Archivio per settembre, 2011

Dal blog (su ilfattoquotidiano.it) di Natalino Balasso, vi proponiamo un post interessante. Buona lettura.

I FORCAIOLI CON LO SPRITZ  (17 SETTEMBRE 2011)

E’ il 14 settembre. Siamo fuori Padova. Un ladro sfugge ai carabinieri col motorino rubato. Si butta nel Brenta ma non sa nuotare. Muore annegato. Quel ladro ha commesso due errori: il primo è stato scegliere, così giovane, la morte anziché la galera, il secondo è stato nascere in Moldavia. Si, perché Ruslan Moisei, di anni 23, in questo modo non avrà pace neanche da morto. Essere moldavo e morire braccati in Veneto è un errore. Il Mattino di Padova ne ha dato notizia e sul sito in rete fioccano commenti che vanno da “San Brenta” “Uno di meno”. E tutto il discorso si sposta sul tema“Io non sono razzista ma ne abbiamo le palle piene”.

Ora, ripetendo per l’ennesima volta che non si capisce perché per un imprenditore che truffa o un politico che intasca bustarelle si debbano coniare termini come “concussione” e “corruzione”, mentre per uno che ruba nelle macchine, anche quando lo fa per la prima volta, si dice che è un ladro, la deriva morale e culturale della nostra società si fa sempre più evidente. Così come non si capisce come si possa invidiare politici corrotti e cocainomani e diventare all’improvviso moralisti e forcaioli quando si tratta di un disgraziato. Il problema è che anche i giornali sembrano perdere il senso dei fatti. E il fatto è che un giovane di 23 anni è morto.

Rubava nelle macchine perché non aveva a disposizione tecniche come l’evasione fiscale o la prostituzione ai politici o amicizie nei consigli d’amministrazione. Rubava in una nazione di ladri. Ma per la gente per bene, i cui furti quotidiani non sono classificati come roba da ladri, che si vanta di essere cinica e lo può essere, era un ladro speciale che meritava di morire. A quanto pare sui giornali In internet se scrivi “cazzo” sei passibile di censura, ma se dici che è un bene che un ragazzo di 23 anni sia morto e che anzi dovrebbero morire tutti quelli come lui, nessuno ti dice niente.

Da queste parti è nato Felice Maniero, il pluriomicida che oggi è libero perché aveva un po’ di cose da raccontare. Da queste parti, qualcuno ne parla ancora bene, perché faceva delle belle feste.

Durante il secondo governo Prodi, Standard&Poor’s declassò il debito italiano (esattamente come è successo oggi). Quella che segue è la dichiarazione che Berlusconi rilasciò in quel momento:

«Il governo Prodi è un governo che, bocciato dalla maggioranza degli italiani, dalla Banca d’ Italia, dalla finanza internazionale, dovrebbe avere il buon senso di restituire le chiavi di Palazzo Chigi, prima di arrecare altri e irreparabili danni al Paese».

Ricorda qualcosa?

(Grazie a Piovonorane e Nonleggerlo)

Che le prostitute prenotate al telefono e portate a vagoni a B., le sue continue bugie per coprire i suoi traffici, i posti in tv e in politica garantiti a chi lo sollazza per qualche notte e tutto il resto siano notizie, non ci piove. I fatti emergono dalle intercettazioni e vanno raccontati. La decadenza della società italiana, fondata su ricatti, nepotismi e favori, emerge chiaramente dal quadro desolante che gli atti processuali di queste vicende ci offrono. Quindi ok, parliamone, raccontiamo tutto.

Ma è davvero necessario farci tutte le prime pagine di tutti i giornali? Per giorni, settimane, mesi? E’ possibile che in un momento simile, con l’euro che rischia di saltare, la Grecia ormai fallita, una manovra economica che farà sputare sangue alle famiglie ormai approvata, si continui a dare enorme spazio a queste cose?

Attenzione: non sto dicendo di censurare queste faccende, sia ben chiaro. Ma leggere i quotidiani (la tv praticamente non ne parla) fa venire il voltastomaco. Prendiamo le prime pagine del Fatto Quotidiano di venerdì 16 e sabato 17 settembre. Riporto i due titoli:

“35 prostitute per lui. B.a Tarantini: “Chi mi porti stasera?” “Belèn non me la sono fatta, sta con un mio calciatore” Nelle 100mila intercettazioni, un premier che ci fa vergognare” (16 settembre). “E’ un gran troiaio” Infatti lui resta premier “(17 settembre).

Lo dico da ex abbonato e da lettore quotidiano del Fatto: non ne posso più. L’edizione di sabato parlava di questi argomenti da pagina 2 a pagina 12. Undici pagine su ventitrè! Basta. E’ giusto e doveroso parlarne, ma non serve riportare ogni singola frase, fare titoloni a sensazione e a caratteri cubitali sulle porcate di un uomo ridicolo e dei poveracci che compongono la sua corte. Se davvero ci vuole differenziare dagli altri quotidiani (che si comportano allo stesso modo del giornale di Padellaro), sarebbe meglio pubblicare solo le conversazioni più salienti, come quelle che riguardano gli appalti e gli affari che giravano insieme alle ragazze, non tanto quelle contenenti le espressioni più volgari. Dare un’idea precisa del porcile, del sistema marcio e probabilmente illegale che regna in quegli ambienti, mantenendo però un certo stile. Per marcare la differenza.

Chi se ne frega infatti delle posizioni in cui hanno fatto l’amore, del numero delle ragazze, delle varie perversioni che si sono consumate nelle segrete stanze? Io me ne frego. Voglio sapere se il presidente del consiglio del mio Paese mente, se salta appuntamenti istituzionali perchè è troppo stanco dopo la notte passata con la baldracca di turno, se non mi governa perchè fa “il primo ministro a tempo perso”, se viene ricattato. Queste cose emergono dalle intercettazioni e si devono mettere in evidenza. Bisogna martellare su questo, non dare tregua mostrando tutta l’inadeguatezza e il danno che ci causa continuare ad essere rappresentati da quell’uomo.

Ma quello che si legge in questi giorni è diverso. Io vorrei che il giornale che compro ogni mattina, che sono orgoglioso di leggere, che raccoglie molte delle migliori firme del giornalismo italiano, che dà battaglia a tutti su tutto, che grazie alla sua indipendenza può essere diverso da tutti gli altri, avesse un sussulto. Vorrei che si scrollasse di dosso tutto questo marciume e dimostrasse di essere davvero diverso. Perchè dal mio giornale pretendo di più.

 

In questi momenti di fine impero, c’è ancora chi non si rende conto di quello che succede. Il regime catodico di mr. B. volge al termine, affossato dalle telefonate con i vari Tarantini e Lavitola a proposito delle vagonate di gentildonne da recapitare a domicilio al nanetto. Sarebbe stato meglio che quest’individuo fosse caduto per i falsi in bilancio, le corruzioni e le concussioni di questi 16 anni, ma, si sa, ognuno ha il 25 luglio che merita.

Probabilmente i miasmi del cadavere politico del governo soffocano alcuni esponenti della maggioranza, che non riescono a ragionare e a capire fino in fondo quello che dicono (non che sia una novità).

Prendiamo Sacconi. E’ il ministro del welfare, mica uno qualsiasi. Tralasciando il fatto che si comporta come se venisse da Marte e non c’entrasse nulla con l’attuale stato di salute dell’Italia (lui che era esponente socialista di spicco e, come tale, ha contribuito in modo sostanziale all’impennata del debito pubblico in quegli anni),  il suo ruolo, in momenti di crisi come questo, è importantissimo.

Invece l’altroieri il ministro, ospite ad un convegno del Centro Studi Confindustria, ha sparato sull’esito del referendum del giugno scorso. Queste le sue testuali parole: “Altro che sorella acqua, mi auguro che troveremo il modo per mettere in discussione il referendum”. A Sacconi non importa che 27 milioni di cittadini siano andati a votare e abbiano espresso chiaramente (95% di voti favorevoli) la volontà di mantenere pubblica la gestione dell’acqua. La famosa volontà popolare, la stessa che viene sbandierata costantemente quando si tratta di ricordare che hanno vinto le elezioni, può essere messa da parte e cancellata quando va contro i desideri di lorsignori. Sacconi dovrebbe fare una sola cosa: dimettersi. Facendo affermazioni come queste ha dimostrato un assoluto spregio della Costituzione e del valore della volontà dei cittadini. Nessun rispetto. In qualsiasi altro Paese parlamentari, ministri e uomini politici in generale dovrebbero dimettersi due minuti dopo aver detto cose simili.

Voglio invece esprimere la mia completa solidarietà a Roberto Castelli, ex ministro, ora viceministro alle Infrastrutture, parlamentare dal 1992, cioè da 19 anni. L’altra sera a “Piazzapulita” (nuovo programma di informazione su La7) ha detto di essere povero perchè guadagna solo 145 mila euro all’anno. Siamo tutti vicini al povero Castelli, che sicuramente farà fatica ad arrivare alla fine del mese. Ci permettiamo di far notare all’esponente leghista che ci sono famiglie che vivono con redditi annuali di meno di un decimo del suo. E se avessero 145 mila euro (più tutti i soldi che derivano da vent’anni di vita da parlamentare e cinque da ministro) avrebbero la decenza di stare zitti.

Mi ha colpito un commento al video tratto dalla trasmissione. Matteo P. scrive: “Io di euro l’anno ne guadagno 9mila e ho un contratto a progetto. Anch’io sono ingegnere come il viceministro Castelli, ma l’azienda per la quale lavoravo (e guadagnavo circa 28mila euro annui) ha deciso di chiudere e trasferirsi in Romania. Mia moglie, casalinga, ieri sera sul divano di casa guardava con me la Tv. Mi ha fatto una domanda alla quale non ho saputo rispondere. E ci ho pensato su tutta la notte: “Ma se Castelli è povero, noi cosa siamo?”.

C’è davvero tanta gente. Ti sembra di essere all’inizio: così ti alzi in punta dei piedi e non riesci nemmeno a intravedere le prime file. Automaticamente ti volti verso tutto ciò che è alle tue spalle, ma ti accorgi che ci sono migliaia di teste e nemmeno l’ombra di una camionetta dei carabinieri in tenuta antisommossa (che hanno il compito di mantenere gli animi tranquilli).

Avanti e indietro, destra o sinistra, solo persone.

Oggi a Milano (e in molte altre città italiane) c’è il corteo per lo sciopero indetto dalla CGIL: si parte dai Bastioni di Porta Venezia alle 9.30 per giungere in Piazza del Duomo, dove, secondo gli organizzatori, saliranno sul palco i maggiore esponenti della CGIL della sezione di Milano, mentre Susanna Camusso sarà impegnata sul fronte capitolino.

Cambio linea metropolitana in Duomo, ma non appena arriva il treno, dall’altoparlante la voce comunica che la fermata di Porta Venezia è stata chiusa: si deve scendere o a Palestro o a Lima. Opterò per la prima fermata, penso, e non sono nemmeno l’unica: una volta arrivata, il mio vagone si svuota. Non mi è molto difficile comprendere, il motivo di questo cambiamento logistico: salita in superificie, il fervore e l’eccitazione sono alti, ci sono perlopiù lavoratori che sventolano bandiere di CGIL, SEL IDV , Rifondazione Comunista, che sbracciano per cercare colleghi e compagni, che credono di poter cambiare il mondo come fecero ancora prima di iniziare a lavorare.

Sono amareggiati, delusi, incazzati: «Oh, ragazzi, qui non va mica bene! Io non posso andare avanti a lavorare fino a sessantacinque anni! Ho tre figli, una casa da pulire…». «Si, io cosa faccio a sessantacinque anni? È ironico pensare che la mia pensione servirà a pagare le bollette e una badante che mi cambierà il catetere».

Apparentemente sembrano sempre le solite cose, sempre le solite lamentele che si sentono dai notiziari e a volte viene da pensare che è gente pagata apposta per far cadere “questo governo ladro”. Ma qui, in mezzo alla folla, ti viene difficile pensare che questa sia tutta gente pagata: il malessere si sente, eccome. E fa anche uno strano effetto che io devo ancora intraprendere questo tipo di vita.

Inizia a gocciolare: tra un «Cazzo, piove!» e un «Piove! Governo ladro!», si continua imperterriti. Ci si guarda anche in giro, perché è indescrivibile la meraviglia di questo serpentone. Camminando, mi incuriosisce una signorotta di mezz’età, con tanto di cappellino rosso in testa e bandiera altrettanto vermiglia nella mano destra. Per un po’ la guardo divertita, ma poi si rivolge a me con molta compassione, sorridendo e ammiccando: vorrà dire che sarò una povera anima che vaga nel limbo della mia società o che finalmente è giunto anche il mio momento?

La manifestazione prosegue tranquilla, nessun centro sociale, nessun guazzabuglio con i carabinieri, solo striscioni e sorrisi, fino a Piazza Duomo.

Il palco è stato posizionato sotto la statua impacchettata di Vittorio Emanuele a cavallo. Si alternano un sacco di interventi, dai sindacalisti dei servizi pubblici, ai rappresentanti della CGIL Milano, dai lavoratori nelle biblioteche, al sindacato dei medici.

Tuttavia, ci sono solo sue interventi che richiamano l’attenzione di tutti e per quanto mi riguarda, uno in particolare mi lascia meravigliosamente basita e terrorizzata: il primo, il minatorio incitamento di una delegata della CGIL Milano, Grazia Barbieri; l’altro, quello del sindacalista dei lavoratori di McDonald’s.

Dal microfono della sindacalista, fuoriescono la pretesa di un contratto nazionale del lavoro uguale per tutta l’Italia, l’obbligo ad alzare la testa per far sì che vengano rispettati i diritti dei lavoratori, la cancellazione del precariato… roba mica male.

Subito dopo, sale questo ragazzo, nero di capelli e mulatto di pelle, sulla ventina, che a gran voce viene presentato come il capo dei sindacalisti di McDonald’s.

Si nota che è emozionato, ma la sua grinta è davvero incredibile. «Io provengo dalle Filippine, dove fino a poco tempo fa c’era la dittatura di Ferdinando Marcos.» Questa dittatura è stata caratterizzata da «leggi ad personam, ingiuste manovre economiche e da una politica volta a colpire i lavoratori e le classi più deboli. Ecco, qui in Italia mi sembra di essere tornato indietro di trent’anni fa, ai racconti dei miei genitori»

Tra un’ovazione e l’altra prosegue, ammettendo che l’azienda «non soffre questa crisi e che i profitti sono comunque elevati», ma dal punto di vista sindacale «è davvero ostica».

Così, sorridendo, mi viene istintivo canticchiare: “Get up, stand up./Stand up for your rights./Get up, stand up./Don’t give up the fight./

Il debito pubblico di uno Stato si forma quando le sue spese sono maggiori delle sue entrate (deficit). La differenza tra queste due voci, se non può essere colmata con l’emissione di moneta, viene coperta tramite l’emissione di obbligazioni (titoli di Stato). Qualcuno poi quei titoli di Stato li deve acquistare, e qui iniziano i problemi.

Se infatti uno Stato appare affidabile, gli investitori che hanno comprato i titoli del debito (cittadini di quello Stato e stranieri, banche, altri Stati) continueranno a comprarne. Ma se così non fosse, e il Paese debitore non riuscisse, per esempio, a far fronte ai suoi debiti e agli interessi su di essi, troverebbe sempre meno soggetti disposti a rischiare di perdere i loro soldi comprando titoli di un Paese a rischio. Ed è proprio questo che sta succedendo alla Grecia (in maniera molto più drammatica rispetto agli altri), all’Italia e agli altri Stati in difficoltà.

Noi, in particolare, siamo in crisi perchè non siamo per nulla credibili. E una delle cause principali è la politica (tutta). Non serve che mi dilunghi qui sui motivi che rendono la nostra classe dirigente (e di conseguenza tutto il paese) poco affidabile agli occhi del mondo: credo che siano sotto gli occhi di tutti. E l’ormai famoso spread tra i nostri titoli di Stato e quelli tedeschi sta lì a dimostrarlo.

E’ interessante invece andare a vedere a quanto ammonta il nostro debito pubblico e chi lo possiede. Un grafico di Linkiesta mostra chiaramente l’andamento del debito italiano a partire dagli anni ’70 fino ad oggi.

Ringraziamo quindi i vari Craxi, Berlusconi e Amato, capaci di innalzare il debito a livelli incredibili.

Oggi il nostro debito pubblico ammonta a 1911,807 miliardi di euro (dati Bankitalia), nuovo record di sempre. E’ uno dei primi al mondo accanto a Zimbabwe, Libano e Grecia, e il 44 % è in mano ad investitori esteri.

Chi sono questi investitori? Qui sta il bello. Al primo posto troviamo la Francia, che possiede ben 511 miliardi di dollari del nostro debito, seguita da Germania (190 miliardi) e Inghilterra (77 miliardi). Questo grafico del New York Times descrive l’intricata situazione dei debiti nazionali.

E’ evidente che il sistema è al collasso. Ogni Paese detiene un pezzo del debito dell’altro, in un gioco di incastri che può crollare da un momento all’altro in caso di fallimento di uno o più dei giocatori. E’ questo il punto d’arrivo di un’economia drogata e votata solamente alla crescita incontrollata.

Per quanto riguarda il nostro piccolo, nelle ultime ore sta prendendo corpo l’ipotesi della cessione di una parte consistente di titoli italiani alla Cina (che possiede già una bella fetta del debito americano). Curioso che chi ha sempre predicato contro i comunisti mangiabambini (ovviamente B.) e voluto misure protezionistiche contro i prodotti di quel paese (Tremonti) ora si ritrovi a chiedere aiuto proprio ai tanto osteggiati “nemici del made in Italy”. Era proprio il Ministro dell’economia che guidava non molto tempo fa le proteste in piazza contro l’invasione dei prodotti cinesi. Una bella inversione di tendenza.

Cedere parte del debito ad un altro Stato significa concedergli parte della propria sovranità. E’ evidente infatti che il Paese creditore avrà un forte potere nei confronti di quello debitore, e potrà condizionare, in tutto o in parte, alcune delle sue scelte. Non a caso nel 2009 l’Italia ha concluso un accordo con la Francia per la costruzione di cinque centrali nucleari (che era ovvio che non sarebbero mai state costruite). Che sia la Francia, la Cina o il Kazakistan non cambia nulla: la sovranità e la democrazia non si svendono.

Stiamo esagerando? Lasciamo la parola ad un esperto: “La posizione di creditore che la Cina ha nei confronti degli Stati Uniti non è politicamente neutrale: essere creditore è, infatti, avere potere”. La citazione è tratta da La paura e la speranza (2008). L’autore? Giulio Tremonti, of course.

“Chi scrive male pensa male”. Qualche tempo fa mi aveva colpito questo titolo, su un giornale. L’articolo raccontava di errori clamorosi (di ortografia, sintassi e compagnia) nei temi svolti per i concorsi da avvocato, per gli esami universitari, nelle mail scritte ai professori, insomma ovunque. Sono rimasto basito quando ho letto di ragazzi che si rivolgono ai loro professori all’università usando il tu. Ed ero sconvolto scoprendo che un ragazzo ha iniziato una mail per un docente in questo modo: “caro mio…”.

Questi aneddoti mi hanno fatto pensare. Ma ancora di più quel titolo. E’ vero che chi scrive male pensa male? Io credo di sì. Un buon 70% della popolazione del nostro Paese si forma e si informa guardando la tv, senza leggere un giornale (cosa anche comprensibile visto il livello della nostra stampa quotidiana) nè un libro. E guardando la tv, ovviamente, non si impara a scrivere, anzi. Si disimpara a pensare. Perchè in televisione è tutto immediato, semplice, pronto. Basta sedersi e cambiare canale. Non c’è alcuno sforzo mentale, alcuna fatica intellettuale. E di conseguenza manca un progresso per noi stessi. Non otteniamo dei risultati fissando quella scatola luminosa.

La lettura, al contrario, stimola il cervello, richiede attenzione, ci mette di fronte a “sfide” lessicali o sintattiche o concettuali. Spesso dobbiamo adoperarci per cogliere un significato nascosto, che sta dietro a quanto stiamo leggendo. E tutto questo ci permette di imparare, di migliorarci e di sviluppare un nostro modo di pensare e di porci di fronte alle cose. Riusciamo, in altre parole, a formarci uno spirito critico. Un pensiero critico.

Ecco quello che manca totalmente a tanta, tanta gente. La capacità di porsi delle domande, di non fermarsi alla superficie, alla pappa pronta e servita ma di domandarsi il perchè e guardare più a fondo.

La Commissione dell’Unione Europea ci informa che in Italia un quindicenne su cinque non possiede “le capacità fondamentali di lettura e scrittura”. Il 20% dei quindicenni italiani è quindi semianalfabeta. E se non apprende queste capacità fondamentali adesso, molto probabilmente non lo farà mai più. E resterà semianalfabeta.

Visto che la lettura non è un’attività naturale e richiede tempo perchè se ne apprezzi la bellezza e il valore, chi non ha iniziato a praticarla da bambino o ragazzo cade in un circolo vizioso: siccome gli riesce difficile leggere, non legge; e siccome non legge, gli riesce difficile leggere. E allora ecco che ritorniamo alla predominanza del modello televisivo: non essendo abituati (e forse capaci) di leggere, ci si abbevera solo dal linguaggio della tv, che rende tutto banale e rapido. Non si impara ad analizzare e riflettere, azioni che la lettura e la scrittura insegnano.

Il risultato è l’allontanamento completo da ogni forma di complessità. Ci si basa solamente su quel poco che si sente e si vede, bombardati come siamo da notizie in ogni momento e dovunque. Si perde il senso della realtà, che è un insieme di più strati che vanno conosciuti e affrontati. Con la lettura e la scrittura possiamo farlo, possiamo sviluppare quello spirito critico che ci permette di aprire bene gli occhi.

Ma se un il 20% dei quindicenni non sa leggere, figuriamoci scrivere. La situazione sarà ancora più tragica. Ovviamente il problema (anche quello della lettura) non è circoscritto solo ai ragazzi. Basta guardarsi intorno per rendersi conto che gli adulti sono allo stesso livello (se non peggio in certi casi). E quindi abbiamo una società composta da una buona parte di persone che non legge e non sa scrivere. Non ha uno spirito critico.

“Chi scrive male pensa male”. Sarà vero oppure è stata solamente la boutade di un titolista sagace? A voi la risposta.

 

Oggi riportiamo un’intervista a Massimo Fini, tratta dal blog di Beppe Grillo. Come sempre, il giornalista del Fatto e direttore de La voce del ribelle offre un punto di vista diverso e particolare sulla situazione libica. Buona lettura (o visione del video)!

Blog- Perchè l’Italia è intervenuta militarmente in Libia ?
Massimo Fini- L’Italia è intervenuta in realtà per le sciocchezze che combina Berlusconi, nel senso che Berlusconi si era talmente esposto con Gheddafi, tutti ricorderanno le scene abbastanza vergognose dove Gheddafi evoluisce liberamente in Roma facendo il padrone di casae si era talmente esposto che da una parte aveva difficoltà a entrare, dall’altra temeva di essere considerato un complice del dittatore. Penso che di suo non sarebbe entrato in questa guerra, perché Berlusconi è tutto, ma non è un guerrafondaio, non interessano le guerre anche perché lui personalmente non ci può ricavar danaro quindi… Diciamo che è stata costretta l’Italia ad entrare proprio per questo modo dissennato di far politica di Berlusconi, politica anche estera; non è un caso che la politica estera si è sempre fatta con lo stile di Andreotti e non con quello di Berlusconi, perché poi ti pone in situazioni di questo genere.
È una situazione in cui tu essendoti troppo strusciato con grande evidenza al dittatore, poi devi entrare con gli altri, anche se non hai particolari interessi a farlo, per non essere accusato di complicità con il dittatore. Almeno, io la vedo così.

Blog- Che ruolo hanno Francia e Germania in questa guerra?
Massimo Fini- Questo lo sanno tutti: la Francia voleva recuperare posizioni che in Libia aveva perso, la Gran Bretagna secondo me è intervenuta più per un riflesso coloniale e quindi ha seguito la Francia, poi gli Stati Uniti. Il tutto fa parte di una forma di neocolonialismo che comincia da quando crolla il contraltare sovietico, allora le democrazie hanno mano libera e avremo cinque guerre: la prima guerra del Golfo, la guerra alla Serbia, la guerra all’ Afghanistan, la guerra all’Iraq (seconda) e la guerra alla Libia. Ripeto, il fatto è che le democrazie non hanno più un oppositore quindi si credono in diritto di poter fare tutto quello che vogliono; questo è al di là delle responsabilità di Gheddafi, che peraltro, ripeto, negli ultimi anni ci trafficava tutti i paesi europei, questo è il succo di fondo di quello che sta avvenendo da una ventina d’anni a questa parte.
La Germania è rimasta coerentemente fuori, perché ha una sua politica tutto sommato coerente, non è andata in Iraq, poi pensa che sia inutile spendere quattrini in avventure di questo genere, insomma, che sono comunque costose, poi prima di avere i risultati si vedrà, insomma.
È ovvio che la Francia farà la parte del leone. Ma quello che a me interessa di più è il fatto che si è violato il principio di diritto internazionale di non ingerenza agli affari interni dello Stato sovrano, che peraltro è già stato sconquassato con la Serbia, e da qui possono poi derivare altre infinite aggressioni a chi non piace al mondo occidentale. Fra gli alleati delle democrazie c’era l’emiro del Qatar, il quale non è precisamente un democratico.

Blog- Quali i prossimi obiettivi ?
Massimo Fini- Un obiettivo però molto difficile e molto ostico è l’Iran, sono anni che gli Stati Uniti fanno una politica ideologicamente molto aggressiva nei confronti dell’Iran, che non si capisce il perché non dovrebbe costruirsi il nucleare civile, che serve ad usi civili e anche medici,solo che aggredire l’Iran vorrebbe poter dire veramente scatenare una terza guerra mondiale. Però certo è lì anche in Iran, com’è successo in Libia, in Libia la rivolta non è scoppiata spontaneamente, hanno mandato agenti provocatori francesi e britannici e questo avviene anche in Iran, cercano continuamente di fomentare un malcontento che probabilmente c’è ma che riguarda una parte minoritaria della popolazione.

Blog- La ribellione si è organizzata spontaneamente?
Massimo Fini- Secondo me è una rivolta fomentata, i rivoltosi da soli non avrebbero mai potuto fare nulla. Si è votata una risoluzione ONU che poteva anche avere il suo senso, il “no fly zone”, perché una delle due parti, Gheddafi in questo caso non avesse una superiorità militare assoluta. È stato subito evidente che la storia del “no fly zone” era un’aggressione alla Libia di Gheddafi. Il quale non è o non era un dittatore isolato come ci si è fatto credere, aveva anche nella popolazione un consistente appoggio per la sua politica anticoloniale, nazionalista, antiamericana e anche perché, grazie al petrolio, si era arricchito lui sì, ma aveva arricchito anche nuovi ceti sociali. Quindi non è stata, come in Tunisia, una rivolta di un popolo intero che caccia il dittatore, infatti non a caso è durata sei mesi con inferiorità militare da parte di Gheddafi, dopo l’intervento della Nato, totale.Se i rivoltosi fossero stati veramente tanti e più decisivi sarebbe durata dieci giorni, no?
C’è una cosa da dire su questi dittatori, è che al momento del dunque tutti dimostrano una vigliaccheria assoluta: Saddam Hussein si fa prendere come un topo di fogna in quel tombino; Ben Alì sfugge con la cassa; Mubarak che si fa barellare in uno di questi grotteschi processi che dopo Norimberga i vincitori fanno i vinti; e Gheddafi invece di morire in battaglia, scappa.
Se vogliamo stare alla nostra storia, Mussolini, dopo tante parole sulla bella morte che hanno spinto tanti ragazzi giovani ad andare a morire per Salo, scappa travestito da soldato tedesco. Il Duca di Blangis nelle 120 giornate di Sodoma, che è uno dei carnefici più feroci, dice de Sade, è uno che si sarebbe fatto spaventare da un bambino un po’ deciso se non aveva il potere in mano… Che li squalifica moralmente, al di là dei loro crimini. L’unico che è stato coerente è stato Hitler che si è suicidato, ciò non lo assolve dai suoi crimini, però perlomeno è stato coerente con la sua storia.
Per la classe dirigente tedesca, nazista è stata una Gotterdammerung però si sono uccisi, insomma Goebbels si suicida, la moglie si suicida, uccidono i loro sei figli, ripeto non è che li assolva da alcunché, però è una fine coerente con le crudeltà che tu hai usato sugli altri, no? Però non riguarda questi qua che ho nominato prima. Del resto c’è una differenza, cioè la gente semplice sa bene al momento del dunque quali sono i suoi doveri, se tu leggi le lettere dei condannati a morte della Resistenza o anche dei ragazzi di Salò, ugualmente condannati morti, che sono giovani di vent’anni circa, sono tutte lettere estremamente dignitose. Se tu leggi le lettere di Moro nella prigione delle Brigate Rosse fai il confronto insomma. Evidentemente il potere aiuta a diventare vigliacchi o forse si va al potere perché si è vigliacchi.

Forse lo diventano per le mollezze del potere, per le cose, per gli affari, ma insomma, ripeto, che non ce ne sia uno che affronta in battaglia il nemico e muore, tanto sa che ormai è spacciato e lascia molto perplessi sulla loro reale personalità. Perché poi quando invece c’è da sacrificare la vita altrui non hanno esitazione alcuna.È chiaro che nel momento della sconfitta, anche com’è stato qui in Libia, cioè finché non si sapeva chi vinceva la popolazione è stata sostanzialmente a guardare, poi si è gettata tutta da una parte più che degli insorti, della Nato, perché la guerra l’ ha vinta la Nato. Gli insorti sono un optional. Io non ho molta stima, devo dire, di questi insorti libici, anche perché diciamo che i capi sono tutti ex gheddafiani che si sono levati al momento opportuno, quindi ci sarà una classe dirigente gheddafiana senza Gheddafi; anche se sostanzialmente credo che diventerà un protettorato occidentale, insomma, come l’Iraq, come sostanzialmente la Serbia, come vorrebbero fosse l’Afghanistan, ma lì non ce la fanno perché gli afgani hanno un’altra tempra.
C’hanno una storia in questo senso: hanno cacciato gli inglesi, nell’800, han cacciato i sovietici, con tutto quello che voleva dire l’armata sovietica, e cacceranno anche questi, li stanno per cacciare, nonostante la disparità enorme di armamenti; in Afghanistan questa storia degli aerei per cui si è votato “no fly zone” per Gheddafi, questi la subiscono da dieci anni, loro non hanno né aviazione né contraerea e devono battersi con gente che usa solo praticamente l’aviazione.
L’unica cosa che posso dire è che chi sta trattando per l’Italia sul… è Scaroni, quindiBisignani, perché noi abbiamo visto dalle intercettazioni che Scaroni per fare dei contatti coi Libici aveva bisogno del consiglio decisivo di Bisignani. È una cosa che fa un po’ impressione, devo dire, che il Presidente dell’Eni non sappia agire da solo.
Nell’80, che si scoprì che il padrone di Italia non stava né a Torino né a Roma né a Milano, ma stava a Castiglion Fibocchi e si chiamava Licio Gelli. E adesso abbiamo scoperto che uno dei padroni è questo Luca Bisignani, che già era compromesso, condannato, non importa, tornano sempre.

Toccate loro tutto, eccetto che la pensione.

Noi italiani non siamo mai stati dei fervidi stacanovisti: a noi è sempre piaciuto dedicarci a tutto ciò che non riguarda il lavoro, ai nostri passatempi preferiti, come viaggiare, andare al mare, oziare tutto il giorno, passare un week–end al mare con l’amata e prole a seguito… forse siamo il Bel Paese anche per questo, oltre che per le meraviglie paesaggistiche e culturali.

Siamo un popolo di sognatori, di creatori; cerchiamo sempre un modo per eludere la fatica, per alleggerire i pesanti doveri e, anche se siamo sempre di fretta, nella nostra mente speriamo che improvvisamente ci sia una manata dal cielo che obblighi il mondo a fermarsi.

Credo che questo atteggiamento sia proprio persino della nostra cultura.

Ma questo strano aspetto culturale è stato sconquassato dall’ultima ideona dell’esecutivo Berlusconi-poker. L’ultimo punto del vertice PDL-Lega sulla manovra è il seguente: <<Mantenimento dell’attuale regime previdenziale già previsto per coloro che abbiano maturato quarant’anni di contributi con esclusione dei periodi relativi al percorso di laurea e al servizio militare che rimangono comunque utili ai fini del calcolo della pensione.>>

In parole povere, secondo la manovra, il sistema delle pensioni rimarrà invariato, ma verranno esclusi gli anni passati dedicati agli studi universitari e i diciotto mesi di leva, obbligatoria fino a qualche tempo fa; quindi l’ammontare di questi anni si uniranno ai quarant’anni previsti.

Per cui la battaglia su blog e social network è esplosa sulla base dell’”esclusione dei periodi relativi al percorso di laurea e al servizio militare”. Un affronto alla nostra cultura.

In Internet imperversano migliaia e migliaia di polemiche: c’è chi dice che il nostro esecutivo protegga solo gli interessi dei più ricchi, scaricando la manovra sui più deboli.

Sul blog di Sinistra, Ecologia e Libertà, la manovra non ha <<più a che fare con la Res Publica e con la costruzione del futuro per il sistema-Paese, ma che – piuttosto – inseguono diktat scriteriati di un Presidente del Consiglio preoccupato solo della propria immagine e di partiti legati a doppio filo a interessi elettorali.

Ma quelli che proprio non ci stanno, tutti coloro che hanno il loro stomaco attanagliato dalla morsa della fregatura, sono i cittadini comuni, precari e i giovani. Sì, sono sempre loro. Come ha promesso il governo in campagna elettorale (e non solo), bisogna puntare su di loro. Ma il come, non l’hanno fatto ben capire.

Tra i mirini del Governo, tuttavia, questa volta, compaiono anche i medici: infatti, in prima linea si schiera CGIL–Medici, secondo cui ai dottori non verranno conteggiati dieci o dodici anni, utili loro per laurearsi, fare la specializzazione e il dottorato. Insomma, un altro colpo grosso per la sanità italiana.

<<Vivevo in Inghilterra, dovetti abbandonare tutto per il servizio militare, che nemmeno verrà conteggiato.>>

<<Che ne saranno di diciotto milioni spesi per la mia laurea?>>

Udite, udite, però, c’è anche chi, tra gli elettori del centro–destra giudica la manovra come un affare un po’ sporco.

In primis, ecco spuntare i leghisti, che sulla pagina Facebook di Radio Padania Libera, certo non risparmiano insulti e non si preoccupano di andare contro i propri ideali e il proprio partito.

<<Complimenti alla Lega per la coerenza… dove soffia il vento voi andate. Comode le poltrone a Roma, vero? Sono uno studente universitario e lasciatemi dire che avete perso un’ottima occasione di fare bella figura. A saperlo prima, avrei risparmiato sette anni sui libri. E tanti complimenti anche da parte di mio padre, operaio da 40 anni, prossimo pensionando e da questo momento ex–simpatizzante.>>

<<Quanto tempo buttato via pensando che a questi gli interessasse veramente il federalismo…forse i primi tempi. Poi hanno visto la comodità delle poltrone e la Lega è defunta.>>

Anche tra i fan più accaniti del Premier, c’è chi dalle poltrone di casa sua non è più compiacente del proprio leader.

Infatti, tra le righe dei simpatizzanti del Governo Berlusconi.it si legge una certa amarezza…

<<Brutto nano di merda, tu e quel psicolabile di Tremonti siete la rovina dell’Italia, accompagnati da altri mafiosi e massoni che infarciscono sto governo di merda…e che c’ha da ridire su un’opposizione piena di pagliacci da circo… RIVOLUZIONE!>>

eh, già, sul web sono scoppiati dei gran focolai di critche e avversità nel riguardi del Cavaliere e della sua corte.

Per fortuna che tra i leghisti c’è una proposta che metterebbe a tacere molti focolai, se non tutti: <<Perché non andiamo con le bandiere della Lega alla manifestazione della CGIL?>>.