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Nall’anno 2010 di nostra vita, io Nicola Cavallini, detto L’Albatro, cerco un appiglio. Ma dove?

Guardo fuori da me e vedo soltanto squallidi teatrini, schifezze legali, colpi bassi e insulti, sputi in faccia, il tutto firmato e controfirmato da gente che non oso definire politici. Nemmeno cittadini, se è per questo. Non mi va nemmeno di insultarli. Troppo facile. E poi si rischia di restare invischiati in quel viscidume che loro chiamano “moralità”.

Sono assente ai tasti di questo blog da quasi due settimane, tanto sono stato impegnato a studiare, studiare per esami all’università. Ma sono stato abbastanza attento per vedere che la legge bavaglio veniva accelerata, forzata, blindata. Abbastanza attento per vedere che da un giorno all’altro si scopre che la crisi c’è, eccome, e che dobbiamo fare degli sforzi per uscirne: va bene, ben arrivati, ma dove si va a tagliare per fare cassa? Dai ricercatori, dagli insegnanti, dai dipendenti pubblici, da settori interi dello Stato.

Scusate, ma ho diciannove anni, vado per i venti, e se guardo davanti a me (e neanche tanto distante) non vedo nulla. Il mio Paese, nel quale faccio pure fatica ad identificarmi, è sempre più assopito, instupidito, rincoglionito. C’è un’assurda quantità melmosa di gente melmosa che preferisce non sapere. Preferisce non vedere la violenza della legge delle intercettazioni, perché ragionarci sopra richiede quel poco di tempo e impegno in più che, nello schifo della loro mentalità viscida, pigra e strisciante odierna, è troppo.

Io non vedo il mio futuro, e se solo riesco ad immaginarlo, mi trovo a sbattere la faccia sulla cruda e ruvida realtà: il futuro lo decide qualcun altro, cioè chi sa cosa farci comprare, chi sa cosa farci votare, chi sa cosa farci pensare.

L’Italia è sempre più STUPIDA, avere  dei valori in cui credere è sconsigliato: non paga.

Mi piacerebbe vedere un’Italia forte, decisa, capace di essere autorevole e al pari degli altri Stati.

Invece questo è uno Stato dove la maggior parte della gente segue i reality-show (siamo al Grande Fratello 11, ma quanti avranno letto 1984?), le telenovelas, i quiz a premi, gli opinionisti.

È uno Stato dove una ragazzina, a 16 anni crede di poter decidere, allo stesso modo e con lo stesso fattore di indugio, se fare la parlamentare o se velina, spesso prediligendo la seconda opportunità, specie perché la mamma la spinge su un palchetto, mezza nuda.

È un Paese dove le famiglie vanno al centro commerciale ogni domenica, in giro per negozi a cercare il televisore di ultimo grido, come pure l’ultimo cellulare, il capo firmato, gli occhiali da sole, a costo di aprire un mutuo a causa di acquisti al disopra delle loro possibilità o per le vacanze.

È un Paese dove c’è la cultura del “più bianco non si può”, dove si seguono mode che chissà chi ha lanciato, dove se solo ascolti della musica che non sia la canzonetta del primo amico di Maria o del primo fenomeno-dal-fattore-X allora vieni guardato con fare interrogativo.

È un Paese dove si spendono patrimoni per comprare i biglietti per lo stadio, per la scheda Premium che ti fa vedere tutte le partite possibili e immaginabili, dal campionato italiano (il più bello del mondo?) a quello turkmeno.

È un paese dove non si hanno ancora ben chiare le idee sul fascismo e su cosa questo è stato, e si dimentica spesso e volentieri che anche la più piccola limitazione dei diritti fondamentali va contrastata senza risparmiare colpi.

È uno Stato dove è diventato dannatamente normale ostentare ignoranza, la stupida genuinità del sempliciotto, e “apprezzare” le gag quotidiane delle esilaranti figure di merda che ci circondano: quasi che a far ridere gli altri della propria vergogna si guadagni attenzione, scambiata per ammirazione (a forza di fare le merde diventa normale esserlo?).

È un Paese dove prevale la legge del peggiore sul più debole: non bisogna prendersela con chi ha il potere e prende le decisioni sbagliate, ma con chi sta peggio di te (l’assurdo  caso delle mamme di Adro, quelle della mensa, ricordate?).

È uno Stato dove si difendono radici che nemmeno si conoscono, ma che si confondono invece con il ristretto confine del proprio comune; o della provincia, se va bene.

È un Paese dove la memoria, a dirla tutta, non arriva indietro di un mese: così tutto si può dire perché tutto si può contraddire; così le figure di merda vengono stemperate, quindi accettate;

IO NON VOGLIO UN’ITALIA DEL GENERE. Mi fa schifo poter accettare di farne parte solo per pigrizia, ignavia, comodità, guadagno, profitto. L’unico profitto che mi aspetto dal mio futuro (sottolineo, MIO) è che io possa diventare e fare quello che ho in mente e che voglio davvero: diventare giorno per giorno, Nicola Cavallini.

E per questo l’ambizioso Nicola Cavallini si aspetta un Governo che, anche se non è della parte che lui sostiene, si comporti correttamente.

Non voglio che l’Italia sia tutto ciò che ho elencato sopra. Mi fa schifo questa cultura, soprattutto perché mi dà l’impressione di essere uno spreco di tempo aberrante. Come facciamo ad essere un Paese considerato e considerabile, con queste premesse? Premesse mantenute costanti da tanti poteri, radicati nella politica e non solo.

Ci stiamo chiudendo sempre di più, e siamo ad un livello talmente triste da non poter nemmeno immaginarci come guida culturale, innovativa nel mondo.

Si taglia soltanto nel campo della cultura, con un gran coro di consensi: aboliamo gli enti inutili, dai! tagliamo l’organico degli insegnanti, i finanziamenti alla scuola, gli stipendi dei già affamati ricercatori, favoriamo quel tipo di cinema, musica e arte che è tradizionale, in difesa delle radici.

Sinceramente non so che farmene di queste mie radici se la mia vita vuol dire soltanto stare fisso ad ammirarle, invece che potermici appoggiare per affrontare il futuro, il mondo che non ho ancora visto.

Nicola Cavallini, L’Albatro

di L’Albatro

Diamo inizio a questa rubrica sul significato delle parole. Argomento impegnativo. Solo ragionandoci un po’ sopra possiamo renderci conto di quanto queste siano credute, manipolate, di quanto siano usate a sproposito e brandite come un’arma contro gli altri.

Le parole contengono una forza incredibile, si possono dire, leggere, scrivere, interpretare: questa versatilità fa sì che anche nel silenzio, nell’assenza di parole si possano capire molte cose.

“Venite pure avanti, voi con il naso corto,

signori imbellettati, io più non vi sopporto,

infilerò la penna ben dentro al vostro orgoglio

perchè con questa spada vi uccido quando voglio.”

(F. Guccini – Cyrano)

In pratica, riflettendo sulle parole e sul loro significato in modo semplice, cerchiamo di sviluppare una difesa in più nel parlare quotidiano, sviscerando anche le contraddizioni che spesso fanno da sottobosco alle incomprensioni.

Morti bianche

Ho scelto questo termine ripassando gli appunti di un mio corso all’università, che tratta del rischio chimico negli ambienti di lavoro (ma non solo). Nello studiare la casistica degli incidenti dovuti alle sostanze chimiche siamo partiti dall’analisi dell’approccio al problema incidenti sul lavoro da cent’anni a questa parte: pensate che nel cercare un “fattore casuale” dal quale derivare il fenomeno degli incidenti si pensò inizialmente ad una predisposizione degli individui! Quasi fosse genetico rischiare di cadere da un ponteggio. Progredendo nel tempo è cambiato il modo di affrontare gli incidenti sul lavoro, anche se ancora oggi sembra essere più normale investire per aumentare i guadagni piuttosto che effettuare non solo una manutenzione in più, ma neanche quelle programmate.

Chiedendoci da dove venga l’espressione morti bianche possiamo leggere la risposta sulla rubrica Scioglilingua di Giorgio de Rienzo sul Corriere della Sera:

“Morte bianca” è quella dovuta a un incidente mortale sul lavoro, causata dal mancato rispetto delle norme di sicurezza. L’uso dell’aggettivo “bianco” allude all’assenza di una mano direttamente responsabile dell’incidente.

L’assenza di una mano direttamente responsabile porta a cercare di distribuire la colpa fra più persone, per i mancati controlli, per i mancati investimenti e per la mancata attenzione della vittima dell’incidente: arriviamo ad una, per così dire, “tattica pilatesca” per cui spesso si attribuisce la colpa dell’incidente al danneggiato.

Questo diventa il capro espiatorio, in quanto spesso l’attenzione viene concentrata solamente sull’evento terminale che determina l’incidente.

Se da un lato è corretto dividere le responsabilità, per il fatto che l’incidente è la summa di tanti fattori, dall’altro si rischia spesso che i processi proseguano per anni ed anni, senza che alla fine vengano puniti i responsabili.

L’espressione morti bianche non rende giustizia alle persone che perdono la vita sul lavoro, perché questa ha già in sé l’idea di assenza di responsabilità, mentre questa c’é, esiste: è l’avidità di profitto e guadagno, che troppo spesso in questi incidenti ha un peso maggiore dell’incuranza e della disattenzione.