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In questo periodo di crisi, siamo tutti chiamati a fare sacrifici pesanti. Noi giovani universitari studiamo, aspettando con un misto di eccitazione e paura il momento della laurea, che segnerà sì il raggiungimento di un traguardo importante (e speriamo utile), ma anche il momento in cui dovremo confrontarci con un mercato del lavoro convulso che spesso premia amici e figli di, piuttosto che essere improntato al merito.

Davanti a tutto questo, ci piacerebbe essere affiancati da un settore pubblico che ci aiuti e ci spalleggi. Purtroppo però, spesso non è così. Anzi, ci ritroviamo a leggere notizie come quella apparsa su Corriere Economia di ieri, 23 gennaio. Nell’articolo in prima pagina Sergio Rizzo scrive, cifre e dati alla mano, che la Provincia di Trento e il comune di Riva del Garda, attraverso società da essi controllate, hanno speso circa 18 milioni di euro per acquistare e ristrutturare l’Hotel Lido Palace di Riva del Garda, per cui poi sono stati approvati altri 17 milioni di investimenti. Il tutto, quindi, con soldi pubblici, ovvero nostri. L’albergo è talmente lussuoso che una camera doppia costa 730 euro a notte e una junior suite 1959 euro.

Nel frattempo, i comuni trentini sono sempre più senza soldi e devono aumentare i costi di molti servizi o tagliare risorse in campi importanti per giovani e famiglie. Sono infatti in discussione presso il comune di Trento aumenti delle tariffe degli asili nido, rincari sui biglietti dell’autobus e riduzione degli orari di apertura della Biblioteca Centrale.

Ci sentiamo sempre ripetere che i giovani sono il futuro e che è necessario puntare sulle famiglie. Intanto i contributi vanno agli alberghi di lusso. Pare anche a voi che ci sia qualcosa che non quadra?

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Diciamocelo: in Italia della scuola non frega niente a nessuno. Sono decenni che si fanno riforme, ed ognuna di esse (fatta da governi di centro, sinistra, destra) ha peggiorato di un pochino la situazione. Questo perchè non si è mai pensato a fare gli interessi di chi della scuola ha davvero bisogno, di chi deve essere formato, di chi deve crescerci, passandoci gli anni più importanti della sua vita: gli studenti. Si dice sempre che i giovani sono il futuro, che bisogna puntare su di loro. Ma il tutto resta confinato alle parole e ai proclami, senza che a questi seguano provvedimenti concreti.

Sta per iniziare il nuovo anno scolastico e, personalmente, non posso che essere contento di non dover più avere a che fare con il mondo della scuola. Leggo le notizie sui nuovi indirizzi, su tutti i cambiamenti riguardo le ore, sulle migliaia di insegnanti licenziati e non capisco. Cosa ha a che fare tutto questo con la qualità dell’insegnamento e la formazione degli studenti? Niente, penso.

L’ultima riforma, quella Gelmini, ha prodotto solo tagli. Tagli orizzontali, indiscriminati. Intendiamoci, nella scuola come nell’università gli sprechi sono ingenti, le risorse, in un momento di crisi, vanno razionalizzate e distribuite in modo ragionato, non c’è dubbio. Il problema è che questi tagli non vanno in questa direzione. Semplicemente, il governo ha bisogno di recuperare da qualche parte dei soldi e li toglie alla scuola. Mentre in molti paesi, per superare la crisi, si investe in scuola, università e ricerca, qui si taglia alla grande proprio in questi settori. Siamo diciottesimi in Europa per investimenti nel settore scolastico, dietro a tutte le grandi democrazie del Vecchio Continente.

I precari licenziati protestano, fanno sciopero della fame e piantano tende davanti a Montecitorio. La Gelmini parla lì vicino, ma non si degna di incontrarli, perchè “sono politicizzati, sono iscritti ad IdV”. Eccola qui la cara, vecchia scusa. Chi non osanna ciò che fa il governo, chi critica o semplicemente fa il suo dovere è politicizzato. Magistrati, insegnanti, operai, studenti. Tutti, indistintamente. Non è nemmeno pensabile, nella logica del ministro Gelmini e in generale del suo partito, che ci siano persone che semplicemente desiderano una scuola pubblica sana e funzionante, di qualità. E siccome questa riforma non porta ad una scuola di questo tipo, protestano.

I precari che manifestano non capiscono come il taglio di 8 miliardi di euro in tre anni per gli organici possa rendere migliore l’istruzione. E siamo sicuri che i 42 mila docenti tagliati nel 2009 e i 132 mila che perderanno il posto in tre anni miglioreranno la qualità dell’insegnamento? Sono numeri che preoccupano. Anche perché i posti in realtà ci sono, quindi i precari potrebbero essere assorbiti. Ma costa meno affidare a loro questi posti liberi, anziché a personale stabilizzato. Chi ne paga le conseguenze, come sempre, sono gli studenti, che non avranno quindi un minimo di stabilità su cui contare.

Ma ci sono anche buone notizie. Prima di tutto, tutte le materie hanno subito tagli al monte ore: latino, greco, perfino italiano. Ma l’Insegnamento Religione Cattolica no. E non solo le sue ore sono rimaste le stesse, ma i suoi insegnanti sono addirittura aumentati (ora sono 26 mila). Docenti che vengono nominati dalla Chiesa e pagati dallo Stato, con le nostre tasse. Cosa vogliamo di più?

In secondo luogo, Gelmini ha affermato che “nella Fininziaria 2011 i soldi per le scuole paritarie non si toccano”. Le scuole private quindi continueranno a beneficiare dei fondi previsti, mentre la scuola pubblica boccheggia e fatica a rimanere a galla (se non è già affondata). Sono notizie che scaldano il cuore e rasserenano gli animi.

Il Ministro dell’Istruzione è orgoglioso di quella che ha definito una “riforma epocale”. Secondo lei, quindi, la scuola pubblica è finalmente ordinata e funzionante. Sarei curioso di sapere dove manderà a scuola i suoi figli. Così, a intuito, direi in una scuola privata.

Nall’anno 2010 di nostra vita, io Nicola Cavallini, detto L’Albatro, cerco un appiglio. Ma dove?

Guardo fuori da me e vedo soltanto squallidi teatrini, schifezze legali, colpi bassi e insulti, sputi in faccia, il tutto firmato e controfirmato da gente che non oso definire politici. Nemmeno cittadini, se è per questo. Non mi va nemmeno di insultarli. Troppo facile. E poi si rischia di restare invischiati in quel viscidume che loro chiamano “moralità”.

Sono assente ai tasti di questo blog da quasi due settimane, tanto sono stato impegnato a studiare, studiare per esami all’università. Ma sono stato abbastanza attento per vedere che la legge bavaglio veniva accelerata, forzata, blindata. Abbastanza attento per vedere che da un giorno all’altro si scopre che la crisi c’è, eccome, e che dobbiamo fare degli sforzi per uscirne: va bene, ben arrivati, ma dove si va a tagliare per fare cassa? Dai ricercatori, dagli insegnanti, dai dipendenti pubblici, da settori interi dello Stato.

Scusate, ma ho diciannove anni, vado per i venti, e se guardo davanti a me (e neanche tanto distante) non vedo nulla. Il mio Paese, nel quale faccio pure fatica ad identificarmi, è sempre più assopito, instupidito, rincoglionito. C’è un’assurda quantità melmosa di gente melmosa che preferisce non sapere. Preferisce non vedere la violenza della legge delle intercettazioni, perché ragionarci sopra richiede quel poco di tempo e impegno in più che, nello schifo della loro mentalità viscida, pigra e strisciante odierna, è troppo.

Io non vedo il mio futuro, e se solo riesco ad immaginarlo, mi trovo a sbattere la faccia sulla cruda e ruvida realtà: il futuro lo decide qualcun altro, cioè chi sa cosa farci comprare, chi sa cosa farci votare, chi sa cosa farci pensare.

L’Italia è sempre più STUPIDA, avere  dei valori in cui credere è sconsigliato: non paga.

Mi piacerebbe vedere un’Italia forte, decisa, capace di essere autorevole e al pari degli altri Stati.

Invece questo è uno Stato dove la maggior parte della gente segue i reality-show (siamo al Grande Fratello 11, ma quanti avranno letto 1984?), le telenovelas, i quiz a premi, gli opinionisti.

È uno Stato dove una ragazzina, a 16 anni crede di poter decidere, allo stesso modo e con lo stesso fattore di indugio, se fare la parlamentare o se velina, spesso prediligendo la seconda opportunità, specie perché la mamma la spinge su un palchetto, mezza nuda.

È un Paese dove le famiglie vanno al centro commerciale ogni domenica, in giro per negozi a cercare il televisore di ultimo grido, come pure l’ultimo cellulare, il capo firmato, gli occhiali da sole, a costo di aprire un mutuo a causa di acquisti al disopra delle loro possibilità o per le vacanze.

È un Paese dove c’è la cultura del “più bianco non si può”, dove si seguono mode che chissà chi ha lanciato, dove se solo ascolti della musica che non sia la canzonetta del primo amico di Maria o del primo fenomeno-dal-fattore-X allora vieni guardato con fare interrogativo.

È un Paese dove si spendono patrimoni per comprare i biglietti per lo stadio, per la scheda Premium che ti fa vedere tutte le partite possibili e immaginabili, dal campionato italiano (il più bello del mondo?) a quello turkmeno.

È un paese dove non si hanno ancora ben chiare le idee sul fascismo e su cosa questo è stato, e si dimentica spesso e volentieri che anche la più piccola limitazione dei diritti fondamentali va contrastata senza risparmiare colpi.

È uno Stato dove è diventato dannatamente normale ostentare ignoranza, la stupida genuinità del sempliciotto, e “apprezzare” le gag quotidiane delle esilaranti figure di merda che ci circondano: quasi che a far ridere gli altri della propria vergogna si guadagni attenzione, scambiata per ammirazione (a forza di fare le merde diventa normale esserlo?).

È un Paese dove prevale la legge del peggiore sul più debole: non bisogna prendersela con chi ha il potere e prende le decisioni sbagliate, ma con chi sta peggio di te (l’assurdo  caso delle mamme di Adro, quelle della mensa, ricordate?).

È uno Stato dove si difendono radici che nemmeno si conoscono, ma che si confondono invece con il ristretto confine del proprio comune; o della provincia, se va bene.

È un Paese dove la memoria, a dirla tutta, non arriva indietro di un mese: così tutto si può dire perché tutto si può contraddire; così le figure di merda vengono stemperate, quindi accettate;

IO NON VOGLIO UN’ITALIA DEL GENERE. Mi fa schifo poter accettare di farne parte solo per pigrizia, ignavia, comodità, guadagno, profitto. L’unico profitto che mi aspetto dal mio futuro (sottolineo, MIO) è che io possa diventare e fare quello che ho in mente e che voglio davvero: diventare giorno per giorno, Nicola Cavallini.

E per questo l’ambizioso Nicola Cavallini si aspetta un Governo che, anche se non è della parte che lui sostiene, si comporti correttamente.

Non voglio che l’Italia sia tutto ciò che ho elencato sopra. Mi fa schifo questa cultura, soprattutto perché mi dà l’impressione di essere uno spreco di tempo aberrante. Come facciamo ad essere un Paese considerato e considerabile, con queste premesse? Premesse mantenute costanti da tanti poteri, radicati nella politica e non solo.

Ci stiamo chiudendo sempre di più, e siamo ad un livello talmente triste da non poter nemmeno immaginarci come guida culturale, innovativa nel mondo.

Si taglia soltanto nel campo della cultura, con un gran coro di consensi: aboliamo gli enti inutili, dai! tagliamo l’organico degli insegnanti, i finanziamenti alla scuola, gli stipendi dei già affamati ricercatori, favoriamo quel tipo di cinema, musica e arte che è tradizionale, in difesa delle radici.

Sinceramente non so che farmene di queste mie radici se la mia vita vuol dire soltanto stare fisso ad ammirarle, invece che potermici appoggiare per affrontare il futuro, il mondo che non ho ancora visto.

Nicola Cavallini, L’Albatro