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Vi proponiamo un articolo, diciamo, filologico, di un nuovo collaboratore che speriamo diventi “assiduo”. Foedericus si è posto l’interrogativo di capire come mai certe parole importanti sono ormai abusate, o almeno sono viste come tali. Questo e altro nell’articolo che segue. Buona lettura!

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SE POLITICA DERIVA DA POLIS

“Democrazie” a confronto

Per prima cosa intendo ringraziare di cuore Albatro che mi ha fornito l’opportunità di scrivere un “pezzo” per questo blog.

Di certo non sono qui per fare scuola di pensiero, ce ne sono già abbastanza al mondo; quanto più mi piace fare in un discorso non è dare indicazioni/soluzioni precise (ne offre fin troppe la società dei consumi che ci ospita), bensì portare ad un affinarsi della mente dell’interlocutore e di conseguenza mia fornendo spunti di riflessione: questo è quanto vorrei fare con questo scritto.

La rabbia è molta, lo sconforto crescente, la credibilità oramai ci ha abbandonati: questa la politica italiana degli ultimi tempi; al posto di scagliare pietre da una parte e d’elevare agli onori degli altari dall’altra ritengo sia di gran lunga più proficua una ricerca filologica alle radici di termini di cui comunemente facciamo uso e talvolta abusiamo.

Il termine politica rimanda subito col pensiero alle poleis greche, sovente additate come massimo esempio di convivenza civile e vita cittadina fortemente sentita e partecipata; difatti esso deriva da polis (“città-stato”), a sottolineare il fatto che l’amministrazione della città dev’essere interesse degli stessi abitanti. Ma se vogliamo ben guardare esistono varie modalità secondo cui una comunità può decidere d’organizzarsi: democrazia diretta, rappresentativa, aristocrazia, oligarchia, monarchia, dittatura…gradirei prendere in analisi solamente la democrazia in quanto forma di governo che ci tange più prossimamente.

Sempre scavando a livello filologico, democrazia risulta significare “potere del popolo ovvero spettante ed esercitato da quest’ultimo. Adamantina balza agli occhi la stridente realtà: in qualsiasi stato che si regoli tramite democrazia non è previsto che siano i cittadini a decidere direttamente, quindi che democrazia è? Ecco la nascita della democrazia rappresentativa, inconcepibile nel mondo greco, più abbordabile per noi, sovente sfaticati semplificatori dell’era moderna.

L’antica democrazia greca prevedeva un’assegnazione di cariche del tutto particolare: queste venivano affidate agli abitanti della polis mediante sorteggio, un po’ come avviene nella modernità alle elementari per designare “il capoclasse”; tramite tale estrazione guidata puramente dal fato tutti potevano, democraticamente appunto, partecipare alla vita della propria città senza esclusioni o nonnismo di sorta. Chiaramente a partecipare alla vita  politica erano cittadini liberi (anche circa tale argomento vi sarebbe da discutere, magari in un altro pezzo!), non certo gli schiavi e men che meno le donne.

Altro aspetto curioso: tutti si sentivano tenuti a partecipare alle assemblee ed ai momenti di vita pubblica; impensabili erano sanzioni come la preclusione dalla possibilità di votare, che possiamo paragonare, ad esempio, al ritiro della tessera elettorale a coloro che non si fossero recati a votare per un determinato periodo di tempo nella neonata Repubblica Italiana.

Il voto presso i greci era la naturale espressione di un parere, ovvero quanto oggi sembra non essere più: andare a votare per molti di noi è quasi una condanna; spesso sento dire: “Cosa voto a fare? Tanto non so chi scegliere”; o peggio: “… tanto scelgono gli altri per me!”. Rinunciare così ad un proprio diritto e dovere (poiché votare è forse l’unico caso in cui tali accezioni si coniughino) significa fare a meno della propria condizione di uomini liberi, divenire schiavi … schiavi di chi?, mi si domanderà: schiavi di una politica che dal fare l’interesse del cittadino è passata a fare quello di UN cittadino; anzi, è erroneo dire “di una politica”, preferirei si dicesse di una classe politica, o di politici poiché la povera politica di per sé non ha fatto nulla di male, sono gli uomini che ne hanno abusato senza che questa se ne accorgesse!

Ogni qual volta si debba andare a votare ricordiamoci questo:

VOTARE = ESPRIMERE LA PROPRIA OPINIONE

pro memoria fondamentale, punto di partenza per un rinnovamento che la vita politica di questo Paese sta attendendo da anni; rinnovamento che non potrà avvenire se continueremo a ragionare come abbiamo fatto fino ad ora, lasciandoci trasportare da quel fastidioso atteggiamento del “lasciamo fare agli altri ché è troppo faticoso”.

Spero che questo minimo scritto abbia almeno fornito degli spunti su cui riflettere la notte prima di coricarsi, o per strada, sull’autobus, in famiglia, con gli amici (almeno quelli con cui si può discutere di tali materie).

Ricordate: IL POPOLO SIAMO NOI!

La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione

(Costituzione Italiana, art. 1, comma 2)

Ringraziando ancora gli owners del blog per quest’opportunità,

Foedericus

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Nall’anno 2010 di nostra vita, io Nicola Cavallini, detto L’Albatro, cerco un appiglio. Ma dove?

Guardo fuori da me e vedo soltanto squallidi teatrini, schifezze legali, colpi bassi e insulti, sputi in faccia, il tutto firmato e controfirmato da gente che non oso definire politici. Nemmeno cittadini, se è per questo. Non mi va nemmeno di insultarli. Troppo facile. E poi si rischia di restare invischiati in quel viscidume che loro chiamano “moralità”.

Sono assente ai tasti di questo blog da quasi due settimane, tanto sono stato impegnato a studiare, studiare per esami all’università. Ma sono stato abbastanza attento per vedere che la legge bavaglio veniva accelerata, forzata, blindata. Abbastanza attento per vedere che da un giorno all’altro si scopre che la crisi c’è, eccome, e che dobbiamo fare degli sforzi per uscirne: va bene, ben arrivati, ma dove si va a tagliare per fare cassa? Dai ricercatori, dagli insegnanti, dai dipendenti pubblici, da settori interi dello Stato.

Scusate, ma ho diciannove anni, vado per i venti, e se guardo davanti a me (e neanche tanto distante) non vedo nulla. Il mio Paese, nel quale faccio pure fatica ad identificarmi, è sempre più assopito, instupidito, rincoglionito. C’è un’assurda quantità melmosa di gente melmosa che preferisce non sapere. Preferisce non vedere la violenza della legge delle intercettazioni, perché ragionarci sopra richiede quel poco di tempo e impegno in più che, nello schifo della loro mentalità viscida, pigra e strisciante odierna, è troppo.

Io non vedo il mio futuro, e se solo riesco ad immaginarlo, mi trovo a sbattere la faccia sulla cruda e ruvida realtà: il futuro lo decide qualcun altro, cioè chi sa cosa farci comprare, chi sa cosa farci votare, chi sa cosa farci pensare.

L’Italia è sempre più STUPIDA, avere  dei valori in cui credere è sconsigliato: non paga.

Mi piacerebbe vedere un’Italia forte, decisa, capace di essere autorevole e al pari degli altri Stati.

Invece questo è uno Stato dove la maggior parte della gente segue i reality-show (siamo al Grande Fratello 11, ma quanti avranno letto 1984?), le telenovelas, i quiz a premi, gli opinionisti.

È uno Stato dove una ragazzina, a 16 anni crede di poter decidere, allo stesso modo e con lo stesso fattore di indugio, se fare la parlamentare o se velina, spesso prediligendo la seconda opportunità, specie perché la mamma la spinge su un palchetto, mezza nuda.

È un Paese dove le famiglie vanno al centro commerciale ogni domenica, in giro per negozi a cercare il televisore di ultimo grido, come pure l’ultimo cellulare, il capo firmato, gli occhiali da sole, a costo di aprire un mutuo a causa di acquisti al disopra delle loro possibilità o per le vacanze.

È un Paese dove c’è la cultura del “più bianco non si può”, dove si seguono mode che chissà chi ha lanciato, dove se solo ascolti della musica che non sia la canzonetta del primo amico di Maria o del primo fenomeno-dal-fattore-X allora vieni guardato con fare interrogativo.

È un Paese dove si spendono patrimoni per comprare i biglietti per lo stadio, per la scheda Premium che ti fa vedere tutte le partite possibili e immaginabili, dal campionato italiano (il più bello del mondo?) a quello turkmeno.

È un paese dove non si hanno ancora ben chiare le idee sul fascismo e su cosa questo è stato, e si dimentica spesso e volentieri che anche la più piccola limitazione dei diritti fondamentali va contrastata senza risparmiare colpi.

È uno Stato dove è diventato dannatamente normale ostentare ignoranza, la stupida genuinità del sempliciotto, e “apprezzare” le gag quotidiane delle esilaranti figure di merda che ci circondano: quasi che a far ridere gli altri della propria vergogna si guadagni attenzione, scambiata per ammirazione (a forza di fare le merde diventa normale esserlo?).

È un Paese dove prevale la legge del peggiore sul più debole: non bisogna prendersela con chi ha il potere e prende le decisioni sbagliate, ma con chi sta peggio di te (l’assurdo  caso delle mamme di Adro, quelle della mensa, ricordate?).

È uno Stato dove si difendono radici che nemmeno si conoscono, ma che si confondono invece con il ristretto confine del proprio comune; o della provincia, se va bene.

È un Paese dove la memoria, a dirla tutta, non arriva indietro di un mese: così tutto si può dire perché tutto si può contraddire; così le figure di merda vengono stemperate, quindi accettate;

IO NON VOGLIO UN’ITALIA DEL GENERE. Mi fa schifo poter accettare di farne parte solo per pigrizia, ignavia, comodità, guadagno, profitto. L’unico profitto che mi aspetto dal mio futuro (sottolineo, MIO) è che io possa diventare e fare quello che ho in mente e che voglio davvero: diventare giorno per giorno, Nicola Cavallini.

E per questo l’ambizioso Nicola Cavallini si aspetta un Governo che, anche se non è della parte che lui sostiene, si comporti correttamente.

Non voglio che l’Italia sia tutto ciò che ho elencato sopra. Mi fa schifo questa cultura, soprattutto perché mi dà l’impressione di essere uno spreco di tempo aberrante. Come facciamo ad essere un Paese considerato e considerabile, con queste premesse? Premesse mantenute costanti da tanti poteri, radicati nella politica e non solo.

Ci stiamo chiudendo sempre di più, e siamo ad un livello talmente triste da non poter nemmeno immaginarci come guida culturale, innovativa nel mondo.

Si taglia soltanto nel campo della cultura, con un gran coro di consensi: aboliamo gli enti inutili, dai! tagliamo l’organico degli insegnanti, i finanziamenti alla scuola, gli stipendi dei già affamati ricercatori, favoriamo quel tipo di cinema, musica e arte che è tradizionale, in difesa delle radici.

Sinceramente non so che farmene di queste mie radici se la mia vita vuol dire soltanto stare fisso ad ammirarle, invece che potermici appoggiare per affrontare il futuro, il mondo che non ho ancora visto.

Nicola Cavallini, L’Albatro