Se  è l’invidia a farti parlare, renditene conto, e taci. Perché se capisci che il tuo livello è inferiore rispetto ad altri, e invece di migliorarti, cerchi di abbassarli, allora li meriti dei calci.

Non basta cercare di mostrarsi ferrati su qualche cosa di esotico, orientale, per essere acculturati: anche poche conoscenze, ma abbondante curiosità e delle porte mentali aperte, spalancate, fanno cultura. Non è un anello che compri e indossi, del quale ti fregi. La cultura è costruire, stancarsi nello studiare ciò che non conosci, perdersi nello sviscerare argomenti e questioni. È saper semplificare, sintetizzare, estrapolare. E se non conosci queste parole, significa non fartene una colpa, non farmene una colpa perché le uso, ma chiedi cosa siano, cerca cosa significhino.

Il cervello non serve solo a riempire il cranio, nemmeno a farci cadere la testa quando siamo stanchi. È anche l’organo sessuale migliore, lo stupefacente più forte, il regista e suonatore delle nostre emozioni quotidiane. Usarlo non fa male, funziona come un muscolo. Per questo ogni volta che mi scontro, che dibatto, dopo il senso di frustrazione per una “sconfitta” ma anche dopo la gioia di una vittoria dialettica, penso sempre a quanta parte di ragione e di torto mi devo ascrivere. Perché sempre meritiamo entrambe. Il bilancio ci migliora. Lo sbilancio ci distrugge.

Ho litigato tempo fa con degli amici. Così mi sembravano essere, o almeno, li consideravo. Non amo di certo azzuffarmi con chi non la pensi come me per cercare di cambiarlo. Ma da pari a pari, la comunicazione dovrebbe essere parallela. Non incrociata: se poniamo tre livelli, “bambino”, “adulto” e “genitore”, uno impilato sull’altro, l’unico piano che funziona tra gente che si considera matura e alla pari si ha quando due “pile” si incontrano e discutono da adulto ad adulto (genitore-genitore non funziona, è come lo scontro tra due insegnanti che vedono necessariamente l’altro come un “bambino”; bambino-bambino invece non credo si possa considerare un vero e proprio dibattito).

Per questo non si discute con chi vuole a tutti i costi portarti unicamente al suo pensiero, non portati il suo pensiero, ma proprio AL suo pensiero, in quanto da lì non si smuove, non vuole farlo. Per questo non si discute con chi punta su un unico argomento, pensando che funzioni sempre: l’età non è l’unica causa di maturità. A volte penso che sia addirittura una causa minore.

Fa male ricordare che quando le tue idee erano grandi, a tratti ambiziose venivano sistematicamente cassate, lasciate cadere, a volte calpestate. Valutate sotto sotto comunque banali, ma senza discuterne, perché si sarebbero potute rivelare addirittura buone idee! Ma se qualcuno si crede leader, allora non c’è niente da fare: quello sarà il suo chiodo fisso, e chiunque involontariamente lo superi…ne vedrà delle belle.

Io ne ho viste tante di belle. Ma mi fa tenerezza vedere io, a vent’anni, ragiono fino a tardi, e amo tornare su vecchie questioni, per cercare di capire qualcosa in più, qualcosa che mi sia sfuggito, mentre chi cercava di schiacciarmi la testa per terra, chi mi ha accusato di essere un duce (io un fascista quindi) e di essere uno che imponeva le sue idee, in modo prepotente, presuntuoso (magari violento?), ora sta allo stesso punto di prima, né più né meno. Sono rimasti a quel livello, basso, mediocre, che tanto dicono di disprezzare? Secondo me sì. È facile dire che le persone non cambiano. E altrettanto facile è dire che invece cambiano. Sono convinto della seconda, ma non è facile e soprattutto non è naturale. Ci vuole una certa voglia di farlo, oltre che una direzione per cambiare. Chi non sa discutere di se stesso ma pretende di pontificare su chi gli sta attorno ha paura del cambiamento, perché non sa a che livello si potrà ritrovare. Per cui viva la mediocrità! Viva accusare chi vi fa paura, dei vostri stessi comportamenti! Ma soprattutto, per sedare ogni dubbio, lunga vita alla pratica (lungimirante?) di mettersi al riparo prima di qualsiasi pericolo. Immaginario.

Excusatio non petita accusatio manifesta: l’atteggiamento pauroso che si estende dai piccoli gruppi musicali di provincia, fino alle grandi fazioni politiche.

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