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Questa è l’unica cosa che mi sento di condividere a proposito del terremoto. Se ne parla tantissimo, e dopo l’emozione di adrenalina di aver vissuto tutte le scosse dal mio appartamento di Modena non voglio cadere nella trappola della “testimonianza ad ogni costo” e del morboso interessamento ad ogni aspetto del terremoto. Ci stanno già pensando più o meno bene in tv e sul web, in generale.

Mi è piaciuto questo articolo perché parla di una dimensione sociale poco nota, e del colpo tremendo che ha ricevuto. Mi piace come viene descritta, perché so che è così: io vado fiero della mia metà di sangue emiliana.

Mi piace che Michele Serra parli delle persone e di come sentono la loro identità e mi piace che metta questi aspetti davanti al danno economico delle fabbriche ferme e distrutte, dei posti di lavoro perduti o sospesi, delle forme di grana distrutte, che accosta (volutamente?) al museo delle Maserati di Modena.

La base dell’industria è la cultura che c’è dietro, le eccellenze vengono dalla passione sfrenata per il proprio lavoro, e di eccellenze ne abbiamo, eccome! Ma le eccellenze le fanno le persone, che sempre riduciamo ad un numero: 17 morti, 14mila sfollati, 350 feriti.

Ecco, mi piace la cultura contadina e popolare emiliana, per il modo di fare e di fare legami, per il modo di lavorare e di aiutarsi. Una gentilissima signora mi ha dato un passaggio da Modena a Scandiano, durante il secondo terremoto, e l’ho conosciuta in strada, mentre macchine e vetri ballavano.

Voglia di comunità, amalgamando le persone in tutti i loro aspetti: valorizzando chi sa fare e sa fare bene, e aiutando chi è in difficoltà.

Estendiamo il concetto all’Italia, su, non è difficile.

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I CONTADINI E GLI OPERAI DELLA MIA TERRA FERITA

LA SOLA cosa buona dei terremoti è che ci costringono, sia pure brutalmente, a rivivere il vincolo profondo che abbiamo con il nostro paese, i suoi posti, la sua geografia, la sua storia, le sue persone. Appena avvertita la scossa, se non si è tra gli sventurati che se la sono vista sbocciare proprio sotto i piedi, e capiamo di essere solo ai bordi di uno squasso tremendo e lontano, subito si cerca di sapere dov’è quel lontano.

E quanto è lontano, e chi sono, di quel lontano, gli abitanti sbalzati dalle loro vite. Si misurano mentalmente le pianure o le montagne che ci separano dal sisma. Prima ancora che computer e tivù comincino a sciorinare, in pochi minuti, le prime immagini, le macerie, i dettagli, i volti spaventati, la nostra memoria comincia a tracciare una mappa sfocata, eppure palpitante, di persone, di piazze, di strade, di case. Una mappa che è al tempo stesso personale (ognuno ha la sua) e oggettiva, perché è dall’intreccio fitto delle relazioni, dei viaggi, delle piccole socialità che nasce l’immagine di un posto, di un popolo, di una società.

Leggo sul video Cavezzo e subito rivedo un casolare illuminato in mezzo ai campi in una notte piena di lucciole, ci abitava e forse ci abita ancora un mio amico autotrasportatore, Maurizio, non lo sento da una vita, cerco il suo numero sul web, lo trovo, lo faccio ma un disco risponde che il numero è sconnesso.

A Finale Emilia viveva, e forse vive ancora, la Elia, la magnifica badante che accompagnò mia nonna alla sua fine. Era nata in montagna, nell’Appennino modenese, faceva la pastora e governava le pecore, scendere nella pianura ricca a fare l’infermiera era stato per lei, come per tanti italiani nella seconda metà del Novecento, l’addio alla povertà, l’approdo alla sicurezza: ma ancora raccontava con gli occhi lucidi di felicità di quando da ragazzina cavalcava a pelo, galoppando sui pascoli alti. Molti degli odierni italiani di pianura hanno radici in montagna. L’Appennino ha scaricato a valle, lungo tutta l’Emilia, un popolo intero di operai e di impiegati. La sua popolazione, dal dopoguerra a oggi, è decimata: dove vivevano in cento oggi vivono in dieci, come nelle Alpi di Nuto Revelli.

Andai a trovarla a Finale, tanti anni fa, per il funerale di suo figlio, era estate e l’afa stordiva. Le donne camminavano davanti e gli uomini dietro, si sa che i maschi hanno meno dimestichezza con la morte. Non c’erano ancora i navigatori e arrivai in ritardo, in quei posti è molto facile perdersi, le strade sono un reticolo che inganna, è un pezzo di pianura padana aperto, arioso, disseminato di paesi e cittadine, ma non ci sono città grandi a fare a punto di riferimento (anche questo, penso, ha contributo a limitare il numero delle vittime). Se sei un forestiero e l’aria non è limpida, e non vedi l’Appennino che segna il Sud e – più lontano – le Alpi che indicano il Nord, ti disorienti, non sai più dove stai andando. Forse da nessun’altra parte la Pianura Padana appare altrettanto vasta e composita, non si è lontani da Modena, da Bologna, da Mantova, da Ferrara, ma neppure si è vicini. Anche per questo ogni paese ha forte identità: non è periferia di niente e di nessuno. Uno di Finale Emilia è proprio di Finale Emilia, uno di Crevalcore proprio di Crevalcore.
Crevalcore è bellissima, è uno di quei posti italiani dei quali non si parla mai, una delle tante pietre preziose che ignoriamo di possedere. La struttura è del tredicesimo secolo, pianta quadrata, città fortificata. Ci andai molto tempo fa per un dibattito, cose di comunisti emiliani, ex braccianti e operai che ora facevano il deputato o il sindaco e discutevano di piani regolatori ma anche del raccolto di fagiolini, facce comunque contadine con la cravatta allentata, seguì vino rosso con grassa cucina modenese perché Crevalcore è ancora in provincia di Bologna, l’ultimo lembo a nord-ovest, ma è a un passo da Modena, e dunque tigelle con lardo e aglio.

Non riesco a ritrovare, di quei posti, un solo ricordo che non sia amichevole, socievole, conviviale. Non è vero che è la natura contadina, ci sono anche contadini diffidenti e depressi. È piuttosto l’equilibrio fortunato, e raro, tra benessere individuale e vincoli sociali, sono paesi di volontari di ambulanza e di guidatori di fuoriserie, di bagordi in discoteca e di assistenza agli anziani.
La parola “lavoro”, da quelle parti, è diventata una specie di unità di misura generale: li avrete sentiti anche voi, gli anziani, dire ai microfoni dei tigì “mai visto un lavoro del genere”, il lavoro cattivo del terremoto. Come fosse animato da uno scientifico malanimo contro il luogo, ha colpito soprattutto i capannoni industriali, le chiese e i municipi. E quei portici, quei fantastici luoghi di mezzo tra aperto e chiuso, con le botteghe e i caffé, che sfregio vederli offesi, ingombri di macerie e sporchi di polvere. Sono stati colpiti, come in un bombardamento scellerato, tutti i luoghi dell’identità e della socialità. La fabbrica e la piazza, che nell’Emilia rossa sono quanto resta (molto) di un modello economico che ha prodotto meno danni che altrove. Vorticoso come in tutto il Nord, con qualche offesa all’ambiente come in tutto il Nord, con qualche malessere (le droghe, lo smarrimento, la noia) come in tutto il Nord, ma con una sua solidità, un suo equilibrio, una ripartizione intelligente tra industria e agricoltura, tra acciaio e campi.

A proposito, chissà se ha subito danni lo splendido museo Maserati che uno dei fratelli Panini ha eretto a Modena all’interno della sua azienda agricola. Lamiere lucenti in mezzo alle forme di parmigiano biologico (come quelle che la televisione mostra collassate, e sono un muro portante anche loro) e l’odore del letame che lega tutto, fa nascere tutto. I muggiti delle mucche, in mancanza di meglio, per simulare il rombo del motore. Per quanto il terremoto abbia fatto “un lavoro mai visto”, il lavoro di quei padani di buon umore (quelli di cattivo umore, si è poi visto, sono stati una novità perdente) rimetterà le cose a posto, prima o poi. Quando tutto sarà finito, i morti sepolti, i muri riparati, e i visitatori non saranno più di intralcio ai soccorsi, andate a Crevalcore, e ditemi se non è bella.

“L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro”. La nostra Costituzione lo dichiara nel modo più semplice e solenne all’art.1: il lavoro rappresenta il fondamento del nostro paese. Sul lavoro si regge tutta la costruzione del nostro Stato, composto di tanti individui e tante famiglie, che per vivere o sopravvivere  ne hanno bisogno.

Si parla di spread, di debito pubblico, ci si preoccupa ed occupa sempre di conti, mercato e PIL. Ma il vero capitale di un paese è il lavoro. E’ quello che va sostenuto, tutelato, salvaguardato. Uno Stato che non lo valorizzi sufficientemente non è uno Stato. Ed occuparsene non significa dare sempre ragione ai sindacati, ma fare in modo che si lavori per vivere, non che si viva per lavorare. L’art. 36 della Costituzione afferma infatti che ogni lavoratore “ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sè e alla sua famiglia un’esistenza libera e dignitosa“.

A dispetto della carta costituzionale, gli stipendi italiani sono tra i più bassi d’Europa, e il lavoro non è un mezzo per realizzarsi, per inserirsi nella società e crearsi un futuro. In un numero crescente di casi, al contrario, lavorare significa essere privati di alcuni diritti, soffocati dall’ansia di crescita e di consumo. Ancora oggi, lavorare può significare morire: l’anno scorso i morti sul lavoro sono stati 1100.

Le politiche dei governi dovrebbero evitare che puntare a creare nuova occupazione e a ridimensionare l’eccessiva imposizione fiscale sul lavoro. Ma purtroppo, nessuno degli ultimi esecutivi si è impegnato seriamente su questo fronte, e il governo Monti sta facendo come gli altri.

Forse non ci pensiamo abbastanza spesso, ma chi non ha lavoro o lo perde si riduce ad un guscio vuoto, che non sa che fare della sua vita e si sente disperato. Lo sanno bene gli imprenditori, che sono costretti a chiudere e a lasciare per strada i propri dipendenti. Lo sanno i lavoratori stessi, che si vedono mancare lo stipendio e non sanno più come andare avanti. E sempre più spesso, l’unica risposta che sia gli uni che gli altri riescono a trovare a questa situazione è il suicidio.

Un tempo datore di lavoro e lavoratore avevano in comune il desiderio di fare bene, di lavorare insieme per il proprio benessere. Quello che oggi, spesso, unisce lavoratori e datori di lavoro è invece altro: un gesto estremo per non vedere più la sofferenza della propria famiglia e fuggire dall’incubo in cui si è trasformata la loro vita.

Davanti a tutto questo, non vedo motivi per festeggiare. Buon 1° maggio a tutti.

Monti è bravo, Monti è buono, Monti è bello. Partiamo da qui. Premettiamo ciò che si dice sempre e che è ovvio per chiunque sia sincero e abbia un minimo di cervello: è un sollievo vederci rappresentati in campo europeo ed internazionale da una persona seria, competente e capace.

Ma mi ricordo che, all’inizio del suo mandato, Monti aveva promesso che l’azione del suo governo sarebbe stata improntata a  rigore, crescita ed equità. Beh, a me pare che almeno due parole su tre siano state dimenticate. Il rigore si è visto, eccome, mentre per la crescita è stato fatto molto poco. E l’equità? E’ rimasta lettera morta.

Lo sappiamo qual è l’obiezione: era un momento tragico, bisognava intervenire rapidamente e erano necessari sacrifici. Benissimo, tutto vero. E infatti la gente ha accettato tutto, bene o male. I grandi sforzi li abbiamo fatti e li faremo. Ma ci vuole qualcosa in cambio.

E invece non è ancora arrivato nulla. Una persona normale si guarda intorno e vede la benzina alle stelle, l’IVA al 21% (e presto probabilmente al 12% e 23%), l’IMU sulla casa che sarà una mazzata, la pensione più lontana e non indicizzata all’inflazione oltre un certo (basso) importo, l’aumento dell’IRPEF regionale. E allora pensa: cos’ho in cambio?

Le liberalizzazioni, vendute come colossali ed epocali, sono state svuotate di ogni contenuto; 18 miliardi spesi per costruire degli utilissimi cacciabombardieri; la corruzione che si mangia 60 miliardi l’anno resta intatta; l’evasione vale 120 miliardi e non viene attaccata con la forza che sarebbe necessaria; la patrimoniale ormai è solo un vago ricordo, non se ne discute nemmeno più, proprio mentre Bankitalia ci informa che i dieci italiani più ricchi possiedono beni e ricchezze pari a tre milioni di poveri.

Per non spararsi, uno guarda al suo posto di lavoro. Almeno quello me lo garantiranno, pensa. E invece no. Di fronte a tutto questo, il problema principale è riformare l’articolo 18, permettendo di licenziare più facilmente, visto che, ci raccontano, le imprese non investono in Italia perchè qui è troppo difficile licenziare.

Ma non è così. Le imprese non investono nel nostro Paese per la corruzione, la mafia, la burocrazia, l’enorme costo del lavoro e la lentezza della giustizia, non a causa dello Statuto dei Lavoratori. Perfino Squinzi, neo presidente di Confindustria, ha affermato che il problema non è l’art. 18, ma la burocrazia, il costo eccessivo dell’energia e la mancanza di infrastrutture. Inoltre l’OCSE dice che siamo tra i più flessibili al mondo: licenziare in Germania è molto più difficile. Allora o si prende tutto dal modello tedesco che tanto si vuole imitare, oppure la si smette di rifarvisi sempre.

Il punto, quindi, è creare occupazione, diminuire il costo del lavoro e dare stabilità ai giovani che iniziano a lavorare. In un Paese in cui la disoccupazione cresce (9,3% a febbraio, mai così alta dal 2004) e quella giovanile è al 31,9%, in cui lavoratori ed imprenditori si uccidono per mancanza di soldi o di lavoro, queste devono essere le priorità.

Il conto non possono pagarlo sempre i soliti noti, i sacrifici devono essere distribuiti sulle spalle di tutti. Solo così si può uscire dalla crisi senza pericolose rotture sociali. E un governo tecnico deve fare quello che nessuno è mai riuscito a fare: raggiungere la giustizia sociale. Altrimenti, che ci sta a fare?

Davvero non c’è rimedio contro la delocalizzazione delle imprese? A sentire la politica, sembra che non si possa evitare che le aziende traslochino in Polonia, Serbia, Brasile, dove la manodopera non costa praticamente nulla e le tasse pesano infinitamente meno sul prodotto e sul lavoro.

Agitando lo spettro dello spostamento della produzione, manager e grandi imprese (Fiat in testa) strappano concessioni sempre più importanti in tema di diritti dei lavoratori, disponendone un po’ come pare a loro. Pause tagliate, orari dilatati, straordinari obbligatori, divieti di sciopero, ostracismo nei confronti di lavoratori iscritti a certi sindacati e via di seguito. Attuando una vera e propria (e illegittima) limitazione nei diritti. E, probabilmente, attentando anche alla dignità e all’uguaglianza dei lavoratori.

Ma non tutto il mondo è paese. Barack Obama, recentemente, ha affrontato proprio questo problema. Ed è stato chiaro: le imprese che vogliono delocalizzare le loro sedi non potranno dedurre nemmeno un dollaro di tasse e nessuna compagnia americana potrà pagare le tasse solo nel paese in cui si sono spostati la produzione e i profitti (dovrà farlo anche negli USA). Molto semplice. E tutti i soldi risparmiati o guadagnati con queste operazioni andranno a finanziare le imprese che rimangono sul territorio americano o che vi fanno ritorno e a diminuire le tasse di chi resta negli USA e qui assume. Infine, la chicca: chi riporta negli Stati Uniti la produzione e lo fa in un distretto pesantemente colpito dalla crisi riceverà aiuti come finanziamenti per impianti e aggiornamento professionale per i nuovi assunti.

Misure simili sono già state assunte negli anni passati da singoli Stati, come Texas, Arizona e Colorado, con risultati sorprendenti: negli ultimi due anni decine di aziende hanno riportato la produzione  negli stati in cui sono stati varati incentivi e tagli fiscali (5,4 aziende alla settimana, secondo la stima di mercatus.org). Conseguentemente, si sono creati decine di migliaia di posti di lavoro.

Tutto questo dimostra che, volendo, i mezzi per impedire, o comunque scoraggiare, il trasferimento di sede delle imprese in altri Stati ci sono. Con questi metodi, si possono salvare migliaia di posti di lavoro, e quindi di vite. 

 

Come si fa ad uscire dalla crisi? Secondo la Fiat non serve proporre modelli nuovi (nuovi davvero, non rivisitazioni dei precedenti), magari ecologici, magari all’avanguardia. Secondo Marchionne basta non assumere operai della CGIL.

La Fiat infatti sta spostando i lavoratori dalla fabbrica vecchia, che andrà chiusa, alla nuova, dove si produrrà la nuova Panda. E come si spostano gli operai? Gli si chiede di licenziarsi da Fiat e farsi assumere da una nuova società, la Fip. Ebbene nemmeno uno, neanche mezzo dei mille neoassunti è della CGIL (che rappresentava il 10 % circa degli operai della vecchia fabbrica).

Coincidenza? Mah, valutate voi. Forse lavorano meglio gli operai iscritti agli altri sindacati. O forse Marchionne non guarda alla competenza, ma assume in base ad altri criteri. Discriminatori e medievali.

Applausi.

Le chiamano morti bianche. Ma il termine non rende l’idea. Vite spezzate e famiglie distrutte, spesso a causa di misure di sicurezza non adeguate o di noncuranza dei datori di lavoro. A volte, tragici incidenti.

Quello che accadde nel dicembre 2007 poteva sembrare proprio questo, un maledetto incidente, che causò la morte di sette operai della ThyssenKrupp. Ma non fu così. La sentenza pronunciata dalla Corte d’Assise di Torino stabilì che si trattava di omicidio volontario con dolo eventuale e condannò a pene molto pesanti dirigenti, responsabile della sicurezza e direttore dello stabilimento, oltre all’amministratore delegato. Una sentenza storica.

Le motivazioni depositate ieri in cancelleria spiegano meglio quanto scritto nella sentenza dell’aprile di quest’anno. Harald Espenhahn, amministratore delegato della ThyssenKrupp in Italia, conosceva i rischi che si correvano in quello stabilimento, ma ha accettato il rischio che si verificasse un incidente “decidendo di azzerare qualsiasi intervento di ‘fire prevention’ e di continuare la produzione in quelle condizioni”, visto che lo era prevista la chiusura di quello stabilimento torinese e lo spostamento in quello di Terni.

Si legge nelle motivazioni che “gli elementi di conoscenza ed all’alto grado della consapevolezza” dell’ad tedesco inducono “la Corte a ritenere che certamente Espenhahn si fosse ‘rappresentato’ la concreta possibilità, la probabilità del verificarsi di un incendio, di un infortunio anche mortale sulla linea 5 di Torino, e che altrettanto certamente, omettendo qualsiasi intervento di ‘fire prevention’ in tutto lo stabilimento e anche sulla linea 5 e anche nella zona di entrata della linea 5, ne avesse effettivamente accettato il rischio”. Espenhahn conosceva il “fatto che lo stabilimento di Torino fosse privo del certificato di prevenzione incendi” sebbene rientrasse tra le industrie a “rischio di incidente rilevante”.

La decisione dell’ad di non effettuare interventi di prevenzione degli incendi nello stabilimento  “non si può certo ritenere (…) sia stata presa con leggerezza o non meditata o in modo irrazionale”. Per questi motivi, i giudici ritengono che Herald Espenhahn, meriti “il minimo della pena” prevista per l’omicidio volontario che, in questo caso, calcolando le attenuanti, è di sedici anni e sei mesi di reclusione.

Questa sentenza e le sue motivazioni sono un passo storico nella giurisprudenza sugli incedenti sul posto di lavoro. Troppe volte abbiamo visto supermanager pagare somme minime alle famiglie delle vittime. Troppe volte i lavoratori hanno pagato con mutilazioni, infortuni gravissimi o addirittura con la vita le inadempienza dei loro datori di lavoro, la scarsa osservanza della normativa antinfortunistica. E quasi mai questi temi sono stati al centro dell’agenda politica, che non si è presa la briga di prevedere controlli seri e rigorosi sui posti di lavoro.

(Nella foto il pm Raffaele Guariniello)

Da tutti i soggetti in campo (lavoratori, imprenditori, sindacati, politica) ci si aspetta un futuro diverso, che forse questa sentenza ha contribuirà a disegnare.

 

(Il testo della sentenza)

 

Trovato su ilfattoquotidiano.it, nel blog FQ Londra, vi propongo un articolo di Michela Insegna, studentessa di giornalismo nella capitale inglese. Parla di alcune pratiche e strutture di sostegno e aiuto ai giovani che cercano di entrare nel mondo del lavoro: dagli incontri con le società alle lezioni per prepararsi ai colloqui di lavoro, fino alla questione del curriculum vitae…

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Non è un nuovo slogan pubblicitario, né il titolo di un film. A parte i più conosciuti club universitari, ovvero quelle società a tema, diffuse un po’ in tutto il mondo anglosassone, dal club esclusivo di vela a quello di meditazione e yoga, dalla società per gli appassionati di ciclismo al volontariato, che consentono agli studenti di socializzare in modo intelligente e coltivare una passione al tempo stesso,l’università inglese offre inclusi nel pacchetto formativo corsi di preparazione diretta all’inserimento nel mondo del lavoro.

“How to improve your cv in 30 minutes”, come migliorare il tuo curriculum in 30 minuti. “Come prepararsi ad un colloquio di lavoro evitando di cadere negli errori più banali”, o “Psicologia: 30 minuti per scoprire le tue potenzialità”. O ancora, gli atenei organizzano incontri diretti con alcune tra le big society alla ricerca di giovani da arruolare (la Royal Bank of Scotland, ad esempio). In una società sana, quale posto migliore dell’università per proporre posti di lavoro alla nuova classe impiegatizia del futuro?

C’è un centro apposito che si occupa del futuro degli studenti universitari. Si chiama Career and Employment Student Service, aperto tutti i giorni dalle 9 alle 5. Ora, vi pongo una domanda. Studenti universitari italiani, avete mai sentito parlare di nulla di simile? Io dei miei studi romani riesco a ricordare solo uffici fantasma, leggendarie figure di responsabili di segreterie didattiche mai disponibili e impiegati poco cordiali. Eppure vi assicuro io, attualmente studentessa di giornalismo a Londra, che il master non mi costa nulla di più che in una qualunque università pubblica italiana.

Il Career Student Service organizza tutto questo in un fitto programma di eventi, lezioni e seminari che puoi frequentare a tuo vantaggio, anche tutti, con l’unico obbligo di prenotare in anticipo, tanto per evitare di ritrovarsi seduti per terra. Al prezzo di un semplice click del mouse sul pulsante “Book the event”, facile come bere un bicchier d’acqua, e sinceramente molto più utile che non ingoiare milioni di volumi nozionistici e ore china sui libri. Perché la preparazione e lo studio sono importanti, ma lo sono anche la coscienza delle proprie possibilità e del tuo futuro. L’obiettivo dell’università dovrebbe essere quello di creare una generazione di giovani pronti a prendersi il loro posto nella società e sostituire l’attuale classe dirigente. Quella inglese è solo una bozza imperfetta, ma per lo meno, ci prova.

Fuori da un’aula mi imbatto casualmente in un ragazzo dall’aria socievole, lo prendo per un mio compagno di corso. E invece scopro che si tratta di un professore di Geografia umana di 30 anni, con contratto, e il mio pensiero non può che andare a tutti quei ricercatori italiani over 40 che, ahimè, sono ancora dei disoccupati cronici con rimborso spese e buoni pasto. Cammino per il centro di Londra alla ricerca di una copisteria dove stamparmi alcune copie del mio cv, pronte per la distribuzione. Entro in un negozio, mi vengono rivolte alcune domande sul tipo di stampa che intendo fare. Non capisco subito: così mi reco alla cassa a pagare le stampe, e – udite udite – mi viene detto che non c’è nulla da pagare, anzi sono invitata a stampare quante più copie del curriculum ho bisogno! Si tratta infatti di un centro specializzato nell’aiutare i giovani a trovare lavoro. Ancora, non avevo mai sentito nulla del genere. Potete immaginarvi che la sottoscritta, nonostante viva a Londra da un po’, di fronte a scoperte come questa, ha ancora l’espressione di chi cade dalla montagna del sapone.