Il nostro amico Foedericus ci segnala un interessantissimo editoriale di Philippe Daverio, apparso sulla rivista “Artedossier“, nell’edizione di gennaio 2011. Da “Italia” a “questo Paese”, perché bisogna salvare la prima, da chi bisogna salvarla e chi lo deve fare.

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Numero 273, gennaio 2011

EDITORIALE di Philippe Daverio

Questo Paese… curioso modo di dire che viene usato dalla maggioranza schiacciante dei politici italiani, bipartisan, destra-sinistra-centro-sotto-sopra, quando parlano di casa loro. Curioso “modus dicendi”, centocinquant’anni dopo l’Unità d’Italia. Curiosissimo atteggiamento linguistico che sembra celare un fremito di pudore in personalità che tutto fanno nel tempo rimanente per apparire spudorate. 150 anni fa la penisola veniva appellata Italia, 100 anni fa veniva “gridata” Patria, 50 anni fa veniva concepita Nazione.  I genetliaci mutano innegabilmente i destini ontologici. Oggi l’Italia, la Nazione, cioè la Patria, viene chiamata “Questo Paese”. Va afferrata con le pinzette o con il mignolo sollevato? Va guardata con il distacco delle menti superiori?
È evidente che la dicitura “Questo Paese” pone il dichiarante fuori dalla questione esattamente come l’analista rimane fuori dalla provetta. È altrettanto chiaro, lo spiegano tutte le teorie della semantica, che l’unico modo per definire un oggetto non identificabile o dai contorni concettuali troppo confusi consiste nell’indicarlo non in base alla funzione, al carattere, al colore, al calore, alla materia che lo compone, ma semplicemente additandolo con il segnale “questo”.
Nacque la cosa un secolo e mezzo fa sulla scia dell’entusiasmo d’una scarna e determinata élite che s’era forgiata in una lunga e autentica guerra civile, dalla quale era uscita convinta e vittoriosa, capace di plasmare una generazione nuova pronta a tuffarsi nel turbinio della storia. Nacque lo Stato nuovo un po’ per energia e un po’ per caso, un po’ per bulimia d’un giovane monarca sabaudo che mai più si sarebbe aspettato una simile e grandiosa scorpacciata, un po’ per la sfortuna che sempre accompagnò il sogno repubblicano dei mazziniani. Dovette molto alla temeraria impresa di Garibaldi, senza la quale gli Stati preesistenti avrebbero trovato forme ben più diplomatiche di aggregazione. E così successe che prima Torino, poi Firenze e infine Roma ne diventassero le capitali.
Ma la burocrazia sardo-prealpina dei savoiardi era troppo fragile per sostituirsi ai sette Stati ben più gloriosi che l’avevano preceduta nell’amministrare un patrimonio colossale e una eredità culturale fra le più ricche e complicate del mondo conosciuto. Che cos’era la Torino delle “madamin” di fronte alla mistica bizantina della Serenissima di Venezia?  Era mai la Porta Palatina, certamente bella e romana, paragonabile alle antichità della Campania e della Sicilia o al museo che già da un secolo, e primo in Europa, celebrava le collezioni dei Farnese e dei Borbone, gli scavi di Ercolano e di Pompei? Cosa poteva insegnare palazzo Madama, per quanto inventato da Juvarra, ai Pitti o agli Uffizi di Firenze? Sarebbe stato come paragonare l’antipapa Felice V, al secolo Amedeo VIII il Comico, al suo contemporaneo Cosimo il Vecchio, o il castello di Racconigi con il Quirinale e Stupinigi con la reggia di Caserta. L’Italia Unita e sabauda non era in grado di recepire l’eredità colossale che si era trovata ad accorpare, non era forse in grado neppure di concepirla. Certo non fu in grado di custodirla se, già pochi anni dopo, il più clamoroso ritrovamento mai avvenuto di argenterie greco-latine fu trafugato a Parigi e venduto ai Rothschild per finire, fortunatamente, nelle sale del Louvre. Il ritrovamento era avvenuto in un luogo magico delle terre da caccia borboniche, Boscoreale. Boscoreale oggi è una discarica.
Pompei è una catastrofe biblica che evapora e si sgretola inesorabilmente sotto gli occhi del mondo civilizzato. Le rive del Brenta, una volta la più elegante passeggiata barcaiola della Terra, fra ville e chiese, si configurano oggi come disastro estetico. Le campagne di Brianza, quelle del Manzoni e dei suoi Promessi sposi, sono diventate una perversione ecologica. Il Belpaese è stato lordato, avvilito, massacrato. Le cascine che avevano retto i secoli stanno oggi crollando mentre crescono loro attorno palazzine meste e sgrammaticate.
È vero che l’Italia era povera ed è vero che la Nazione recente s’è fatta più ricca, e vero ch’era bella e s’è fatta oggi brutta. Ma è certo ormai che “Questo Paese” non ce la farà a invertire la tendenza o, meglio ancora, a portare la dialettica alla sua sintesi combinando ricchezza e bellezza.
Gli italiani non ce la possono fare a salvare “Questo Paese”, troppo lo disprezzano, troppo lo utilizzano come una fattore geografico inesauribile da sfruttare. Troppo lo considerano al pari d’una eredità naturale e fortunata, esattamente come il sole estivo in spiaggia. Solo che la spiaggia nel frattempo s’è affollata di ombrelloni, di radioline e di cartacce mentre l’orizzonte della duna soffre delle vicine palazzine. E il sole stesso probabilmente sta perdendo, per il buco nell’ozono, le sue virtù benefiche.
Gli italiani non vogliono salvare “Questo Paese”.
Ed è difficile sostenere che Pompei sia degli italiani. Non studiano forse molto di più il latino i tedeschi e i francesi? Non affrontano con maggiore passione la storia romana alcuni ricercatori di Yale o di Oxford? Pompei appartiene all’Occidente tutto. È solo occupata temporaneamente dallo Stato italiano. Andrebbe liberata, come si tentò di dare libertà al Kossovo. La civiltà d’Occidente deve chiedere che Pompei passi sotto la protezione dei Caschi blu dell’Onu. Come deve chiedere che l’enorme reggia costituita dal Palazzo ducale di Mantova torni, dopo il saccheggio del 1630, a essere, nella sua enorme complessità, luogo di aggregazione e di cultura.
Siamo poveri. Ormai. Così dice il ministro dei danari alla dama di fiori. Siamo poveri perché c’è la crisi. E i tempo di crisi, dice il ministro, «carmina non dant panem», figuriamoci se possono dare companatico gli scavi archeologici. «Erst kommt da Fressen, dann kommt die Moral», fa cantare Bertolt Brecht nell’Opera da tre soldi: prima rimpinzarsi la trippa e poi la morale. Oggi non ci sono soldi: noi spendiamo 2 miliardi di euro/anno per affari culturali mentre i tedeschi ne spendono 8 e i francesi addirittura 8,5. Non è vero. In Germania la spesa si distribuisce tutta sui Länder e lo Stato federale si occupa d’una sola Kunsthalle a Bonn. In Francia la spesa è accentrata attorno al sistema virtuoso della Réunion des Musées Nationaux. In Italia il Ministero spende 2 miliardi di euro, le fondazioni bancarie un altro miliardo e mezzo, gli assessorati degli enti territoriali un bel altro 3 miliardi. Quindi i danari ci sono, è la capacità di spenderli con intelligenza che manca. Il Ministero detto Mibac da anni non ha più bandito concorsi per assumere energie nuove. E negli ultimi anni ha perso per pensionamento personalità di primo rango come Antonio Paolucci e Nicola Spinosa, mentre ora sta per pensionare Martines. Ha tolto a Strinati la direzione dei musei romani. I nuovi avrebbero, qualora ci fossero, bisogno di tempi lunghi per raggiungere una competenza dove il sapere e il saper fare si devono necessariamente combinare attraverso la prassi. Il futuro si prevede come circo massimo del pressapochismo arrogante. I privati hanno inizialmente addentato il bene pubblico come un prosciutto da affettare, essendo la “res publica” considerata “res nullius”. Il crollo definitivo di ogni palestra di gladiatori appare inevitabile.
Per questo motivo reputo, reputiamo in molti ormai, che il formidabile patrimonio che l’Italia si trova inavvertitamente a custodire debba essere salvato da chi, nel mondo intero, vi trova una parte sostanziale delle proprie radici. SAVE ITALY è un appello che lanciamo agli uomini di buona volontà nell’ottica più cosmopolita che si voglia immaginare.
Sì, “Questo Paese” fa rabbrividire. L’Italia non ancora. L’Italia va salvata da “Questo Paese”.

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