Archivio per settembre, 2011

Dal blog (su ilfattoquotidiano.it) di Natalino Balasso, vi proponiamo un post interessante. Buona lettura.

I FORCAIOLI CON LO SPRITZ  (17 SETTEMBRE 2011)

E’ il 14 settembre. Siamo fuori Padova. Un ladro sfugge ai carabinieri col motorino rubato. Si butta nel Brenta ma non sa nuotare. Muore annegato. Quel ladro ha commesso due errori: il primo è stato scegliere, così giovane, la morte anziché la galera, il secondo è stato nascere in Moldavia. Si, perché Ruslan Moisei, di anni 23, in questo modo non avrà pace neanche da morto. Essere moldavo e morire braccati in Veneto è un errore. Il Mattino di Padova ne ha dato notizia e sul sito in rete fioccano commenti che vanno da “San Brenta” “Uno di meno”. E tutto il discorso si sposta sul tema“Io non sono razzista ma ne abbiamo le palle piene”.

Ora, ripetendo per l’ennesima volta che non si capisce perché per un imprenditore che truffa o un politico che intasca bustarelle si debbano coniare termini come “concussione” e “corruzione”, mentre per uno che ruba nelle macchine, anche quando lo fa per la prima volta, si dice che è un ladro, la deriva morale e culturale della nostra società si fa sempre più evidente. Così come non si capisce come si possa invidiare politici corrotti e cocainomani e diventare all’improvviso moralisti e forcaioli quando si tratta di un disgraziato. Il problema è che anche i giornali sembrano perdere il senso dei fatti. E il fatto è che un giovane di 23 anni è morto.

Rubava nelle macchine perché non aveva a disposizione tecniche come l’evasione fiscale o la prostituzione ai politici o amicizie nei consigli d’amministrazione. Rubava in una nazione di ladri. Ma per la gente per bene, i cui furti quotidiani non sono classificati come roba da ladri, che si vanta di essere cinica e lo può essere, era un ladro speciale che meritava di morire. A quanto pare sui giornali In internet se scrivi “cazzo” sei passibile di censura, ma se dici che è un bene che un ragazzo di 23 anni sia morto e che anzi dovrebbero morire tutti quelli come lui, nessuno ti dice niente.

Da queste parti è nato Felice Maniero, il pluriomicida che oggi è libero perché aveva un po’ di cose da raccontare. Da queste parti, qualcuno ne parla ancora bene, perché faceva delle belle feste.

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Durante il secondo governo Prodi, Standard&Poor’s declassò il debito italiano (esattamente come è successo oggi). Quella che segue è la dichiarazione che Berlusconi rilasciò in quel momento:

«Il governo Prodi è un governo che, bocciato dalla maggioranza degli italiani, dalla Banca d’ Italia, dalla finanza internazionale, dovrebbe avere il buon senso di restituire le chiavi di Palazzo Chigi, prima di arrecare altri e irreparabili danni al Paese».

Ricorda qualcosa?

(Grazie a Piovonorane e Nonleggerlo)

Che le prostitute prenotate al telefono e portate a vagoni a B., le sue continue bugie per coprire i suoi traffici, i posti in tv e in politica garantiti a chi lo sollazza per qualche notte e tutto il resto siano notizie, non ci piove. I fatti emergono dalle intercettazioni e vanno raccontati. La decadenza della società italiana, fondata su ricatti, nepotismi e favori, emerge chiaramente dal quadro desolante che gli atti processuali di queste vicende ci offrono. Quindi ok, parliamone, raccontiamo tutto.

Ma è davvero necessario farci tutte le prime pagine di tutti i giornali? Per giorni, settimane, mesi? E’ possibile che in un momento simile, con l’euro che rischia di saltare, la Grecia ormai fallita, una manovra economica che farà sputare sangue alle famiglie ormai approvata, si continui a dare enorme spazio a queste cose?

Attenzione: non sto dicendo di censurare queste faccende, sia ben chiaro. Ma leggere i quotidiani (la tv praticamente non ne parla) fa venire il voltastomaco. Prendiamo le prime pagine del Fatto Quotidiano di venerdì 16 e sabato 17 settembre. Riporto i due titoli:

“35 prostitute per lui. B.a Tarantini: “Chi mi porti stasera?” “Belèn non me la sono fatta, sta con un mio calciatore” Nelle 100mila intercettazioni, un premier che ci fa vergognare” (16 settembre). “E’ un gran troiaio” Infatti lui resta premier “(17 settembre).

Lo dico da ex abbonato e da lettore quotidiano del Fatto: non ne posso più. L’edizione di sabato parlava di questi argomenti da pagina 2 a pagina 12. Undici pagine su ventitrè! Basta. E’ giusto e doveroso parlarne, ma non serve riportare ogni singola frase, fare titoloni a sensazione e a caratteri cubitali sulle porcate di un uomo ridicolo e dei poveracci che compongono la sua corte. Se davvero ci vuole differenziare dagli altri quotidiani (che si comportano allo stesso modo del giornale di Padellaro), sarebbe meglio pubblicare solo le conversazioni più salienti, come quelle che riguardano gli appalti e gli affari che giravano insieme alle ragazze, non tanto quelle contenenti le espressioni più volgari. Dare un’idea precisa del porcile, del sistema marcio e probabilmente illegale che regna in quegli ambienti, mantenendo però un certo stile. Per marcare la differenza.

Chi se ne frega infatti delle posizioni in cui hanno fatto l’amore, del numero delle ragazze, delle varie perversioni che si sono consumate nelle segrete stanze? Io me ne frego. Voglio sapere se il presidente del consiglio del mio Paese mente, se salta appuntamenti istituzionali perchè è troppo stanco dopo la notte passata con la baldracca di turno, se non mi governa perchè fa “il primo ministro a tempo perso”, se viene ricattato. Queste cose emergono dalle intercettazioni e si devono mettere in evidenza. Bisogna martellare su questo, non dare tregua mostrando tutta l’inadeguatezza e il danno che ci causa continuare ad essere rappresentati da quell’uomo.

Ma quello che si legge in questi giorni è diverso. Io vorrei che il giornale che compro ogni mattina, che sono orgoglioso di leggere, che raccoglie molte delle migliori firme del giornalismo italiano, che dà battaglia a tutti su tutto, che grazie alla sua indipendenza può essere diverso da tutti gli altri, avesse un sussulto. Vorrei che si scrollasse di dosso tutto questo marciume e dimostrasse di essere davvero diverso. Perchè dal mio giornale pretendo di più.

 

In questi momenti di fine impero, c’è ancora chi non si rende conto di quello che succede. Il regime catodico di mr. B. volge al termine, affossato dalle telefonate con i vari Tarantini e Lavitola a proposito delle vagonate di gentildonne da recapitare a domicilio al nanetto. Sarebbe stato meglio che quest’individuo fosse caduto per i falsi in bilancio, le corruzioni e le concussioni di questi 16 anni, ma, si sa, ognuno ha il 25 luglio che merita.

Probabilmente i miasmi del cadavere politico del governo soffocano alcuni esponenti della maggioranza, che non riescono a ragionare e a capire fino in fondo quello che dicono (non che sia una novità).

Prendiamo Sacconi. E’ il ministro del welfare, mica uno qualsiasi. Tralasciando il fatto che si comporta come se venisse da Marte e non c’entrasse nulla con l’attuale stato di salute dell’Italia (lui che era esponente socialista di spicco e, come tale, ha contribuito in modo sostanziale all’impennata del debito pubblico in quegli anni),  il suo ruolo, in momenti di crisi come questo, è importantissimo.

Invece l’altroieri il ministro, ospite ad un convegno del Centro Studi Confindustria, ha sparato sull’esito del referendum del giugno scorso. Queste le sue testuali parole: “Altro che sorella acqua, mi auguro che troveremo il modo per mettere in discussione il referendum”. A Sacconi non importa che 27 milioni di cittadini siano andati a votare e abbiano espresso chiaramente (95% di voti favorevoli) la volontà di mantenere pubblica la gestione dell’acqua. La famosa volontà popolare, la stessa che viene sbandierata costantemente quando si tratta di ricordare che hanno vinto le elezioni, può essere messa da parte e cancellata quando va contro i desideri di lorsignori. Sacconi dovrebbe fare una sola cosa: dimettersi. Facendo affermazioni come queste ha dimostrato un assoluto spregio della Costituzione e del valore della volontà dei cittadini. Nessun rispetto. In qualsiasi altro Paese parlamentari, ministri e uomini politici in generale dovrebbero dimettersi due minuti dopo aver detto cose simili.

Voglio invece esprimere la mia completa solidarietà a Roberto Castelli, ex ministro, ora viceministro alle Infrastrutture, parlamentare dal 1992, cioè da 19 anni. L’altra sera a “Piazzapulita” (nuovo programma di informazione su La7) ha detto di essere povero perchè guadagna solo 145 mila euro all’anno. Siamo tutti vicini al povero Castelli, che sicuramente farà fatica ad arrivare alla fine del mese. Ci permettiamo di far notare all’esponente leghista che ci sono famiglie che vivono con redditi annuali di meno di un decimo del suo. E se avessero 145 mila euro (più tutti i soldi che derivano da vent’anni di vita da parlamentare e cinque da ministro) avrebbero la decenza di stare zitti.

Mi ha colpito un commento al video tratto dalla trasmissione. Matteo P. scrive: “Io di euro l’anno ne guadagno 9mila e ho un contratto a progetto. Anch’io sono ingegnere come il viceministro Castelli, ma l’azienda per la quale lavoravo (e guadagnavo circa 28mila euro annui) ha deciso di chiudere e trasferirsi in Romania. Mia moglie, casalinga, ieri sera sul divano di casa guardava con me la Tv. Mi ha fatto una domanda alla quale non ho saputo rispondere. E ci ho pensato su tutta la notte: “Ma se Castelli è povero, noi cosa siamo?”.

C’è davvero tanta gente. Ti sembra di essere all’inizio: così ti alzi in punta dei piedi e non riesci nemmeno a intravedere le prime file. Automaticamente ti volti verso tutto ciò che è alle tue spalle, ma ti accorgi che ci sono migliaia di teste e nemmeno l’ombra di una camionetta dei carabinieri in tenuta antisommossa (che hanno il compito di mantenere gli animi tranquilli).

Avanti e indietro, destra o sinistra, solo persone.

Oggi a Milano (e in molte altre città italiane) c’è il corteo per lo sciopero indetto dalla CGIL: si parte dai Bastioni di Porta Venezia alle 9.30 per giungere in Piazza del Duomo, dove, secondo gli organizzatori, saliranno sul palco i maggiore esponenti della CGIL della sezione di Milano, mentre Susanna Camusso sarà impegnata sul fronte capitolino.

Cambio linea metropolitana in Duomo, ma non appena arriva il treno, dall’altoparlante la voce comunica che la fermata di Porta Venezia è stata chiusa: si deve scendere o a Palestro o a Lima. Opterò per la prima fermata, penso, e non sono nemmeno l’unica: una volta arrivata, il mio vagone si svuota. Non mi è molto difficile comprendere, il motivo di questo cambiamento logistico: salita in superificie, il fervore e l’eccitazione sono alti, ci sono perlopiù lavoratori che sventolano bandiere di CGIL, SEL IDV , Rifondazione Comunista, che sbracciano per cercare colleghi e compagni, che credono di poter cambiare il mondo come fecero ancora prima di iniziare a lavorare.

Sono amareggiati, delusi, incazzati: «Oh, ragazzi, qui non va mica bene! Io non posso andare avanti a lavorare fino a sessantacinque anni! Ho tre figli, una casa da pulire…». «Si, io cosa faccio a sessantacinque anni? È ironico pensare che la mia pensione servirà a pagare le bollette e una badante che mi cambierà il catetere».

Apparentemente sembrano sempre le solite cose, sempre le solite lamentele che si sentono dai notiziari e a volte viene da pensare che è gente pagata apposta per far cadere “questo governo ladro”. Ma qui, in mezzo alla folla, ti viene difficile pensare che questa sia tutta gente pagata: il malessere si sente, eccome. E fa anche uno strano effetto che io devo ancora intraprendere questo tipo di vita.

Inizia a gocciolare: tra un «Cazzo, piove!» e un «Piove! Governo ladro!», si continua imperterriti. Ci si guarda anche in giro, perché è indescrivibile la meraviglia di questo serpentone. Camminando, mi incuriosisce una signorotta di mezz’età, con tanto di cappellino rosso in testa e bandiera altrettanto vermiglia nella mano destra. Per un po’ la guardo divertita, ma poi si rivolge a me con molta compassione, sorridendo e ammiccando: vorrà dire che sarò una povera anima che vaga nel limbo della mia società o che finalmente è giunto anche il mio momento?

La manifestazione prosegue tranquilla, nessun centro sociale, nessun guazzabuglio con i carabinieri, solo striscioni e sorrisi, fino a Piazza Duomo.

Il palco è stato posizionato sotto la statua impacchettata di Vittorio Emanuele a cavallo. Si alternano un sacco di interventi, dai sindacalisti dei servizi pubblici, ai rappresentanti della CGIL Milano, dai lavoratori nelle biblioteche, al sindacato dei medici.

Tuttavia, ci sono solo sue interventi che richiamano l’attenzione di tutti e per quanto mi riguarda, uno in particolare mi lascia meravigliosamente basita e terrorizzata: il primo, il minatorio incitamento di una delegata della CGIL Milano, Grazia Barbieri; l’altro, quello del sindacalista dei lavoratori di McDonald’s.

Dal microfono della sindacalista, fuoriescono la pretesa di un contratto nazionale del lavoro uguale per tutta l’Italia, l’obbligo ad alzare la testa per far sì che vengano rispettati i diritti dei lavoratori, la cancellazione del precariato… roba mica male.

Subito dopo, sale questo ragazzo, nero di capelli e mulatto di pelle, sulla ventina, che a gran voce viene presentato come il capo dei sindacalisti di McDonald’s.

Si nota che è emozionato, ma la sua grinta è davvero incredibile. «Io provengo dalle Filippine, dove fino a poco tempo fa c’era la dittatura di Ferdinando Marcos.» Questa dittatura è stata caratterizzata da «leggi ad personam, ingiuste manovre economiche e da una politica volta a colpire i lavoratori e le classi più deboli. Ecco, qui in Italia mi sembra di essere tornato indietro di trent’anni fa, ai racconti dei miei genitori»

Tra un’ovazione e l’altra prosegue, ammettendo che l’azienda «non soffre questa crisi e che i profitti sono comunque elevati», ma dal punto di vista sindacale «è davvero ostica».

Così, sorridendo, mi viene istintivo canticchiare: “Get up, stand up./Stand up for your rights./Get up, stand up./Don’t give up the fight./

Il debito pubblico di uno Stato si forma quando le sue spese sono maggiori delle sue entrate (deficit). La differenza tra queste due voci, se non può essere colmata con l’emissione di moneta, viene coperta tramite l’emissione di obbligazioni (titoli di Stato). Qualcuno poi quei titoli di Stato li deve acquistare, e qui iniziano i problemi.

Se infatti uno Stato appare affidabile, gli investitori che hanno comprato i titoli del debito (cittadini di quello Stato e stranieri, banche, altri Stati) continueranno a comprarne. Ma se così non fosse, e il Paese debitore non riuscisse, per esempio, a far fronte ai suoi debiti e agli interessi su di essi, troverebbe sempre meno soggetti disposti a rischiare di perdere i loro soldi comprando titoli di un Paese a rischio. Ed è proprio questo che sta succedendo alla Grecia (in maniera molto più drammatica rispetto agli altri), all’Italia e agli altri Stati in difficoltà.

Noi, in particolare, siamo in crisi perchè non siamo per nulla credibili. E una delle cause principali è la politica (tutta). Non serve che mi dilunghi qui sui motivi che rendono la nostra classe dirigente (e di conseguenza tutto il paese) poco affidabile agli occhi del mondo: credo che siano sotto gli occhi di tutti. E l’ormai famoso spread tra i nostri titoli di Stato e quelli tedeschi sta lì a dimostrarlo.

E’ interessante invece andare a vedere a quanto ammonta il nostro debito pubblico e chi lo possiede. Un grafico di Linkiesta mostra chiaramente l’andamento del debito italiano a partire dagli anni ’70 fino ad oggi.

Ringraziamo quindi i vari Craxi, Berlusconi e Amato, capaci di innalzare il debito a livelli incredibili.

Oggi il nostro debito pubblico ammonta a 1911,807 miliardi di euro (dati Bankitalia), nuovo record di sempre. E’ uno dei primi al mondo accanto a Zimbabwe, Libano e Grecia, e il 44 % è in mano ad investitori esteri.

Chi sono questi investitori? Qui sta il bello. Al primo posto troviamo la Francia, che possiede ben 511 miliardi di dollari del nostro debito, seguita da Germania (190 miliardi) e Inghilterra (77 miliardi). Questo grafico del New York Times descrive l’intricata situazione dei debiti nazionali.

E’ evidente che il sistema è al collasso. Ogni Paese detiene un pezzo del debito dell’altro, in un gioco di incastri che può crollare da un momento all’altro in caso di fallimento di uno o più dei giocatori. E’ questo il punto d’arrivo di un’economia drogata e votata solamente alla crescita incontrollata.

Per quanto riguarda il nostro piccolo, nelle ultime ore sta prendendo corpo l’ipotesi della cessione di una parte consistente di titoli italiani alla Cina (che possiede già una bella fetta del debito americano). Curioso che chi ha sempre predicato contro i comunisti mangiabambini (ovviamente B.) e voluto misure protezionistiche contro i prodotti di quel paese (Tremonti) ora si ritrovi a chiedere aiuto proprio ai tanto osteggiati “nemici del made in Italy”. Era proprio il Ministro dell’economia che guidava non molto tempo fa le proteste in piazza contro l’invasione dei prodotti cinesi. Una bella inversione di tendenza.

Cedere parte del debito ad un altro Stato significa concedergli parte della propria sovranità. E’ evidente infatti che il Paese creditore avrà un forte potere nei confronti di quello debitore, e potrà condizionare, in tutto o in parte, alcune delle sue scelte. Non a caso nel 2009 l’Italia ha concluso un accordo con la Francia per la costruzione di cinque centrali nucleari (che era ovvio che non sarebbero mai state costruite). Che sia la Francia, la Cina o il Kazakistan non cambia nulla: la sovranità e la democrazia non si svendono.

Stiamo esagerando? Lasciamo la parola ad un esperto: “La posizione di creditore che la Cina ha nei confronti degli Stati Uniti non è politicamente neutrale: essere creditore è, infatti, avere potere”. La citazione è tratta da La paura e la speranza (2008). L’autore? Giulio Tremonti, of course.

“Chi scrive male pensa male”. Qualche tempo fa mi aveva colpito questo titolo, su un giornale. L’articolo raccontava di errori clamorosi (di ortografia, sintassi e compagnia) nei temi svolti per i concorsi da avvocato, per gli esami universitari, nelle mail scritte ai professori, insomma ovunque. Sono rimasto basito quando ho letto di ragazzi che si rivolgono ai loro professori all’università usando il tu. Ed ero sconvolto scoprendo che un ragazzo ha iniziato una mail per un docente in questo modo: “caro mio…”.

Questi aneddoti mi hanno fatto pensare. Ma ancora di più quel titolo. E’ vero che chi scrive male pensa male? Io credo di sì. Un buon 70% della popolazione del nostro Paese si forma e si informa guardando la tv, senza leggere un giornale (cosa anche comprensibile visto il livello della nostra stampa quotidiana) nè un libro. E guardando la tv, ovviamente, non si impara a scrivere, anzi. Si disimpara a pensare. Perchè in televisione è tutto immediato, semplice, pronto. Basta sedersi e cambiare canale. Non c’è alcuno sforzo mentale, alcuna fatica intellettuale. E di conseguenza manca un progresso per noi stessi. Non otteniamo dei risultati fissando quella scatola luminosa.

La lettura, al contrario, stimola il cervello, richiede attenzione, ci mette di fronte a “sfide” lessicali o sintattiche o concettuali. Spesso dobbiamo adoperarci per cogliere un significato nascosto, che sta dietro a quanto stiamo leggendo. E tutto questo ci permette di imparare, di migliorarci e di sviluppare un nostro modo di pensare e di porci di fronte alle cose. Riusciamo, in altre parole, a formarci uno spirito critico. Un pensiero critico.

Ecco quello che manca totalmente a tanta, tanta gente. La capacità di porsi delle domande, di non fermarsi alla superficie, alla pappa pronta e servita ma di domandarsi il perchè e guardare più a fondo.

La Commissione dell’Unione Europea ci informa che in Italia un quindicenne su cinque non possiede “le capacità fondamentali di lettura e scrittura”. Il 20% dei quindicenni italiani è quindi semianalfabeta. E se non apprende queste capacità fondamentali adesso, molto probabilmente non lo farà mai più. E resterà semianalfabeta.

Visto che la lettura non è un’attività naturale e richiede tempo perchè se ne apprezzi la bellezza e il valore, chi non ha iniziato a praticarla da bambino o ragazzo cade in un circolo vizioso: siccome gli riesce difficile leggere, non legge; e siccome non legge, gli riesce difficile leggere. E allora ecco che ritorniamo alla predominanza del modello televisivo: non essendo abituati (e forse capaci) di leggere, ci si abbevera solo dal linguaggio della tv, che rende tutto banale e rapido. Non si impara ad analizzare e riflettere, azioni che la lettura e la scrittura insegnano.

Il risultato è l’allontanamento completo da ogni forma di complessità. Ci si basa solamente su quel poco che si sente e si vede, bombardati come siamo da notizie in ogni momento e dovunque. Si perde il senso della realtà, che è un insieme di più strati che vanno conosciuti e affrontati. Con la lettura e la scrittura possiamo farlo, possiamo sviluppare quello spirito critico che ci permette di aprire bene gli occhi.

Ma se un il 20% dei quindicenni non sa leggere, figuriamoci scrivere. La situazione sarà ancora più tragica. Ovviamente il problema (anche quello della lettura) non è circoscritto solo ai ragazzi. Basta guardarsi intorno per rendersi conto che gli adulti sono allo stesso livello (se non peggio in certi casi). E quindi abbiamo una società composta da una buona parte di persone che non legge e non sa scrivere. Non ha uno spirito critico.

“Chi scrive male pensa male”. Sarà vero oppure è stata solamente la boutade di un titolista sagace? A voi la risposta.