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Vi segnalo oggi un articolo di Carlo Galli, pubblicato nella sua rubrica “La parola” su Repubblica.it, a proposito del termine con cui si è definito quella sorta di piovra multitentacolare che pare essere Luigi Bisignani, fulcro della cosiddetta P4.

FACCENDIERE

(da ‘faccenda’, a sua volta dal gerundio del verbo latino facere, nel significato di ‘le cose da fare’). La persona che si dà da fare in modo continuativo, agitato.

Nel linguaggio della politica moderna, in questo affaccendarsi è implicita anche la connotazione di opacità e di scarsa chiarezza: il faccendiere briga e traffica in modo non solo inquieto ma anche nascosto; è un intrigante che mesta nel torbido. Non è soltanto un ambizioso che sollecita per sé pubblici uffici (com’era colui che nel mondo romano si dedicava all’ambitus, che era cioè indaffarato a comperare le cariche); è piuttosto colui che, solo o in complicità con altri, acquisisce e esercita, segretamente o riservatamente, un potere indiretto, utilizzando a scopi personali e privati (per sé e per i suoi amici) le proprie funzioni pubbliche, oppure corrompe e minaccia chi le riveste. Il faccendiere quindi sconvolge e rovescia le nozioni di pubblico e privato, di palese e di segreto, di istituzione e di conventicola (o ‘cricca’), di correttezza e di deviazione, di legalità e di arbitrio.

Nella storia d’Italia la debolezza dei pubblici poteri li ha spesso esposti all’azione nascosta di interessi illeciti, che li hanno deviati a scopi particolari. Questo comportamento si è associato anche al parlamentarismo, che spesso, nelle fasi di incertezza o di stagnazione politica, si è trasformato in ‘faccenderia‘, come si esprimeva Gaetano Mosca negli ultimi decenni del XIX secolo, davanti allo spettacolo dell’ingerenza corruttrice dei singoli parlamentari che perseguivano i loro privati interessi  interferendo nel buon funzionamento della burocrazia statale. Ma oltre che abusare delle istituzioni di cui fa parte, il  faccendiere può anche restare a esse esterno, e organizzarne di parallele, coperte o riservate (come ad esempio logge massoniche deviate, dalla P2  –  negli anni Settanta  –  in poi), per influenzare, sabotare o infiltrare le strutture della politica ufficiale.

Le trame del faccendiere sono l’esatto opposto dell’azione aperta e trasparente della politica democratica: non soltanto la indeboliscono e la distorcono oggettivamente, ma la delegittimano radicalmente, perché fanno nascere nei cittadini sfiducia e sospetto verso il buon funzionamento degli istituti politici democratici, le cui procedure e i cui orientamenti paiono generati non dalla ragione e dal bene comune ma da oscuri complotti.

Luigi Bisignani (da http://www.iljournal.it)

Nell’articolo si parla di Gaetano Mosca, giurista e politologo italiano. Vi riporto una breve sintesi di alcuni punti che possiamo leggere sulla pagina di Wikipedia, riguardo ad alcuni concetti interessanti e collegati a moltissimi fatti recenti e non, oltre che alla nostra società.

Mosca, partendo dall’idea che nella società vi siano solo due classi di persone (i governanti, l’élite, e i governati, il resto del popolo), dice che esiste una sola forma di governo: l’oligarchia. Questo è dovuto al fatto che la maggioranza, perché la società funzioni, “emana” una minoranza (i governanti) che la guidi. Questi eletti che sono al potere sono organizzati in modo tale da mantenere la propria posizione, per cui esistono questi comportamenti che mirano a tutelare gli interessi personali, servendosi anche della cosa pubblica.

Inoltre Mosca teorizza l’idea che benché in un sistema di elezioni democratico sia il popolo a scegliere i propri governanti, siano invece i candidati a farsi scegliere. Una visione un po’ pessimistica, ma spesso nei discorsi tra amici e conoscenti, l’idea che ricorre più volte è che esista la “casta” politica. Idea molto probabilmente vicina alla realtà, da quello che sta emergendo dalle indagini sulla P4, e dal fatto che i politici e le figure importanti toccate dall’inchiesta siano orientate a trovare un modo per bloccare la diffusione delle intercettazioni e delle notizie relative a queste trame di malaffare, piuttosto che pensare a dimostrare la propria estraneità ai fatti emersi.

Fanno come i bambini, chiudono gli occhi e pensano: non sento più nulla, non mi vedono, tra poco sarà tutto passato e io andrò comunque avanti.

Ecco a voi la nona puntata della serie “La metamorfosi” di Stefano Disegni, tratta dal Misfatto del 21 febbraio 2011. Consigliamo di leggere il riassunto delle puntate precedenti, in cima alla striscia. Buona lettura!

(Clicca sull’immagine per ingrandire)

Con tutto questo parlare di bavagli mi è tornata sotto mano una notizia scovata una ventina di giorni fa, dal sito di SkyTg24, che viene dall’Islanda.

Il 15 giugno Parlamento di Reykjavík ha approvato all’unanimità una legge che è stata ribattezzata “legge sbavaglio“. Non è un’errore di battitura, e la maggioranza bulgara che ha votato (50 a favore, 0 contrari e un astenuto) non ha approvato una legge vergogna, ma bensì la totalità del Parlamento ah varato un provvedimento che amplia la libertà di espressione. La legge avrà comunque un periodo relativamente lungo prima che sia operativa, in quanto l’iter burocratico islandese è piuttosto complesso: il governo deve specificare come questa legge dovrà entrare in vigore.

Nell’articolo di Nicola Bruno leggiamo alcuni dei contenuti della nuova legge e quali sono stati i modelli internazionali che sono stati d’ispirazione:

– protezione totale per gli informatori (Belgio);

– segreto professionale rafforzato per i giornalisti (Svezia);

– maggiori garanzie per i fornitori di connettività;

– invito a denunciare i reati delle pubblica amministrazione (USA) e completa trasparenza degli atti governativi (Norvegia);

L’Irlanda mira ad “attirare gli investimenti di chi opera nel settore dei media digitali“, cioè invita siti web e servizi online a trasferire i propri server nel loro paese, in modo da “rispondere solo alla ultra-protettiva legge del paese“.

Sarebbe infatti una soluzione interessante per poter continuare a pubblicare la intercettazioni telefoniche e tutti quegli atti di cui la nostra legge bavaglio proibisce la diffusione!

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Altre informazioni su The United Persons (sito in inglese)

L’Albatro

Anche e non siamo un giornale, pubblichiamo lo stesso questo significativo necrologio. Facciamo parlare qualcuno più autorevole di noi. Bruno Tinti, dal Fatto Quotidiano, spiega cosa prevede la legge e quali sono i suoi effetti. Buona (si fa per dire, visto l’argomento) lettura.

I FURBETTI DEL BAVAGLINO  (di Bruno Tinti)

da Il Fatto Quotidiano dell’11/06/2010

Ecco cosa stabilisce davvero la “dura” legge degli amici della premiata Cricca

Cosa è più importante: controllare il rubinetto o il lavandino? Se controllo il lavandino posso dire a chi lo usa che non deve riempirlo oltre una certa misura; e lui forse mi obbedirà e forse no; e, se non mi obbedisce, io dovrò magari denunciarlo e fargli fare un processo. Allora tutti gli utilizzatori dei lavandini si coalizzeranno contro di me e io farò una figuraccia. E poi magari lo assolvono pure perché riempire i lavandini è un diritto costituzionale. Ma, se controllo il rubinetto, non ho bisogno di ordinare niente a nessuno: lo chiudo e l’acqua non arriva più. E del lavandino facciano quello che vogliono. Ecco, questo è quello che sta facendo questo legislatore furbastro. Il mondo dell’informazione si è ribellato? Facciamogli credere che ci hanno toccato il cuore. Ma sì, figlioli, pubblicate pure, con un po’ di cautela, “per riassunto”, ma sia mai che la libertà di stampa sia conculcata. E se eccedete non vi preoccupate, multe piccoline (non poi tanto) e prigione finta, qualche giorno con la condizionale o agli arresti domiciliari o l’affidamento in prova al servizio sociale.

Fare gli eroi vi costerà poco. E anche a noi soci della premiata Cricca costerà poco; tanto, che pubblicano? Siamo in una botte di ferro: senza intercettazioni i magistrati si attaccano, non ci scopriranno mai; e se non ci scoprono non fanno i processi; e se non fanno i processi non c’è niente da pubblicare. Soldi e impunità, impunità e soldi, questo è il nostro radioso futuro. Credete che sia una diagnosi sbagliata, magari eccessivamente pessimista? State a vedere.

1) Si può intercettare solo per 75 giorni; poi si smette. Però magari gli intercettati parlano di questa o quella operazione, di questa o quella banca dove far arrivare i soldi, di questo o quell’appalto su cui ci si deve mettere d’accordo: discorsi promettenti ma ancora vaghi. Allora si può continuare; ma solo per tre giorni, previa autorizzazione di tre giudici del Tribunale del capoluogo di Provincia a cui bisogna mandare tutto il fascicolo e la richiesta di prorogare l’intercettazione. Mettiamo che i giudici autorizzino e l’intercettazione continui; dopo tre giorni ci risiamo, i soldi sono arrivati ma se ne debbono mandare un po’ anche a un altro amico, l’appalto s’è bloccato, si deve sentire cosa ne pensa l’assessore, quello che tu sai… Che si fa? Niente paura, l’intercettazione continua; per altri tre giorni; previo, si capisce, invio del fascicolo ai tre giudici del Tribunale capoluogo di Provincia (che magari non sono più quelli di prima e debbono ristudiarsi tutto daccapo). E via così magari per un anno o due. Non c’è che dire, una cosa agile ed efficiente.

2) Non si può intercettare se il motivo per intercettare è costituito solo dal contenuto di un’altra intercettazione. Cioè esattamente quello che capita nel 99 per cento dei casi. I nostri intercettati chiacchierano e fanno riferimento a “lui”, a quello che deve dare il via. Ne fanno anche il nome e il cognome. In un paese normale si corre a intercettare “lui”; e, poco dopo, li si arresta tutti perché “lui” ha chiacchierato per bene al telefono. Ma il nostro non è un paese normale, è il paese di B&C; qui serve garantirsi l’impunità. E così il telefono di “lui” non si intercetta. “Lui” spiegherà ai suoi servi, sgherri, sicari, associati (fate voi) quello che vuole che facciano, dalla corruzione al falso in bilancio, passando per la frode fiscale e il contrabbando; loro eseguiranno e i magistrati non ne sapranno mai nulla.

3) Nel caso di reati commessi da ignoti non si può intercettare senza consenso della parte offesa. Che non c’è mai in tutti i casi di estorsione perché gli estorti hanno paura. Per anni i sequestri di persona non sono stati denunciati dai parenti che avevano paura che i sequestratori facessero del male all’ostaggio; e per anni i riscatti sono stati pagati all’insaputa di forze dell’ordine e magistratura, nella speranza di veder tornare il loro caro. Che invece restava in prigionia finanziata proprio con questi soldi. Nelle regioni a controllo mafioso del territorio (lo sanno B&C che sono almeno quattro?) l’economia sarà progressivamente strangolata da un’estorsione sempre più organizzata e aggressiva. Ma non è vero!, dicono indignati (per finta) questi ipocriti: per mafia e terrorismo si intercetta senza dire niente a nessuno, senza limiti di tempo e senza autorizzazioni della parte offesa! E già, perché lo sanno tutti che un omicidio, un incendio, un pestaggio sono sempre e solo reati di mafia: hanno l’etichetta appiccicata sul colletto delle vittime: made in Mafia. Capisco che cultura giuridica ed esperienza giudiziaria in questa gente latitano. Ma un po’ di cinefilia? Qualcuno si ricorda Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto? Tutti convinti che si tratta di mafia o politica; invece si tratta di assassinio passionale. Può capitare il contrario, anzi in genere è proprio così che vanno le cose: chi ci dice che il nostro morto ammazzato non lo hanno fatto fuori moglie e amante? Come si motiva al gip la asserita certezza che si tratta di assassinio di mafia e che servono le intercettazioni no limits?

4) Come ho detto, furbastri sono. Così, finito con i paletti giuridici, siccome non si sa mai cosa ti combinano questi pm comunisti, hanno previsto gli ostacoli pratici. Vuoi intercettare? Allora prendi i tuoi 23 faldoni, caricali sulla macchina (che la Procura non ha oppure è rotta oppure non c’è la benzina) e portali al Tribunale del capoluogo del distretto (per dire, da Aosta a Torino). Lì, consegna tutto a un cancelliere (che non c’è perché il personale amministrativo è inferiore del 40% rispetto a quello che servirebbe) che deve annotare su apposito registro la consegna. Poi aspetta che 3 giudici (che non ci sono perché sono tutti impegnati a fare processi che si prescriveranno tra un anno e bisogna spicciarsi se no fanno la fine dei processi di B, “assolto” perché colpevole prescritto) decidano che sì, si può intercettare; a questo punto corri a riprenderti i tuoi faldoni e attacca i telefoni. Per 15 giorni, attenzione, perché poi devi chiedere le proroghe (ogni 3 giorni!) e tutto il va e vieni dei faldoni ricomincia daccapo. Se manca la benzina, la macchina o il cancelliere, sei fregato. Dura lex sed lex. Ma l’ha fatta Alfano! Sempre lex è.

(Vai alla pagina di riassunto di tutti i Collage)

di Aristofane

Tantissime cose di cui scrivere. Troppe, addirittura, e troppo poco tempo a disposizione (gli esami universitari incombono). Oggi quindi farò parlare lui, il barzellettiere, l’uomo che ha sempre pronta una sparata da golpista, una frasetta contro chi non gli si offre totalmente. Siamo tutti stufi di parlare di lui, di commentare quello che dice o che fa. Ma a volte è indispensabile. E questa è una di quelle volte.

Infatti ieri è stato Berlusconi-show. Ne ha avute per tutti: RAI, giornalisti, magistrati, aquilani. La dichiarazione peggiore è stata: “Finché esisterà l’accusa di omicidio colposo ho dato disposizione agli uomini della Protezione civile di non recarsi nelle zone terremotate in Abruzzo perché qualcuno con la mente fragile rischia che gli spari in testa”. Questa frase ci fa capire quale sia la levatura di quest’uomo. Si lamenta della Costituzione (forse preferirebbe decidere tutto da solo, ma devono spiegargli che il fascismo è caduto qualche anno fa) e ricatta la RAI. Ormai non ha più limiti.

Si va verso la fiducia per la legge-bavaglio

Berlusconi non invierà più la Protezione Civile a L’Aquila

La risposta degli aquilani

La risposta dei familiari delle vittime

di Aristofane

In malafede o male informate. Sono queste le due uniche tipologie di cittadini che difendono la legge bavaglio che si appresta ad approdare in Parlamento. Perchè nessuno che realmente conosca il contenuto di quella legge (per sapere cosa prevede la legge, clicca qui) può difenderla, se non per interesse personale o di un qualche superiore. Questa legge è un ulteriore passo verso il regime. E questa volta la parola non è usata a sproposito, come spesso ho sentito dire in altre occasioni. Questa volta il passo è effettivo, concreto, sotto gli occhi di tutti. In quale Paese civile si pongono limiti all’azione dei magistrati (e quindi alla giustizia) come quelli che questa legge-porcata prevede? In quale Paese che si definisce democratico i delinquenti possono farla franca perchè non possono essere intercettati e quindi scoperti?

Questa legge (anche se usare un termine simile per questa immane schifezza mi sembra improprio) sarà la vittoria dei colletti bianchi criminali, di quelli che truffano lo Stato facendo accordi e distribuendo tangenti ai suoi rappresentanti, che ottengono appalti in cambio di mazzette, che piazzano parenti ed amici dove preferiscono. Sarà anche la gioia dei criminali comuni, che ora dovranno solamente aspettare 75 giorni prima di ammazzare, rapinare, chiedere il riscatto, stuprare ecc le loro vittime. Dopo il 75° giorno si stacca tutto, il magistrato non può più intercettare e, quindi, scoprire il reato.

E, contrariamente a quanto ci sentiamo ripetere, questa legge favorirà la mafia. Perchè è vero, per i reati di mafia e terrorismo il tempo per intercettare è più lungo; ma se non si può intercettare per più di 75 giorni delle persone che stanno commettendo un reato, come si fa a scoprire se sono affiliati alla camorra o a cosa nostra? Se lo si scopre entro quei giorni, bene, altrimenti, amen. Si chiude tutto e si torna a casa.

Questi sono i piani del governo che prometteva più sicurezza e che invece è riuscito solamente a darci più schifezze che mai.

Dulcis in fundo, il piano per fare in modo che nessuno sappia niente. Vietato, a pena di carcere per i giornalisti e multe fino a 600 mila euro per gli editori, pubblicare in qualunque modo (per esteso, per riassunto, scrivendo il contenuto) le intercettazioni. Vogliono delinquere in pace, senza disturbo. Per fortuna, se la legge dovesse passare così com’è (ma speriamo che Napolitano non si macchi di una nefandezza simile), la Corte Costituzionale o la Corte Europea di Giustizia la eliminerebbero in un istante, tanto è palese la sua incostituzionalità ad ogni livello.

Ma la cosa che sarebbe più grave, se questa legge dovesse passare, sarebbe l’enorme passo che si sarebbe fatto verso il regime. Verso l’effettivo controllo assoluto del potere politico su qualsiasi altro potere terzo. Già adesso l’Italia non è più un Paese democratico, ma un parco giochi per potenti che si spartiscono la torta e fanno i loro interessi, lasciando i cittadini col culo per terra, a suicidarsi per la disperazione di non poter più mandare avanti la propria azienda o a incatenarsi da qualche parte o salire su qualche gru per rivendicare il proprio diritto a lavorare.

Un passo alla volta, ci stiamo arrivando. Arriviamo al regime. Un regime dispotico, come lo sono tutti. Un regime pluto-mediatico, basato su ricchezza e televisione, soldi ed apparenza. Ne abbiamo già fatti tanti, di passi. Siamo già un Paese in cui, in misura maggiore rispetto agli altri Stati, l’uguaglianza è solo formale e non sostanziale.

“È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”. Così recita l’articolo 3, secondo comma, della Costituzione. Alzi la mano chi pensa che, invece di dare attuazione a questa norma costituzionale, da anni ormai il compito di gran parte di chi rappresenta la Repubblica sia quello di accumulare potere e denaro, narcotizzare e le menti dei cittadini perchè non ragionino ed eliminare ogni ostacolo sulla via dell’impunità più assoluta.

(Firma l’appello contro la legge-bavaglio)

(Vai alla pagina del dossier sulla legge-bavaglio)

di L’Albatro

Marco Travaglio, parlando a ruota libera del proprio libro, venerdì 30 aprile a Trento, ha spaziato dalla situazione italiana odierna fino al periodo dei primi anni Novanta: praticamente nulla è cambiato, anzi, l’immobilismo cronico del nostro Stato è secondo lui peggiorato.

Le protagoniste sono principalmente 36 leggi, leggi che prendono il nome dalla persona che l’ha tenuta a battesimo (Lodo Alfano, Lodo Schifani, e via così) e che potrebbero benissimo avere accanto il benficiario-destinatario unico del testo.

Democrazia privatizzata, così la chiama Travaglio, che si chiede chi debba fare politica, se gli affaristi o i politici. La risposta è ovvia, ma richiamando la definizione “le leggi sono provvedimenti generali ed astratti” appare chiaro che le leggi per cui è principalmente impegnato il Parlamento non vanno a favore e tutela di tanti cittadini, ma di un numero ristretto, ristrettissimo, di persone. Per esempio, Marco ha preso la recente legge sulle intercettazioni. Berlusconi, all’assemblea di aprile con gli industriali a Parma chiese loro chi non avesse mai avuto paura di essere intercettato. A furia di ripeterlo amplificato, dai suoi telegiornali, è certo che sempre più persone crederanno che i magistrati (nemici, rossi!) controllino e intercettino tutti quanti. Per dimostrare il contrario il nostro giornalista ha semplicemente preso dei numeri e li ha ragionati: secondo dati ufficiali pare che siano 15.000 le persone intercettate ogni anno in Italia; le intercettazioni servono per le indagini, per raccogliere prove da usare nei processi. Sono 3 milioni i processi penali istituiti ogni anno in Italia: da qui si deduce matematicamente che c’è almeno un imputato. Prendiamo la cifra minima, 3 milioni, e supponiamo che uno su due sia innocente: un milione e mezzo di imputati sarebbero colpevoli quindi. Ora, intercettati e imputati colpevoli stanno in rapporto di 1:100. Travaglio si chiede quindi: ma Berlusconi, che tanto tuona contro le intercettazioni, ha una così grande paura di venire ascoltato mentre parla al telefono (ricordiamo che la sua voce, stando alle intercettazioni in cui è coinvolto, è presente perché è stato lui a chiamare il telefono controllato, non perché era il suo telefono stesso ad essere controllato!), come fa a centrare sempre quel gruppo ristretto di 15.000 persone la cui utenza è controllata?

Sono 15 anni immobili per l’Italia. Il nostro Stato parte ogni anno a gennaio con tre freni a mano tirati che gli tolgono spinta e possibilità di azione: corruzione, debito pubblico, evasione fiscale. Questi tre fattori tolgono risorse allo Stato Italia, e il meno noto, o meglio, il meno sentito dai più è forse la corruzione, che mangia fondi nei modi più vari, ad esempio l’assegnazione illegali di appalti per lavori pubblici i cui costi lievitano enormemente. Marco ha parlato di traffico di influenze, cioè della commistione totale fra i ruoli e le parentele (che dire dei famosi cognati?), fra i controllori e i controllati, troppo spesso coincidenti, commistione che si basa sul conflitto d’interessi. Il virus della corruzione si è dilagato perché abbiamo ucciso gli anticorpi (informazione libera, possibilità di azione della magistratura, senso civico del voler sapere) e distrutto i termometri: se stai male non pensarci, magari passa, ma comunque non puoi far niente per cambiare!

L’azione scellerata che hanno fatto è stata ed è di far finta che che la corruzione non ci sia, che è la ricetta tipica per chi vive nel virtuale della tv, che ci distanzia da tutto, generalizzando spesso gli avvenimenti: una guerra lontana diventa un’abitudine, i morti perdono la loro importanza e sono ridotti a numeri, ad esempio.

Una nota sulla considerazione della donna, davvero equiparata ad una merce, in quanto, oramai la corruzione va in coppia con il fattore F (un po’ di fantasia). Secondo Marco, se emergesse una nuova tangentopoli, questa sarebbe al cubo.

Ma il paese è inebetito, specie dalle televisioni, oltre che dai telegiornali, che da due faziosi sono diventati almeno quattro, contro il Tg3 che a stento sembra conservare una qualche autonomia. Il giornalista-scrittore descrive il Tg1 che ha visto la sera prima (dopo molto tempo in cui l’aveva “frequentato” poco): prima uno spazio autogestito dei politici, prevalentemente di maggioranza (questi parlano e seguono le contrapposizioni, o meglio, gli accenni di contrapposizione dell’opposizione), che dura cinque minuti, poi una carrellata di notizie dal mondo, veloce veloce, e per finire venticinque minuti di cazzate (parole testuali) che vedono l’apice nel servizio sulle meduse quadrate.

Marco ha espresso anche qualche parola a proposito degli intellettuali confusi e pigri: spesso capita che si mettano a criticarsi senza motivo tra di loro, come nel caso di Roberto Saviano, che ha ricevuto critiche dure e insensate da ogni dove, politici, giornalisti e “intellettuali”: questa gente ormai pigra mentalmente si muove contro chi davvero parla di cosa sta accadendo e cosa è accaduto in Italia. Questo porta al ribaltamento dei fatti, e gli episodi di corruzione, se accuratamente livellati e “discussi” con opinioni svergognate e semplici, facilmente bevibili (e urlabili) dalla maggioranza. Così la gravità della corruzione scende di tono, per molti, diventa quasi “accettabile”, o forse ignorabile. Un altro esempio che Marco ha riportato è stato quello di Tangentopoli, che da grande pulizia della vecchia politica della Prima Repubblica è stata trasformata con un martellamento mediatico in un complotto dei giudici: queste dichiarazioni ricorrono anche per i fatti odierni, non vi sembra?

I grandi trionfalismi elettorali appaiono sgonfiati se accostati ai dati sull’astensionismo (vedi il post di commento sulle recenti elezioni regionali) a livelli indegni di una società che voglia definirsi tale. Si è incrinato il rapporto con la gente, che nella stragrande maggioranza dei casi preferisce subire e magari poi lamentarsi, piuttosto che reagire e capire perché questa politica non si riesce più a capire né direzionare: quelli che vogliono cambiare e lottano per farlo sono forse ancora troppo pochi.

Infine, due esortazioni: va dato il maggiore appoggio possibile a chi sostiene la Costituzione e la vuole difendere a tutti i costi, specie dalle false riforme “condivise”, cioè molti a Sinistra e i finiani. Chi invece parla di queste riforme (da fare assieme!!) per paura, pigrizia e convenienza va sbeffeggiato e ostacolato!