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I partigiani lottavano per la libertà, i fascisti stavano con i nazisti. Revisionismo, paraculismo, ambiguità, doppia faccia, riabilitazione, negazionismo, canonizzazione. Sulla Storia gli ignoranti e coloro che sono in malafede possono fare tante operazioni, per perseguire i propri scopi.

La Storia è importante, e il concetto di “storia” è importante: cosa siamo stati e cosa abbiamo fatto ci segnano, ci marchiano come persone, per cui nessun distinguo e nessuna considerazione possono evitare il confronto con il passato delle persone e quindi con il continuo divenire della realtà.

Sembrerà un ragionamento astruso, Ma se una colpa può essere perdonata ed espiata, il rapporto causa-effetto nella Storia con la “S” maiuscola, e nella storia di ognuno di noi, non può annullarsi, il trascorso di una persona o di un gruppo di persone, non può annullarsi: i fascisti hanno emesso le leggi razziali, hanno redatto (con tanto di firme di intellettuali) il Manifesto della difesa della razza,  hanno contribuito alleandosi con i nazisti alla “soluzione finale”, hanno portato l’Italia e il mondo in guerra. Ma hanno anche bonificato paludi e infrastrutturizzato l’Italia, ci vengono a dire. Quando c’era lui i treni partivano in orario – “Quando c’era lui ci deportavano in orario” (Il secondo secondo me, Caparezza).

Ma riabilitare quel terrificante movimento, riabilitare la dittatura fascista non è possibile, non può essere possibile. I repubblichini non erano e non saranno mai allo stesso livello dei partigiani. Dobbiamo ai secondi la realtà, il presente di essere un paese civile e democratico, non di certo ai primi. Per cui, per quanto mi riguarda, e nel pieno rispetto della Mia, della Nostra Costituzione, gli “eroi” che movimenti di destra ed estrema destra vogliono canonizzare e ai quali vogliono intitolare strade e piazze, non saranno mai eroi d’Italia, non andranno mai riconosciuti come tali.

Oggi è eroico avere e promuovere idee che dovrebbero essere basilari, è coraggioso chiedere il rispetto di diritti fondamentali ed esercitare i propri doveri di cittadino. Il voto, pagare le tasse e non evadere, anche se sarà più difficile stare sul mercato, partecipare a concorsi truccati, studiare e studiare per dover quasi sicuramente fuggire dallo Stivale.

Ogni anno che passa, pensare a questi “nonni” e queste “nonne” di tutti, che hanno dato la vita, che hanno speso il proprio coraggio e le proprie energie, i propri affetti per un’Italia unita libera democratica, diventa sempre più importante e bello. Emozionante.

Buona festa della liberazione.

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Oggi è un giorno pieno di retorica. Tanti di quelli che ogni giorno ripudiano o infangano col loro comportamento il nostro Paese (politici, imprenditori, autorità di vario genere) parteciperanno a celebrazioni, convegni e via dicendo. Altri, secondo una moda che ormai consolidata, sputano su questo anniversario, ne parlano male e fanno della facile demagogia, ritenendo che non ci sia nulla da festeggiare. Dicono che rispettare l’Italia vuol dire rendersi conto dei suoi problemi e delle sue contraddizioni, non celebrare il nulla.

Rispettare l’Italia è invee qualcosa di diverso da entrambi questi atteggiamenti. Rispettare l’Italia vuol dire essere onesti giorno per giorno, riconoscere quei problemi e quelle contraddizioni e cercare di risolverle, crescere in mezzo a tutte e difficoltà che abbiamo davanti, essere pronti a costruire qui la propria famiglia e il proprio futuro, impegnarsi e mettere del proprio per cambiare le cose. Vuol dire sentirsi uniti, trentini, siciliani, calabresi, toscani, immigrati, italiani.

Ma perchè fatichiamo così tanto a sentirci italiani, a sentire la nostra nazione, la nostra appartenenza ad essa? Da anni ci dicono e ripetono e fanno credere che nord e sud siano completamente diversi, opposti. Ma è sotto gli occhi di tutti come ormai siamo mescolati, che nel momento del bisogno da entrambe le parti arriva l’aiuto che serve. Siamo un popolo, abbiamo delle radici comuni. Cultura, letteratura, lingua esistevano secoli prima dell’Unità, ed intorno ad esse ci siamo stretti, come attorno ad un fuoco nelle sere d’inverno.

Negli anni del fascismo, poi, le idee di patria e di nazione sono state stravolte, infettate da un’ideologia autoritaria e malata, che ha fatto odiare agli italiani questi due termini, collegati alla repressione, all’imposizione. In più in questi anni ci siamo trovati davanti ad un massiccio revisionismo, che ha trasformato Risorgimento e Resistenza in due eventi mostruosi, durante i quali uomini cattivi e spietati hanno compiuto massacri e atrocità. Ogni percorso storico porta con sè, purtroppo, anche eventi negativi. Ed è inutile negare che Risorgimento e Resistenza abbiano conosciuto degli episodi atroci. Ma questo li svaluta, elimina il loro contenuto di ribellione all’oppressione, di libertà? La Rivoluzione francese è culminata nel Terrore, ma è celebrata come uno degli avvenimenti più importanti della storia. Non dimentichiamo come dal Risorgimento e dalla Resistenza siano nate le nostre possibilità odierne, la nostra libertà, la Costituzione, la Repubblica.

Infine, la politica in tutti questi anni (dalla DC in poi direi) ci ha offerto quasi sempre uno spettacolo desolante. Uomini piccoli e di poco conto (tranne alcune, grandi eccezioni) hanno fatto il loro comodo e stretto patti con il diavolo in nome del loro potere e della loro ricchezza, facendoci diffidare delle istituzioni e quindi dello Stato.

Per tutti questi motivi, sentirsi italiani è difficile. E festeggiare lo è ancora di più.

Festeggerei se pensassi che da domani le cose cambieranno; se noi giovani avessimo un futuro; se contasse davvero il merito; se i nostri militari tornassero dalle guerre; se la scuola insegnasse e preparasse alla vita; se avessi fiducia nella mia generazione; se guardare avanti fosse un po’ più facile; se sapessi di poter trovare un lavoro;se le mafie non avessero più forza ogni giorno. I se sono ancora tanti, troppi per essere elencati tutti.

E allora? Staremo a guardare, non proveremo nemmeno un po’ d’orgoglio, di gioia, di speranza? Lasceremo che la pioggia di oggi porti via con sè la consapevolezza che è grazie all’Unità d’Italia che abbiamo conquistato le libertà che prima non avevamo, sottomessi ai vari regni che straziavano al penisola? Ascolteremo l’Inno senza un briciolo di senso di appartenenza?

No. Io non lo farò. Festeggerò per la nostra Costituzione; per i grandi poeti, scrittori, artisti del passato e del presente; perchè grazie a loro e a tanti altri grandi uomini sono orgoglioso di essere italiano; perchè se anche il presente è difficile da celebrare e più facile da criticare, non esiste un presente senza un passato; perchè voglio crescere qui e, anche se spesso sono disilluso e non vedo come possa accadere, so che prima o poi le cose cambieranno. Festeggio perchè l’italiano è una lingua meravigliosa; perchè alla Lega dà fastidio; perchè c’è tanta gente onesta che non fa rumore; per la Resistenza e il Risorgimento; per la mia generazione, il mio futuro e le prossime generazioni; perchè si possano festeggiare in futuro i 200, 250 e 1000 anni dell’Unità d’Italia e perchè qualcuno possa sputare anche su quelli; perchè sono orgoglioso e felice di essere italiano.

Festeggio perchè uniti abbiamo qualche possibilità, da soli nessuna.

Avremmo preferito un accoglimento semplice, che avrebbe spazzato via l’intera legge, certo. Però l’importante è che la Corte Costituzionale, per la terza volta, ha risposto no a B. La legge è uguale per tutti. Non si può fare una legge schifezza come quella e farla franca. Almeno questa volta non ha vinto. Vedremo quando usciranno le motivazioni che cosa diranno. Questa è certamente una vittoria. Meno male, ce ne vuole una ogni tanto. L’Italia non è ancora completamente andata.

Pubblichiamo oggi un intervento del nostro collaboratore Coventry Quinn a proposito del testamento biologico. Su questo argomento politica e cittadinanza si dividono. In particolare, come su molti altri temi sensibili e fondamentali, in questo campo le scelte politiche sono figlie di posizioni ideologiche e aprioristiche, che non tengono conto della realtà dei fatti e delle necessità della popolazione.

La scorsa settimana i ministri Maroni, Fazio e Sacconi hanno sottoscritto una circolare (che è un veicolo comunicativo tra pubbliche amministrazioni) in materia di “testamento biologico”, che ha riaperto la discussione sul tema e provocato conseguenti polemiche tra i sostenitori (semplificando, ma il nocciolo del problema appare questo) dell’obbligatorietà dell’alimentazione e idratazione artificiale e i suoi oppositori.

Come noto, con il termine – ormai entrato nell’uso comune – di “testamento biologico” si vuol definire la “dichiarazione anticipata di trattamento”, vale a dire la dichiarazione di volontà di un soggetto in merito alle terapie che intende o non intende accettare nell’eventualità in cui dovesse trovarsi nelle condizioni di incapacità di esprimere il proprio diritto di acconsentire o non acconsentire alle cure proposte (consenso informato) per malattie o lesioni traumatiche cerebrali irreversibili o invalidanti, malattie che costringano a trattamento permanenti con macchine o sistemi artificiali che impediscano una normale vita di relazione.

Consentire ad un soggetto di esprimere tale intenzione, è apparso a molti Comuni italiani (circa settanta) una scelta opportuna e civile, che non ha nulla di ideologico e che non sottende finalità alcune di ordine politico. Non esistendo ancora in Italia una legge specifica in materia, si tratta solo di consentire ad un cittadino di formalizzare la propria espressione di volontà riguardo ai trattamenti sanitari che desidera accettare o rifiutare.

La materia non è stata ancora disciplinata giuridicamente (il caso Englaro, e la discussione parlamentare, poi sospesa, per giungere ad un testo di legge, insegna). Peraltro, alcuni punti certi esistono:

– l’articolo 32 della Costituzione, che prevede: “Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge”;

– la Convenzione sui diritti umani e la biomedicina di Oviedo (ratificata con legge 28/3/2001 n. 145): l’articolo 9 prevede che “I desideri precedentemente espressi a proposito di un intervento medico da parte di un paziente che, al momento dell’intervento, non è in grado di esprimere la sua volontà, saranno tenuti in considerazione”;

– il Codice di deontologia medica, il cui articolo 34 prevede: “Il medico, se il paziente non è in grado di esprimere la propria volontà in caso di grave pericolo di vita, non può non tener conto di quanto precedentemente manifestato dallo stesso”.

In assenza di normativa specifica, sul tema si è espressa la giurisprudenza: in particolare, la Corte di Cassazione, che con la nota sentenza n. 21748/2007 (relativa al “caso Englaro”) ha autorizzato la disattivazione dei presidi sanitari, a determinate condizioni, specificatamente indicate nel principio giuridico (che appare ragionevole ed equilibrato) che chiude la pronuncia ed ha – per così dire – aperto la porta al testamento biologico:

Ove il malato giaccia da moltissimi anni in stato vegetativo permanente, con conseguente radicale incapacità di rapportarsi al mondo esterno, e sia tenuto artificialmente in vita mediante un sondino nasogastrico che provvede alla sua nutrizione ed idratazione, su richiesta del tutore che lo rappresenta e nel contraddittorio con il curatore speciale il giudice può autorizzare la disattivazione del presidio sanitario (fatta salva l’applicazione delle misure suggerite dalla scienza e dalla pratica medica nell’interesse del paziente), unicamente in presenza dei seguenti presupposti: (a) quando la condizione di stato vegetativo sia irreversibile, in base ad un rigoroso apprezzamento clinico, e non vi sia alcun fondamento medico, secondo gli standards scientifici riconosciuti a livello internazionale, che lasci supporre la benchè minima possibilità di un qualche, sia pure flebile, recupero della coscienza e di ritorno ad una percezione del mondo esterno; e (b) sempre che tale istanza sia realmente espressiva, in base ad elementi di prova chiari, univoci e convincenti, della voce del paziente medesimo, tratta da sue precedenti dichiarazioni ovvero dalla sua personalità, dal suo stile di vita e dai suoi convincimenti, corrispondendo al suo modo di concepire, prima di cadere in stato di incoscienza, l’idea stessa di dignità della persona.

Ove l’uno o l’altro presupposto non sussista, il giudice deve negare l’autorizzazione, dovendo allora essere data incondizionata prevalenza al diritto alla vita, indipendentemente dal grado di salute, di autonomia e di capacità di intendere e volere del soggetto interessato e dalla percezione, che altri possano avere, della qualità della vita stessa”.

Innovativa è stata anche una sentenza del Tribunale di Modena (511/2008), che ha emesso un decreto di nomina di un amministratore di sostegno in favore di un soggetto qualora questo in futuro sia incapace di intendere e volere, con il compito di esprimere i consensi necessari ai trattamento medici. Così facendo, si è data la possibilità di avere gli stessi effetti giuridici di un testamento biologico seppur in assenza di normativa specifica (anche se il giudice scrisse che non era necessaria una normativa in materia, mentre gli sviluppi del caso Englaro dimostrarono il contrario).

Anche il Comitato Nazionale di Bioetica si è espresso al riguardo, con un documento del 18 dicembre 2003, nel quale si afferma che “i medici dovranno non solo tenere in considerazione le direttive anticipate scritte su un foglio firmato dall’interessato, ma anche documentare per iscritto nella cartella clinica le sue azioni rispetto alle dichiarazioni anticipate stesse, sia che vengano attuate sia che vengano disattese”, fermo restando – si precisa – che “le dichiarazioni anticipate non possono contenere indicazioni in contraddizione con il diritto positivo, le regole della pratica medica, la deontologia professionale”. Ed evidenzia che “il diritto che si vuol riconoscere al paziente di orientare i trattamenti a cui potrebbe essere sottoposto, ove divenuto incapace di intendere e volere, non è un diritto all’eutanasia, né un diritto soggettivo a morire che il paziente possa far valere nel rapporto con il medico, ma esclusivamente il diritto di richiedere la sospensione o la non attivazione di pratiche terapeutiche anche nei casi più estremi e tragici di sostegno vitale, pratiche che il paziente avrebbe il pieno diritto morale e giuridico di rifiutare, ove capace e cosciente”.

Nulla a che fare, dunque, con l’eutanasia, pretestuosamente richiamata in alcuni commenti o dibattiti. La dichiarazione di volontà, invece, sotto il suddetto profilo rappresenta una sorta di vincolo per i medici curanti, pur mediato dalle norme deontologiche e mediche. Da tale punto di visto, dunque, appare non del tutto fondata l’affermazione secondo cui il testamento biologico non avrebbe alcun effetto: sotto il profilo strettamente giuridico ciò è certamente vero, ma vengono appunto a rilevare altri profili, come rilevato sopra.

L’iniziativa di alcuni Comuni italiani di attivare un servizio – di mera raccolta delle dichiarazioni, si badi bene – non significa eludere o anticipare iniziative legislative: più semplicemente, si tratta di mettere a disposizione dei cittadini che intendano servirsene di un servizio che consenta loro, attraverso un altro soggetto incaricato, di far conoscere le loro volontà, in caso di bisogno, affinchè non sia necessario ricostruire, a posteriori, la volontà dell’interessato, come è successo nel citato caso Englaro. Si è solo voluto attivare, cioè, un servizio di deposito delle volontà: il cittadino deposita una dichiarazione, attraverso un fiduciario, il quale in caso di necessità potrà rivolgersi al Comune per prelevare la volontà del “testatore”. Le conseguenze della successiva estensione e messa a conoscenza, ai soggetti interessati, di tali volontà, non sono affrontate e non costituiscono oggetto di quanto deliberato dai Comuni: è evidente che non vi sono conseguenze sul piano del diritto civile (in quanto in materia gli enti locali non hanno alcuna competenza).

Appare non motivato, peraltro, il parere di chi sostiene che “nessuna norma di legge abilita il Comune a gestire il servizio relativo alla dichiarazione anticipata di volontà” e infondata l’opinione di chi ha criticato l’iniziativa degli enti locali “tesa ad introdurre in Italia non solo quello che non è previsto e regolamentato dalla legge, ma anche quello che è vietato” (da cosa?). Quello che è certo è che non esistono leggi che impediscano l’utilizzo dello strumento dei registri comunali per esercitare l’autodeterminazione: occorre ricordare che in uno stato di diritto è proibito ciò che è vietato dalla legge? Sotto tale profilo, appare condivisibile l’affermazione secondo cui il Comune che istituisce i registri non deborda in alcun modo dalle proprie competenze, trattandosi solo di ricevere atti nel merito dei quali non entra affatto, da mettere poi a disposizione del medico curante, con gli effetti sopra evidenziati, pur limitati e soggetti a possibili scelte discrezionali e interpretative della volontà del testatore.

Resta il fatto che, per chi se ne vuole avvalere, è messo a disposizione un utile strumento per far conoscere le sue volontà sullo specifico tema. Mentre coloro che per varie motivazioni non condividono l’istituto non sono certo obbligati a redigere e presentare la dichiarazione anticipata di trattamento: appare sbagliato e illiberale impedire a chi volesse farlo di presentarla, per motivazioni ideologiche o a causa di una determinata concezione della vita. Ed è inaccettabile che su chi soffre e giudica invivibile la propria vita si aggiunga – per dirla con Michele Serra – “il discredito etico da parte di chi pretende che il diritto benedica solo le sue scelte e maledica quelle altrui”.


Sul Corriere del 24 ottobre appena passato, il Presidente della provincia di Udine Pietro Fontanini ha affermato che “le persone disabili ritardano lo svolgimento dei programmi scolastici. Da parte degli studenti normodotati c’era molta disponibilità verso i ragazzi disabili, ma l’integrazione è un’altra cosa. Innanzitutto esiste il concreto rischio che gli studenti con problemi si trovino a dover seguire lezioni troppo difficili. Eppoi, a causa dei tagli imposti dalla riforma, gli insegnanti di sostegno fanno più assistenza che appoggio durante le lezioni e spesso non hanno il tempo di verificare il lavoro dei disabili». Conclusione: «Sarebbe meglio pensare a percorsi differenziati. Sul tipo di quelli organizzati dalla Provincia, da me presieduta, per favorire l’inserimento di questi ragazzi nel mondo del lavoro».

Dall’articolo “Sani, belli, forti, quasi ariani” di Silvia Truzzi (dal Fatto del 3 ottobre) traggo queste storie: “A fine luglio un albergatore veneto ha chiesto ai genitori di una bimba di quattro anni affetta da una rara malattia (che le fa emettere “suoni inarticolati e fa s t i d i o s i ”) di cenare in orari diversi dagli altri clienti. […] Giuseppe Pellegrino – assessore all’Istruzione del comune di Chieri – ha spiegato la sua ricetta per far fronte ai tagli della scuola: mandare gli alunni disabili instrutture specializzate, perché in aula danno pugni ai muri e disturbano. […]Un armonioso professore del conservatorio di Milano ha postato su Facebook il seguente messaggio: troppi disabili a scuola, bisogna tornare alla Rupe Tarpea perché la genetica vince sulla didattica. In realtà, a Roma, dalla Rupe buttavano gli avversari politici. Era il Monte Taigeto, a Sparta, dove i bimbi deformi venivano esposti: o morivano o, se gliandava bene, venivano raccolti da qualcuno.”

Sembra di essere tornati indietro nel tempo. Il nazismo mirava all’eliminazione dei disabili, considerati un peso per la società. E l’eliminazione è stata poi attuata. Questi signori, quando dicono o scrivono queste cose, pensano mai che quelle di cui stanno parlando, che coloro che disprezzano e vogliono eliminare sono persone? Con sentimenti e desideri come loro? Evidentemente no. E questo li rende meritevoli del più profondo disprezzo.

Che nel 2010 ancora si debba parlare e discutere di classi differenziate è inaudito. Ma c’è un modo molto semplice per rispondere al Presidente della provincia di Udine. Mostrargli i fatti. Che in questo caso sono rappresentati da una sentenza della Corte Costituzionale del 1987 (ventitré anni fa), la numero 215.

Per parlarvi di questa sentenza, devo raccontarvi una storia. La storia di Carla.

Carla è una diciotenne disabile, con problemi di tipo mentale. Viene bocciata al primo anno in un istituto tecnico. Il preside ammette con riserva la ragazza alla ripetizione dell’anno, rimettendo la questione al provveditore agli studi. Il provveditore chiede un consulto al medico legale, il quale stabilisce che l’handicap non è grave e che “la giovane può trarre dalla frequenza un beneficio che, se relativo quanto all’apprendimento, è viceversa notevole sul terreno della socializzazione e dell’integrazione, in modo da far ritenere fondamentale la riammissione della giovane, per la quale l’isolamento contribuirebbe in maniera assolutamente negativa alla formazione del carattere”.

Nonostante questo, il preside respinge la richiesta di iscrizione. I genitori decidono di ricorrere alla Corte Costituzionale, in quanto la legge utilizzata per negare l’iscrizione (n°118/1971) dice, all’articolo 28, che “sarà facilitata la frequenza degli invalidi e mutilati civili alle scuole medie superiori ed universitarie”. Questa frase, secondo i genitori, non comprende i disabili e non assicura loro di essere ammessi ad una scuola secondaria superiore allo stesso modo dei “normodotati”.

La Corte Costituzionale deciderà per la sostituzione della parola “facilitata” con “assicurata” accogliendo questo motivo di ricorso dei genitori. Nella sentenza si possono leggere le seguenti parole: “La partecipazione al processo educativo con insegnanti e compagni normodotati costituisce un rilevante fattore di socializzazione e può contribuire in modo decisivo a stimolare le potenzialità dello svantaggiato.[…] La frequenza scolastica é dunque un essenziale fattore di recupero del portatore di handicaps e di superamento della sua emarginazione e può operare ai fini del complessivo sviluppo della personalità. […]La scuola, l’interazione con i compagni e coi docenti, ciò che il disabile può imparare, sono tutte cose che determinano la persona che sarà in futuro, che lo aiutano al pieno sviluppo della personalità. L’art. 34 della Costituzione afferma che “la scuola è aperta a tutti”. Letto alla luce degli articoli 2 e 3 della Costituzione, l’articolo 34 assume il significato di garantire il diritto all’istruzione malgrado ogni possibile ostacolo che di fatto impedisca il pieno sviluppo della persona. E’ con organico e risorse in più che si mettono d’accordo il diritto all’educazione e le esigenze di funzionalità del servizio, non sacrificando i diritti dei disabili.”

Credo che qesta sentenza sia colma di parole che vanno in una direzione chiarissima: l’istruzione è un diritto fondamentale. Un diritto che ci permette di relazionarci con gli altri, in quanto siamo costretti ogni giorno a confrontarci con altre persone, a sforzarci di imparare, di metterci alla prova. Ed è faticoso, difficile, stancante. E non sempre dà i risultati che vorremmo. Ma bisogna provarci. Relazionarsi con un disabile può essere ancora più difficile. Ma chi, per questo, vorrebbe relegarli tutti in una scuola differenziata, in gabbia come mostri, non ha capito niente. Dell’uomo e della vita.

Speriamo che ci siano altri cento, mille casi come quello di Carla, che siano sempre lì ad insegnarci il valore del prossimo e l’importanza di imparare.

 

Pubblichiamo un intervento di Chinirisica sulla condizione dei lavoratori e del lavoro. Le norme riguardanti il lavoro contenute nella Costituzione sono ancora applicate e rispettate?


Le condizioni in cui oggi versano i rapporti di lavoro richiederebbero un nuovo patto statutario tra imprenditori e lavoratori, con il patrocinio di un Governo interessato all’occupazione, più che alle case e agli intrecci amorosi di regime.

Non voglio fare riferimento, qui, alla crisi che costringe alla chiusura fabbriche e negozi o alla disoccupazione, e sottoccupazione, che imperversa tra i più giovani e tra i non più giovani, ormai fuori mercato.

Assistiamo rassegnati e quasi inerti alla protervia di imprenditori che utilizzano la fame di lavoro per sminuire, affievolendone il contenuto, i diritti conquistati nel secolo scorso dai lavoratori.

Ricordo che i contenuti costituzionali erano stati anticipati , nel primo dopoguerra,dalla fissazione dei limiti di età per il lavoro minorile, dalla previsione di prime normative antinfortunistiche, dal divieto di mediazione di mano d’opera, per contrastare il caporalato.

La repubblica fondata sul lavoro giungeva, nel 1948, a sancire un percorso, a solennizzare un impegno costruttivo di dignità.

Il cammino verso la realizzazione del principio costituzionale racchiuso nell’articolo 1 fu lungo e fatricoso.

Molto si deve alla coraggiosa legge 300/1970 nota come Statuto dei lavoratori ( che celebra quest’anno il quarantennale) e ad altre normative che tentarono di dare attuazione all’eguaglianza tra i sessi sul lavoro, alla tutela effettiva della genitorialità , alla stabilità dell’occupazione su cui fondare le famiglie del futuro.

Che ne è stato di quel percorso accidentato e nobile?

Credo stia subendo la stessa azione di svuotamento che , purtroppo, la Costituzione conosce da alcuni anni.

Complice la crisi, si sta riaffacciano un sistema di relazioni industriali feroci ed afflittive verso i diritti di chi lavora. Licenziamenti, ferie forzate, precariato spinto e reiterato,maternità e congedi parentali penalizzanti, considerati un peso in una realtà economica che bada all’effimero, al solo presente. Che non vede più nei giovani una risorsa, ma solo una massa indistinta di consumatori.

I casi recenti di Melfi e dei lavoratori Veneti e Friulani di Mazzorato Moda, di Omsa sono, purtroppo, emblematici.

L’ “esercito di riserva” dei disoccupati serve a mantenere al minimo il livello di conflittualità, a smorzare le richieste, a far tacere le rivendicazioni. A far dimenticare che la Costituzione, detta una regola chiara anche in materia salariale:una repubblica fondata sul lavoro, dal quale ottenere una retribuzione che consenta al lavoratore e alla sua famiglia un’esistenza libera e dignitosa.

Questo prevede il combinato disposto degli articoli1 e 36 della Costituzione.

Un documento vecchio solo per coloro che vogliono tacitarne lo spirito.

La Costituzione , paragonata alla realtà in cui viviamo, appare invece addirittura rivoluzionaria.