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Dieci!

Pubblicato: 16/01/2011 da lalbatro in L'Albatro, Musica
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Vorrei segnalarvi una curiosità musicale: Rockol, noto sito musicale, ha pubblicato una serie di classifiche, risultato del referendum celebrativo chiamato Dieci!.

Interrogando i propri lettori e i frequentatori della catena FNAC, hanno raccolto 100.070 voti, con i quali hanno stilato degli elenchi-classifica, per chiudere e fare il punto su questo primo decennio del terzo millennio. In campo musicale, principalmente: leggiamo per esempio che secondo i votanti, il miglior gruppo italiano del decennio sono Elio e le Storie Tese, oppure che Lady Gaga è il secondo più grande bluff del decennio.

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Nall’anno 2010 di nostra vita, io Nicola Cavallini, detto L’Albatro, cerco un appiglio. Ma dove?

Guardo fuori da me e vedo soltanto squallidi teatrini, schifezze legali, colpi bassi e insulti, sputi in faccia, il tutto firmato e controfirmato da gente che non oso definire politici. Nemmeno cittadini, se è per questo. Non mi va nemmeno di insultarli. Troppo facile. E poi si rischia di restare invischiati in quel viscidume che loro chiamano “moralità”.

Sono assente ai tasti di questo blog da quasi due settimane, tanto sono stato impegnato a studiare, studiare per esami all’università. Ma sono stato abbastanza attento per vedere che la legge bavaglio veniva accelerata, forzata, blindata. Abbastanza attento per vedere che da un giorno all’altro si scopre che la crisi c’è, eccome, e che dobbiamo fare degli sforzi per uscirne: va bene, ben arrivati, ma dove si va a tagliare per fare cassa? Dai ricercatori, dagli insegnanti, dai dipendenti pubblici, da settori interi dello Stato.

Scusate, ma ho diciannove anni, vado per i venti, e se guardo davanti a me (e neanche tanto distante) non vedo nulla. Il mio Paese, nel quale faccio pure fatica ad identificarmi, è sempre più assopito, instupidito, rincoglionito. C’è un’assurda quantità melmosa di gente melmosa che preferisce non sapere. Preferisce non vedere la violenza della legge delle intercettazioni, perché ragionarci sopra richiede quel poco di tempo e impegno in più che, nello schifo della loro mentalità viscida, pigra e strisciante odierna, è troppo.

Io non vedo il mio futuro, e se solo riesco ad immaginarlo, mi trovo a sbattere la faccia sulla cruda e ruvida realtà: il futuro lo decide qualcun altro, cioè chi sa cosa farci comprare, chi sa cosa farci votare, chi sa cosa farci pensare.

L’Italia è sempre più STUPIDA, avere  dei valori in cui credere è sconsigliato: non paga.

Mi piacerebbe vedere un’Italia forte, decisa, capace di essere autorevole e al pari degli altri Stati.

Invece questo è uno Stato dove la maggior parte della gente segue i reality-show (siamo al Grande Fratello 11, ma quanti avranno letto 1984?), le telenovelas, i quiz a premi, gli opinionisti.

È uno Stato dove una ragazzina, a 16 anni crede di poter decidere, allo stesso modo e con lo stesso fattore di indugio, se fare la parlamentare o se velina, spesso prediligendo la seconda opportunità, specie perché la mamma la spinge su un palchetto, mezza nuda.

È un Paese dove le famiglie vanno al centro commerciale ogni domenica, in giro per negozi a cercare il televisore di ultimo grido, come pure l’ultimo cellulare, il capo firmato, gli occhiali da sole, a costo di aprire un mutuo a causa di acquisti al disopra delle loro possibilità o per le vacanze.

È un Paese dove c’è la cultura del “più bianco non si può”, dove si seguono mode che chissà chi ha lanciato, dove se solo ascolti della musica che non sia la canzonetta del primo amico di Maria o del primo fenomeno-dal-fattore-X allora vieni guardato con fare interrogativo.

È un Paese dove si spendono patrimoni per comprare i biglietti per lo stadio, per la scheda Premium che ti fa vedere tutte le partite possibili e immaginabili, dal campionato italiano (il più bello del mondo?) a quello turkmeno.

È un paese dove non si hanno ancora ben chiare le idee sul fascismo e su cosa questo è stato, e si dimentica spesso e volentieri che anche la più piccola limitazione dei diritti fondamentali va contrastata senza risparmiare colpi.

È uno Stato dove è diventato dannatamente normale ostentare ignoranza, la stupida genuinità del sempliciotto, e “apprezzare” le gag quotidiane delle esilaranti figure di merda che ci circondano: quasi che a far ridere gli altri della propria vergogna si guadagni attenzione, scambiata per ammirazione (a forza di fare le merde diventa normale esserlo?).

È un Paese dove prevale la legge del peggiore sul più debole: non bisogna prendersela con chi ha il potere e prende le decisioni sbagliate, ma con chi sta peggio di te (l’assurdo  caso delle mamme di Adro, quelle della mensa, ricordate?).

È uno Stato dove si difendono radici che nemmeno si conoscono, ma che si confondono invece con il ristretto confine del proprio comune; o della provincia, se va bene.

È un Paese dove la memoria, a dirla tutta, non arriva indietro di un mese: così tutto si può dire perché tutto si può contraddire; così le figure di merda vengono stemperate, quindi accettate;

IO NON VOGLIO UN’ITALIA DEL GENERE. Mi fa schifo poter accettare di farne parte solo per pigrizia, ignavia, comodità, guadagno, profitto. L’unico profitto che mi aspetto dal mio futuro (sottolineo, MIO) è che io possa diventare e fare quello che ho in mente e che voglio davvero: diventare giorno per giorno, Nicola Cavallini.

E per questo l’ambizioso Nicola Cavallini si aspetta un Governo che, anche se non è della parte che lui sostiene, si comporti correttamente.

Non voglio che l’Italia sia tutto ciò che ho elencato sopra. Mi fa schifo questa cultura, soprattutto perché mi dà l’impressione di essere uno spreco di tempo aberrante. Come facciamo ad essere un Paese considerato e considerabile, con queste premesse? Premesse mantenute costanti da tanti poteri, radicati nella politica e non solo.

Ci stiamo chiudendo sempre di più, e siamo ad un livello talmente triste da non poter nemmeno immaginarci come guida culturale, innovativa nel mondo.

Si taglia soltanto nel campo della cultura, con un gran coro di consensi: aboliamo gli enti inutili, dai! tagliamo l’organico degli insegnanti, i finanziamenti alla scuola, gli stipendi dei già affamati ricercatori, favoriamo quel tipo di cinema, musica e arte che è tradizionale, in difesa delle radici.

Sinceramente non so che farmene di queste mie radici se la mia vita vuol dire soltanto stare fisso ad ammirarle, invece che potermici appoggiare per affrontare il futuro, il mondo che non ho ancora visto.

Nicola Cavallini, L’Albatro

di L’Albatro

Per capire il titolo-citazione da Piano Lessons dei Porcupine Tree, disquisiamo un po’ di musica, parlando di un’intervista a Elio e Le Storie Tese, trovata su ondarock. Link dell’articolo.

“Il problema più che il successo improvviso, che comunque è un problema, è il motivo che ti spinge a andare a un talent show, cioè la ricerca del successo e non la voglia di inventarti qualcosa di interessante, di creare. Ci si scorda ormai metodicamente che si parla di arte, non di vendere frutta.”

Interrogati sul meccanismo del “successo subito” che sta alla base dei talent show, Elio risponde concentrando l’attenzione sull’obiettivo che il partecipante al programma si pone: non è intraprendere una carriera artistica, ma vincere il programma. Ma è già nella specie del programma la questione: show. Ciò che fa spettacolo è ciò che riesce a colpire nell’immediato e a creare una figura, un personaggio. Accade che bravi musicisti siano relegati in quella che è definita “scena underground”, quel sottosuolo di musica spesso sconosciuta alla stragrande maggioranza delle persone.

Per vincere un talent show bisogna riuscire ad arrivare nella testa di più persone possibili e nel modo più diretto possibile: la novità se non spaventa per lo meno scuote, e a questo punto diventa un ostacolo per  raggiungere la meta di vincere il programma! Possiamo dire quindi che nei talent show non viene premiata più di tanto l’inventiva, ma piuttosto quanto si è bravi ad essere incisivi e comunicativi: non mi sembra affatto una pecca, l’arte richiede una gran dose di comunicazione. Il problema sorge quando questo si tramuta nella corsa ad omologarsi agli standard, dei giudici di gara, del programma.

“L’altra cosa che io trovo assurda è che ci sono questi ragazzi di 20 anni che invece di arrivare e spaccare tutto, cantano roba vecchissima, magari scritta oggi ma con uno stile vecchissimo, e nessuno che trovi niente da ridire su questa roba qua.”

Largo ai giovani insicuri! Che ci sia una selezione preventiva di chi ha davvero qualcosa di nuovo e strano da proporre? Tutto viene adattato al format televisivo, e il messaggio che viene poi mandato è che la vera musica è questa. Chissà se le star che nascono da questi programmi si divertono. Secondo me sì, insomma, sembra quantomeno interessante una vita da musicista con contratto, concerti, interviste. Ma ho il dubbio che questo tipo di divertimento venga messo in primo piano rispetto a quello di creare una canzone, arrangiarla, provarla, riprovarla e suonarla davanti a delle persone. Almeno, io provo queste sensazioni quando sono davanti alle mie tastiere o mi capita di imbracciare un altro strumento.

E’ una questione di punti di vista: avere come obiettivo la vita da artista e usare la propria arte per raggiungerla, oppure avere come obiettivo sviluppare la propria arte per il divertimento di farlo e poter continuare a farlo, pensando pure al fascino della vita da artista, in primo luogo per le possibilità che questa offre, anche in favore della propria arte.

Nel caso di Elio e le Storie Tese, questo divertimento nel cercare sempre cose nuove ha come risultato una carriera trentennale, piena di successi e, se vogliamo, ricca di evergreen. Ricordiamo due pezzi per tutti: Servi della gleba, ovvero le pare di un qualsiasi ragazzo che deve uscire con una ragazza, e La Terra dei Cachi, brano con cui furono vincitori “morali” di Sanremo ’96. Nell’intervista su ondarock vengono interrogati anche a proposito della loro partecipazione a Sanremo, in cui una sera arrivarono al teatro Ariston in motorino, vestiti come i Rockets (pitturati d’argento e con vesti lunghe brillanti) e in un’altra Elio si esibì con un braccio fino e a metà canzone tirò fuori da sotto il maglione quello vero. Inoltre alla seconda serata i musicisti avevano l’obbligo di presentare il loro pezzo in massimo un minuto, l’usanza prevedeva che venisse eseguito almeno il ritornello: gli Elii suonarono la loro canzone il 55 secondi, velocizzando l’esecuzione. Il video è questo: Neanche un minuto di non caco.

“Volevamo fare una cosa interessante, non adeguarci alla noia della ripetitività, in Italia manca questo. […] invece i ventenni di oggi arrivano e fanno a gara ad adeguarsi, a conformarsi il più possibile, e “Amici” e “X Factor” sono questa roba qua; uno deve impegnarsi per trovare qualcosa di nuovo, non adeguarsi, cercare di essere il migliore a imitare gli altri, mi sembra che sia buttare la propria vita, ed è questo che sta accadendo.”

Casualmente l’unico pezzo che comunemente si ricorda di quella edizione di Saremo è proprio La Terra dei Cachi

Molto spesso Elio e le Storie Tese vengono etichettanti come un gruppo demenziale. “La definizione di rock demenziale ci è indifferente, uno ascolta, poi ci dica a che genere appartiene” – credo che su questo Elio abbia ragione, ho amici musicisti con cui ho suonato, che quando era il momento di scegliere delle cover da imparare, ritenevano che il gruppo si dovesse concentrare su un genere, e non staccarsi da quello. Anche quando si parlava di comporre un pezzo in un dato modo, implicitamente, questo avrebbe dovuto soddisfare i canoni dello stile che rappresentava il gruppo.

Credo che sia sbagliato pensare a diventare bravi in un solo genere, perché si rischia di chiudere la mente alle nuove possibilità, in un campo che richiede soprattutto l’apertura mentale! Il musicista è come un alchimista, leggermente pazzo, che mischia senza troppa logica le sue pozioni, che sono le influenze, i generi e la musica che già esiste e ha ascoltato, ciò che sente per strada, ciò che sente dentro rapportandosi con il mondo. E molto altro ancora, conscio e inconscio, perché la musica non deve da essere eccessivamente progettata e men che meno meccanizzata: non esiste e non esisterà mai un processo di produzione univoco per la musica (e l’arte in generale, se vogliamo espanderci).

Chi crede di possederne uno sa solo cosa vuole vendere!

di Aristofane

“Sporco negro”, “negro di merda”, “vai a fare la guerra civile e ad inseguire i caschi di banane”. Questi insulti hanno fatto da colonna sonora alla partita Chelsea-Inter che ho visto mercoledì scorso (andare ogni tanto a vedere una partita con gli amici per passare un momento di relax e divertimento a fine giornata fa parte delle mie debolezze). Il piacere di vedere una buona gara, del bel gioco e di scherzare e commentare con gli amici è stato subito offuscato dalle urla di questi due individui (ragazzi più o meno della mia età). Mi sono chiesto da dove derivi tutta questa rabbia, tutto questo disprezzo per il diverso. Chi abbia insegnato loro che chi non è italiano di pura razza ariana è inferiore, sporco, sbagliato. Perché non riescono a vedere la ricchezza e le opportunità che un mondo multiculturale ci offre? Certo, l’immigrazione, l’integrazione e tutto ciò che è ad esse collegato comportano difficoltà, problemi, sforzi da parte di tutti. Ma perché loro non fanno questi sforzi? Credo che le risposte siano molte: perché è più facile non fare sforzi ed insultare; perché capire gli altri richiede impegno. E soprattutto perché il razzismo è nell’aria, ci circonda e si è fatto istituzione. E’ oramai sdoganato.

Sabato sera ho assistito ad un concerto di The Idan Raichel Project, un gruppo di artisti provenienti da tutto il mondo. E mentre chiudevo gli occhi, lasciandomi cullare dalle note della canzone che trovate nel video qui sotto (il titolo è “Mi’ma’amakim”), ho capito quanto sia fortunato chi quelli sforzi li fa e riesce ad apprezzare il diverso e il nuovo, vedendoli come una possibilità di aprire i suoi orizzonti.