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Questa è l’unica cosa che mi sento di condividere a proposito del terremoto. Se ne parla tantissimo, e dopo l’emozione di adrenalina di aver vissuto tutte le scosse dal mio appartamento di Modena non voglio cadere nella trappola della “testimonianza ad ogni costo” e del morboso interessamento ad ogni aspetto del terremoto. Ci stanno già pensando più o meno bene in tv e sul web, in generale.

Mi è piaciuto questo articolo perché parla di una dimensione sociale poco nota, e del colpo tremendo che ha ricevuto. Mi piace come viene descritta, perché so che è così: io vado fiero della mia metà di sangue emiliana.

Mi piace che Michele Serra parli delle persone e di come sentono la loro identità e mi piace che metta questi aspetti davanti al danno economico delle fabbriche ferme e distrutte, dei posti di lavoro perduti o sospesi, delle forme di grana distrutte, che accosta (volutamente?) al museo delle Maserati di Modena.

La base dell’industria è la cultura che c’è dietro, le eccellenze vengono dalla passione sfrenata per il proprio lavoro, e di eccellenze ne abbiamo, eccome! Ma le eccellenze le fanno le persone, che sempre riduciamo ad un numero: 17 morti, 14mila sfollati, 350 feriti.

Ecco, mi piace la cultura contadina e popolare emiliana, per il modo di fare e di fare legami, per il modo di lavorare e di aiutarsi. Una gentilissima signora mi ha dato un passaggio da Modena a Scandiano, durante il secondo terremoto, e l’ho conosciuta in strada, mentre macchine e vetri ballavano.

Voglia di comunità, amalgamando le persone in tutti i loro aspetti: valorizzando chi sa fare e sa fare bene, e aiutando chi è in difficoltà.

Estendiamo il concetto all’Italia, su, non è difficile.

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I CONTADINI E GLI OPERAI DELLA MIA TERRA FERITA

LA SOLA cosa buona dei terremoti è che ci costringono, sia pure brutalmente, a rivivere il vincolo profondo che abbiamo con il nostro paese, i suoi posti, la sua geografia, la sua storia, le sue persone. Appena avvertita la scossa, se non si è tra gli sventurati che se la sono vista sbocciare proprio sotto i piedi, e capiamo di essere solo ai bordi di uno squasso tremendo e lontano, subito si cerca di sapere dov’è quel lontano.

E quanto è lontano, e chi sono, di quel lontano, gli abitanti sbalzati dalle loro vite. Si misurano mentalmente le pianure o le montagne che ci separano dal sisma. Prima ancora che computer e tivù comincino a sciorinare, in pochi minuti, le prime immagini, le macerie, i dettagli, i volti spaventati, la nostra memoria comincia a tracciare una mappa sfocata, eppure palpitante, di persone, di piazze, di strade, di case. Una mappa che è al tempo stesso personale (ognuno ha la sua) e oggettiva, perché è dall’intreccio fitto delle relazioni, dei viaggi, delle piccole socialità che nasce l’immagine di un posto, di un popolo, di una società.

Leggo sul video Cavezzo e subito rivedo un casolare illuminato in mezzo ai campi in una notte piena di lucciole, ci abitava e forse ci abita ancora un mio amico autotrasportatore, Maurizio, non lo sento da una vita, cerco il suo numero sul web, lo trovo, lo faccio ma un disco risponde che il numero è sconnesso.

A Finale Emilia viveva, e forse vive ancora, la Elia, la magnifica badante che accompagnò mia nonna alla sua fine. Era nata in montagna, nell’Appennino modenese, faceva la pastora e governava le pecore, scendere nella pianura ricca a fare l’infermiera era stato per lei, come per tanti italiani nella seconda metà del Novecento, l’addio alla povertà, l’approdo alla sicurezza: ma ancora raccontava con gli occhi lucidi di felicità di quando da ragazzina cavalcava a pelo, galoppando sui pascoli alti. Molti degli odierni italiani di pianura hanno radici in montagna. L’Appennino ha scaricato a valle, lungo tutta l’Emilia, un popolo intero di operai e di impiegati. La sua popolazione, dal dopoguerra a oggi, è decimata: dove vivevano in cento oggi vivono in dieci, come nelle Alpi di Nuto Revelli.

Andai a trovarla a Finale, tanti anni fa, per il funerale di suo figlio, era estate e l’afa stordiva. Le donne camminavano davanti e gli uomini dietro, si sa che i maschi hanno meno dimestichezza con la morte. Non c’erano ancora i navigatori e arrivai in ritardo, in quei posti è molto facile perdersi, le strade sono un reticolo che inganna, è un pezzo di pianura padana aperto, arioso, disseminato di paesi e cittadine, ma non ci sono città grandi a fare a punto di riferimento (anche questo, penso, ha contributo a limitare il numero delle vittime). Se sei un forestiero e l’aria non è limpida, e non vedi l’Appennino che segna il Sud e – più lontano – le Alpi che indicano il Nord, ti disorienti, non sai più dove stai andando. Forse da nessun’altra parte la Pianura Padana appare altrettanto vasta e composita, non si è lontani da Modena, da Bologna, da Mantova, da Ferrara, ma neppure si è vicini. Anche per questo ogni paese ha forte identità: non è periferia di niente e di nessuno. Uno di Finale Emilia è proprio di Finale Emilia, uno di Crevalcore proprio di Crevalcore.
Crevalcore è bellissima, è uno di quei posti italiani dei quali non si parla mai, una delle tante pietre preziose che ignoriamo di possedere. La struttura è del tredicesimo secolo, pianta quadrata, città fortificata. Ci andai molto tempo fa per un dibattito, cose di comunisti emiliani, ex braccianti e operai che ora facevano il deputato o il sindaco e discutevano di piani regolatori ma anche del raccolto di fagiolini, facce comunque contadine con la cravatta allentata, seguì vino rosso con grassa cucina modenese perché Crevalcore è ancora in provincia di Bologna, l’ultimo lembo a nord-ovest, ma è a un passo da Modena, e dunque tigelle con lardo e aglio.

Non riesco a ritrovare, di quei posti, un solo ricordo che non sia amichevole, socievole, conviviale. Non è vero che è la natura contadina, ci sono anche contadini diffidenti e depressi. È piuttosto l’equilibrio fortunato, e raro, tra benessere individuale e vincoli sociali, sono paesi di volontari di ambulanza e di guidatori di fuoriserie, di bagordi in discoteca e di assistenza agli anziani.
La parola “lavoro”, da quelle parti, è diventata una specie di unità di misura generale: li avrete sentiti anche voi, gli anziani, dire ai microfoni dei tigì “mai visto un lavoro del genere”, il lavoro cattivo del terremoto. Come fosse animato da uno scientifico malanimo contro il luogo, ha colpito soprattutto i capannoni industriali, le chiese e i municipi. E quei portici, quei fantastici luoghi di mezzo tra aperto e chiuso, con le botteghe e i caffé, che sfregio vederli offesi, ingombri di macerie e sporchi di polvere. Sono stati colpiti, come in un bombardamento scellerato, tutti i luoghi dell’identità e della socialità. La fabbrica e la piazza, che nell’Emilia rossa sono quanto resta (molto) di un modello economico che ha prodotto meno danni che altrove. Vorticoso come in tutto il Nord, con qualche offesa all’ambiente come in tutto il Nord, con qualche malessere (le droghe, lo smarrimento, la noia) come in tutto il Nord, ma con una sua solidità, un suo equilibrio, una ripartizione intelligente tra industria e agricoltura, tra acciaio e campi.

A proposito, chissà se ha subito danni lo splendido museo Maserati che uno dei fratelli Panini ha eretto a Modena all’interno della sua azienda agricola. Lamiere lucenti in mezzo alle forme di parmigiano biologico (come quelle che la televisione mostra collassate, e sono un muro portante anche loro) e l’odore del letame che lega tutto, fa nascere tutto. I muggiti delle mucche, in mancanza di meglio, per simulare il rombo del motore. Per quanto il terremoto abbia fatto “un lavoro mai visto”, il lavoro di quei padani di buon umore (quelli di cattivo umore, si è poi visto, sono stati una novità perdente) rimetterà le cose a posto, prima o poi. Quando tutto sarà finito, i morti sepolti, i muri riparati, e i visitatori non saranno più di intralcio ai soccorsi, andate a Crevalcore, e ditemi se non è bella.

Come si fa ad uscire dalla crisi? Secondo la Fiat non serve proporre modelli nuovi (nuovi davvero, non rivisitazioni dei precedenti), magari ecologici, magari all’avanguardia. Secondo Marchionne basta non assumere operai della CGIL.

La Fiat infatti sta spostando i lavoratori dalla fabbrica vecchia, che andrà chiusa, alla nuova, dove si produrrà la nuova Panda. E come si spostano gli operai? Gli si chiede di licenziarsi da Fiat e farsi assumere da una nuova società, la Fip. Ebbene nemmeno uno, neanche mezzo dei mille neoassunti è della CGIL (che rappresentava il 10 % circa degli operai della vecchia fabbrica).

Coincidenza? Mah, valutate voi. Forse lavorano meglio gli operai iscritti agli altri sindacati. O forse Marchionne non guarda alla competenza, ma assume in base ad altri criteri. Discriminatori e medievali.

Applausi.

Trovato su ilfattoquotidiano.it, nel blog FQ Londra, vi propongo un articolo di Michela Insegna, studentessa di giornalismo nella capitale inglese. Parla di alcune pratiche e strutture di sostegno e aiuto ai giovani che cercano di entrare nel mondo del lavoro: dagli incontri con le società alle lezioni per prepararsi ai colloqui di lavoro, fino alla questione del curriculum vitae…

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Non è un nuovo slogan pubblicitario, né il titolo di un film. A parte i più conosciuti club universitari, ovvero quelle società a tema, diffuse un po’ in tutto il mondo anglosassone, dal club esclusivo di vela a quello di meditazione e yoga, dalla società per gli appassionati di ciclismo al volontariato, che consentono agli studenti di socializzare in modo intelligente e coltivare una passione al tempo stesso,l’università inglese offre inclusi nel pacchetto formativo corsi di preparazione diretta all’inserimento nel mondo del lavoro.

“How to improve your cv in 30 minutes”, come migliorare il tuo curriculum in 30 minuti. “Come prepararsi ad un colloquio di lavoro evitando di cadere negli errori più banali”, o “Psicologia: 30 minuti per scoprire le tue potenzialità”. O ancora, gli atenei organizzano incontri diretti con alcune tra le big society alla ricerca di giovani da arruolare (la Royal Bank of Scotland, ad esempio). In una società sana, quale posto migliore dell’università per proporre posti di lavoro alla nuova classe impiegatizia del futuro?

C’è un centro apposito che si occupa del futuro degli studenti universitari. Si chiama Career and Employment Student Service, aperto tutti i giorni dalle 9 alle 5. Ora, vi pongo una domanda. Studenti universitari italiani, avete mai sentito parlare di nulla di simile? Io dei miei studi romani riesco a ricordare solo uffici fantasma, leggendarie figure di responsabili di segreterie didattiche mai disponibili e impiegati poco cordiali. Eppure vi assicuro io, attualmente studentessa di giornalismo a Londra, che il master non mi costa nulla di più che in una qualunque università pubblica italiana.

Il Career Student Service organizza tutto questo in un fitto programma di eventi, lezioni e seminari che puoi frequentare a tuo vantaggio, anche tutti, con l’unico obbligo di prenotare in anticipo, tanto per evitare di ritrovarsi seduti per terra. Al prezzo di un semplice click del mouse sul pulsante “Book the event”, facile come bere un bicchier d’acqua, e sinceramente molto più utile che non ingoiare milioni di volumi nozionistici e ore china sui libri. Perché la preparazione e lo studio sono importanti, ma lo sono anche la coscienza delle proprie possibilità e del tuo futuro. L’obiettivo dell’università dovrebbe essere quello di creare una generazione di giovani pronti a prendersi il loro posto nella società e sostituire l’attuale classe dirigente. Quella inglese è solo una bozza imperfetta, ma per lo meno, ci prova.

Fuori da un’aula mi imbatto casualmente in un ragazzo dall’aria socievole, lo prendo per un mio compagno di corso. E invece scopro che si tratta di un professore di Geografia umana di 30 anni, con contratto, e il mio pensiero non può che andare a tutti quei ricercatori italiani over 40 che, ahimè, sono ancora dei disoccupati cronici con rimborso spese e buoni pasto. Cammino per il centro di Londra alla ricerca di una copisteria dove stamparmi alcune copie del mio cv, pronte per la distribuzione. Entro in un negozio, mi vengono rivolte alcune domande sul tipo di stampa che intendo fare. Non capisco subito: così mi reco alla cassa a pagare le stampe, e – udite udite – mi viene detto che non c’è nulla da pagare, anzi sono invitata a stampare quante più copie del curriculum ho bisogno! Si tratta infatti di un centro specializzato nell’aiutare i giovani a trovare lavoro. Ancora, non avevo mai sentito nulla del genere. Potete immaginarvi che la sottoscritta, nonostante viva a Londra da un po’, di fronte a scoperte come questa, ha ancora l’espressione di chi cade dalla montagna del sapone.

Le conquiste che i lavoratori hanno ottenuto nel ventesimo secolo si stanno sgretolando sotto i nostri occhi. Marchionne sta erodendo i diritti dei lavoratori, riportando la situazione nelle fabbriche ad un livello infimo. E’ una medievalizzazione del lavoro. Si torna all’operaio sfruttato, che deve lavorare lavorare lavorare e basta, senza pretendere cosette da niente come la rappresentanza sindacale, le pause e i tempi di lavoro adeguati.

In questo consistono gli accordi che Marchionne sta imponendo alle fabbriche Fiat sparse per l’Italia. Ieri Pomigliano, oggi Mirafiori, domani chissà. Il primo accordo, quello di Pomigliano appunto, doveva essere un caso straordinario. E invece eccoci qui, a parlare di quello di Torino (Mirafiori), che è il secondo caso straordinario, quindi.

Tutti parlano di larghe vedute del capo della Fiat, che secondo politici, giornalisti, economisti, giuslavoristi, sindacalisti e compagnia cantante sta salvando l’azienda e, in generale, innovando il mondo dell’impresa e del lavoro italiani. Ma siamo sicuri che sia così? Davvero è innovazione limitare e violare i diritti di chi lavora in nome dell’aumento della produzione? E davvero è “conservatore” chi continua a difendere quei diritti?

Marchionne fa un discorso molto semplice: chi firma l’accordo è dentro, lavorerà o avrà la cassa integrazione (a patto che non scioperi, che accetti di non poter votare il suo rappresentante sindacale e di lavorare per più tempo e con pause più brevi); chi non firma è fuori, e tanti saluti. E se la maggioranza rifiuta l’accordo non c’è problema, si delocalizza l’azienda in Brasile o in Polonia, dove nessuno scoccia. Accordo? A casa mia si chiama ricatto.

L’idea della Fiat è molto vecchia: per produrre di più, si fanno lavorare di più gli operai. Per uscire dalla crisi, l’azienda aumenta l’orario di lavoro oltre le 40 ore settimanali. La vecchia concezione del plusvalore che deriva dal lavoro in più di chi sta in catena di montaggio. E l’innovazione? Perchè non puntare sulla ricerca, sulla creazione di modelli innovativi? Le case automobilistiche straniere stanno proprio puntando su questo. Ma noi siamo, come sempre, un passo (o forse molti di più) dietro agli altri.

Vediamo un po’ di dati. Nel costo complessivo della costruzione di un’auto, il valore del lavoro incide tra il 7 e il 9%. Le operazioni che fa Marchionne servono proprio a ridurre il costo del lavoro. Ma con questi metodi, al massimo potrà risparmiare un 1%. Quindi una macchina che gli costava 10mila euro, verrà a costargli 9.900. Chi crede davvero che un risparmio simile tirerà fuori dalla crisi l’azienda? Visto il calo delle vendite, che negli ultimi due anni è stato doppio rispetto alle aziende concorrenti in Europa, non dovrebbe puntare sulla creazione di modelli nuovi, che consumino meno? Sono anni che la Fiat non tira fuori una vera idea, un vero nuovo modello, nonostante dica di averne in cantiere molti.

Marchionne dice poi che gli operai italiani producono la metà di quelli delle fabbriche delocalizzate in Brasile e in Polonia. Non dice però (evidentemente lo dimentica) che mentre le fabbriche in questi paesi hanno funzionato, negli ultimi due anni, praticamente a tempo pieno, quelle in Italia sono rimaste ferme per il 50% del tempo. E non per l’assenteismo, ma per lo scarso numero di auto vendute.

Non è che la morale di tutto questo discorso è che la Fiat non fa macchine che si vendono o che non vende bene il suo prodotto?

La risposta è l’innovazione. Bisogna puntare sul futuro, producendo e proponendo macchine pulite, d’avanguardia, che siano accattivanti e che consumino poco. Se non si scommette sul nuovo non c’è via d’uscita. La colpa non è degli operai, dei lavoratori. E’ di chi, tradendo il suo ruolo di manager, naviga a vista e scarica le sue responsabilità sugli altri, invece di proporre nuove soluzioni. Marchionne si è trasformato in un dittatore, che impone le sue condizioni violando i diritti fondamentali, primo tra tutti quello che garantisce la rappresentanza sindacale.

Dopotutto, è una questione di rapporti di forza. L’uomo col maglioncino ha in mano le sorti dell’azienda e quindi di chi ci lavora. E il governo, debole e disinteressato, lo lascia fare, guardandolo mentre distrugge le conquiste di secoli di lotte e di fatiche, mentre calpesta la Costituzione, mettendo tutti in riga. Gli operai non hanno potere, non hanno niente da negoziare. La loro dignità vale meno di un lavoro, per quanto mal retribuito.

Cosa ci vuole per capire che questi accordi sono il primo passo verso una regressione drammatica in materia di lavoro? Oggi la Fiat, domani chissà che altro. Si invocheranno le sacre leggi e i fondamentali bisogni del mercato, eliminando uno a uno i diritti di chi lavora. E noi staremo a guardare, impotenti. Oppure applaudiremo a queste mostruosità, come fanno il PD (ormai del tutto fuori di testa) e gran parte della stampa (come il Corriere, del quale Fiat è azionista con il 10%).

Nessuno nega che un imprenditore debba fare il bene della sua azienda. E’ il suo lavoro. Ma a che prezzo? Si può discutere una riforma in materia di lavoro, non c’è dubbio. Ma Marchionne chi è, il Parlamento? Il Presidente del Consiglio?

Ecco perchè è necessario stare con la Fiom, l’unico attore di questo dramma che resiste e si batte, non accettando una ferita così profonda ad uno dei diritti fondamentali dell’uomo: il lavoro. E’ il lavoro che delinea una persona per quella che è, che la determina e la innalza. Vogliamo davvero che sia il modello Marchionne a descrivere quello che siamo?

(Firma l’appello di Micromega: “La società civile con la Fiom“, firmato da Camilleri, Hack, Tabucchi, Fo e tanti altri)

Pubblichiamo oggi un articolo della nostra collaboratrice WhatsernaMe, ispiratole dal recente viaggio in Spagna. Buona lettura!

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«Y chicas ¿Qué piensen los italianos de España?»

La domanda curiosa è di Rosa Peréz, una ragazza 31enne della Extremadura che 12 anni fa si è trasferita a Siviglia per frequentare l’Università e di conseguenza si è laureata in Filologia e Letteratura spagnola.

Da 5 anni insegna alla Giralda Center, scuola di spagnolo per studenti stranieri; così passeggiando per andare al Mercadillo di Calle Feria, le chiedo se questo lavoro le piace: sorridendomi, mi sbatte in faccia una verità di un fenomeno che sta condizionando parecchio anche l’Italia. «Sono stata fortunata perché, primo sono riuscita a trovare un lavoro, secondo è un lavoro che mi piace.»

Passando per vicoli e vicoletti, giungiamo in Calle Feria, dove ogni giovedì c’è questo mercato delle pulci dove si può trovare di tutto, da libri a specchietti delle macchine, da sedie a vestiti di flamenco. La gente, che secondo molti sarebbe appena uscita da Alcatraz, è spontanea, gentile e per niente arrabbiata con il mondo intero (a differenza degli italiani).

Così, in quest’atmosfera stranissima, continua la conversazione tra me e Rosa: cercando di tirare fuori il mio spagnolo migliore, le dico che gli iberici sono considerati aperti, socievoli e calorosi. Stando a Siviglia le confermo quanto detto, aggiungendo che soprattutto mi ha colpito il rispetto per le persone e la città stessa. La sua faccia è davvero sorpresa (e soddisfatta) e scherzosamente le dico che questa impressione probabilmente è dovuta al sentirsi tutti sudditi di un re.

A causa di un mio pregiudizio (ero convinta che i giovani spagnoli fossero contrari alla monarchia), mi ero preparata a vedere una una smorfia di disgusto, ma invece mi risponde che il re è molto ben visto, in quanto negli anni ‘60 suo padre stipulò con Francisco Franco un accordo nel quale era sancito che alla morte del dittatore, il figlio Juan Carlos andasse al potere.

Dopo una breve pausa di silenzio, a me vantaggiosa per riformare una domanda, le chiedo invece cosa ne pensano gli spagnoli di Zapatero. Stavolta la sua espressione di fa più cupa e scuote la testa: «Beh, Zapatero è stato una sorta di benessere per il mio Paese ma solo nei primi anni. Quando è stato eletto, ha pronunciato un discorso che ha lasciato a bocca aperta tutti gli spagnoli: ognuno di noi ha pensato che finalmente in Spagna potesse andare tutto bene. E così è stato con le nuove leggi che sono state introdotte, come la legge sull’indipendenza o i matrimoni tra gli omosessuali. Ma negli ultimi due anni sta sbagliando tutto. Ha introdotto una “reforma laboral” (riforma sul lavoro) che sta portando malessere tra la popolazione. Ha persino licenziato cinque ministri, i quali non sono stati in grado di fare bene il loro lavoro. E da voi in Italia non stanno facendo delle riforme?»

Non so se stia scherzando o è soltanto per curiosità personale, ma istintivamente sulle mie labbra compare un sorriso amaro, molto amaro.

«Non so se in Spagna è giunta questa notizia, ma in Italia si stanno facendo una serie di riforme che servono veramente a ben poco.»

Dal suo annuire capisco che qualcosa già sa.

«Per esempio – continuo – da due anni il governo sta distruggendo la scuola italiana. Il nostro ministro, Mariastella Gelmini, sta portando a un livello da paese del terzo mondo l’istruzione e la ricerca: ha tagliato i fondi per finanziare la scuola, ha ridotto le ore scolastiche, creando un altissimo tasso di disoccupazione; ha ridotto anche gli indirizzi di studi delle superiori e cancellato alcuni corsi di laurea. Per esempio, l’Università Statale di Milano è stata costretta a iniziare i corsi con quindici giorni di ritardo perché non ci sono i fondi per pagare i professori; oppure la scuola d’arte più famosa d’Italia un annetto fa era in procinto di chiudere perché non c’erano abbastanza professori e denaro. Direi che in Italia non siamo messi molto bene.»

«Lo stesso in Spagna, Miki. Ora che c’è la crisi il governo è incapace di risanarla»

« Si sente molto la crisi?»

Oramai io e Rosa ci siamo appostate in un bar e abbiano preso persino due succhi di frutta.

«Beh, vedi, la crisi si sente eccome. Da quando sono nata, non mi ricordo di una crisi così. Non c’è lavoro per nessuno e chi lo aveva, si è visto improvvisamente senza nulla e a vivere per strada» e indica un barbone che chiede l’elemosina, un altro che continua a dormire e un altro ancora che rovista nella spazzatura.

«Con la globalizzazione le fabbriche sono state trasferite all’estero, dove ovviamente la manodopera costa poco. Già all’inizio degli anni 90, il governo ha fatto chiudere dei cantieri navali (che erano l’unica fonte di lavoro) in Galicia, a Cádiz e a Sevilla. E nessuno è riuscito a fermare questo fenomeno: anzi, se vuoi gli è stata data una spinta quando tra il 1980 e il 1990 sono state privatizzate molte imprese e industrie. Ora è tutto allo sbaraglio. Capisci che nemmeno qui va proprio bene.»

Rimango un po’ sconcertata e incredula, soprattutto dopo che frugando nella mia cultura generale, ricordo che finita la dittatura franchista, la Spagna aveva avuto un boom economico pazzesco.

Ma il racconto di Rosa mi stupisce ancora di più: la maggior parte del boom economico era dovuto ad attività e imprese illegali, che basavano la loro ricchezza sul lavoro in nero. In testa c’erano le imprese edili, che costruivano edifici in tempi record, senza garantire i diritti di sicurezza e degli operai, pagandoli praticamente a cottimo. Ma queste imprese sono state le prima a crollare non appena l’odore di crisi ha cominciato a diffondersi per tutto il Paese. Ed ecco come di conclude la situazione economica spagnola attuale.

«Sai mi sembra che tu viva in Italia e che mi stessi raccontando la stessa storia, ma in una lingua diversa»

Purtroppo è un altro dito che affonda nella piaga: anche lei ammette la gravità della situazione, aggiungendo che il mio Paese è spaccato in due parti distinte ma che non si possono affrontare in quanto sarebbe una battaglia persa in partenza dai più deboli, quelli di un’Italia migliore.

Certo, le rispondo, sono più forti perché in Italia funziona che chi è disonesto, vince. Il governo italiano è formato da un capo supremo, attorniato da ministri che hanno almeno commesso un reato.

«¡No es posible!»

« No, no, è possibilissimo! Anzi se tu sei una persona onesta, non puoi entrare in politica.»

A Rosa viene solo da sorridere e scuotendo la testa dice che la Spagna non è messa bene, ma almeno chi non lavora bene se ne va a casa.

Veniamo fermate da un urlo di una venditrice che guadagna la sua giornata e ogni minuto che passo in questo mercadillo è sempre più strano, divertente e coinvolgente.

«Pero ahora tienes una mala imágen de Italia» (però ora hai una pessima immagine dell’Italia)

«no no anzi, io vorrei vivere in Italia! Avete paesaggi magnifici, l’arte che vi invidia tutto il mondo, per non parlare della gente e della cucina: meravigliosi!»

È già un passo avanti che non abbia detto “Pizza, mandolino e mafia” ma mi tocca metterla in guardia sulla mancanza di un futuro, specialmente per i giovani.

«Senti – mi dice – ne vogliamo parlare? In Spagna c’è il 60% di giovani che hanno diritto al lavoro e solo il 20% ce l’hanno, ma è tutto precariato. Nessuno può costruirsi una famiglia, può comprare cosa, può avere una vita propria. Questo secondo te è avere un futuro?»

Beve praticamente a goccia il succo e rimane in silenzio. Immediatamente si scusa per lo sfogo, dicendo che è molto arrabbiata per questa situazione in quanto coinvolge molti suoi amici e conoscenti.

Faccio spallucce e non riesco ad aggiungere niente. O meglio vorrei chiederle molto altro però i suoi movimenti mi fanno capire che il tempo scarseggia e che la scuola ci aspetta.

Infatti si alza e va al bancone per pagare, ma dopo torna da me, mi viene vicino e mi dice: «¡Hey chica no te preocupes! Vedrai che anche in Italia tutto si sistemerà. In Spagna è successo dopo 20 anni. Ormai tutti sono stufi e quando sentirò al telegiornale che in Italia ci saranno manifestazioni su manifestazione, io penserò a te e tu penserai a me.»

Vi vorrei proporre oggi un articolo di Jacopo Fo, articolo che ho trovato, per certi aspetti, illuminante. Visivamente apparirà “eterno” ma una volta iniziata la lettura si arriva al fondo in ben poco tempo.

Vi consiglio di seguire comunque tutti gli articoli di Jacopo Fo, qui potete trovare il suo blog su Il Fatto Online, mentre questo è il suo sito.

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VINCE CHI SORRIDE!

di Jacopo Fo

Con queste facce serie non vincerete mai. Non l’ha detto Buster Keaton, lo ha detto un grande maestro di arti marziali ai suoi giovani focosi allievi. Io credo che questo principio valga anche in politica. Ai progressisti manca un po’ il sorriso. Molti oppositori al governo dello sfascio fanno a gara per apparire in televisione con la faccia più seria e incazzata possibile e a urlare a più non posso. Essere incavolati neri è la prova della sincerità e della forza del proprio impegno politico.Berlusconi invece fa il sorriso finto e vince.

Già sento scalpitare alcuni che mi massacreranno nei commenti a questo articolo: dici bene tu! Ma se fossi un operaio licenziato non avresti niente da sorridere! Allora vorrei raccontarti la storia di 100 milioni di donne che sono uscite dalla miseria insieme a 300 milioni di loro familiari senza dover fare la faccia scura e urlare, neanche per 10 minuti. Anzi hanno dovuto sorridere molto, perché hanno dovuto collaborare, mettersi d’accordo, darsi fiducia. E se non sai sorridere non ci riesci. Perché il sorriso è il cemento delle relazioni sociali. Non essere capaci di sorridere è una malattia relazionale grave: chi non sorride resta da solo (e perde le elezioni).

La storia di queste donne inizia in Bangladesh dove nasce la Grameen Bank di Mohammad Yunus, quello che dopo 30 anni di risultati incredibili ha preso il Nobel. Yunus è un tipo paffutello. E ovviamente ha sempre il sorriso stampato sulla faccia. Questo non gli dà un’aria volitiva e intelligente. Sembra un po’ un pirlotto. Sono andato a vederlo di persona a una conferenza. Volevo vedere com’è uno che crea le condizioni perché milioni di persone si salvino dalla fame e dalla miseria. E’ basso, con la faccia tonda, il viso gentile. Parla a centinaia di persone come se fosse al bar. Senza toni da comizio, senza sventolare bandiere. Ogni tanto si ferma, guarda la platea e sorride. Iniziò prestando 23 dollari a 46 donne di un villaggio miserabile del Banghladesh, mezzo dollaro a testa, e chiese pure il 17% di interessi! Lui non voleva fare la carità ma una banca funzionante, con i conti in attivo. E molti gli dissero che era un cane rognoso perché cercava di arricchirsi prestando denaro alle donne che morivano di fame. Lui dimostrò che queste donne erano capaci di restituire il denaro con gli interessi nel 97% dei casi, molto più di quanto riesca a ottenere una banca normale che presta denaro solo a chi dà garanzie di solvibilità. Quelle donne dovevano andare all’alba dall’usuraio e prendere in prestito mezzo dollaro, compravano il bambù, costruivano uno sgabello e alla sera ripagavano il debito contratto al mattino con interessi spaventosi (giornalieri). Così restava loro in tasca quasi niente. E vivevano nella miseria più totale. Il prestito di mezzo dollaro, restituito in 52 rate settimanali, le tolse dalla disperazione. E Yunus dimostrò che si poteva creare una banca dei poveri con i conti in attivo e quindi una capacità crescente di autofinanziarsi e di erogare quindi sempre nuovi microprestiti. Ti consiglio di leggere la sua biografia, una storia da fantascienza (Il banchiere dei poveri, Feltrinelli).

La cosa che più mi ha colpito nella storia del microcredito è il metodo che questi hanno usato. Innanzi tutto hanno fatto affidamento sulle donne. Le donne devono liberarsi, la banca offre solo un’opportunità, un’occasione, una possibilità. Le donne per ricevere il prestito devono riunirsi in gruppi di 5. Il debito è individuale ma c’è un gruppo solidale. La restituzione avviene in microscopiche rate settimanali. Le donne si incontrano, il bancario riceve i soldi e dà ogni volta un’informazione utile su un’erba da cucinare, regole di igiene o un trucco per allevare i polli. E in questo incontro le donne raccontano cosa hanno fatto, che difficoltà hanno incontrato, trovano sostegno psicologico e aiuto. E devono accettare un impegno: se hanno un figlio maschio non devono chiedere alla sposa la dote, se hanno una figlia femmina devono rifiutarsi di sottostare all’obbligo della dote. Questo perché per le famiglie povere diventa una rovina pagare la dote e questo trasforma in una disastro l’avere figlie femmine e determina quindi uno stato di asservimento della donna che fin da piccola deve andare a lavorare per iniziare a accumulare la dote… e non può andare a scuola… Yunus ha capito che l’unico modo per cancellare questo costume assurdo era vincolare i prestiti all’impegno di non seguire più la consuetudine della dote. Niente volantini, comizi, cortei, proteste, lotte parlamentari. Hanno affrontato il problema alla fonte: le madri. E hanno vinto senza combattere creando le condizioni perché il cambiamento diventasse inevitabile. Ovviamente più d’uno s’è incavolato: gli usurai, i tradizionalisti e anche alcuni preti musulmani, si andava contro tradizioni millenarie. Ed è successo che alcuni Mullah abbiano minacciato alcuni funzionari della Grameen Bank: siete dei blasfemi! Già perché la tradizione di quel paese vuole che le donne non possano neppure toccare il denaro… Figuriamoci contrarre un prestito… Di fronte alle minacce la banca dei poveri ha reagito organizzando cortei? Proteste? Presidi?No. Hanno abbandonato immediatamente i villaggi dove venivano minacciati dalle autorità religiose.E molti gli han detto: siete dei vigliacchi! E loro niente. Se ne sono andati.

Le donne che avevano preso un prestito dovevano così percorrere a piedi magari 10 km per raggiungere un villaggio dove i banchieri dei poveri non erano stati minacciati. Ed erano un po’ incavolate. E quando avevano dieci minuti andavano dal Mullah e gli dicevano: “Mullah, Mullah, ma sai che mi tocca fa, che devo andà a piedi fin là… Ma cosa c’hai contro i banchieri dei poveri, che prima morivo di fame con i miei figli, Mullah…”. Tutti i giorni, 40 donne che andavano dal Mullah a torturarlo. E a un certo punto i Mullah crollano e alcuni dicono: “Va bene, fate tornare quei dementi della banca dei poveri! Non se ne può più.” Le donne vanno dai banchieri dei poveri: “Potete tornare!” E loro rispondono: “Torniamo solo se quel Mullah, viene qua, con tutti gli abitanti di quel villaggio e ci dice, di fronte al Mullah di questo villaggio e alla gente di questo villaggio che noi siamo i benvenuti e che lancerà una Fatwa contro chiunque ci tocchi.” Che esagerati! Le donne riferiscono la richiesta al loro Mullha. E quello dice: “Andate al diavolo!” E allora le donne ricominciano a rompergli i santissimi. “Mullah, Mullah, ma sai che mi tocca andà a piedi fin là… Ma cosa c’hai contro quelli là? Mullah Mullah! Che prima morivo di fame, Mullah… Mullah, Mullah, me fan male i pe! Disgrazià!” E alla fine i Mullah hanno ceduto. Crollo psichico depressivo.

E dopo anni che la banca funzionava ed era stata clonata in decine di altri paesi e prestava denaro a decine di milioni di donne, la Banca Mondiale decise di farle un prestito enorme. E allora quelli della Grameen Bank decidono di lanciare la proposta di un mutuo di 500 dollari (che là sono una cifra vertiginosa) per la costruzione di una casa. Arrivano domande a migliaia. Ma c’è una condizione: per avere il mutuo la donna deve possedere il terreno dove sarebbe sorta la casa. E questo era semplicemente impossibile. Nessuna donna poteva possedere la terra, era un tabù preislamico. Allora tutti dicono a Yunus: “Adesso che hai avuto i soldi della Banca Mondiale non li presti più senza garanzie… Allora facevi solo finta! Traditore.” E loro invece giù duri: “Se la terra è tua ti diamo i soldi. Sennò continua a morire con i tuoi figli in baracche fatiscenti.” Sticavoli! Ma passano 6 mesi e 500 mila donne scassano talmente i santissimi a mariti, padri, vicini di casa, amanti, che alla fine hanno la loro terra e ci hanno costruito sopra una casa. Quanto c’avrebbero impiegato con il sistema delle proteste, dei cortei, degli scontri di piazza, delle petizioni? Yunus ha creato le condizioni. Ha cambiato direttamente la realtà quotidiana, senza chiedere leggi nuove a nessuno.

Ma continuavano a criticarlo. Soprattutto perché prestava denaro solo alle donne che potevano lavorare. Vecchie e invalide erano escluse. Poi un bel giorno Yunus rifà per la terza volta tutti i conti e dice: “Ce la possiamo fare.” E creano una compagnia di telefonia cellulare di proprietà della Banca dei Poveri. Danno così lavoro a 36 mila donne vecchieinvalide che diventano un posto telefonico pubblico, con un cellulare e un pannello solare per ricaricarlo. Vendono telefonate a basso prezzo, riuscendo così anche a portare il telefono nei villaggi più sperduti. Un salto di qualità enorme, perché se sei il più povero, poter fare una telefonata invece di camminare per 20 chilometri fa la differenza. Se cammini non lavori e se non lavori non mangi e il giorno dopo sei talmente stanco e affamato che non riesci a lavorare.

Nel suo ultimo libro, “Un mondo senza povertà” (Feltrinelli) Yunus spiega la nuova fase nella quale sono entrati e promette, semplicemente, la fine della povertà.
Yunus è quello che oggi può dire di aver inventato un metodo che ha tirato fuori dalla miseria 100 milioni di donne in tutto il mondo grazie a piccoli prestiti finalizzati all’auto impresa e a una faccia sorridente. Non c’è nessuno che sia riuscito a realizzare niente di simile.
Ora, nel suo nuovo libro, Yunus ci spalanca una nuova prospettiva (vera) di lotta alla povertà.
Come suo solito lo fa andando controcorrente e mettendo in pratica strategie che scandalizzano la buona parte del mondo del Movimento solidale, almeno di quello italiano.
Nel 2006 è nata una società tra la banca dei poveri di Yunus (Grameen Bank) e la multinazionale Danone leader mondiale nel settore alimentare (in Usa si chiama Dannon).
Quel che ha fatto Yunus è qualche cosa di veramente geniale.
Parte da un problema concreto: i bambini del Bangladesh si ammalano e muoiono perché dopo l’allattamento mangiano solo riso. Serve un alimento ricco di vitamine e proteine adatto allo svezzamento. Studiano il problema e scoprono che la cosa migliore sarebbe uno yogurt arricchito.
Domanda:
Come facciamo a far sì che milioni di bambini possano mangiare questo yogurt nei prossimi decenni?

Soluzioni:

1) Facciamo una raccolta di fondi e regaliamo
 yogurt? No, perché servirebbe una quantità di denaro impensabile, ogni anno, per sempre.

2) Creiamo una società, un’impresa capitalista, di nuovo tipo. I finanziatori (la Danone) mettono i soldi ma rinunciano a guadagnarci. Potranno soltanto riavere i loro soldi rivalutati rispetto all’inflazione dopo 10 anni. Ma attenzione, lo scopo della società è fare utili per potersi sviluppare. L’obiettivo di questa Spa non è quella di guadagnare il più possibile, non è quello di regalare, vuole essere un’impresa sana, con i conti in attivo, il suo obiettivo è vendere yogurt per lo svezzamento al prezzo più basso possibile, senza perderci.

La soluzione del problema nasce da una concezione diversa della logistica.
Innanzi tutto tagliano un costo principale che è quello di conservare e trasportare al freddo lo yogurt. Invece di costruire una grande fabbrica ne costruiscono tante piccole che servono una zona limitata dove il prodotto viene realizzato e consumato in giornata. Questo semplice accorgimento permette di tagliare enormemente i costi offrendo al contempo un prodotto migliore.
Semplice e geniale. E funziona.

E attenzione: l’azienda finanziatrice rinuncia alla rendita finanziaria dell’investimento ma non ci rimette in quanto il denaro verrà rivalutato.
Ma l’azienda ottiene un guadagno collaterale enorme in termini di pubblicità. In questo articolo sto parlando bene della Danone e sto cercando di convincerti che sono capitalisti di tipo nuovo che hanno dato vita a una delle più grandi rivoluzioni di questo secolo. E questo lo faccio per convinzione senza che la Danone mi abbia dato un solo euro.
E la Danone ottiene anche un clamoroso successo verso i suoi dipendenti che possono avere la soddisfazione di vedere che il frutto del loro lavoro non finisce solo in donne e champagne per gli azionisti ma viene utilizzato per salvare la vita di migliaia di bambini. E si sa che i dipendenti motivati lavorano meglio e hanno meno voglia di sabotare l’azienda per dispetto. E anche questi sono soldi!
Ecco che Yunus e la Danone hanno inventato un nuovo modello di impresa capitalista che riesce a dare utili notevolissimi a costi irrisori. Quel che ci rimette la Danone sono i soldi che potrebbe guadagnare investendo il capitale immobilizzato. Ma il capitale continua a essere suo.
Quando le aziende spendono denaro in pubblicità non lo vedono più. In questo caso la Danone si paga la pubblicità rinunciando a utili (ipotetici).
Ma c’è un altro elemento interessante dal punto di vista economico che Yunus ci fa capire.
Sono i dirigenti della Danone che contattano Yunus. Sono loro a dirgli: abbiamo un sacco di soldi, vorremmo combinare qualche cosa di buono, avrebbe mica un’idea nella quale potremmo spendere una vagonata di milioni di euro?
La Danone è l’azienda che ha gestito in modo più geniale la propria attività umanitaria ma non è la sola. Yunus scopre che le grandi multinazionali potenzialmente possono essere interessate a investire in buone azioni.

Bill Gates ha scelto di donare 25 miliardi di dollari (che una volta erano circa 50 mila miliardi di lire) e molti altri lo hanno imitato con cifre superiori al miliardo di euro (duemila miliardi di lire).
Ora ammetterete che donazioni di questo calibro ci costringono a rivedere l’immagine del capitalista pronto a sterminare i bambini per un dollaro in più.
Esiste pure quello e prima o poi finirà in galera. I petrolieri e i venditori di armi hanno fatto l’impossibile per ottenere una bella guerra in Iraq, con un numero di morti civili che viene valutato dai 350 mila al milione.
Ma esiste anche un capitalismo che ha identificato la solidarietà come un lusso irrinunciabile. Preferiscono cercare di vivere in un mondo migliore piuttosto che comprarsi altre 100 Ferrari, altre 10 barche a vela e altri 10 aerei da gran turismo.

Chi l’avrebbe detto che la ricchezza estrema avrebbe generato qualche cosa di buono?
E vorrei anche osservare che Yunus ha organizzato questa Spa umanitaria dedita allo sviluppo ma non alla massificazione dei profitti, in modo molto particolare.
Ad esempio, i manager del progetto sono dirigenti Danone, pagati a suon di milioni di dollari.
Yunus non ha chiesto che venisse ridotto il loro stipendio. E questo va contro una delle leggi della morale solidaristica. Sono anni che attacchiamo i funzionari Onu che si occupano di fame del mondo con stipendi da favola.
Ma a Yunus non interessa. Ha bisogno dei migliori del mondo per progettare le linee di ricerca, produzione e distribuzione di uno yogurt che oggi esiste e costa pochissimo.
E reputa conveniente pagare i migliori tecnici ai prezzi di mercato.

Attenzione, Yunus non dice che questo sia l’unico sistema giusto.
Lui dice: va benissimo l’organizzazione che aiuta elargendo aiuti senza chiedere niente e si regge sulle donazioni, come Emergency; va benissimo l’organizzazione commerciale solidale come la banca dei poveri o il commercio equo, che sono un’impresa, devono avere i conti in attivo ma utilizzano anche volontari non pagati e danno stipendi con un “tetto morale” medio basso; va bene anche la società per azioni che si limita a devolvere in imprese umanitarie una quota degli utili; tutto questo va bene ma ci serve anche qualche cosa d’altro.
La povertà è legata soprattutto alla mancanza di opportunità per i poveri. La banca dei poveri, le reti cellulari per collegare i paesi più sperduti alle linee telefoniche e a internet, la creazione di scuole di impresa studiate per i micro imprenditori individuali, vanno in questo senso: offrono accesso a possibilità.
Ma per affrontare i problemi della povertà ci serve anche che arrivino sul mercato in quantità massiccia prodotti a basso costo e alta qualità. Prodotti studiati apposta per i più poveri, fatti su misura per le loro esigenze: dallo yogurt arricchito alla tanica a forma di ruota con un buco al centro, che rotola e diminuisce del 70% la fatica di trasportare acqua, le pompe solari e il computer a basso costo. Ideare e progettare questi nuovi prodotti è difficilissimo proprio perché sono rivolti a clienti molto particolari. Questi nuovi prodotti richiedono investimenti colossali e tempi lunghi di ritorno che le imprese del no-profit classico non possono affrontare.
Inoltre non è pensabile inventare da zero una struttura industriale capace di creare decine di prodotti diversi, è molto più semplice, ed economico, associarsi con aziende che hanno uomini, mezzi e conoscenze (anche se i loro manager sono super pagati).
Ecco da dove nasce l’idea della joint venture tra imprese solidali e multinazionali per la creazione di questo business sociale (come lo battezza Yunus).

Ma la genialità di questo approccio sta anche in un altro aspetto. I micro laboratori che producono yogurt sono imitabili proprio perché sono studiati per fare utili. Questo ha portato molti piccoli imprenditori a copiare la formula della distribuzione senza refrigeratori e a creare aziende che fanno concorrenza alla banca dei poveri. E questo ha permesso di raggiungere livelli di produzione e di diffusione molto superiori alle capacità del trust Danone-micro credito mobilitando forze molto superiori che hanno aiutato a vincere questa battaglia e a ridurre in modo enorme la mortalità infantile. Le ultime notizie che ci giungono dalla banca dei poveri parlano di centinaia di migliaia di impianti fotovoltaici e a biogas (gas per cucinare dalla cacca: una trincea, un sacco di plastica lungo 50 metri per 1 metro di larghezza e uno di profondità, qualche bottiglia di plastica, qualche tubo, colla, costo 146 dollari, dà gas per 6 famiglie con 50 litri di letame e acqua al giorno evitando ore di lavoro per tagliare alberi e la desertificazione). Ci sono pescatori collegati a internet che hanno finalmente previsioni del tempo e indicazioni su dove sono i pesci, via satellite. E allevatori mongoli che essendo disperati per una moria di cavalli si rivolgono a una specie di Emergency dei veterinari. Ma nessuno trova una cura. Allora diffondono un appello che raggiunge i villaggi più sperduti del mondo. Risponde una tribù sperduta di nativi americani del Canada che hanno affrontato lo stesso tipo di epidemia vent’anni prima: basta aggiungere magnesio alla dieta dei cavalli. E i cavalli mongoli iniziano a guarire. Io credo che questa esperienza sia piena di insegnamenti per chi si sta impegnando per un’Italia migliore. E molti in Italia l’hanno capito e lo stanno facendo con risultati enormi.

Questo nuovo modo di concepire l’azione politica ci dice molto dal punto di vista delle azioni strategiche e dell’atteggiamento che rifugge lo scontro e le questioni di principio per trovare l’efficienza. Militanti politici di nuovo tipo che hanno sostituito l’aggressività con il sorriso, le urla con l’azione quotidiana. Il mondo si cambia così: dando qualche possibilità a una donna per volta.

Nel mio prossimo articolo ti racconterò un’altra storia incredibile di grandi risultati ottenuti con la strategia dei piccoli passi e della spinta gentile. Risultati che con la forza e la rabbia non si ottengono mai. Se non sorridi non ci riesci.