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Questa è l’unica cosa che mi sento di condividere a proposito del terremoto. Se ne parla tantissimo, e dopo l’emozione di adrenalina di aver vissuto tutte le scosse dal mio appartamento di Modena non voglio cadere nella trappola della “testimonianza ad ogni costo” e del morboso interessamento ad ogni aspetto del terremoto. Ci stanno già pensando più o meno bene in tv e sul web, in generale.

Mi è piaciuto questo articolo perché parla di una dimensione sociale poco nota, e del colpo tremendo che ha ricevuto. Mi piace come viene descritta, perché so che è così: io vado fiero della mia metà di sangue emiliana.

Mi piace che Michele Serra parli delle persone e di come sentono la loro identità e mi piace che metta questi aspetti davanti al danno economico delle fabbriche ferme e distrutte, dei posti di lavoro perduti o sospesi, delle forme di grana distrutte, che accosta (volutamente?) al museo delle Maserati di Modena.

La base dell’industria è la cultura che c’è dietro, le eccellenze vengono dalla passione sfrenata per il proprio lavoro, e di eccellenze ne abbiamo, eccome! Ma le eccellenze le fanno le persone, che sempre riduciamo ad un numero: 17 morti, 14mila sfollati, 350 feriti.

Ecco, mi piace la cultura contadina e popolare emiliana, per il modo di fare e di fare legami, per il modo di lavorare e di aiutarsi. Una gentilissima signora mi ha dato un passaggio da Modena a Scandiano, durante il secondo terremoto, e l’ho conosciuta in strada, mentre macchine e vetri ballavano.

Voglia di comunità, amalgamando le persone in tutti i loro aspetti: valorizzando chi sa fare e sa fare bene, e aiutando chi è in difficoltà.

Estendiamo il concetto all’Italia, su, non è difficile.

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I CONTADINI E GLI OPERAI DELLA MIA TERRA FERITA

LA SOLA cosa buona dei terremoti è che ci costringono, sia pure brutalmente, a rivivere il vincolo profondo che abbiamo con il nostro paese, i suoi posti, la sua geografia, la sua storia, le sue persone. Appena avvertita la scossa, se non si è tra gli sventurati che se la sono vista sbocciare proprio sotto i piedi, e capiamo di essere solo ai bordi di uno squasso tremendo e lontano, subito si cerca di sapere dov’è quel lontano.

E quanto è lontano, e chi sono, di quel lontano, gli abitanti sbalzati dalle loro vite. Si misurano mentalmente le pianure o le montagne che ci separano dal sisma. Prima ancora che computer e tivù comincino a sciorinare, in pochi minuti, le prime immagini, le macerie, i dettagli, i volti spaventati, la nostra memoria comincia a tracciare una mappa sfocata, eppure palpitante, di persone, di piazze, di strade, di case. Una mappa che è al tempo stesso personale (ognuno ha la sua) e oggettiva, perché è dall’intreccio fitto delle relazioni, dei viaggi, delle piccole socialità che nasce l’immagine di un posto, di un popolo, di una società.

Leggo sul video Cavezzo e subito rivedo un casolare illuminato in mezzo ai campi in una notte piena di lucciole, ci abitava e forse ci abita ancora un mio amico autotrasportatore, Maurizio, non lo sento da una vita, cerco il suo numero sul web, lo trovo, lo faccio ma un disco risponde che il numero è sconnesso.

A Finale Emilia viveva, e forse vive ancora, la Elia, la magnifica badante che accompagnò mia nonna alla sua fine. Era nata in montagna, nell’Appennino modenese, faceva la pastora e governava le pecore, scendere nella pianura ricca a fare l’infermiera era stato per lei, come per tanti italiani nella seconda metà del Novecento, l’addio alla povertà, l’approdo alla sicurezza: ma ancora raccontava con gli occhi lucidi di felicità di quando da ragazzina cavalcava a pelo, galoppando sui pascoli alti. Molti degli odierni italiani di pianura hanno radici in montagna. L’Appennino ha scaricato a valle, lungo tutta l’Emilia, un popolo intero di operai e di impiegati. La sua popolazione, dal dopoguerra a oggi, è decimata: dove vivevano in cento oggi vivono in dieci, come nelle Alpi di Nuto Revelli.

Andai a trovarla a Finale, tanti anni fa, per il funerale di suo figlio, era estate e l’afa stordiva. Le donne camminavano davanti e gli uomini dietro, si sa che i maschi hanno meno dimestichezza con la morte. Non c’erano ancora i navigatori e arrivai in ritardo, in quei posti è molto facile perdersi, le strade sono un reticolo che inganna, è un pezzo di pianura padana aperto, arioso, disseminato di paesi e cittadine, ma non ci sono città grandi a fare a punto di riferimento (anche questo, penso, ha contributo a limitare il numero delle vittime). Se sei un forestiero e l’aria non è limpida, e non vedi l’Appennino che segna il Sud e – più lontano – le Alpi che indicano il Nord, ti disorienti, non sai più dove stai andando. Forse da nessun’altra parte la Pianura Padana appare altrettanto vasta e composita, non si è lontani da Modena, da Bologna, da Mantova, da Ferrara, ma neppure si è vicini. Anche per questo ogni paese ha forte identità: non è periferia di niente e di nessuno. Uno di Finale Emilia è proprio di Finale Emilia, uno di Crevalcore proprio di Crevalcore.
Crevalcore è bellissima, è uno di quei posti italiani dei quali non si parla mai, una delle tante pietre preziose che ignoriamo di possedere. La struttura è del tredicesimo secolo, pianta quadrata, città fortificata. Ci andai molto tempo fa per un dibattito, cose di comunisti emiliani, ex braccianti e operai che ora facevano il deputato o il sindaco e discutevano di piani regolatori ma anche del raccolto di fagiolini, facce comunque contadine con la cravatta allentata, seguì vino rosso con grassa cucina modenese perché Crevalcore è ancora in provincia di Bologna, l’ultimo lembo a nord-ovest, ma è a un passo da Modena, e dunque tigelle con lardo e aglio.

Non riesco a ritrovare, di quei posti, un solo ricordo che non sia amichevole, socievole, conviviale. Non è vero che è la natura contadina, ci sono anche contadini diffidenti e depressi. È piuttosto l’equilibrio fortunato, e raro, tra benessere individuale e vincoli sociali, sono paesi di volontari di ambulanza e di guidatori di fuoriserie, di bagordi in discoteca e di assistenza agli anziani.
La parola “lavoro”, da quelle parti, è diventata una specie di unità di misura generale: li avrete sentiti anche voi, gli anziani, dire ai microfoni dei tigì “mai visto un lavoro del genere”, il lavoro cattivo del terremoto. Come fosse animato da uno scientifico malanimo contro il luogo, ha colpito soprattutto i capannoni industriali, le chiese e i municipi. E quei portici, quei fantastici luoghi di mezzo tra aperto e chiuso, con le botteghe e i caffé, che sfregio vederli offesi, ingombri di macerie e sporchi di polvere. Sono stati colpiti, come in un bombardamento scellerato, tutti i luoghi dell’identità e della socialità. La fabbrica e la piazza, che nell’Emilia rossa sono quanto resta (molto) di un modello economico che ha prodotto meno danni che altrove. Vorticoso come in tutto il Nord, con qualche offesa all’ambiente come in tutto il Nord, con qualche malessere (le droghe, lo smarrimento, la noia) come in tutto il Nord, ma con una sua solidità, un suo equilibrio, una ripartizione intelligente tra industria e agricoltura, tra acciaio e campi.

A proposito, chissà se ha subito danni lo splendido museo Maserati che uno dei fratelli Panini ha eretto a Modena all’interno della sua azienda agricola. Lamiere lucenti in mezzo alle forme di parmigiano biologico (come quelle che la televisione mostra collassate, e sono un muro portante anche loro) e l’odore del letame che lega tutto, fa nascere tutto. I muggiti delle mucche, in mancanza di meglio, per simulare il rombo del motore. Per quanto il terremoto abbia fatto “un lavoro mai visto”, il lavoro di quei padani di buon umore (quelli di cattivo umore, si è poi visto, sono stati una novità perdente) rimetterà le cose a posto, prima o poi. Quando tutto sarà finito, i morti sepolti, i muri riparati, e i visitatori non saranno più di intralcio ai soccorsi, andate a Crevalcore, e ditemi se non è bella.

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Abbiamo per voi oggi una sorta di “seconda puntata” riguardo a M.A.C.AO., raccontataci ancora dalla nostra Whatsername, che a M.A.C.A.O. c’è stata e continua ad esserci.

Buona lettura!

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M.A.C.A.O., good riddance

Sembra passata un’eternità da quando, sabato scorso, mi recai alla Torre Galfa. Un subbuglio di vibrazioni positive.

Martedì 15 maggio la Digos e i carabinieri in tenuta antisommossa sono entrati nella Torre, ordinando agli occupanti di uscire e sgomberare tutti i piani.

I lavoratori dell’arte e della cultura non hanno fatto resistenza: alle 7 del mattino, più o meno, si sono dati da fare per portare tutto fuori.

Gira voce che, però, i “macachi” sapessero dello sgombero. Questa voce dice anche che qualcuno abbia scritto (non si sa se su Facebook o se Twitter) ai ragazzi di «non dormire» quella sera. Questo fa riflettere, ma ognuno sa che se avessero cominciato a barricarsi dentro, magari con altra gente, sarebbe finita come dieci anni fa, in un scuola elementare di una città che si affaccia sul mar Ligure. Meglio evitare. Infatti non c’è stato alcun episodio di violenza. In fin dei conti, a cosa servono manganellate, botte e calci? La cultura si è sempre fatta a parole.

Subito sulle pagine Facebook e Twitter si sparge la voce dello sgombero.

Una mia amica mi chiama, parla velocemente, mi dice Myk hanno sgomberato M.A.C.A.O. e io le rispondo come hanno sgomberato M.A.C.A.O.?! e lei mi dice che dobbiamo andare al sit-in sotto la torre, ma io domani ho un esame e lei mi dice chi se ne frega, è M.A.C.A.O., muoviti! e io mi precipito in via Galvani.

Per essere le 11:00 c’è già tanta gente, incontro alcune ragazze con cui ho lavorato sabato, conosco altra gente, ascolto dei musicisti che improvvisano e inventano jazz e blues e rimango incantata dalle canzoni di un gruppo di Milano, non del tutto sconosciuto, ma nemmeno così famoso, Io?Drama si fanno chiamare. Stasera andrò su YouTube e mi ascolterò qualche loro canzone, penso.

L’atmosfera è magnifica e il pensiero cosciente che M.A.C.A.O. sia in pericolo, è come un filo spinato che mi stringe lo stomaco.

Tre giorni dopo, venerdì, decido di ritornare in via Galvani e vedere cosa sta succedendo.

Il giorno prima, da un notiziario, probabilmente il TG3, avevo appreso che il Comune aveva concesso ai lavoratori uno spazio, alla ex Ansaldo-Breda; i macachi rifiutano perché gli accordi non erano trasparenti e continuano a starsene in strada, sotto la torre.

Quando giungo a destinazione, si sente che qualcosa è in fermento.

Davanti ai miei occhi si presentano un mucchio di esemplari tipici della fauna cittadina, riuniti in assemblea dalla quale si dovrebbe decidere il da farsi.

Direttamente dall’età preistorica, vecchietti scatarranti e artritici (ma rinvigoriti da uno spirito bolscevicheggiante vecchio stampo) sono spiaggiati su enormi sedie bianche di plastica e ascoltano attentamente con gli occhi chiusi, il capo particolarmente attratto dalla forza di gravità, la bavetta che cola dai lati della bocca.

Sparsi qui e lì, brizzolati impiegati, operai, negozianti, brokers, managers, casalinghe più o meno disperate, o disperate troppo poco casalinghe, tutti che uniscono l’utile (raduno di vecchi compagni di viaggi e  fattanze) al dilettevole (la partecipazione all’assemblea).

Ma i migliori sono e restano i giovani: bohemien, metallari, cheguevariani, bobmarleyiani, punkettoni, barboniani, hippy, hipster. Dei veri artisti.

Il dibattito dura a lungo, ognuno ha idee giuste per taluni, sbagliate per altri. Si deve trovare un punto di incontro, un’idea che vada bene per tutti. E tra i duecento, emerge un esemplare maschio di lavoratore diurno, pelo scuro e folta barba, che probabilmente si è distaccato dal suo branco.

L’Omone propone una sana dormita di gruppo, sveglia coordinata per essere alle 10:00 in via Galvani per preparare la conferenza stampa delle 13:30, per preparare un corteo colorato e artistico, per preparare il sabato sera. Applauso finale e tanti sorrisi sollevati.

M.A.C.A.O. resiste, M.A.C.A.O. ce la farà, M.A.C.A.O. diventerà un bellissimo centro culturale e artistico. M.A.C.A.O. sarà la vera voce della cultura. M.A.C.A.O. è il futuro di molti artisti giovani, disperati e scatarranti.

Aggiungerei un punto interrogativo, al titolo del Fatto Quotidiano online. E la questione ora diventa: “A chi tocca adesso?”.

Forse il primo passo lo abbiamo fatto, è come quando inizi a spingere una scatola molto pesante, e questa non vuole sapere di spostarsi. Attrito statico, attrito che non fa muovere la scatola: una volta vinto però la scatola scivola, scivola sul pavimento.

La nostra scatola è piena di debito, debiti, ingiustizie, porcellum, leggi ad personam, ad aziendam, ad castam, voti di fiducia, mignotte, compravendite, conflitti d’interesse…e tanta, tanta ignoranza. Ignoranza becera e aggressiva, arrogante, assolutamente contenta di sé, ostentata.

Battuto il Berlusconi che sta a Palazzo Chigi ora va estirpato il Berlusconi che è entrato nell’animo italiano. Non voglio credere che siamo “un paese di merda”.

La parte più difficile è riprenderci tutto ciò che è nostro.

Diritti.

Cultura.

Tranquillità.

Denaro.

Merito.

Parole, tantissime parole e significati, distorti, violentati, scaravoltati.

Felicità.

Felicità.

Felicità!

 

Inizia tutto adesso, ma ora vi lascio, è mezzanotte e abbiamo i Doors…This is the end, my beautiful friend, this is the end, my only friend, the end.

 

Di Michele Serra (da la Repubblica del 12/05/2011)

Sospendere dall´insegnamento “per almeno tre mesi” gli insegnanti responsabili di fare “propaganda politica o ideologica” nelle scuole.

È l’incredibile proposta di legge del deputato del Pdl Fabio Garagnani, ultima di un triste florilegio inquisitorio che ha per scopo, va da sé, la purificazione della scuola pubblica, infettata da sessantottini e “comunisti” e inculcatrice, secondo la celebre asserzione del premier, di “valori diversi da quelli delle famiglie” (se ne deduce che tengono famiglia solo gli italiani di destra).
Che questo sia lo scopo della sua leggina epuratrice lo chiarisce con disarmante schiettezza lo stesso Garagnani, sconvolto dalla subdola attività di propaganda “dei professori della Cgil, soprattutto in Emilia”. Del tardo maccartismo di questa e di altre sortite (per esempio l’invocata epurazione dei libri di testo “faziosi”, con buona pace della libertà di scelta del docente) si potrebbe anche sorridere, non fosse che l’onorevole Garagnani fa parte della Commissione cultura, ruolo che almeno nominalmente dovrebbe tutelarlo da una così obbrobriosa mossa anticulturale.

Stabilire (per legge!) quali sono i limiti oggettivi della libertà d´insegnamento è ovviamente impossibile, per il semplice motivo che questi limiti non esistono, se non nella coscienza e nel buon mestiere di ogni singolo docente, e nella capacità di discernimento di ogni singolo alunno. A meno di decidere che una appassionata lezione su Giordano Bruno è un oltraggio alla Chiesa, che insegnare Spinoza è apologia dell’ateismo, che leggere Pavese o i Quaderni dal carcere è propaganda comunista, che indicare ai ragazzi con ammirazione l’opera di Ezra Pound o di Celine equivale a educarli al fascismo.
Certo, se un professore sale in cattedra inneggiando ai lager, o affigge un manifesto di Pol Pot sopra la cattedra, qualcosa di poco consono all’insegnamento sta accadendo: ma sono casi (rari) nei quali le autorità scolastiche, e quando occorra le autorità sanitarie, hanno modo di intervenire senza alcun bisogno di “leggi speciali” come questa.
Solo chi non è mai andato a scuola può concepire l´idea, veramente mostruosa, di un insegnamento “oggettivo” e asettico come garanzia di quella finta “neutralità” alla quale sempre si appellano i faziosi veri, cioè quelli che non reggendo l’urto delle idee altrui sperano di poterle zittire, e avendo idee piccole sentono come una minaccia ogni idea più grande di loro. Ogni liceale sa che è nel conflitto delle idee che si cresce, e ha in mente almeno un paio di professori appassionati che proprio lasciando trapelare un deciso orientamento culturale diventavano punti di riferimento.
Ebbi una professoressa di filosofia tenacemente atea e un professore di latino e greco validamente antimodernista e reazionario, ma se qualche malsano censore, scolastico o politico, si fosse sognato di biasimarlo o addirittura di impedirgli di entrare in classe, non c’è alunno del mio liceo che non sarebbe insorto. Distinguere tra la volgarità della propaganda e il fascino della cultura e delle idee è facoltà in possesso anche di un quattordicenne. La disastrosa proposta di Garagnani riesce, in uno colpo solo, a offendere, oltre che i professori, anche gli studenti, trattati da branco imbelle che si lascia sobillare dal primo agit-prof in transito: come rivela quell’orrendo verbo “inculcare” usato dal premier, forse applicabile al suo mondo di persuasione occulta, di ruffianeria commerciale, di pubblicità martellante, come illustra magnificamente la sua celebre e famigerata frase “ricordatevi che il pubblico è un bambino di otto anni”. Ma non applicabile, no davvero, al mondo della scuola, che con tutti i suoi difetti, e nonostante le privazioni imposte dall´austerità a senso unico di un potere che punisce “la scuola di sinistra” (?!) e premia le scuole devote, e private, è ancora un luogo vivo, conflittuale, libero, aperto a tutti (chissà se la parola “tutti” fa parte del bagaglio culturale dell´onorevole Garagnani).

Sarebbe magnifico che dallo stesso partito di Garagnani partisse un ragionevole impedimento a questa leggina autoritaria, sciocca, e di angosciante intolleranza. Dopotutto, definirsi “liberali” potrebbe aiutare, alla lunga, addirittura a esserlo.


Il nostro amico Foedericus ci segnala un interessantissimo editoriale di Philippe Daverio, apparso sulla rivista “Artedossier“, nell’edizione di gennaio 2011. Da “Italia” a “questo Paese”, perché bisogna salvare la prima, da chi bisogna salvarla e chi lo deve fare.

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Numero 273, gennaio 2011

EDITORIALE di Philippe Daverio

Questo Paese… curioso modo di dire che viene usato dalla maggioranza schiacciante dei politici italiani, bipartisan, destra-sinistra-centro-sotto-sopra, quando parlano di casa loro. Curioso “modus dicendi”, centocinquant’anni dopo l’Unità d’Italia. Curiosissimo atteggiamento linguistico che sembra celare un fremito di pudore in personalità che tutto fanno nel tempo rimanente per apparire spudorate. 150 anni fa la penisola veniva appellata Italia, 100 anni fa veniva “gridata” Patria, 50 anni fa veniva concepita Nazione.  I genetliaci mutano innegabilmente i destini ontologici. Oggi l’Italia, la Nazione, cioè la Patria, viene chiamata “Questo Paese”. Va afferrata con le pinzette o con il mignolo sollevato? Va guardata con il distacco delle menti superiori?
È evidente che la dicitura “Questo Paese” pone il dichiarante fuori dalla questione esattamente come l’analista rimane fuori dalla provetta. È altrettanto chiaro, lo spiegano tutte le teorie della semantica, che l’unico modo per definire un oggetto non identificabile o dai contorni concettuali troppo confusi consiste nell’indicarlo non in base alla funzione, al carattere, al colore, al calore, alla materia che lo compone, ma semplicemente additandolo con il segnale “questo”.
Nacque la cosa un secolo e mezzo fa sulla scia dell’entusiasmo d’una scarna e determinata élite che s’era forgiata in una lunga e autentica guerra civile, dalla quale era uscita convinta e vittoriosa, capace di plasmare una generazione nuova pronta a tuffarsi nel turbinio della storia. Nacque lo Stato nuovo un po’ per energia e un po’ per caso, un po’ per bulimia d’un giovane monarca sabaudo che mai più si sarebbe aspettato una simile e grandiosa scorpacciata, un po’ per la sfortuna che sempre accompagnò il sogno repubblicano dei mazziniani. Dovette molto alla temeraria impresa di Garibaldi, senza la quale gli Stati preesistenti avrebbero trovato forme ben più diplomatiche di aggregazione. E così successe che prima Torino, poi Firenze e infine Roma ne diventassero le capitali.
Ma la burocrazia sardo-prealpina dei savoiardi era troppo fragile per sostituirsi ai sette Stati ben più gloriosi che l’avevano preceduta nell’amministrare un patrimonio colossale e una eredità culturale fra le più ricche e complicate del mondo conosciuto. Che cos’era la Torino delle “madamin” di fronte alla mistica bizantina della Serenissima di Venezia?  Era mai la Porta Palatina, certamente bella e romana, paragonabile alle antichità della Campania e della Sicilia o al museo che già da un secolo, e primo in Europa, celebrava le collezioni dei Farnese e dei Borbone, gli scavi di Ercolano e di Pompei? Cosa poteva insegnare palazzo Madama, per quanto inventato da Juvarra, ai Pitti o agli Uffizi di Firenze? Sarebbe stato come paragonare l’antipapa Felice V, al secolo Amedeo VIII il Comico, al suo contemporaneo Cosimo il Vecchio, o il castello di Racconigi con il Quirinale e Stupinigi con la reggia di Caserta. L’Italia Unita e sabauda non era in grado di recepire l’eredità colossale che si era trovata ad accorpare, non era forse in grado neppure di concepirla. Certo non fu in grado di custodirla se, già pochi anni dopo, il più clamoroso ritrovamento mai avvenuto di argenterie greco-latine fu trafugato a Parigi e venduto ai Rothschild per finire, fortunatamente, nelle sale del Louvre. Il ritrovamento era avvenuto in un luogo magico delle terre da caccia borboniche, Boscoreale. Boscoreale oggi è una discarica.
Pompei è una catastrofe biblica che evapora e si sgretola inesorabilmente sotto gli occhi del mondo civilizzato. Le rive del Brenta, una volta la più elegante passeggiata barcaiola della Terra, fra ville e chiese, si configurano oggi come disastro estetico. Le campagne di Brianza, quelle del Manzoni e dei suoi Promessi sposi, sono diventate una perversione ecologica. Il Belpaese è stato lordato, avvilito, massacrato. Le cascine che avevano retto i secoli stanno oggi crollando mentre crescono loro attorno palazzine meste e sgrammaticate.
È vero che l’Italia era povera ed è vero che la Nazione recente s’è fatta più ricca, e vero ch’era bella e s’è fatta oggi brutta. Ma è certo ormai che “Questo Paese” non ce la farà a invertire la tendenza o, meglio ancora, a portare la dialettica alla sua sintesi combinando ricchezza e bellezza.
Gli italiani non ce la possono fare a salvare “Questo Paese”, troppo lo disprezzano, troppo lo utilizzano come una fattore geografico inesauribile da sfruttare. Troppo lo considerano al pari d’una eredità naturale e fortunata, esattamente come il sole estivo in spiaggia. Solo che la spiaggia nel frattempo s’è affollata di ombrelloni, di radioline e di cartacce mentre l’orizzonte della duna soffre delle vicine palazzine. E il sole stesso probabilmente sta perdendo, per il buco nell’ozono, le sue virtù benefiche.
Gli italiani non vogliono salvare “Questo Paese”.
Ed è difficile sostenere che Pompei sia degli italiani. Non studiano forse molto di più il latino i tedeschi e i francesi? Non affrontano con maggiore passione la storia romana alcuni ricercatori di Yale o di Oxford? Pompei appartiene all’Occidente tutto. È solo occupata temporaneamente dallo Stato italiano. Andrebbe liberata, come si tentò di dare libertà al Kossovo. La civiltà d’Occidente deve chiedere che Pompei passi sotto la protezione dei Caschi blu dell’Onu. Come deve chiedere che l’enorme reggia costituita dal Palazzo ducale di Mantova torni, dopo il saccheggio del 1630, a essere, nella sua enorme complessità, luogo di aggregazione e di cultura.
Siamo poveri. Ormai. Così dice il ministro dei danari alla dama di fiori. Siamo poveri perché c’è la crisi. E i tempo di crisi, dice il ministro, «carmina non dant panem», figuriamoci se possono dare companatico gli scavi archeologici. «Erst kommt da Fressen, dann kommt die Moral», fa cantare Bertolt Brecht nell’Opera da tre soldi: prima rimpinzarsi la trippa e poi la morale. Oggi non ci sono soldi: noi spendiamo 2 miliardi di euro/anno per affari culturali mentre i tedeschi ne spendono 8 e i francesi addirittura 8,5. Non è vero. In Germania la spesa si distribuisce tutta sui Länder e lo Stato federale si occupa d’una sola Kunsthalle a Bonn. In Francia la spesa è accentrata attorno al sistema virtuoso della Réunion des Musées Nationaux. In Italia il Ministero spende 2 miliardi di euro, le fondazioni bancarie un altro miliardo e mezzo, gli assessorati degli enti territoriali un bel altro 3 miliardi. Quindi i danari ci sono, è la capacità di spenderli con intelligenza che manca. Il Ministero detto Mibac da anni non ha più bandito concorsi per assumere energie nuove. E negli ultimi anni ha perso per pensionamento personalità di primo rango come Antonio Paolucci e Nicola Spinosa, mentre ora sta per pensionare Martines. Ha tolto a Strinati la direzione dei musei romani. I nuovi avrebbero, qualora ci fossero, bisogno di tempi lunghi per raggiungere una competenza dove il sapere e il saper fare si devono necessariamente combinare attraverso la prassi. Il futuro si prevede come circo massimo del pressapochismo arrogante. I privati hanno inizialmente addentato il bene pubblico come un prosciutto da affettare, essendo la “res publica” considerata “res nullius”. Il crollo definitivo di ogni palestra di gladiatori appare inevitabile.
Per questo motivo reputo, reputiamo in molti ormai, che il formidabile patrimonio che l’Italia si trova inavvertitamente a custodire debba essere salvato da chi, nel mondo intero, vi trova una parte sostanziale delle proprie radici. SAVE ITALY è un appello che lanciamo agli uomini di buona volontà nell’ottica più cosmopolita che si voglia immaginare.
Sì, “Questo Paese” fa rabbrividire. L’Italia non ancora. L’Italia va salvata da “Questo Paese”.

Vi propongo una divertente ma ironica striscia di Stefano Disegni, apparsa su “Il Fatto Quotidiano” di domenica 8 agosto.

Un ragazzo fa il lavavetri al semaforo, perché vuole raccogliere “fondi”: nel nostro Paese i soldi servono per tutto fuorché la cultura. Sembra quasi che la maggioranza delle persone sia allergica. Sarà per questo che studiare sembra essere l’unica arma efficace?

di L’Albatro

Vagando per il web mi sono imbattuto in questo articolo di agoravox.it, “La Gelmini: Portiamo il berlusconismo nella cultura“.

Il ministro dell’Istruzione era a Moniga del Garda, in occasione del convegno inaugurale di «Liberamente», neonata fondazione (e non “corrente”) figlia della stessa Gelmini, di Bondi e Frattini, fondazione che si prefigura, stando a quanto detto dal ministro della Cultura, di “selezionare i migliori per creare una nuova classe politica e dirigente” e “cercare giovani competenti e onesti capaci di rinnovare il Paese”.

Nell’intervista a “Il Giornale” rilasciata dalla ministra leggiamo che l’intento della fondazione è anche quello di:

“Proporre il berlusconismo, una conquista del Paese che vogliamo difendere non solo all’interno del Pdl ma anche in un ambito culturale in cui vige l’egemonia della sinistra, che pensa che il centrodestra sia privo di identità culturale. Invece il berlusconismo ha cambiato la politica e il Paese, richiamandosi alla rappresentanza popolare, alla chiarezza dei programmi e del linguaggio, al legame con gli elettori. Non è qualcosa da mettere tra parentesi, come vorrebbe la sinistra che propaga la sua retorica del pessimismo. Ma proprio perché è un momento di crisi e di difficoltà non si può diffondere sfiducia ma è necessario puntare sull’ottimismo della volontà.”

Inoltre, in tema di cultura:

“[…] una carenza del centrodestra è stata non entrare nella cultura, è una lacuna storica fin dal 1994. Invece è fondamentale contribuire a formare l’opinione pubblica e gli spazi di dibattito aiutano il partito a crescere. Diversamente dalla sinistra, che cavalca le paure dei giovani, enfatizza il problema del precariato, che pure esiste, noi non vogliamo cavalcare le paure ma trovare soluzioni.”

Infine, il passaggio più interessante e inquietante:

Con Bondi e Frattini abbiamo voluto agire nelle roccheforti della sinistra: la scuola, l’università. Ma per fortuna anche tra gli uomini di cultura molte persone sono stanche della sinistra, si riconoscono in una cultura del merito e della responsabilità. Hanno solo bisogno di un contenitore per uscire allo scoperto ed è ciò che vogliamo offrire loro. In passato è prevalso un timore reverenziale, adesso noi vogliamo affermare una cultura di centrodestra anche nella scuola e nell’università”

Ricapitoliamo:

1) proporre il berlusconismo come una conquista non rinnegabile per il Paese;

2) entrare nella cultura per formare l’opinione pubblica;

3) agire nelle “roccheforti” della sinistra per affermare la propria (idea?) di cultura.

Poniamoci quindi delle semplici domande:

1) Questo centrodestra davvero considera quello che stiamo chiamando “berlusconismo” come propria identità culturale?

2) Per quale motivo il berlusconismo sarebbe una conquista per il Paese?

3) Si decide di entrare nella cultura soltanto quando si dispone del ministero della Cultura stesso e del ministero dell’Istruzione?

4) Parlando di “cultura del merito e della responsabilità”, la nomina a ministro di Aldo Brancher non suona un po’ fuori posto?

Per completezza alla domanda qua sopra riporto una sinossi di Marco Travaglio delle vicende giudiziarie di Aldo Brancher, estratta dalla spalla de Il Fatto Quotidiano del 19 giugno 2010 (Voce del verbo abbranchèr):

“[Brancher] Fu poi condannato in primo e secondo grado a 2 anni e 8 mesi per finanziamento illecito e falso in bilancio. Poi, in Cassazione, il primo reato cadde in prescrizione, mentre il secondo fu amorevolmente depenalizzato dal governo Berlusconi, di cui era sottosegretario lo stesso Brancher.”

Pensiamoci bene e cerchiamo risposte a queste domande…