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Vi proponiamo oggi una riflessione sulle regole, il loro rispetto. È un punto di vista, e per fortuna non l’unico, sulle ultime vicende che etichettiamo come causate unicamente dalla crisi: contribuenti che minacciano impiegati di Equitalia, o che si tolgono la vita per debiti. La crisi.

Si esce dalla crisi con rigore e regole, cercando di riportare tutti coloro che sono fuori della legalità nel campo del rispetto delle leggi: questo vale per tutti e purtroppo sono spesso i più deboli a pagare il prezzo maggiore. Succede però che molti siano causa del loro danno: spesso le cartelle esattoriali più pesanti sono gravate dal calcolo delle more su tasse e multe non pagate.

Buona lettura, questo è un articolo di Stefano Menchini, direttore di Europa.

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IL PAESE CHE NON VUOLE CAMBIARE

Umana pietà e dolore per le persone che decidono di non farcela più, che si uccidono – poche o tante non conta – strangolate dalla crisi.
Solidarietà e comprensione ai contribuenti che sbiancano davanti a cartelle esattoriali che li mettono di fronte ai loro debiti, moltiplicati e improvvisamente drammatici. Sono stato uno di loro, per il vizietto di non pagare le multe stradali.
Diciamo però la verità sul dilagante fenomeno di ripulsa, di rivolta, di rabbia contro Equitalia, Agenzia delle entrate e chiunque si faccia emblema di un rigore fiscale finora sconosciuto.
Può darsi che Monti e Befera possano trovare formule di diluizione del carico, ma il paese che si ribella contro di loro in ogni modo, compresa la violenza, è sostanzialmente un paese che si rifiuta di entrare in un sistema di regole e di legalità.
Per decenni la politica s’è data da fare per garantire protezione ai singoli e alle categorie. La flessibilità fiscale era parte del patto non scritto della Prima repubblica ed è diventata emblema della Seconda, marcata da condoni e berlusconismi. Tanto, benevolenza, maglie larghe, e mancati controlli (da cui il mio vizio, premiato, di non pagare le multe) finivano a carico della collettività, come indebitamento e come pressione fiscale esagerata: una denuncia che è diventata tormentone dei riformisti.
Ora, dopo appena sei mesi di inversione di marcia, rigore e legalità appaiono insopportabili, insostenibili a causa della crisi. Partiti e teorici del laissez faire ripropongono lesti l’ideologia dello stato esattore oppressore. Piccoli, medi e grandi, tutti scoprono l’ingiustizia di dover rispettare (con la mora, purtroppo) regole mai rispettate.
Dietro il velo doloroso dei suicidi si costruisce la rivincita dell’Italia dei furbi, travestita perfino da antagonismo sociale. E si chiude la finestra, anzi lo spiraglio, che miracolosamente si stava aprendo verso un paese civile e normale.

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Proprio così, questa non è un’invocazione disperata di qualche comune cittadino ad un supereroe dei fumetti, bensì l’invito lanciato da Mario Monti, ex commissario europeo per la Concorrenza sino al 2004, sul Financial Times di Venerdì 29 settembre 2011.

Ma cosa ha spinto Monti a lanciare un così accorato appello al popolo tedesco?

L’invito, forse più una sorta di ordine o direttiva camuffati da invito, è stato espresso in merito alla débâcle economica che da mesi sta travolgendo il Vecchio continente e che rischia di far naufragare il sogno dell’Europa unita; nella Germania, quindi, viene riconosciuta la potenza economica che può maggiormente garantire serietà e stabilità ad un progetto che rischia di collassare da un momento all’altro.

Proprio il 29 settembre il Bundestag, la camera bassa del Parlamento tedesco, ha approvato l’ampliamento del fondo salva-stati con una sorprendente maggioranza: su 620 deputati federali hanno votato sì in 523 (considerato che l’attuale maggioranza di Governo di Angela Merkel conta una maggioranza di 315 deputati); un risultato non da poco, numeri che, in Italia, sono difficilmente raggiungibili … specie se si tiene conto che tra i voti favorevoli enumerati compaiono, oltre alla formazione di Governo attualmente costituita da CDU (Christlich Demokratische Union Deutschlands, partito cristiano-cattolico, da cui “proviene”Angela Merkel), CSU (Christlich-Soziale Union in Bayern e. V., partito cristiano conservatore bavarese) e  FDP (Freie Demokratische Partei, partito dei liberali), hanno dato il proprio voto favorevole altri partiti al di fuori della coalizione di maggioranza, come SPD (Sozialdemokratische Partei Deutschlands, partito socialdemocratico) e Grüne (Bündnis 90/Die Grünen, partito dei Verdi tedesco).

Per il no, oltre ad una quindicina tra liberali e democristiani, i radicali della LINKE, partito populista ed antioccidentale.

La Germania sposa quindi la causa Europa e mette sul piatto un ampliamento del Fesf (Fonds européen de stabilité financière o per preferirlo al “più internazionale” inglese Efsf: European Financial Stability Facility) a 440 miliardi di euro, 211 dei quali sarà la stessa a metterli di tasca propria! Una causa nobile, la salvaguardia dell’Unione Europea e di conseguenza dell’euro, finanziata da una coesione che, ancora una volta, lo stato Mitteleuropeo più “pesante” a livello internazionale  ha saputo mostrare al mondo intero; sì, perché l’ottima nuova tedesca incrociandosi con una nuova giungente da New York secondo cui il Pil (Prodotto interno lordo, ndr) USA sarebbe salito dell’1,3% nel secondo trimestre, potendo aspirare ad un 2% entro la fine di quest’anno, e le richieste per sussidi di disoccupazione sarebbero calate per un numero pari a circa 37mila unità (attestandosi ora a livello 391mila) hanno fatto volare le borse, facendo tirare un sospiro di sollievo in questo clima anche troppo nero.

Questo il quadro ai giorni nostri; ora la realtà, la quotidianità: dobbiamo avere paura della Germania? Molti articoli di giornale nei mesi scorsi riportarono il timore di vedere l’Unione Europea trasformarsi in una grande confederazione germanica dato che, non differendo la situazione di molto da ora, era prevalentemente la Germania a dettare le linee guida per mantenersi saldamente in piedi in questo periodo di crisi e per cercare di non far tracollare l’euro. Parecchi videro questa mossa come una sorta di colpo di mano da parte di “Angie”, così come qualcuno sembri vezzeggiarla, alle convenzioni direttivistiche dell’Unione; quanto dimostrato in questi mesi dalla Bundeskanzlerin (cancelliera federale; bund- in tedesco può essere adottato come prefisso dal significato di “federale”, originato da una radice che indica il senso d’insieme, ndr) è la pura realizzazione del sogno Europa: vedere finalmente una Comunità attiva, viva, vera e soprattutto funzionante!

Sarò credibilmente di parte in quanto sto per scrivere ma ritengo che a fine ragionamento si potrà raggiungere un comune punto d’arrivo.

La Germania è uno Stato cui non piace ridere, scherzare e giochicchiare troppo a lungo; all’inizio bene, per rompere il ghiaccio o per avviare la macchina che bisogna far muovere, successivamente esige serietà. Questo Merkmal (tratto distintivo, ndr) è eredità di oltre un secolo di traversie per cui lo Stato tedesco è passato: la sua storia è senza ombra di dubbio molto antica ma per la nostra analisi accontentiamoci di partire dalla data cardine del 1871, anno in cui la “Germania” (tra virgolette, poiché parlare propriamente di Germania sarebbe incorretto nonché anacronistico) viene unificata come moderno stato nazionale col nome di Deutsches Kaiserreich (impero tedesco,conosciuto col nome di Secondo Reich, ndr) –volendo ben notare, lo stesso anno coincide con una ricorrenza della nostra storia nazionale: nel 1871 infatti la capitale del giovane Regno sabaudo viene ufficialmente spostata da Firenze a Roma come conseguenza della Breccia di Porta Pia, avvenuta appena una anno avanti–.

Sotto la guida attenta dei Kaiser guglielmini e del celeberrimo Reichskanzler Otto von Bismarck il Reich vide fiorire la propria economia ed incrementare il proprio peso politico sulla scena internazionale, prima europea e successivamente mondiale.

La stabilità inizia a terminare con l’abbandono della scena politica da parte di Bismarck e  terminerà nel 1918 alla fine della Grande guerra, quando Wilhelm II sarà costretto ad abdicare a causa della rivoluzione di quell’anno. La prima guerra mondiale presenta sulla scena uno Stato che si sente molto sicuro di se, tanto da dichiarare guerra all’Europa (anche se, ovviamente, il primo a dichiarare guerra fu l’Impero austro-ungarico). Ne esce provato lo sconfitto Reich, così segnato da, appunto, dissolversi sull’onda di moti popolari e lasciare spazio alla Weimarer Republik (repubblica di Weimar, ndr); una Repubblica che nasce già con gravi problemi d’affrontare: ingenti riparazioni di guerra, condizioni di pace insostenibili, svalutazione del Marco … una crisi che precede quella del Ventinove; senza contare ovviamente l’avvilimento morale nel vedere le celeberrime Alsazia e Lorena cedute alla rivale Francia. A qualche anno dalla conclusione della guerra ci si rende conto che le condizioni alle quali è stata sottoposto lo sconfitto Reich sono realmente insostenibili e vengono dunque allentante, generando un vero e proprio boom economico tedesco. Tutto sembra andare meglio di prima, finalmente si può riprendere a camminare –i Tedeschi non si danno mai per vinti!

Nel frattempo comincia a nascere ed a propagarsi un movimento politico-sociale chiamato NSDAP (Nationalsozialistische Deutsche Arbeiterpartei, partito nazionalsocialista tedesco dei lavoratori, meglio conosciuto in seguito come partito nazista, ndr) guidato da un certo austriaco di nome Adolf Hitler: egli aveva compreso a pieno i sogni dei tedeschi e voleva aiutarli a realizzarli (un po’ un consulente dell’epoca, quelli che oggi nelle pubblicità assicurano di realizzare i nostri desideri più disparati) … peccato avesse degli interessi secondarii e delle idee non molto tranquille che gli balenassero per la testa. Ad ogni modo, in pochi anni la Republik diviene nuovamente Reich (questo sì, il Terzo, il famoso di cui ancora oggi si parla molto) e, contro il divieto imposto, forma nuovamente un esercito, un’aviazione ed una marina efficienti: i Tedeschi sono tornati e sono pronti a reclamare il loro Lebensraum (spazio vitale, ndr) mostrando al mondo la purezza della loro vera razza; chiaramente tutte idee derivanti da Hitler, oramai divenuto Führer (condottiero, guida, l’equivalente italiano di duce, ndr).

Ci siamo, una nuova guerra, questa volta totale: la Germania si sente nettamente superiore al resto d’Europa ed ancora prima della guerra compie annessioni ed invasioni di territorio cui nessuno Stato osi contrapporsi se non in minima parte l’Italia mussoliniana tentando di moderare la politica espansionistica dell’alleato.

Tutti i fronti sono aperti, l’Europa è dilaniata per sei anni da un conflitto che era stato definito Blitzkrieg (guerra-lampo, ndr) ed i Tedeschi resistono, così come faranno gli inglesi –di cui però non ci occuperemo ora–, tengono duro fino all’ultimo; ma la fine del conflitto è peggiore di quanto avessero mai potuto sognare: Berlino, la loro amata Berlin è devastata ed occupata, rasa al suolo. Per timori, lo stato viene diviso in quattro settori di controllo alleato, lo stesso vale per la capitale.

Questa soluzione porterà alle “due Germanie”, il blocco orientale, la DDR (Deutsche Demokratische Republik, repubblica democratica tedesca, ndr) a controllo russo più il settore, sempre orientale di Berlino; il blocco occidentale, la BRD (Bundesrepublik Deutschland, repubblica federale di Germania, dicitura più aderente al termine originale, ndr) più il restante settore di Berlino … una situazione avvilente: uno stesso popolo separato fino ad essere praticamente impossibilitato a comunicare da una parte all’altra del confine geografico e reale tracciato.

Tutto cambia una notte, come tante altre … no, la storia agli uomini dà sempre un senso di vertigine, definire “una notte come le altre” quella notte di ottobre del 1989 in cui Wessis ed Ossis (vezzeggiativi con cui vengono vicendevolmente chiamati “quelli dell’ovest” e “quelli dell’est”, ndr) si abbracciarono, cantarono, piansero e picconarono assieme quel maledetto muro che per quasi trent’anni li aveva divisi gli uni dagli altri.

Ed il loro spirito? Sarà morto, sepolto, disintegrato dalle deturpazioni apportate dagli occupanti. NO! Sono ancora carichi, pieni di spirito e di vitalità: in meno di due anni si preparano per riportarsi in carreggiata come stato unitario e nel 1991 si ripresentano al mondo come Tedeschi della Bundesrepublik Deutschland, non che la parte occidentale abbia assorbito l’orientale, il nome è lo stesso di prima ma è nuovo nella forma ed in quanto rappresenta.

E dopo vent’anni di cammino eccoli, quei Tedeschi separati e divisi a guidare l’economia europea, a fare da traino, da motrice, da cuore pulsante di un progetto che hanno voluto abbracciare accantonando vecchie idee di grandezza e mettendosi semplicemente al servizio di una grande causa comune, una causa chiamata Europa.

Uno Stato che abbia vissuto traversie simili non è difficile da trovare … ma uno che si sia ripreso così tante volte e sempre con la stessa se non ancora più rinnovata energia? Un popolo che abbia voluto continuare, portare avanti il proprio progetto di Unità nazionale in maniera così determinata è da ammirare ed apprezzare, non temere.

Per questo dico che non v’è nulla di male se è sovente la Germania a prendere iniziative a livello europeo; l’Europa unita e funzionale è un obiettivo da raggiungere: la Germania cerca di dare a questo processo il miglior sviluppo nel minor tempo possibile, evitando ad ogni modo qualsiasi forma di errore, falla od incrinatura si possa presentare lungo il cammino.

La Germania crede nell’Europa, vorrebbe semplicemente vedere che gli organi e gli uffici che formano l’assetto amministrativo della Comunità funzionino realmente e siano riconosciuti da ogni Stato e sentiti da ogni cittadino europeo.

Oramai i Tedeschi hanno abbandonato la parte del leone insonne, agiscono quando necessario a spronare gli animi; e quando si mettono in gioco sono capaci di risultati sensazionali!

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Post scriptum: Spero che l’inserimento dei termini in tedesco non abbia appesantito la lettura del testo; se così è stato, sono dispiaciuto ma non era mia intenzione. L’intento era quello di portare a conoscenza un pubblico il più possibile vasto di termini e modo di pensare (ogni termine di qualsiasi lingua cela sempre una percentuale della mentalità della stessa) della società tedesca.

Vorrei precisare inoltre che tedesco come aggettivo sottintende [di Germania], per gli altri Stati che parlino il tedesco, qui sostantivo ad indicare la lingua, esistono i relativi aggettivi nazionali!

Germania: tedesco

Austria: austriaco

Svizzera: svizzero

Liechtenstein: del Liechtenstein / Liechtensteinense*

*Dicitura tratta da Rete di eccellenza dell’italiano istituzionale Quinta giornata REI – Roma, 16 giugno 2008

Si rincorrono sui giornali e i telegiornali le notizie del disastro economico e finanziario dell’Europa e degli Stati Uniti. Si parla di spread, downgrading, agenzie di rating, titoli che perdono e mercato impazzito. Termini che per la maggior parte delle persone non vogliono dire nulla, perchè sconosciuti. E nessuno che spieghi, in tv per esempio, cosa accade. Viviamo nell’ignoranza. Sappiamo e comprendiamo (poco) solo quelle piccole gocce di notizie che ci arrivano dal rubinetto chiuso dell’informazione agostana italiana. Il resto è buio. Qualcuno mi spiega perchè l’informazione deve andare in vacanza a giugno e tornare a settembre, come la scuola? Miracoli di Raiset.

Londra brucia. E non è il titolo della canzone dei Negramaro, brucia davvero. Il Big Beng è illuminato da riverberi rossi, le fiamme divorano auto, negozi, strade. Guerra civile, affrontata da Cameron con il cosiddetto pugno di ferro, che dovrebbe essere rigore e legalità, ma in realtà vuol dire mano pesante e già alcuni morti. Tra i riots ci sono delinquenti comuni che approfittano del caos per fare razzia di qualunque cosa e depredare i negozi? Certo. Si può ridurre tutto a questi dementi criminali? No. La rivolta londinese è figlia della crisi che stritola i più poveri, delle misure del governo britannico che, per certi versi simili a quelle del governo nostrano, tagliano welfare, gli aiuti a chi ne ha bisogno. E i ricchi ingrassano, mentre chi ha poco avrà ancora di meno. E allora, la rivolta. Nel Maghreb è stato per il pane. E’ così anche qui. Quale sarà il prossimo Paese contagiato dal vento di rivolta?

Forse l’Italia (anche se le speranze sono scarse), dove si fanno tavoli e incontri e discussioni e riunioni straordinarie e non si arriva a nulla. Alla fine, cosa esce da queste chiacchierate tra “governo” e “parti sociali”? Nulla. Mai nulla. Un nulla che divora tutto. Discutono, parlano, cercano punti d’incontro, analizzano la situazione. E non fanno mai nulla. E le cose peggiorano.

Intanto arrivano i barconi carichi di rifugiati. Il mare è disseminato dei corpi di quelli che non ce l’hanno fatta ad arrivare fino a noi. La Somalia muore. E noi siamo indifferenti. Guardiamo le immagini mentre mangiamo, ci scandalizziamo per due minuti e ricominciamo a mangiare. Ci dimentichiamo quello che abbiamo visto in un secondo. Miracoli dei nuovi media.

Non so quale sarà il mio (il nostro) posto nel mondo. Ma di sicuro questo mondo sta impazzendo. Bisogna fermarsi un attimo, guardarsi intorno e ripartire. Con un cervello nuovo, con idee nuove. Prima che sia troppo tardi.

Il nostro amico Foedericus ci segnala un interessantissimo editoriale di Philippe Daverio, apparso sulla rivista “Artedossier“, nell’edizione di gennaio 2011. Da “Italia” a “questo Paese”, perché bisogna salvare la prima, da chi bisogna salvarla e chi lo deve fare.

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Numero 273, gennaio 2011

EDITORIALE di Philippe Daverio

Questo Paese… curioso modo di dire che viene usato dalla maggioranza schiacciante dei politici italiani, bipartisan, destra-sinistra-centro-sotto-sopra, quando parlano di casa loro. Curioso “modus dicendi”, centocinquant’anni dopo l’Unità d’Italia. Curiosissimo atteggiamento linguistico che sembra celare un fremito di pudore in personalità che tutto fanno nel tempo rimanente per apparire spudorate. 150 anni fa la penisola veniva appellata Italia, 100 anni fa veniva “gridata” Patria, 50 anni fa veniva concepita Nazione.  I genetliaci mutano innegabilmente i destini ontologici. Oggi l’Italia, la Nazione, cioè la Patria, viene chiamata “Questo Paese”. Va afferrata con le pinzette o con il mignolo sollevato? Va guardata con il distacco delle menti superiori?
È evidente che la dicitura “Questo Paese” pone il dichiarante fuori dalla questione esattamente come l’analista rimane fuori dalla provetta. È altrettanto chiaro, lo spiegano tutte le teorie della semantica, che l’unico modo per definire un oggetto non identificabile o dai contorni concettuali troppo confusi consiste nell’indicarlo non in base alla funzione, al carattere, al colore, al calore, alla materia che lo compone, ma semplicemente additandolo con il segnale “questo”.
Nacque la cosa un secolo e mezzo fa sulla scia dell’entusiasmo d’una scarna e determinata élite che s’era forgiata in una lunga e autentica guerra civile, dalla quale era uscita convinta e vittoriosa, capace di plasmare una generazione nuova pronta a tuffarsi nel turbinio della storia. Nacque lo Stato nuovo un po’ per energia e un po’ per caso, un po’ per bulimia d’un giovane monarca sabaudo che mai più si sarebbe aspettato una simile e grandiosa scorpacciata, un po’ per la sfortuna che sempre accompagnò il sogno repubblicano dei mazziniani. Dovette molto alla temeraria impresa di Garibaldi, senza la quale gli Stati preesistenti avrebbero trovato forme ben più diplomatiche di aggregazione. E così successe che prima Torino, poi Firenze e infine Roma ne diventassero le capitali.
Ma la burocrazia sardo-prealpina dei savoiardi era troppo fragile per sostituirsi ai sette Stati ben più gloriosi che l’avevano preceduta nell’amministrare un patrimonio colossale e una eredità culturale fra le più ricche e complicate del mondo conosciuto. Che cos’era la Torino delle “madamin” di fronte alla mistica bizantina della Serenissima di Venezia?  Era mai la Porta Palatina, certamente bella e romana, paragonabile alle antichità della Campania e della Sicilia o al museo che già da un secolo, e primo in Europa, celebrava le collezioni dei Farnese e dei Borbone, gli scavi di Ercolano e di Pompei? Cosa poteva insegnare palazzo Madama, per quanto inventato da Juvarra, ai Pitti o agli Uffizi di Firenze? Sarebbe stato come paragonare l’antipapa Felice V, al secolo Amedeo VIII il Comico, al suo contemporaneo Cosimo il Vecchio, o il castello di Racconigi con il Quirinale e Stupinigi con la reggia di Caserta. L’Italia Unita e sabauda non era in grado di recepire l’eredità colossale che si era trovata ad accorpare, non era forse in grado neppure di concepirla. Certo non fu in grado di custodirla se, già pochi anni dopo, il più clamoroso ritrovamento mai avvenuto di argenterie greco-latine fu trafugato a Parigi e venduto ai Rothschild per finire, fortunatamente, nelle sale del Louvre. Il ritrovamento era avvenuto in un luogo magico delle terre da caccia borboniche, Boscoreale. Boscoreale oggi è una discarica.
Pompei è una catastrofe biblica che evapora e si sgretola inesorabilmente sotto gli occhi del mondo civilizzato. Le rive del Brenta, una volta la più elegante passeggiata barcaiola della Terra, fra ville e chiese, si configurano oggi come disastro estetico. Le campagne di Brianza, quelle del Manzoni e dei suoi Promessi sposi, sono diventate una perversione ecologica. Il Belpaese è stato lordato, avvilito, massacrato. Le cascine che avevano retto i secoli stanno oggi crollando mentre crescono loro attorno palazzine meste e sgrammaticate.
È vero che l’Italia era povera ed è vero che la Nazione recente s’è fatta più ricca, e vero ch’era bella e s’è fatta oggi brutta. Ma è certo ormai che “Questo Paese” non ce la farà a invertire la tendenza o, meglio ancora, a portare la dialettica alla sua sintesi combinando ricchezza e bellezza.
Gli italiani non ce la possono fare a salvare “Questo Paese”, troppo lo disprezzano, troppo lo utilizzano come una fattore geografico inesauribile da sfruttare. Troppo lo considerano al pari d’una eredità naturale e fortunata, esattamente come il sole estivo in spiaggia. Solo che la spiaggia nel frattempo s’è affollata di ombrelloni, di radioline e di cartacce mentre l’orizzonte della duna soffre delle vicine palazzine. E il sole stesso probabilmente sta perdendo, per il buco nell’ozono, le sue virtù benefiche.
Gli italiani non vogliono salvare “Questo Paese”.
Ed è difficile sostenere che Pompei sia degli italiani. Non studiano forse molto di più il latino i tedeschi e i francesi? Non affrontano con maggiore passione la storia romana alcuni ricercatori di Yale o di Oxford? Pompei appartiene all’Occidente tutto. È solo occupata temporaneamente dallo Stato italiano. Andrebbe liberata, come si tentò di dare libertà al Kossovo. La civiltà d’Occidente deve chiedere che Pompei passi sotto la protezione dei Caschi blu dell’Onu. Come deve chiedere che l’enorme reggia costituita dal Palazzo ducale di Mantova torni, dopo il saccheggio del 1630, a essere, nella sua enorme complessità, luogo di aggregazione e di cultura.
Siamo poveri. Ormai. Così dice il ministro dei danari alla dama di fiori. Siamo poveri perché c’è la crisi. E i tempo di crisi, dice il ministro, «carmina non dant panem», figuriamoci se possono dare companatico gli scavi archeologici. «Erst kommt da Fressen, dann kommt die Moral», fa cantare Bertolt Brecht nell’Opera da tre soldi: prima rimpinzarsi la trippa e poi la morale. Oggi non ci sono soldi: noi spendiamo 2 miliardi di euro/anno per affari culturali mentre i tedeschi ne spendono 8 e i francesi addirittura 8,5. Non è vero. In Germania la spesa si distribuisce tutta sui Länder e lo Stato federale si occupa d’una sola Kunsthalle a Bonn. In Francia la spesa è accentrata attorno al sistema virtuoso della Réunion des Musées Nationaux. In Italia il Ministero spende 2 miliardi di euro, le fondazioni bancarie un altro miliardo e mezzo, gli assessorati degli enti territoriali un bel altro 3 miliardi. Quindi i danari ci sono, è la capacità di spenderli con intelligenza che manca. Il Ministero detto Mibac da anni non ha più bandito concorsi per assumere energie nuove. E negli ultimi anni ha perso per pensionamento personalità di primo rango come Antonio Paolucci e Nicola Spinosa, mentre ora sta per pensionare Martines. Ha tolto a Strinati la direzione dei musei romani. I nuovi avrebbero, qualora ci fossero, bisogno di tempi lunghi per raggiungere una competenza dove il sapere e il saper fare si devono necessariamente combinare attraverso la prassi. Il futuro si prevede come circo massimo del pressapochismo arrogante. I privati hanno inizialmente addentato il bene pubblico come un prosciutto da affettare, essendo la “res publica” considerata “res nullius”. Il crollo definitivo di ogni palestra di gladiatori appare inevitabile.
Per questo motivo reputo, reputiamo in molti ormai, che il formidabile patrimonio che l’Italia si trova inavvertitamente a custodire debba essere salvato da chi, nel mondo intero, vi trova una parte sostanziale delle proprie radici. SAVE ITALY è un appello che lanciamo agli uomini di buona volontà nell’ottica più cosmopolita che si voglia immaginare.
Sì, “Questo Paese” fa rabbrividire. L’Italia non ancora. L’Italia va salvata da “Questo Paese”.

Pubblichiamo oggi un articolo della nostra collaboratrice WhatsernaMe, ispiratole dal recente viaggio in Spagna. Buona lettura!

***

«Y chicas ¿Qué piensen los italianos de España?»

La domanda curiosa è di Rosa Peréz, una ragazza 31enne della Extremadura che 12 anni fa si è trasferita a Siviglia per frequentare l’Università e di conseguenza si è laureata in Filologia e Letteratura spagnola.

Da 5 anni insegna alla Giralda Center, scuola di spagnolo per studenti stranieri; così passeggiando per andare al Mercadillo di Calle Feria, le chiedo se questo lavoro le piace: sorridendomi, mi sbatte in faccia una verità di un fenomeno che sta condizionando parecchio anche l’Italia. «Sono stata fortunata perché, primo sono riuscita a trovare un lavoro, secondo è un lavoro che mi piace.»

Passando per vicoli e vicoletti, giungiamo in Calle Feria, dove ogni giovedì c’è questo mercato delle pulci dove si può trovare di tutto, da libri a specchietti delle macchine, da sedie a vestiti di flamenco. La gente, che secondo molti sarebbe appena uscita da Alcatraz, è spontanea, gentile e per niente arrabbiata con il mondo intero (a differenza degli italiani).

Così, in quest’atmosfera stranissima, continua la conversazione tra me e Rosa: cercando di tirare fuori il mio spagnolo migliore, le dico che gli iberici sono considerati aperti, socievoli e calorosi. Stando a Siviglia le confermo quanto detto, aggiungendo che soprattutto mi ha colpito il rispetto per le persone e la città stessa. La sua faccia è davvero sorpresa (e soddisfatta) e scherzosamente le dico che questa impressione probabilmente è dovuta al sentirsi tutti sudditi di un re.

A causa di un mio pregiudizio (ero convinta che i giovani spagnoli fossero contrari alla monarchia), mi ero preparata a vedere una una smorfia di disgusto, ma invece mi risponde che il re è molto ben visto, in quanto negli anni ‘60 suo padre stipulò con Francisco Franco un accordo nel quale era sancito che alla morte del dittatore, il figlio Juan Carlos andasse al potere.

Dopo una breve pausa di silenzio, a me vantaggiosa per riformare una domanda, le chiedo invece cosa ne pensano gli spagnoli di Zapatero. Stavolta la sua espressione di fa più cupa e scuote la testa: «Beh, Zapatero è stato una sorta di benessere per il mio Paese ma solo nei primi anni. Quando è stato eletto, ha pronunciato un discorso che ha lasciato a bocca aperta tutti gli spagnoli: ognuno di noi ha pensato che finalmente in Spagna potesse andare tutto bene. E così è stato con le nuove leggi che sono state introdotte, come la legge sull’indipendenza o i matrimoni tra gli omosessuali. Ma negli ultimi due anni sta sbagliando tutto. Ha introdotto una “reforma laboral” (riforma sul lavoro) che sta portando malessere tra la popolazione. Ha persino licenziato cinque ministri, i quali non sono stati in grado di fare bene il loro lavoro. E da voi in Italia non stanno facendo delle riforme?»

Non so se stia scherzando o è soltanto per curiosità personale, ma istintivamente sulle mie labbra compare un sorriso amaro, molto amaro.

«Non so se in Spagna è giunta questa notizia, ma in Italia si stanno facendo una serie di riforme che servono veramente a ben poco.»

Dal suo annuire capisco che qualcosa già sa.

«Per esempio – continuo – da due anni il governo sta distruggendo la scuola italiana. Il nostro ministro, Mariastella Gelmini, sta portando a un livello da paese del terzo mondo l’istruzione e la ricerca: ha tagliato i fondi per finanziare la scuola, ha ridotto le ore scolastiche, creando un altissimo tasso di disoccupazione; ha ridotto anche gli indirizzi di studi delle superiori e cancellato alcuni corsi di laurea. Per esempio, l’Università Statale di Milano è stata costretta a iniziare i corsi con quindici giorni di ritardo perché non ci sono i fondi per pagare i professori; oppure la scuola d’arte più famosa d’Italia un annetto fa era in procinto di chiudere perché non c’erano abbastanza professori e denaro. Direi che in Italia non siamo messi molto bene.»

«Lo stesso in Spagna, Miki. Ora che c’è la crisi il governo è incapace di risanarla»

« Si sente molto la crisi?»

Oramai io e Rosa ci siamo appostate in un bar e abbiano preso persino due succhi di frutta.

«Beh, vedi, la crisi si sente eccome. Da quando sono nata, non mi ricordo di una crisi così. Non c’è lavoro per nessuno e chi lo aveva, si è visto improvvisamente senza nulla e a vivere per strada» e indica un barbone che chiede l’elemosina, un altro che continua a dormire e un altro ancora che rovista nella spazzatura.

«Con la globalizzazione le fabbriche sono state trasferite all’estero, dove ovviamente la manodopera costa poco. Già all’inizio degli anni 90, il governo ha fatto chiudere dei cantieri navali (che erano l’unica fonte di lavoro) in Galicia, a Cádiz e a Sevilla. E nessuno è riuscito a fermare questo fenomeno: anzi, se vuoi gli è stata data una spinta quando tra il 1980 e il 1990 sono state privatizzate molte imprese e industrie. Ora è tutto allo sbaraglio. Capisci che nemmeno qui va proprio bene.»

Rimango un po’ sconcertata e incredula, soprattutto dopo che frugando nella mia cultura generale, ricordo che finita la dittatura franchista, la Spagna aveva avuto un boom economico pazzesco.

Ma il racconto di Rosa mi stupisce ancora di più: la maggior parte del boom economico era dovuto ad attività e imprese illegali, che basavano la loro ricchezza sul lavoro in nero. In testa c’erano le imprese edili, che costruivano edifici in tempi record, senza garantire i diritti di sicurezza e degli operai, pagandoli praticamente a cottimo. Ma queste imprese sono state le prima a crollare non appena l’odore di crisi ha cominciato a diffondersi per tutto il Paese. Ed ecco come di conclude la situazione economica spagnola attuale.

«Sai mi sembra che tu viva in Italia e che mi stessi raccontando la stessa storia, ma in una lingua diversa»

Purtroppo è un altro dito che affonda nella piaga: anche lei ammette la gravità della situazione, aggiungendo che il mio Paese è spaccato in due parti distinte ma che non si possono affrontare in quanto sarebbe una battaglia persa in partenza dai più deboli, quelli di un’Italia migliore.

Certo, le rispondo, sono più forti perché in Italia funziona che chi è disonesto, vince. Il governo italiano è formato da un capo supremo, attorniato da ministri che hanno almeno commesso un reato.

«¡No es posible!»

« No, no, è possibilissimo! Anzi se tu sei una persona onesta, non puoi entrare in politica.»

A Rosa viene solo da sorridere e scuotendo la testa dice che la Spagna non è messa bene, ma almeno chi non lavora bene se ne va a casa.

Veniamo fermate da un urlo di una venditrice che guadagna la sua giornata e ogni minuto che passo in questo mercadillo è sempre più strano, divertente e coinvolgente.

«Pero ahora tienes una mala imágen de Italia» (però ora hai una pessima immagine dell’Italia)

«no no anzi, io vorrei vivere in Italia! Avete paesaggi magnifici, l’arte che vi invidia tutto il mondo, per non parlare della gente e della cucina: meravigliosi!»

È già un passo avanti che non abbia detto “Pizza, mandolino e mafia” ma mi tocca metterla in guardia sulla mancanza di un futuro, specialmente per i giovani.

«Senti – mi dice – ne vogliamo parlare? In Spagna c’è il 60% di giovani che hanno diritto al lavoro e solo il 20% ce l’hanno, ma è tutto precariato. Nessuno può costruirsi una famiglia, può comprare cosa, può avere una vita propria. Questo secondo te è avere un futuro?»

Beve praticamente a goccia il succo e rimane in silenzio. Immediatamente si scusa per lo sfogo, dicendo che è molto arrabbiata per questa situazione in quanto coinvolge molti suoi amici e conoscenti.

Faccio spallucce e non riesco ad aggiungere niente. O meglio vorrei chiederle molto altro però i suoi movimenti mi fanno capire che il tempo scarseggia e che la scuola ci aspetta.

Infatti si alza e va al bancone per pagare, ma dopo torna da me, mi viene vicino e mi dice: «¡Hey chica no te preocupes! Vedrai che anche in Italia tutto si sistemerà. In Spagna è successo dopo 20 anni. Ormai tutti sono stufi e quando sentirò al telegiornale che in Italia ci saranno manifestazioni su manifestazione, io penserò a te e tu penserai a me.»

di Aristofane

Guardarsi allo specchio non è un’azione banale. Spesso ci si ritrova a fare i conti con i propri desideri e le proprie ambizioni, che non sempre riusciamo a realizzare, o per lo meno a realizzare come davvero vorremmo. Altre volte sono le nostre paure ed insicurezze a venire a galla, e ci domandiamo come affrontarle e sconfiggerle. Il nostro riflesso, insomma, ci restituisce un’immagine di noi stessi di cui non sempre siamo completamente consapevoli, presi come siamo dalla frenesia e dalla fretta che regolano le nostre giornate. Immersi nelle mille occupazioni quotidiane, spesso non lasciamo che questi pensieri abbiano il giusto sviluppo, e così li teniamo là, fermi, pronti a scappare dalla loro prigione fatta di azioni quotidiane, utili e meno utili, che ripetiamo ogni giorno. Prendersi il tempo per pensare ci aiuterebbe a rivalutare le nostre convinzioni, le nostre idee, il nostro modo di pensare.

Mi chiedo cosa vedrebbe questa Italia se si guardasse allo specchio. Io ho delle idee ben precise su diversi temi, e spesso mi accorgo di essere sì pronto ad ascoltare chi non la pensa come me, ma non così incline a soffermarmi su queste diverse convinzioni per soppesarle, vagliarle criticamente e, in caso, farle mie. E questo mi porta a mettere in dubbio alcune cose, a chiedermi se sono poi così vere quei convincimenti su cui baso il mio pensiero e su cui formo idee ed opinioni.

Per questo mi chiedo cosa vedrebbe questa Italia se si guardasse allo specchio. Sono solo io che, quando penso ai desideri ed alle ambizioni che questo paese ha, vedo poco, vedo fumo e cenere, scarse possibilità per i giovani e per chi si impegna a fondo in quello che fa? Sono davvero così pessimista da sbagliarmi, da scorgere nella maggior parte dei giovani solo voglia di andarsene e sfiducia nelle istituzioni e nella politica, mentre in realtà tutti sono contenti della situazione attuale e fiduciosi nell’avvenire?

Mi chiedo se solamente io, guardando all’Italia e a chi ne fa parte, vedo politici trasformati in affaristi, preti divenuti mostri, mafiosi e delinquenti diventati uomini potenti, regole e leggi relegate al rango di qualcosa che si possa decidere se osservare o meno, informazione servile ed appiattita sulle tesi del potere, scuola sfasciata, disprezzo per la cultura, razzismo e  xenofobia ormai sdoganati.

Cosa vede l’Italia quando si guarda allo specchio? Riesce a individuare una via d’uscita, un modo per sconfiggere il Sistema, con la s maiuscola, fatto di ricatti, malaffare, soldi e potere che è diventato ormai il nostro Paese? C’è un modo per fermare questa deriva? E soprattutto, come possiamo noi giovani a partecipare a questo processo? E’ sufficiente informarsi, conoscere i fatti e gli avvenimenti e raccontarli a quante più persone possibili? A volte sono sicuro che basti, altre volte mi sembra una soluzione ridicola. E allora come spezzare le catene fatte di indottrinamento televisivo, menzogne, mafia e ignoranza che ci circonda?

Tra qualche anno vorrei fare il giornalista. Vorrei poter contribuire a quel processo di “liberazione”, di uscita dalla situazione attuale. Ma, guardandomi allo specchio, a volte mi chiedo se ne sono capace, se la mia voce ed il mio impegno possano servire a qualcosa, se vi sia realmente modo di uscirne e, soprattutto, se ne valga davvero la pena.