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Di Michele Serra (da la Repubblica del 12/05/2011)

Sospendere dall´insegnamento “per almeno tre mesi” gli insegnanti responsabili di fare “propaganda politica o ideologica” nelle scuole.

È l’incredibile proposta di legge del deputato del Pdl Fabio Garagnani, ultima di un triste florilegio inquisitorio che ha per scopo, va da sé, la purificazione della scuola pubblica, infettata da sessantottini e “comunisti” e inculcatrice, secondo la celebre asserzione del premier, di “valori diversi da quelli delle famiglie” (se ne deduce che tengono famiglia solo gli italiani di destra).
Che questo sia lo scopo della sua leggina epuratrice lo chiarisce con disarmante schiettezza lo stesso Garagnani, sconvolto dalla subdola attività di propaganda “dei professori della Cgil, soprattutto in Emilia”. Del tardo maccartismo di questa e di altre sortite (per esempio l’invocata epurazione dei libri di testo “faziosi”, con buona pace della libertà di scelta del docente) si potrebbe anche sorridere, non fosse che l’onorevole Garagnani fa parte della Commissione cultura, ruolo che almeno nominalmente dovrebbe tutelarlo da una così obbrobriosa mossa anticulturale.

Stabilire (per legge!) quali sono i limiti oggettivi della libertà d´insegnamento è ovviamente impossibile, per il semplice motivo che questi limiti non esistono, se non nella coscienza e nel buon mestiere di ogni singolo docente, e nella capacità di discernimento di ogni singolo alunno. A meno di decidere che una appassionata lezione su Giordano Bruno è un oltraggio alla Chiesa, che insegnare Spinoza è apologia dell’ateismo, che leggere Pavese o i Quaderni dal carcere è propaganda comunista, che indicare ai ragazzi con ammirazione l’opera di Ezra Pound o di Celine equivale a educarli al fascismo.
Certo, se un professore sale in cattedra inneggiando ai lager, o affigge un manifesto di Pol Pot sopra la cattedra, qualcosa di poco consono all’insegnamento sta accadendo: ma sono casi (rari) nei quali le autorità scolastiche, e quando occorra le autorità sanitarie, hanno modo di intervenire senza alcun bisogno di “leggi speciali” come questa.
Solo chi non è mai andato a scuola può concepire l´idea, veramente mostruosa, di un insegnamento “oggettivo” e asettico come garanzia di quella finta “neutralità” alla quale sempre si appellano i faziosi veri, cioè quelli che non reggendo l’urto delle idee altrui sperano di poterle zittire, e avendo idee piccole sentono come una minaccia ogni idea più grande di loro. Ogni liceale sa che è nel conflitto delle idee che si cresce, e ha in mente almeno un paio di professori appassionati che proprio lasciando trapelare un deciso orientamento culturale diventavano punti di riferimento.
Ebbi una professoressa di filosofia tenacemente atea e un professore di latino e greco validamente antimodernista e reazionario, ma se qualche malsano censore, scolastico o politico, si fosse sognato di biasimarlo o addirittura di impedirgli di entrare in classe, non c’è alunno del mio liceo che non sarebbe insorto. Distinguere tra la volgarità della propaganda e il fascino della cultura e delle idee è facoltà in possesso anche di un quattordicenne. La disastrosa proposta di Garagnani riesce, in uno colpo solo, a offendere, oltre che i professori, anche gli studenti, trattati da branco imbelle che si lascia sobillare dal primo agit-prof in transito: come rivela quell’orrendo verbo “inculcare” usato dal premier, forse applicabile al suo mondo di persuasione occulta, di ruffianeria commerciale, di pubblicità martellante, come illustra magnificamente la sua celebre e famigerata frase “ricordatevi che il pubblico è un bambino di otto anni”. Ma non applicabile, no davvero, al mondo della scuola, che con tutti i suoi difetti, e nonostante le privazioni imposte dall´austerità a senso unico di un potere che punisce “la scuola di sinistra” (?!) e premia le scuole devote, e private, è ancora un luogo vivo, conflittuale, libero, aperto a tutti (chissà se la parola “tutti” fa parte del bagaglio culturale dell´onorevole Garagnani).

Sarebbe magnifico che dallo stesso partito di Garagnani partisse un ragionevole impedimento a questa leggina autoritaria, sciocca, e di angosciante intolleranza. Dopotutto, definirsi “liberali” potrebbe aiutare, alla lunga, addirittura a esserlo.


In seguito ai dubbi di Marco Travaglio (Auto-bavaglio anti-bavaglio) che abbiamo riportato nel precedente post, si è aperto un dibattito a proposito dello sciopero del 9 luglio degli organi dell’informazione, indetto dalla Fnsi (Federazione Nazionale della Stampa Italiana).

Il gruppo Valigia Blu, guidato da Arianna Ciccone, scriveva domenica, rivolto alla Fnsi:

Cari editori, cari rappresentanti della Federazione Nazionale della Stampa -scrive il Gruppo – vi scrivo in merito allo sciopero del 9 luglio 2010 come strumento di contestazione contro la Legge bavaglio. Se si vuole dare un segnale forte per contrastare una legge che vuole i cittadini non informati e i giornalisti imbavagliati forse non è questa la risposta giusta. Anzi ci vorrebbe ancora più informazione.
Allora a nome della Valigia Blu, la dignità dei giornalisti e il rispetto dei cittadini (il gruppo apartitico nato su Facebook per una informazione corretta e per il bene comune con oltre 207 mila iscritti), vi chiediamo di non scioperare venerdì 9 luglio, pensate a una forma di protesta più forte e originale: regalate ai vostri lettori i vostri giornali. O fateli pagare la metà.
Una maggiore diffusione dei giornali -siamo convinti – sarà gradita anche  dagli inserzionisti. E agli editori che avranno paura di coprire i costi di questa operazione chiediamo più coraggio, in fondo si tratta di investire per un solo giorno puntando al ritorno non in termini economici ma di libertà e di democrazia. Sarebbero tutti felici: editori, inserzionisti, lettori, giornalisti.
Gli unici a non essere felici sarebbero quelli che in modo irresponsabile stanno portando avanti questa sciagurata legge, coloro che in un colpo solo vogliono legare le mani ai magistrati e mettere il bavaglio ai giornalisti, ledendo i diritti fondamentali dei cittadini alla sicurezza e all’informazione.

La Fnsi però ha replicato dicendo che non si tratta di uno sciopero tradizionale, ma di un “segnale straordinario, estremo, necessario per respingere un provvedimento che instaura la censura preventiva sulla stampa e cancella il diritto dei cittadini ad essere informati”; restano in attesa di ricevere e valutare altre proposte di iniziative comuni provenienti dalla società civile e dalla categoria coinvolta, pare prevedendo, oltre allo sciopero, successive iniziative di tipologia differente.

Claudio Gerino, del Comitato di Redazione di Repubblica è sulla stessa lunghezza d’onda, e ricorda che c’è tempo fino al 29 luglio per ulteriori iniziative, più incisive.

Dal sito de Il Fatto Quotidiano, scrive invece Paolo Flores d’Arcais: “Di fatto succederà questo: non usciranno i giornali più o meno democratici, usciranno invece, in situazione di monopolio, i giornali che della soppressione dei fatti (…) hanno fatto ormai la loro ragione sociale ed esistenziale. Per cui daremo vita ad un paradosso: una giornata di lotta per la libertà del giornalismo che regalerà per quel giorno l’intera opinione pubblica ai nemici di detta libertà“. (“Che senso ha imbavagliarsi da soli?“)

Gli fa da controcanto Sandro Ruotolo, sempre dal sito de Il Fatto Quotidiano, con un articolo dal titolo “Perché dico sì allo sciopero“: “Che fare? Io penso che abbia ragione la Federazione nazionale della stampa a protestare con lo sciopero del 9 luglio contro il ddl sulle intercettazioni. (…) . Il 9 luglio è uno sciopero politico, una forma di resistenza. La controparte è il governo e in gioco c’è la libertà di informare e di essere informati.“. È inoltre convinto che “sul disegno di legge sulle intercettazioni il governo può essere sconfitto. Dipende da come riusciremo ad allargare il fronte. E’ una battaglia democratica, a difesa della legalità e della Costituzione. Non è il momento di dividersi.

La direzione del Corriere della Sera ha proposto di uscire con le edizioni di venerdì 9 luglio ampliate da editoriali e supplementi riguardo alle intercettazioni, al diritto della libertà di stampa e di cronaca.

Una delle questioni più urgenti sembra quindi quella di consolidare un fronte comune per poter agire in varie direzioni di protesta contro la vergogna della legge Bavaglio. Forse, per contrappasso, ad un tentativo di “ammutolimento” si dovrebbe rispondere alzando di più la voce, ampliando le proteste e soprattutto favorendo una diffusione sempre maggiore e capillare delle informazioni che, dal 29 luglio, non sarà più permesso conoscere!

L’Albatro