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No, fatemi capire. Napolitano dice che i partiti sono insostituibili (affermazione per lo meno discutibile) e non “dare fiato a qualche demagogo di turno”. Ovvero Beppe Grillo. Indirettamente, quindi, il Presidente della Repubblica, istituzione per natura super partes, sta invitando a non votare Movimento 5 Stelle, o per lo meno lo sta delegittimando.

Ma Napolitano non ha nulla da dire a proposito della Lega e dei suoi ultimi scandali? E, guarda caso, si è dimenticato di dire alla gente di non dare fiato a chi pagava “cospicue somme” a cosa nostra tramite Dell’Utri per non avere problemi, “contribuendo al rafforzamento dell’associazione mafiosa” nei primi anni ’70 fino al 1977 e poi dal 1982 al 1992 (l’anno delle stragi), nell’ambito di un “accordo di natura protettiva raggiunto con la mafia”.

Ecco, di Berlusconi e del suo partito, cui si riferiscono le frasi riportate sopra (estrapolate dalle motivazioni della sentenza di Cassazione su Dell’Utri), ci si può fidare. Dopotutto parliamo solo di accordi, pagamenti e accordi protettivi con la mafia, oltre a tutte le nefandezze di cui B. e i suoi compari si sono resi protagonisti.

Di Grillo e dei ragazzi del Movimento, pericolosi incensurati armati di spirito civico e interesse per la politica, meglio diffidare. Non sia mai che ottengano buoni risultati elettorali e spazzino via questa splendida classe dirigente.

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Stamattina mi sono alzato come al solito, molto assonnato, la doccia da fare, molto da studiare. Volevo andare al mercato coperto a fare un po’ di spesa, ma era chiuso. Un sacco di gente in giro però: è il 2 giugno, Festa della Repubblica.

In via Emilia, qua in centro a Modena è sfilato il tricolore più lungo di sempre, lungo 1797 metri, in ricordo dell’anno in cui fu decisa la Bandiera Italiana, a Bologna. Ben prima di essere Repubblica Italiana, unita.

Mentre sfilavano i tanti e tanti portatori del drappo tricolore la gente ai lati della strada applaudiva, a più riprese. Una vecchia signora urlava: “sventolatelo, sventolatelo il tricolore!”, con un sorriso splendido. Tutti sorridevano, e fissavano i tre colori e cantavano l’inno d’Italia. Forse non è un paese da buttare, forse non è vero che gli italiani non esistono.

Se solo riuscissimo a liberarci da questo catrame soffocante che si fa chiamare “politica”, se solo riuscissimo a capire che la “Repubblica” di cui si parla nella Costituzione non è una statua, non è il governo, non è Napolitano, non è “lo Stato”, ma siamo noi, io sono Repubblica, tu che leggi sei Repubblica, e come Repubblica dobbiamo salvaguardare i nostri diritti, le nostre opere d’arte, la nostra cultura.

Più tardi nella giornata, andato a teatro con un amico, ho assistito alla lettura dei primi dodici articoli della Costituzione, da parte del comico Vito. La sua definizione di “quelli che hanno scritto la Costituzione” era che avevano “due maroni più grandi della Girlandina” (la torre del Duomo di Modena) e che in confronto quelli di oggi hanno due prugnette secche.

Li ho letti più volte gli articoli della Costituzione, almeno i primi, i fondamentali. E solo oggi sono arrivato a capire, finalmente, di chi si parla in quelle dodici semplici e chiare frasi. Parlano di me!

Partiti, movimenti, cinque stelle o no, tutti dovremmo capirlo: l’Italia è nostra, nostra, nostra. E perché allora disamorarsi della politica deve essere anche disamorarsi del nostro Paese? Quindi lasciando fare perché “la politica non mi interessa” o “in politica sono tutti uguali” sarebbe la risposta giusta? Lasciando perdere si lascia che le cose che non ci vanno bene vadano in peggio, un atteggiamento poco conscio di quale sia il nostro ruolo. Non a caso sono i governanti che devono avere paura del proprio popolo, non il contrario. È però più facile che il popolo sia pacato e addormentato, se è sazio di donnette, giochi televisivi e calcio. Panem et circenses, e continuate a disamorarvi della politica e del vostro Paese.

Se pesate che in politica “siano tutti uguali”, o che “non cambierà mai niente”, oppure che “da soli non potete fare nulla”, allora accomodatevi, perdenti.

Io non mi accontento, e da oggi so che sono nella direzione giusta, per cambiare le cose, perché io non sono solo io, un ragazzo indietro con gli esami all’università, un ventenne che ancora non sa “cosa farà da grande”, un giovane eccitato, innamorato della musica, della sua ragazza, dei suoi amici e di tutti quei divertimenti che vegono etichettati come “passatempi”, ma sono anche e soprattutto cittadino, o meglio, Repubblica, Repubblica Italiana. Ho cantato l’inno con Eugenio Finardi e la sua band a teatro questo pomeriggio, e più volte la mia voce era spezzata. C’è chi ha da dire sulle parole, sulla retorica di Mameli, ma a me non importa nulla: è un simbolo, il nostro simbolo, e vedere i tre colori per strada, sentire le note di Fratelli d’Italia, mi ha fatto quasi versare lacrime speranzose, non tutto è perduto o perdibile.

Reagire, reagire contro le ingiustizie e andare a votare, sempre, il diritto va a pari passo col dovere, chi vi rinuncia si chieda come può poi chiedere una società o uno Stato migliore.

Quando vai a votare chiediti per chi voti, e risponditi sempre: PER ME.

”Io non sono certo che si riesca a ricomporre la situazione politica”, ha detto Maroni, “credo anzi che ci sia un’operazione in corso per far fuori Berlusconi e dobbiamo capire come muoverci”.

“Non è un complotto – ha detto Maroni – ma un progetto che a me non piace, ma che è sostenuto da molti”. Il ministro dell’Interno ha ribadito la posizione sul Carroccio su un esecutivo diverso da quello attuale.

Non è accettabile che chi ha perso le elezioni governi“, ha spiegato Maroni, “chi ha vinto deve governare e tutto
ciò che è diverso da questo sa molto di palazzo romano e poco di democrazia”.

”La Lega – ha aggiunto Maroni – la sua indicazione l’ha già data, se non c’è una maggioranza che venga certificata bisogna andare subito a nuove elezioni”. Per quanto riguarda invece il rapporto con l’Udc, Maroni ha tagliato corto: ”Bossi ha parlato chiaro”.

(da repubblica.it, 25 agosto 2010)

Il problema qual è? Non credo che sia di “fare fuori il re”. Una volta tolto di mezzo politicamente Berlusconi cosa rimane? Un gran caos, nonché la mentalità malata che ci è stata inculcata da 16 anni a questa parte. E poi i poteri che lo sostengono e sono stati da lui avvantaggiati sono comunque penetrati in ogni ambito del nostro Stato. Da questo punto di vista la rivoluzione che azzeri tutto, la tabula rasa, sembra l’unica via.

Tolto Silvio, cosa resta dunque? Ad esempio la mentalità deleteria che permette ai politici di parlare come se fossero al bar giù all’angolo, e non su di uno scranno del Parlamento. Insomma, il Ministro dell’Interno, colui che si occupa di lotta alla mafia e crimini dice che c’è un un’operazione in corso “per far fuori Berlusconi”: a queste parole mi preoccupo. Va bene, forse non intende fisicamente, però restano un po’ ambigue. Instillano il sospetto.

“Le parole sono importanti!” urlava Nanni Moretti in Palombella Rossa: non basta ricevere con le elezioni il mandato popolare per governare, ma bisogna mantenerlo, alimentando continuamente la fiducia dei cittadini.

Fiducia, non fede. La parola fede ha un’aria più mistica, e rimanda a qualcosa di vago e indefinito, ma comunque una promessa che fa sperare in qualcosa di buono. Nel patto istituzioni-cittadino, se così vogliamo chiamarlo, non c’è spazio per sperare, ma deve esserci la fiducia: la Costituzione ce lo permette, se è stato eletto un governo che poi si dimostra o diventa inadatto, quindi viene meno il rapporto di fiducia con i cittadini, questi possono mandarlo a casa, farlo cadere.

La maggioranza al potere in questo momento sta cercando di mascherare non la propria inefficienza (più efficienti di così nel preparare leggi antiprocesso per il premier non si può), ma il fatto che il Parlamento è bloccato nel gestire leggi e provvedimenti non utili alla maggioranza dei cittadini; oltretutto questo ci porta al fatto che è stato praticamente esautorato della propria funzione, in quanto i pochi provvedimenti che passano nelle Camere hanno la questione della fiducia o sono decreti legge (farciti di una qualche condizione di urgenza).

Ma si sa, spesso il popolo, con un termine dispregiativo, la massa, è più propensa a credere alle promesse piuttosto che analizzare i fatti e reagire di conseguenza: finché si riesce a sopravvivere, si torna a casa e si trova un pasto caldo condito di una bella dose di ballerine o storie “dal vero” in tv, è facile limitarsi a lamentarsi della politica. Il modo di parlare e di promettere continuamente allontana la politica dal cittadino. Ma il solo fatto di potersi dire “cittadino” ha un valore politico. Stare in comunità e partecipare tutti assieme alla vita della comunità è fare politica: è far circolare idee, pensieri, discorsi. Questo mix di menti dovrebbe lavorare sinergicamente per risolvere i problemi e migliorare le cose. Invece pare che i politici appena eletti spicchino il volo, no? Si allontanano.

Chi ha vinto in questo caso sono loro, rimangono fregati anche e soprattutto i loro elettori, dei quali si sono serviti spudoratamente per raggiungere il potere. “Non è accettabile che chi ha perso le elezioni governi” dice Maroni, ignorando che il governo è eletto dal Parlamento, che è eletto a sua volta dal popolo: chi ha “vinto” le elezioni è in maggioranza in Parlamento, ma, se guardiamo, non si dovrebbe parlare di “vittoria” o di “sconfitta”, in quanto i parlamentari, in un certo senso, sono tutti vincitori, nella sfida elettorale hanno ottenuto la fiducia dai cittadini (anche se qui dovremmo aprire l’ennesimo dibattito sulla legge elettorale…). L’assemblea decide chi eleggere a capo del governo.

Berlusconi non è stato eletto DIRETTAMENTE dal popolo. Ricordiamocelo. Se il suo governo non dovesse avere più la maggioranza alle Camere, secondo la Costituzione spetta al Capo dello Stato ricercare un’altra maggioranza nella assemblea: sono tutti eletti, quindi le dichiarazioni degli ultimi tempi sull’illegittimità di altri governi rispetto a quello attuale è pura fantasia!

I partiti non possono decidere alcunché a proposito di elezioni anticipate, questa è una prerogativa affidata dalla Costituzione unicamente al Capo dello Stato, Giorgio Napolitano. Chiarezza su questi punti, perché alla loro luce le continue uscite di Lega e PdL sulla decisione di andare a elezioni anticipate sono prive di senso, ma continuando a ripeterle con forza per molti diventano affermazioni vere, o meglio, delle balle vere. (citando Dario Fo)

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Dario Fo – Grammelot di Berlusconi (ovvero una giullarata sul linguaggio “politichese”)

di Aristofane

In questi giorni, molte notizie hanno attirato la mia attenzione. Stanno emergendo importanti e sconcertanti verità sugli avvenimenti che, all’inizio degli anni Novanta, dopo Tangentopoli, hanno portato alla nascita della cosiddetta seconda Repubblica. La manovra di Tremonti si prepara a rendere ancora peggiore il momento di crisi dell’Italia. Israele spara sui pacifisti. Insomma, le cose di cui discutere sarebbero molte. Ma ci sono altre cose che catturano il mio interesse. E non trovo altri termini per descriverle, se non “cazzate“. Badate bene, non perché siano poco importanti, ma perché derivano da comportamenti o dichiarazioni inutilmente stupidi e grotteschi.

Il primato del ridicolo spetta alla telefonata di Berlusconi a Ballarò di martedì sera. Il sulnano ha insultato il vicedirettore di Repubblica Massimo Giannini, dandogli del bugiardo, ed il presidente dell’Ipsos Pagnoncelli, accusandolo di citare dati falsi quando mostrava che il consenso per il premier in Italia è al 48%. Ovviamente i dati che ha lui, gli unici veri ed incontrovertibili, dimostravano una fiducia intorno al 60%.

Qual era invece la colpa di Giannini? Il giornalista aveva affermato che Berlusconi in passato aveva giustificato l’evasione fiscale. Una menzogna? Basta guardare questo video per rendersi conto che il vicedirettore di Repubblica diceva la verità. Dopo aver detto quello che voleva, il nano ha buttato giù il telefono.

Oltre agli insulti, al rifiuto del dialogo e all’ossessione che quest’uomo ha per i sondaggi, credo che sia un altro l’elemento importante. Ovvero che siamo stufi di dover sopportare le incursioni di Berlusconi nei vari programmi, che tratta come suoi salotti personali. Se vuole dire la sua, come ovviamente è legittimo, che vada in qualche trasmissione e si sottoponga alle domande, partecipando ad un dibattito. Di solito, nelle democrazie, i capi di Stato fanno così. Ma lui, si sa, è allergico alle domande non programmate.

Seconda cazzata. L’architetto Zampolini, coinvolto negli scandali del G8 della Maddalena e nei traffici della cricca di Balducci e compagnia, in un interrogatorio ha fatto i nomi di Di Pietro, Veltroni e Prodi come beneficiari di sconti su affitti ed acquisti di case in zone centrali di Roma. Per quanto mi riguarda, questo è un tentativo (l’ennesimo nei confronti del leader dell’IdV) di tirare dentro uno scandalo persone che non c’entrano. Infatti, già ieri Di Pietro ha dimostrato, sul suo blog, con prove documentali, la sua estraneità a questi fatti, ed ha subito chiesto ai magistrati di essere sentito per dare la sua versione. Comportandosi come un uomo politico dovrebbe fare.

Andiamo avanti. I rappresentanti della Lega (compreso Maroni, che è ministro dell’Interno) hanno disertato le celebrazioni del 2 giugno. I cittadini normali hanno le loro idee, condivisibili o meno, e possono andare o non andare a tutte le manifestazioni che vogliono. I parlamentari hanno le loro idee, condivisibili o meno, ma devono essere presenti alle manifestazioni in onore della Repubblica, perché questo fa parte dei loro compiti e doveri, in quanto rappresentanti delle istituzioni e del Paese. Non hanno solo onori, ma anche oneri.

Intanto Napolitano (che alla festa per il 2 giugno ha invitato i direttori di tutti i giornali tranne quello del Fatto Quotidiano, giornale forse reo di lesa maestà in quanto si è permesso di criticare l’operato del Capo dello Stato), continua a lanciare messaggi al Parlamento ed ai rappresentanti del Governo a proposito della legge sulle (o, meglio, contro le) intercettazioni. “Così non va bene, taglia un po’ lì, aggiungi là, diminuisci quello, aumenta l’altro”. Premesso che nessun Presidente della Repubblica dovrebbe mai firmare nessuna versione di questa legge, incostituzionale fino al midollo, Napolitano dovrebbe sapere che il suo compito è quello di ricevere la legge, valutarla e poi decidere se firmarla o no. Non dovrebbe partecipare alla stesura della legge stessa nè commentarla, ma restare in disparte, esterno al conflitto tra le parti, ed aspettare che il testo gli venga sottoposto.

Quinta cazzata: l’attaccante del Milan Marco Borriello ha attaccato Roberto Saviano, accusandolo di speculare su Napoli, parlandone male. Questa idea che, ogni volta che si parla di un aspetto negativo di qualcosa, sia obbligatorio anche citare qualche aspetto positivo, non l’ho mai capita. Come se, per raccontare un furto in banca si dovesse dire: “I rapinatori hanno picchiato a sangue il cassiere e hanno terrorizzato i clienti, comportandosi da veri banditi. Ma erano alti, biondi, con gli occhi azzurri, molto belli.” Se si scrive di camorra, è inutile descrivere le bellezze di Napoli, la pizza, la mozzarella e la musica. Sinceramente, poi, non mi sembra il caso che un tizio che prende milioni e milioni di euro per dare due calci ad un pallone dia lezioni di morale ad uno scrittore che vive sempre sotto scorta e rischia la vita ogni giorno.

Dulcis in fundo, alcuni esponenti della maggioranza hanno proposto un emendamento all’articolo 380 del Codice di procedura penale che prevede che chi viene sorpreso a commettere atti sessuali con minorenni va arrestato, sempre che non si tratti si tratti di atti sessuali di “minore entità”. Ottimo modo per disincentivare la pedofilia.

Ovviamente ci sarebbero mille altre cazzate di cui occuparsi, da smentire e smontare. Ma queste mi sembravano le più grosse ed importanti. Quelle che mi hanno dato più fastidio, perché sono fatti in sé gravi (alcuni più di altri), ma derivano da atteggiamenti ridicoli o tipicamente italioti.

Il premier che usa la tv pubblica come fosse sua, il calciatore milionario che redarguisce lo scrittore minacciato dalla mafia, il Capo dello Stato che va oltre i suoi poteri. Siamo stufi di dover assistere a questo penoso teatrino.

Quinto collage per il nostro blog, vi proponiamo un articolo di Marco Travaglio da Il Fatto Quotidiano, o meglio, la spalla che il giornalista scrive quotidianamente sul giornale. Il pezzo è un commento ironico sul “severo monito” del Presidente Napolitano riguardo allo scandalo più importante del momento: il fallo di Totti su Balotelli… Buona lettura!

ESPULSIONI CONDIVISE

(di Marco Travaglio)

(nella foto, Marco Travaglio)

da Il Fatto Quotidiano del 08/05/2010

Finalmente. Da tempo immemorabile auspicavamo un severo monito o un accorato appello del presidente della Repubblica contro gli scandali che quotidianamente si susseguono nella vita politica ed economica e finanziaria e istituzionale e religiosa italiana, e finalmente Giorgio Napolitano ha trovato le parole giuste per una dura reprimenda. A Francesco Totti.  Crollano le Borse di tutta Europa. Il ministro dell’Economia, dopo aver detto per mesi che andava tutto benissimo, informa il Parlamento di una manovrina finanziaria da 25 miliardi davanti a 50 assonnatissimi deputati su 630. Il ministro dello Sviluppo Economico lascia il governo per dare la caccia al mascalzone che gli ha pagato la casa senza dirgli niente. Il coordinatore del maggiore partito di governo è due volte indagato per corruzione, ma non si dimette perché “le dimissioni non appartengono alla mia mentalità” (è la sua religione che gliele impedisce). Il sottosegretario alla Protezione civile ovviamente indagato per corruzione convoca una conferenza stampa per rassicurare che lo scandalo della Protezione civile è tutto un equivoco. Il governo dei sette indagati (senza contare quelli nella maggioranza) finge di varare una legge anticorruzione e intanto si applica a vietare ai magistrati di fare le indagini sulla corruzione e ai giornalisti di raccontarle. La maggioranza litiga su tutto, anche sull’Unità d’Italia. Sindaci leghisti tentano di affamare bambini poveri perché i loro genitori non hanno i soldi per la mensa scolastica. Si scopre che i servizi segreti – già implicati in ogni genere di depistaggio su tutti i misteri d’Italia, nelle trattative con la mafia e nelle stragi del 1992-’93 – c’entrano pure con l’attentato dell’Addaura a Giovanni Falcone.

E il capo dello Stato, sempre in sintonia con il Paese, che fa? Reduce dall’impresa dei Mille, dichiara guerra a Totti, fantasista della Roma, per aver rifilato un calcione a Mario Balotelli, attaccante dell’Inter. Roba grossa. Tale da far vibrare di sdegno il massimo rappresentante della Nazione. Che, calibrando una a una le parole, scandisce: “Il fallo di Totti su Balotelli è una cosa inconsulta”. Gliele ha cantate chiare. Ora nessuno oserà più accusare il Presidente di eccessiva prudenza o acquiescenza nei confronti del governo. Napolitano, sempre vigile, ha subito individuato fra le mille la vera emergenza nazionale: lo scazzo Totti-Balotelli.

A questo punto una semplice squalifica del falloso e intemperante calciatore romanista non può bastare. Occorre un tavolo per le riforme condivise della giustizia sportiva, finalizzate a raggiungere l’obiettivo di espulsioni condivise che, superando le divisioni fra le squadre, aiutino il Paese a superare le contrapposizioni preconcette, in vista delle celebrazioni per il 150 anni dell’Unità d’Italia. E che nessuno si azzardi a “tirare per la giacchetta” agli arbitri chiedendo loro di fischiare quando un calciatore commette un fallo o segna in fuorigioco. A ogni fischio contro la Roma, per dire, dovrà immediatamente seguirne, in nome della par condicio, uno contro l’Inter, anche se nessun interista ha commesso fallo. E viceversa. L’ideale sarebbe un arbitro liberista e riformista, cioè che non fischia mai e lascia passare tutto: se fischia soltanto i falli e non anche i non-falli, presta il fianco al sospetto di avercela solo con chi commette falli e non anche con chi non li commette, e viene accusato di accanimento, persecuzione, partigianeria, giacchetta rossa o fischietto nerazzurro. Se poi le forze politiche, nel tavolo delle riforme condivise, volessero direttamente abolire i falli e/o vietare l’uso del fischietto, gli arbitri si aggirerebbero per i campi raccogliendo margherite e cicorie condivise, evitando così espulsioni non condivise, contrapposizioni preconcette e polemiche inopportune. Le partite e i campionati li vincerebbe sempre la stessa squadra, quella che scende in campo col kalashnikov e il machete, ma sempre in un contesto condiviso, come ai bei tempi di Luciano Moggi.

(Vai alla pagina di riassunto di tutti i “Collage”)

Scintille Berlusconi-Napolitano

Il Capo dello Stato irritato per le parole del premier a Parma

11 aprile, 20:14

(ANSA) – ROMA, 11 APR – Irritazione del presidente della Repubblica Napolitano dopo l’intervento del premier Berlusconi al forum degli industriali a Parma. Ne riferisce, in un editoriale su Repubblica, Eugenio Scalfari, che parla di gelo tra i due dopo le parole del premier sulla vigilanza del Quirinale sulle leggi del Parlamento: ‘ci controllano anche le virgole’. Napolitano, secondo Scalfari, avrebbe telefonato al sottosegretario Gianni Letta il quale gli avrebbe porto le sue scuse personali.

Il video delle dichiarazioni del premier a Parma

su repubblica.it

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Non ha abbastanza potere, ne vuole di più. Gente, svegliamoci! E’ da un po’ di tempo che lo dice, e nessuno lo prende mai sul serio…va tutto nel dimenticatoio nel giro di ore oramai.

Quest’uomo presenta l’iter democratico su cui si basa il nostro Paese come un qualcosa di macchinoso e dispendioso, inutilmente complicato. E’ normale per uno che è abituato sempre di più a “governare” attraverso i decreti legge urgenti. Dimentica, il signore dal pesante cerone, che la discussione è la parte fondamentale nel creare una legge, discussione che non è più capace di affrontare, perché sempre uso a comandare lui stesso, in prima persona, tanto la sua corte asseconda ogni suo volere, ripara ogni suo strafalcione (Letta che deve scusarsi personalmente con Napolitano???) e lo difende da chi osa alzare la mano e dire la propria. Berlusconi e i suoi danno per scontato che se il governo propone una legge, questa è sicuramente giusta. Come spieghiamo senno’ lo spregio per l’iter legislativo? In parte è questa sicurezza, inconscia, in parte è la medesima frase, ma venduta ai loro cari elettori ipnotizzati: ovviamente se Silvio fa una legge è sicuramente giusta ed equa per tutti, che si oppone o critica è invidioso e lo odia. Esattamente quello che da qualche mese Berlusconi sta vendendo ai suoi droni votanti: “L’amore vince sempre sull’invidia e sull’odio”…è tutto collegato, no?

L’Albatro

di Aristofane

Il Presidente della Repubblica ha firmato il cosiddetto “legittimo impedimento”, ovvero l’ennesima legge che permette a Berlusconi di evitare di farsi processare. Ancora una volta il capo dello Stato ha avallato l’intenzione del sultano di ergersi al di sopra di tutti, questa volta accompagnato dai suoi ministri. La nuova legge, infatti, andrà applicata al presidente del Consiglio ed ai ministri.

L’art. 1 della nuova legge, stabilisce che “costituisce legittimo impedimento a comparire nelle udienze dei procedimenti penali, quali imputati, il concomitante esercizio di una o più delle attribuzioni previste dalle leggi o dai regolamenti” inerenti l’attività di governo, “delle relative attività preparatorie e consequenziali, nonchè di ogni attività comunque coessenziale alle funzioni di governo”. Le disposizioni di questo articolo si applicano “fino alla data di entrata in vigore della legge costituzionale recante la disciplina organica delle prerogative del presidente del Consiglio dei ministri e dei ministri […] e, comunque, non oltre i diciotto mesi” dalla data di entrata in vigore della stessa legge. Ma l’aspetto più sorprendente della legge si scova se andiamo a guardare chi ha il compito di certificare gli impedimenti. Sarà Palazzo Chigi, ovvero Berlusconi e i suoi ministri, a comunicare al giudice quando, nei procedimenti che coinvolgono Berlusconi e i suoi ministri, Berlusconi e i suoi ministri non potranno partecipare alle udienze(piccolo gioco di parole rubato al Fatto Quotidiano).

Quei diciotto mesi sono giusto il tempo che serve al re ed alla sua corte per varare un nuovo lodo Alfano, stavolta costituzionale, oppure per ritornare alla vecchia, cara immunità parlamentare. Ma la strada, forse, non è così semplice come si può credere. Innanzitutto, sull’immunità parlamentare la maggior parte dei cittadini non è d’accordo (la percentuale si aggira intorno al 70%, e comprende anche gran parte dell’elettorato del centrodestra), e Berlusconi è troppo attento agli umori della gente per buttarsi a capofitto in un’operazione che gli causerebbe grossi danni d’immagine all’interno del suo stesso elettorato.

In secondo luogo, entrambe le soluzioni necessitano del procedimento di revisione costituzionale, la quale prevede che la legge debba essere approvata due volte da ciascuna Camera, che tra le due approvazioni debbano trascorrere almeno tra mesi e che nella seconda approvazione da parte di ogni Camera si deve raggiungere la maggioranza assoluta (ovvero la maggioranza dei componenti della Camera stessa, e non semplicemente la maggioranza dei votanti). Inoltre, può essere richiesto un referendum sulla legge (a meno che nella seconda votazione non si raggiunga una maggioranza di due terzi). In poche parole, non è una passeggiata, e non è detto che i berluscones riescano a farcela.

Starà anche all’opposizione fare fronte comune contro queste iniziative, facendo mancare i due terzi che servono a non andare al referendum, che sarebbe per il centrodestra una disfatta, vista la già ricordata avversione della gente nei confronti dell’immunità parlamentare. Per quanto riguarda il legittimo impedimento, Di Pietro ha proposto un referendum, unica arma contro questa legge vergogna. Il PD ha iniziato subito a pigolare, affermando che “il referendum è un’arma spuntata” e chiedendosi “e se poi lo perdiamo”. Non hanno ancora capito che l’importante è dare un segnale, far vedere che non si può accettare tutto e che certe cose non sono ammissibili. Che c’è ancora qualcuno che protesta, che non vuole solo stare a guardare senza aprire bocca, ma che rischia, decide, prende decisioni ed iniziative.

E’ ora che una parte la smetta di violentare Costituzione e democrazia, e l’altra si dia una svegliata.