eliminare il presidente, il nero democratico e “comunista” Barack Obama, a costo di abbattere l’intera economia americana.

Si continua a non vedere che la destra, armata o politica, ha notato il disarmo mite di tutto ciò che è di sinistra, ha notato il diligente e scrupoloso rigetto di ogni traccia di Ideologia che una volta era, almeno, socialista. Ha visto le mani vuote, ha ascoltato i programmi generici di schieramenti esangui , e ha colto il momento: fare fuoco.

Qualche volta, come nell’Oklahoma o in Norvegia, avviene nel sangue. Ma se riuscisse, in questi stessi giorni, il colpo della uccisione politica di Obama questa nuova destra avrebbe segnato la sua prima importante vittoria globale. Ecco la notizia. Stiamo parlando di una destra estrema come negli anni Trenta.