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Abbiamo per voi oggi una sorta di “seconda puntata” riguardo a M.A.C.AO., raccontataci ancora dalla nostra Whatsername, che a M.A.C.A.O. c’è stata e continua ad esserci.

Buona lettura!

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M.A.C.A.O., good riddance

Sembra passata un’eternità da quando, sabato scorso, mi recai alla Torre Galfa. Un subbuglio di vibrazioni positive.

Martedì 15 maggio la Digos e i carabinieri in tenuta antisommossa sono entrati nella Torre, ordinando agli occupanti di uscire e sgomberare tutti i piani.

I lavoratori dell’arte e della cultura non hanno fatto resistenza: alle 7 del mattino, più o meno, si sono dati da fare per portare tutto fuori.

Gira voce che, però, i “macachi” sapessero dello sgombero. Questa voce dice anche che qualcuno abbia scritto (non si sa se su Facebook o se Twitter) ai ragazzi di «non dormire» quella sera. Questo fa riflettere, ma ognuno sa che se avessero cominciato a barricarsi dentro, magari con altra gente, sarebbe finita come dieci anni fa, in un scuola elementare di una città che si affaccia sul mar Ligure. Meglio evitare. Infatti non c’è stato alcun episodio di violenza. In fin dei conti, a cosa servono manganellate, botte e calci? La cultura si è sempre fatta a parole.

Subito sulle pagine Facebook e Twitter si sparge la voce dello sgombero.

Una mia amica mi chiama, parla velocemente, mi dice Myk hanno sgomberato M.A.C.A.O. e io le rispondo come hanno sgomberato M.A.C.A.O.?! e lei mi dice che dobbiamo andare al sit-in sotto la torre, ma io domani ho un esame e lei mi dice chi se ne frega, è M.A.C.A.O., muoviti! e io mi precipito in via Galvani.

Per essere le 11:00 c’è già tanta gente, incontro alcune ragazze con cui ho lavorato sabato, conosco altra gente, ascolto dei musicisti che improvvisano e inventano jazz e blues e rimango incantata dalle canzoni di un gruppo di Milano, non del tutto sconosciuto, ma nemmeno così famoso, Io?Drama si fanno chiamare. Stasera andrò su YouTube e mi ascolterò qualche loro canzone, penso.

L’atmosfera è magnifica e il pensiero cosciente che M.A.C.A.O. sia in pericolo, è come un filo spinato che mi stringe lo stomaco.

Tre giorni dopo, venerdì, decido di ritornare in via Galvani e vedere cosa sta succedendo.

Il giorno prima, da un notiziario, probabilmente il TG3, avevo appreso che il Comune aveva concesso ai lavoratori uno spazio, alla ex Ansaldo-Breda; i macachi rifiutano perché gli accordi non erano trasparenti e continuano a starsene in strada, sotto la torre.

Quando giungo a destinazione, si sente che qualcosa è in fermento.

Davanti ai miei occhi si presentano un mucchio di esemplari tipici della fauna cittadina, riuniti in assemblea dalla quale si dovrebbe decidere il da farsi.

Direttamente dall’età preistorica, vecchietti scatarranti e artritici (ma rinvigoriti da uno spirito bolscevicheggiante vecchio stampo) sono spiaggiati su enormi sedie bianche di plastica e ascoltano attentamente con gli occhi chiusi, il capo particolarmente attratto dalla forza di gravità, la bavetta che cola dai lati della bocca.

Sparsi qui e lì, brizzolati impiegati, operai, negozianti, brokers, managers, casalinghe più o meno disperate, o disperate troppo poco casalinghe, tutti che uniscono l’utile (raduno di vecchi compagni di viaggi e  fattanze) al dilettevole (la partecipazione all’assemblea).

Ma i migliori sono e restano i giovani: bohemien, metallari, cheguevariani, bobmarleyiani, punkettoni, barboniani, hippy, hipster. Dei veri artisti.

Il dibattito dura a lungo, ognuno ha idee giuste per taluni, sbagliate per altri. Si deve trovare un punto di incontro, un’idea che vada bene per tutti. E tra i duecento, emerge un esemplare maschio di lavoratore diurno, pelo scuro e folta barba, che probabilmente si è distaccato dal suo branco.

L’Omone propone una sana dormita di gruppo, sveglia coordinata per essere alle 10:00 in via Galvani per preparare la conferenza stampa delle 13:30, per preparare un corteo colorato e artistico, per preparare il sabato sera. Applauso finale e tanti sorrisi sollevati.

M.A.C.A.O. resiste, M.A.C.A.O. ce la farà, M.A.C.A.O. diventerà un bellissimo centro culturale e artistico. M.A.C.A.O. sarà la vera voce della cultura. M.A.C.A.O. è il futuro di molti artisti giovani, disperati e scatarranti.

Ore 9:30 circa. Salgo una delle due rampe di scale che portano al CUP di Modena, il centro unico di prenotazione per le visite mediche. Devo prenotarne due, e chiedere un’altra informazione.

Visita podologia (il mio piede destro va allegramente per i fatti suoi, urtando spigoli e gambe di sedie) e visita allergologica (sospetta allergia alla polvere). Ultima informazione da chiedere: come posso togliere i punti che ho sul braccio? Il medico che all’ospedale di Rovereto mi ha rimosso un piccolo neo martedì 6 settembre mi ha detto che posso rivolgermi anche al mio medico di base. Ma io sono a Modena ora, impegnato a studiare per un paio di esami, da chi devo andare?

Entro quindi dalla porta automatica e noto subito l’aggeggio rosso che dispensa i bigliettini, come alla COOP: sono in fila con il numero 745, ricordatelo bene. C’è un sacco di gente e ben poche sedie su cui accomodarsi e attendere il proprio turno: stiamo ancora al 702, bisogna mettersi, per quando si può, comodi.

Osservo allora il sistema degli sportelli. Ognuno dei sette sportelli ha il proprio numero, esattamente come alle poste, con la semplificazione che non ci sono le tre tipologie di ricevimento: tu hai un numero, e il primo sportello che si libera e lo chiama, è tuo.

Il tabellone. No, chiamarlo così è un po’ troppo: una sorta di scatola bassa e larga, a pianta quadrata, appesa poco lontano dal dispenser dei numeri, dà, sui quattro lati, l’ultimo numero chiamato, e il relativo sportello. Noto anche cosa succede se due sportelli si liberano nello stesso momento: due numeri vengono chiamati in rapida successione. Se non sei svelto, rischi di non beccare il tuo numero al volo, e lo devi cercare tra i display sugli sportelli. Vedo molte signore di una certa età e immagino che con questo sistema possano avere qualche difficoltà.

Ma il bello arriva ora: sono al telefono con mamma, tanto, penso, ho 15 numeri davanti…e 11 numeri vanno via in due minuti. Allora, metto giù la chiamata, e in rapidissima serie: 742-743-744-745-746! Con il relativo sportello accanto, naturalmente. Riesco appena a vedere il mio e memorizzo velocemente: sportello 8.

Già mi suona strano, comunque mi dirigo verso gli sportelli più lontani e cosa vedo? Gli sportelli si fermano al numero 7. Dopo c’è un corridoio, e divide i primi sette da un’altra serie di sportelli: le tendine però sono calate, e allo sportello numero otto, che espone in alto il numero 745, non c’è nessun impiegato ad aspettarmi.

Chiaro, ci dev’essere un qualche errore, guardo nel suddetto corridoio a vedere se in effetti gli uffici si snodino anche lì, ma niente. E infatti mi sembrava strano di aver atteso per una cinquantina di chiamate e di non averne vista neanche una che andasse oltre lo sportello numero 7.

Vedo allora che l’impiegata che sta allo sportello numero quattro non sta servendo nessuno…chiedo a lei? Non sto rubando il posto a nessuno, insomma, il mio turno era oramai due numeri fa!

Lei mi dice però che ha appena chiuso (ho dietro di me una fila lunga uguale a quella che ho trovato arrivando tre quarti d’ora fa!) e che mi devo “far recuperare”. Prego? Per fortuna mi viene in aiuto il collega dello sportello accanto, che mi dice di avvicinarmi, ci penserà lui a me.

“Bene, salve, dovrei prenotare due visite, una allergologica e una da un podologo”. Che bello poter parlare così, sicuro che capiscano di cosa parli, e poi, insomma, è scritto sulla ricetta, è il loro linguaggio. Il signore fatica però a capirmi, ma non per il lessico, proprio per il rumore. C’è molta gente come ho già detto, ma l’attrezzatura non aiuta: classico vetro con buco tondo e vetro circolare “parasputi” davanti ad esso, naturalmente abbinato ad un sistema di microfoni.

Il sistema degli sportelli alle stazioni FS non sempre è all’altezza del compito, ma almeno lì possiamo trovare dei bei microfoni neri ben fissati al vetro e un altoparlante sia per l’impiegato che per il viaggiatore, per comunicare in modo ottimale. Qua il microfono c’è, ma…è minuscolo ed è appiccicato al vetro con dello scotch. Da questo si dipana un cavetto nero che va in una scatolina, che noto avere dei buchetti per un altoparlante: infatti mi sembrava di non sentire proprio il signore impiegato, perché il volume nelle possibilità della povera scatolina è molto basso. Lo sportello accanto ha il microfono appeso per il filo ad un appendino per presine da cucina, in metallo.

Ripeto quindi le mie richieste, visita podologia, visita allergologica. Ma podologia pare non esistere, al massimo devi andare da un ortopedico. Su questo sono preparato, la dottoressa mi disse chiaramente di evitare l’ortopedico e di chiedere uno specialista del piede, che si chiama per l’appunto podologo. Ma non esiste, per cui mi viene proposta “chirurgia del piede” e qualora volessi un appuntamento, andrebbero via comunque due anni. Due anni!

Torno ad insistere su podologia, c’è scritto sulla ricetta, insomma, non me lo sto inventando, caro impiegato dietro al vetro. Mi dice quindi di andare nel primo corridoio dietro a sinistra, mostrarla ai medici e chiedere cosa fare o comunque chiedere di cosa si tratta. Quando lo lascio raggiungo il corridoio: è vuoto, le porte sono chiuse e anonime, la sala d’aspetto è vuota, una signora chiede dove sia un reparto ad un medico che non sa dirle nemmeno se questo esista o meno…penso subito alla casa che rende folli.

Il clou è la rimozione dei tre punticini sul braccio: dopo una lunga consultazione tra colleghi mi sento dire “prova al pronto soccorso, ma spiega bene la tua situazione”. Come se fossi in una situazione imbarazzante e assurda: “Sa, ho fatto sesso con una capra, ma ora lei non mi ama più, come devo fare?”. In alternativa mi viene proposta la prenotazione di una visita chirurgica, ma toglierei questi punti soltanto un mese dopo.

Almeno ho imparato che studiando fuori sede dovrei avere un medico di base convenzionato. Mi chiedo quanti ragazzi come me lo sappiano.

Niente di fatto quindi in una mattinata intera spesa dietro a questi uffici e a queste scartoffie. I punti me li ha tolti la guardia medica, ma se la situazione burocratica e il sistema di uffici rimarrà a lungo così, è logico e giusto non sentirsi al centro dell’attenzione del nostro Stato.