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Li hanno tolti. Finalmente. Su Il Fatto Quotidiano di giovedì 14 ottobre, a pagina 9 possiamo ammirare una foto che ritrae le vetrate della scuola elementare di Adro, finalmente bonificate dal “Sole delle Alpi” che univa le varie figure di bambino che si tengono per mano. Il preside, i bidelli, alcuni genitori si sono impegnati a rimuovere personalmente tutti e 700 i simboli della Lega che erano stati piazzati – abusivamente – nel complesso scolastico.

Pare che questa storia paradossale abbia da considerarsi terminata, ma non è così: il sindaco Oscar Lancini, che andava fiero dei simboli appesi nella scuola intitolata a Gianfranco Miglio (ideologo leghista), ha subito dichiarato che provvederà al ripristino quanto più presto possibile, dopo aver minacciato di denuncia chiunque avesse operato nella rimozione dei vari “Soli” verdi.

Il suo progetto “alternativo” prevede di piazzare nella rotonda all’ingresso del paese di Adro, un Sole delle Alpi gigante, del diametro di almeno sette metri. La risposta che viene da un membro del Consiglio di Istituto della scuola elementare è che i problemi sono altri, ad esempio il trasloco dell’archivio scolastico dalla vecchia scuola al nuovo edificio. Operazione che presumibilmente si troveranno a compiere i genitori e gli insegnanti stessi.

Intanto Lancini si scontra con la minoranza del suo paese, sulla versione del “giro” di documenti che avrebbero preceduto il posizionamento dei simboli nella scuola: secondo il sindaco già da inizio giugno esisteva una delibera (approvata) che riguardava il collocamento dei simboli sui banchi, e fa notare come non sia mai stata impugnata nel dibattito che è nato circa un mese fa, e che ha portato alla rimozione dei simboli. La minoranza invece asserisce che i documenti contenenti le indicazione sul posizionamento dei simboli sui banchi sarebbero stati resi loro accessibili soltanto alla vigilia dell’inaugurazione della scuola elementare. La minoranza dichiara inoltre che la gestione degli atti è poco trasparente e rispecchia l’interesse del sindaco stesso, che renderebbe pubblici soltanto certi documenti.

Attendiamo il nuovo capitolo…

fonte: “Adro, il sindaco non si arrende: costruirà un enorme Sole delle Alpi” (il Fatto Quotidiano)

 

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Non si può fare il “tutti siamo uguali”. Questa è la tesi che si può ascoltare in un estratto da un programma di RadioPadania, che potete trovare a questo link. L’articolo proviene dal blog di Daniele Sensi, L’Anticomunitarista: questo spazio web è ricco di audio e notizie riguardanti la Lega Nord, il partito di governo che ci ostiniamo a prendere poco seriamente.

Nell’audio che vi propongo di ascoltare, possiamo sentire un uomo che argomenta sulla differenza di significato tra le parole “razzismo” e “xenofobia”, definendo la seconda come la parte negativa della prima. Partendo da un’analisi diciamo, culturale, etnica, delle popolazioni del mondo, si giunge alla conclusione che le diverse culture non sono uguali e quindi nemmeno confrontabili tra di loro. Questa analisi, per citare l’articolo di Sensi, si può definire “differenzialista” in quanto il razzismo, sotto questa luce, è cogliere le differenze tra le persone. Nel notare delle differenze non c’è alcunché di male, il problema sorge quando fa il suo ingresso il concetto di superiorità.

A mio parere, già voler concentrare l’attenzione sulle differenze tra le persone denota una mentalità chiusa, ottusa. Il fatto che si voglia giustificare questa “tesi” e cercare di rendere accettabile il concetto di razzismo è un’ulteriore prova di questa attenzione malata per le differenze, purtroppo qua presa per giusta e integrante di una corretta mentalità di vita. Credo che questa non preveda l’integrazione, perché l’analisi che vien fatta in questo audio va a generalizzare le differenze fra individui nelle differenze fra culture.

Il mondo quindi sembra essere suddiviso in “compartimenti stagni“, per cui ogni contatto tra due culture diverse, soltanto per il fatto che sono diverse fra loro, necessariamente è uno scontro, stando al pensiero dello speaker dell’audio. Non si possono confrontare due culture. Il concetto è semplice: se io non mi posso confrontare con te che sei “diverso”, posso solo scontrarmi con te. Il conflitto di solito vede un vincitore e un vinto, e nella lotta per la vittoria non si può assolutamente dire che ne sia estraneo il concetto di superiorità: lottare è cercare di dimostrare di essere superiori.

Razzismo e xenofobia sono legati, intimamente: hanno la stessa radice, la paura.

La tanto sbandierata volontà di mantenere la propria identità passa ormai dall’imporre agli altri le proprie idee e usanze: vedi la scuola di Adro, colma di simboli della Lega (dal Sole delle Alpi all’intitolazione all’ideologo leghista Miglio) e con un menù della mensa tipicamente padano. L’imposizione crea conflitto, l’imposizione è chiudersi nei propri pensieri, congelati, e forzare chi non li condivide ad accettarli, rinunciando ai propri.

Questo è sentirsi superiori. Quindi questo é essere razzisti. E non è più una questione di etnia. L’etnia è la prima scusa, una scusa facile, perché entrare in contatto con degli stranieri, anche solo per la barriera linguistica, è più difficile del rapportarsi con dei concittadini, quindi risulta più facile rinunciare a comunicare.

Inoltre una semplice prova del sentimento di superiorità latente che cela la mentalità leghista sta nella domanda che possiamo sentire al minuto 1:12 del video, dove un ascoltatore si domanda se in un cantiere di Milano è preferibile avere cento muratori del Maghreb o cento muratori della Polonia. Perché questa distinzione? Credo che sia legata anche al fatto che un magrebino verrebbe automaticamente etichettato come extracomunitario, mentre un polacco sarebbe (a malapena) uno straniero. Su un americano non si avrebbero dubbi: a chi verrebbe in mente di chiamarlo extracomunitario? Questo è sentirsi superiori, no? Distinguere le persone per provenienza, legandole ai pregiudizi legati alla loro terra d’origine non è di certo segno di voglia di confrontarsi e conoscere, e magari capire qualcosa di più, di nuovo.

Uno dei problemi maggiori con con la Lega sta forse nell’indisponibilità al dialogare in modo onesto. Sono dominati dalla paura, senza rendersi conto che l’atteggiamento chiuso ed estremamente conservatore che hanno alimenta il senso generale di insicurezza.

Credo che sia sicuramente più accogliente un ambiente dove ci sia la disponibilità e la possibilità di parlare senza venire etichettati per uno stupido carattere somatico.

Sapete quanto mi piace prendere una frase, una citazione, e poi imbastire un discorso su di essa.

“Lo Stato italiano dovrebbe vergognarsi perché questa scuola non gli è costata un centesimo”

È di Oscar Lancini, ormai noto sindaco leghista della cittadina di Adro, nel bresciano. Già qualche mese fa era apparso nella cronaca nazionale per l’assurda questione della mensa scolastica, fatto che abbiamo trattato in un post apposito: “Nessuna buona azione rimarrà impunita“.

Stiamo parlando ora della scuola elementare di Adro, appena inaugurata e subito travolta dallo scandalo, non appena ci si è accorti che l’edificio era pieno zeppo di simboli legisti: il Sole delle Alpi. Lo scandalo nasce non solo dalla violazione della legge in materia di imparzialità e apoliticità della scuola, ma soprattutto dalle dichiarazioni del Ministro dell’Istruzione Mariastella Gelmini, che ha salutato pochi giorni fa la nuova scuola come un modello da seguire. Inoltre la scuola è stata intitolata a Gianfranco Miglio, ideologo leghista, e lo zerbino all’ingresso dell’istituto non lascia spazio alle congetture: il Sole delle Alpi è di un bel verde Lega.

Pochi giorni dopo naturalmente è giunta la smentita, o meglio, l’ordine di rimuovere tutti quei simboli dall’edificio (precedentemente pare che si fosse accontentata delle spiegazioni del sindaco, che indicava il Sole come un simbolo tradizionale di Adro). Ad oggi ancora nulla è stato fatto, anzi, Lancini non sembra affatto intenzionato ad agire in questo senso.

“Prima di essere sindaco di Adro sono un militante della Lega. Sto aspettando che il mio segretario federale mi dica che cosa devo fare. Dopodiché io obbedisco”

Permesso, scusate, sono la Ragione, quella cosa che sta nella testa degli uomini…ehm, sì, vorrei segnalare che c’è un’incongruenza nella frase sopra riportata: anzi due, magari tre. Prima di essere sindaco, Lancini è un militante della Lega. Quindi questo gli concederebbe la facoltà di riempire una scuola di simboli del suo partito. Naturalmente le minoranze devono accettare di essere zittite e umiliate. Chi è questo segretario federale? Devo ancora consultare un giurista, ma non credo che questa figura istituzionale esista, ma, qualora fuori dal sistema Stato questo figuro chiamato “segretario federale” ci sia davvero, per quale motivo un sindaco dovrebbe fargli riferimento? Dopodiché, obbedirgli?

Che cosa viene prima? Per un sindaco, chiamato a governare una città, credo, il bene della città stessa. Quali ovvietà scriviamo oggi. Qua però vien prima il partito a quanto pare. È in 1984 che vediamo il partito prima di tutto, la fedeltà al Grande Fratello, prima di tutto. Tutti sono compagni, tutti obbediscono al partito e sono formati nella cultura/ideologia del partito. I simboli verdi della scuola di Adro non hanno radici storiche, non più. A questo punto potremmo giustificare le svastiche o i fasci littori, in quanto fanno parte delle icone e dei simboli di culture molto antiche.

Cosa viene prima? I soldi o la dignità? I soldi o la legalità? Per legge non ci possono essere simboli politici nei luoghi di istruzione: il Sole delle Alpi in verde potrà avere le radici più profonde, ma negli ultimi vent’anni ha acquisito un importante valore politico. Scriviamo ovvietà? Lo stesso Lancini si è autosmentito, dichiarandosi prima di tutto leghista: aveva escluso la scelta per la valenza politica del simbolo!

Che dignità poi c’è per noi Italiani nell’accettare tutto questo solo perché questa scuola “non è costata un centesimo” allo Stato Italiano? Quindi vengono prima i soldi, prima di tutto! Se è stata edificata con un grande contributo della comunità, non parliamo forse della donazione di cittadini italiani? Bollare tutta questa operazione come folclore poi è ancora più svilente…

Il cittadino può “manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione” (Articolo 21 della Costituzione), ma sappiamo che liberamente concerne l’ambito legale, cioè la libertà di esprimere la propria idea non si può avvalere dei modi che sono vietati dalla legge. Un leghista è libero di porre il suo simbolo in molti luoghi, ma non in una scuola.

Nall’anno 2010 di nostra vita, io Nicola Cavallini, detto L’Albatro, cerco un appiglio. Ma dove?

Guardo fuori da me e vedo soltanto squallidi teatrini, schifezze legali, colpi bassi e insulti, sputi in faccia, il tutto firmato e controfirmato da gente che non oso definire politici. Nemmeno cittadini, se è per questo. Non mi va nemmeno di insultarli. Troppo facile. E poi si rischia di restare invischiati in quel viscidume che loro chiamano “moralità”.

Sono assente ai tasti di questo blog da quasi due settimane, tanto sono stato impegnato a studiare, studiare per esami all’università. Ma sono stato abbastanza attento per vedere che la legge bavaglio veniva accelerata, forzata, blindata. Abbastanza attento per vedere che da un giorno all’altro si scopre che la crisi c’è, eccome, e che dobbiamo fare degli sforzi per uscirne: va bene, ben arrivati, ma dove si va a tagliare per fare cassa? Dai ricercatori, dagli insegnanti, dai dipendenti pubblici, da settori interi dello Stato.

Scusate, ma ho diciannove anni, vado per i venti, e se guardo davanti a me (e neanche tanto distante) non vedo nulla. Il mio Paese, nel quale faccio pure fatica ad identificarmi, è sempre più assopito, instupidito, rincoglionito. C’è un’assurda quantità melmosa di gente melmosa che preferisce non sapere. Preferisce non vedere la violenza della legge delle intercettazioni, perché ragionarci sopra richiede quel poco di tempo e impegno in più che, nello schifo della loro mentalità viscida, pigra e strisciante odierna, è troppo.

Io non vedo il mio futuro, e se solo riesco ad immaginarlo, mi trovo a sbattere la faccia sulla cruda e ruvida realtà: il futuro lo decide qualcun altro, cioè chi sa cosa farci comprare, chi sa cosa farci votare, chi sa cosa farci pensare.

L’Italia è sempre più STUPIDA, avere  dei valori in cui credere è sconsigliato: non paga.

Mi piacerebbe vedere un’Italia forte, decisa, capace di essere autorevole e al pari degli altri Stati.

Invece questo è uno Stato dove la maggior parte della gente segue i reality-show (siamo al Grande Fratello 11, ma quanti avranno letto 1984?), le telenovelas, i quiz a premi, gli opinionisti.

È uno Stato dove una ragazzina, a 16 anni crede di poter decidere, allo stesso modo e con lo stesso fattore di indugio, se fare la parlamentare o se velina, spesso prediligendo la seconda opportunità, specie perché la mamma la spinge su un palchetto, mezza nuda.

È un Paese dove le famiglie vanno al centro commerciale ogni domenica, in giro per negozi a cercare il televisore di ultimo grido, come pure l’ultimo cellulare, il capo firmato, gli occhiali da sole, a costo di aprire un mutuo a causa di acquisti al disopra delle loro possibilità o per le vacanze.

È un Paese dove c’è la cultura del “più bianco non si può”, dove si seguono mode che chissà chi ha lanciato, dove se solo ascolti della musica che non sia la canzonetta del primo amico di Maria o del primo fenomeno-dal-fattore-X allora vieni guardato con fare interrogativo.

È un Paese dove si spendono patrimoni per comprare i biglietti per lo stadio, per la scheda Premium che ti fa vedere tutte le partite possibili e immaginabili, dal campionato italiano (il più bello del mondo?) a quello turkmeno.

È un paese dove non si hanno ancora ben chiare le idee sul fascismo e su cosa questo è stato, e si dimentica spesso e volentieri che anche la più piccola limitazione dei diritti fondamentali va contrastata senza risparmiare colpi.

È uno Stato dove è diventato dannatamente normale ostentare ignoranza, la stupida genuinità del sempliciotto, e “apprezzare” le gag quotidiane delle esilaranti figure di merda che ci circondano: quasi che a far ridere gli altri della propria vergogna si guadagni attenzione, scambiata per ammirazione (a forza di fare le merde diventa normale esserlo?).

È un Paese dove prevale la legge del peggiore sul più debole: non bisogna prendersela con chi ha il potere e prende le decisioni sbagliate, ma con chi sta peggio di te (l’assurdo  caso delle mamme di Adro, quelle della mensa, ricordate?).

È uno Stato dove si difendono radici che nemmeno si conoscono, ma che si confondono invece con il ristretto confine del proprio comune; o della provincia, se va bene.

È un Paese dove la memoria, a dirla tutta, non arriva indietro di un mese: così tutto si può dire perché tutto si può contraddire; così le figure di merda vengono stemperate, quindi accettate;

IO NON VOGLIO UN’ITALIA DEL GENERE. Mi fa schifo poter accettare di farne parte solo per pigrizia, ignavia, comodità, guadagno, profitto. L’unico profitto che mi aspetto dal mio futuro (sottolineo, MIO) è che io possa diventare e fare quello che ho in mente e che voglio davvero: diventare giorno per giorno, Nicola Cavallini.

E per questo l’ambizioso Nicola Cavallini si aspetta un Governo che, anche se non è della parte che lui sostiene, si comporti correttamente.

Non voglio che l’Italia sia tutto ciò che ho elencato sopra. Mi fa schifo questa cultura, soprattutto perché mi dà l’impressione di essere uno spreco di tempo aberrante. Come facciamo ad essere un Paese considerato e considerabile, con queste premesse? Premesse mantenute costanti da tanti poteri, radicati nella politica e non solo.

Ci stiamo chiudendo sempre di più, e siamo ad un livello talmente triste da non poter nemmeno immaginarci come guida culturale, innovativa nel mondo.

Si taglia soltanto nel campo della cultura, con un gran coro di consensi: aboliamo gli enti inutili, dai! tagliamo l’organico degli insegnanti, i finanziamenti alla scuola, gli stipendi dei già affamati ricercatori, favoriamo quel tipo di cinema, musica e arte che è tradizionale, in difesa delle radici.

Sinceramente non so che farmene di queste mie radici se la mia vita vuol dire soltanto stare fisso ad ammirarle, invece che potermici appoggiare per affrontare il futuro, il mondo che non ho ancora visto.

Nicola Cavallini, L’Albatro

di L’Albatro

Ingiusto per chi paga la retta. Così alcune mamme di Adro hanno commentato l’ormai clamoroso gesto di Silvano Lancini, imprenditore che ha provveduto a saldare il debito che molte famiglie di immigrati avevano presso la mensa scolastica dei loro bambini. Bambini che si sono ritrovati nel piatto un panino e lì accanto un bicchiere d’acqua, mentre i loro compagni, quelli portati a scuola a bordo di un SUV, si intrattenevano con i loro spaghetti. Alcuni di questi hanno messo nel piatto vuoto dei loro amici qualche forchettata di pasta. Senza dire una parola.

Non credo che un bambino, a compiere un gesto del genere pecchi di ingenuità. Sono queste madri che peccano di arroganza. Se guardiamo chi non paga la retta, notiamo che non è per spregio delle regole, ma per mancanza di denaro. Per questo, secondo le “mamme” sopra citate, questi bambini dovrebbero rimanere senza cibo. Ma, ditemi, dove sono tutti quei bei valori che queste signore snocciolano come un rosario la domenica? Dov’è il voler bene al prossimo e agli altri, fondamento del Cristianesimo a cui spesso ci si appella come guida del vivere civile?

Che razza di messaggio diamo a questi bambini? “Sai, la tua mamma e il tuo papà non hanno i soldi per pagare, quindi oggi, domani, dopodomani e il giorno dopo ancora, se non si mettono in pari, tu starai qua a gustarti del buon pane mentre i tuoi vicini, quelli che vengono dalle villette qua attorno, si possono abboffare di primo, secondo e magari anche il dolce.” O la frutta.

Poiché la mensa non è un servizio non è obbligatorio accedervi, mentre è obbligatorio pagare per entrarvi. E non si può certo risolvere così la questione perchè a settembre si ripresenterà di nuovo“, dichiarazione di una mamma riportata da Il Sole 24 ORE online. Per questo bisogna lasciare a digiuno i bimbi, perché tanto non cambia nulla, la situazione tornerà ad essere la stessa fra qualche mese.

Avete notato che il punto focale della questione è il DENARO? Il denaro che manca a delle famiglie che sono in difficoltà, il denaro che spesso eccede nelle tasche di altre famiglie, denaro che fa perdere il senso della misura reale delle cose: in questa situazione sono i bambini ad essere puniti per la povertà e le difficoltà dei loro genitori. Si può punire qualcuno perché è povero?

Naturalmente non tutte le famiglie che pagano la retta sono benestanti o addirittura ricche, e spesso per pagarla impiegano sforzi notevoli: se proprio ci si deve arrabbiare, credo che bisognerebbe scegliere un bersaglio differente, non le persone che stanno peggio. Come al solito ci fermiamo ai ragionamenti superficiali e soprattutto bassi. Di pancia. Il problema si ripeterà a settembre? Va bene, ma intanto, da qua a settembre come mangeranno quei bambini? È un atto di basilare umanità dar da mangiare a dei bambini. Se queste persone hanno tanta voglia di protestare, pensino ai veri motivi per cui si è arrivati a umiliare un bambino con un pasto da carcerato. Se in Italia siamo davvero così, vi prego, non consideriamoci un Paese.

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Chi ragiona in questo modo crede di avere dei valori che non ha. Non vuole nemmeno vedere la vera strada per migliorare questo dannatissimo mondo: per avere tanto bisogna dare tanto, e un po’ di umiltà e aiuto non interessato possono fare molto. Riconoscere che se uno non paga qualcosa perché non ha i soldi non costituisce una lesione del proprio rispetto della regola, ma ha cause profonde e più ampie. Piuttosto che schermarsi dietro un “tanto non cambierà niente”, pensare a come cambiare la situazione. Ma forse a queste persone non interessa. È inutile dare ad un cieco degli occhiali da vista.