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Vent’anni fa la strage di Capaci.

Seguendo la nostra voglia di memoria, di ricordare (e spesso semplicemente conoscere!) cosa sia successo in Italia, vi proponiamo per oggi di visitare la pagina del programma Lucarelli Racconta che linkiamo qua sotto.

Potrete visionare la puntata di lunedì 21 maggio dedicata proprio a Falcone e Borsellino, raccontata ovviamente da Carlo Lucarelli, con il suo impeccabile stile.

Ricordare non significa cambiare l’immagine del profilo di facebook, condividere una foto con il canonico “Eroi” o “ventesimo anniversario della strage” o altri facili palliativi per la propria coscienza.

Ricordare è un’altra azione in realtà. È un’azione di verità. Ci sono troppe cose che è giusto ricordare, e non possiamo sicuramente pensarle per tutto l’anno. Gli anniversari dovrebbero servire proprio a questo: costruire tassello per tassello, anno per anno, una conoscenza e un bagaglio di tutti questi avvenimenti. E queste tessere ci danno ognuna un pezzo di verità, tutte insieme ci forniscono il senso della giustizia.

Rai Tre Lucarelliracconta – Lunedì 21 maggio 2012

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“La mafia, si vendica con Berlusconi così…quando vogliono essere tremendi, una volta ammazzavano, no, ora ti mandano due diciottenni a letto, in casa! Orrenda, è una cosa orrenda, c’è il terrore, il terrore veramente, […], tu torni a casa e trovi tre escort in bagno, guardate che uno dice “Noooo, oddio, che è?? La mafia! Riina maledetto!”

Ha proprio ragione Roberto Benigni. È cambiato lo stile della mafia, radicalmente. Se una volta facevano saltare le autostrade col tritolo, o intere vie per colpire dei singoli, ora hanno il brutto vizio di riempire il letto del malcapitato con quintali di ragazzette. Forse hanno finito le teste di cavallo.

Credo che vada riconosciuto un certo merito a Benigni per il lungo monologo a Vieni via con me, per essere riuscito a strappare risate sua argomenti drammatici e seri, importanti. E dire che, come ci ha fatto notare Marco Travaglio nella spalla de Il Fatto di mercoledì 10 novembre, Roberto si è limitato a prendere e ripetere le frasi testuali di alcuni nostri politici: la carica comica dei nostri rappresentanti, nonostante la quale i cronisti sempre prendono ogni parola come autorità importantissima. Tra l’altro, il “Bossi dietro al cespuglio” è fenomenale. Ma ci fa anche pensare a quanto le parole siano importanti, ma solo a chi sa davvero ascoltarle. Per molti i discorsi politici, le dichiarazioni, i commenti dei personaggi sono solo un brusio indistinto: e per questo ogni parola e ogni affermazione sono uguali, e ugualmente inutili, insignificanti. Questo fa parte del disamoramento nei confronti del sistema politico.

Ma quando sempre più persone non riescono e non vogliono ascoltare e capire cosa i nostri rappresentanti dicano, succede che questi possono dire qualunque cosa, no? Le boiate più grandi, le sparate più grosse passano inosservate, letteralmente: pochi le capiscono, le osservano.

Penso che sia doveroso far notare a chi ci rappresenta, quando dice un’autentica “castroneria”. Forse è una semplice questione di chiarezza. Intanto apprezziamo la satira e i comici che un po’ ci aiutano nel cogliere questi lati “inusuali” del quotidiano: ridere per capire!

Finalmente, chiarezza. Il vertice del PdL ha finalmente detto quali sono i punti su cui chiederà la fiducia, punti talmente generali che molto probabilmente rendono il voto scontato.

1. Federalismo fiscale

2. Fisco

3. Mezzogiorno

4. Riforma della giustizia

5. Sicurezza

Praticamente i capitoli di un programma elettorale.

A me sembra però che le cose importanti siano altre. Magari sbaglio, ma sento ancora parlare (non dalla politica) di licenziamenti, casse integrazioni, industrie che chiudono i battenti.

Invece pare che sia importante il federalismo fiscale, che per molti (su certi aspetti me compreso) è ancora oscuro, benché sia un progetto di un certo peso.

È importante continuare a parlare di riduzione delle tasse, perché è già partita la campagna elettorale, e bisogna attirare i pecoroni che ancora ci credono, ci credono da dieci anni almeno (vi ricordo un simpatico collage di titoli giornalistici sulla riduzione delle tasse contenuto in questo nostro post, Pensieri antiitaliani – Parte II).

Mi sorprende che la gente del Mezzogiorno non si sia ancora ribellata in massa, in quanto ci si ricorda che esiste solo quando è possibile additare un problema (solitamente “ereditato” dai governi precedenti, o dalle giunte di centrosinistra) che questa “grande destra riformista berlusconiana” potrebbe facilmente risolvere. È una presa in giro, ma forse si tratta di quella condizione per cui qualcuno di ferito e debole è più facile da controllare: in effetti sotto questo aspetto la mafia fa comodo al potere, tiene occupato e distratto il popolo, e inoltre lo indebolisce.

Qua ci colleghiamo alla sicurezza, ma dato che i sondaggi e le statistiche ormai non hanno più valore oggettivo, non importa che a delinquere siano tanto gli italiani quanto gli immigrati. Questi ultimi sono, di nuovo, utili al potere, che si interessa a far leva sulla paura dell’uomo nero che patisce la casalinga o la nonnina che-si-stava-meglio-quando-si-stava-peggio.

Riforma della giustizia: il punto più importante per la nostra classe dirigente, che deve assicurarsi di rimanere dov’è. In barba alla Costituzione, prostituta oramai, citata a sproposito e troppo spesso travisata: sono talmente pochi gli italiani che l’hanno almeno un po’ letta, che è facile ingannare la maggioranza delle persone a proposito della loro legge fondante, del codice che li rende appartenenti ad uno Stato.

Dal blog di Natalino Balasso su ilfattoquotidiano.it, vi propongo un pezzo che mi sembra molto interessante.

Si parla dell’Italia e del suo principale problema: la disonestà. Più che un problema, un modo di pensare e di vedere le cose, di comportarsi. Siamo un Paese di disonesti e di furbi? E se lo siamo, qual è la soluzione? Perchè una soluzione va trovata, visto che, finchè il numero dei ladri supera quello dei derubati, il sistema regge. Ma quando i derubati sono meno dei ladri, significa che questi ultimi hanno iniziato a derubarsi tra loro. E il meccanismo implode.

Nel suo post, Balasso affronta la questione e disquisisce un po’ sul concetto di onestà e perfino di carità e fede cristiane. Una lettura interessante, il punto di vista di un uomo intelligente. Buona lettura (e buone vacanze)!


SIAMO UNA NAZIONE DI DISONESTI?

di Natalino Balasso

(dal suo blog su ilfattoquotidiano.it, 15 luglio 2010)

A un funerale (sic) un signore si lamenta con me dei vigili. Non lo conosco, ascolto fingendo interesse. Dice che sono tutti bastardi, che il governo pensa solo ad aumentare le tasse e non si vive più e tanto si sa che i politici rubano e non c’è più onestà e comunque lui la macchina l’aveva sempre messa lì e non gli avevano mai fatto la multa. Vengo a sapere che “lì” è una zona in sosta vietata. E con tutti i ladri che ci sono a piede libero lui dovrebbe pagare 180 euro per una ztl. Si, “dovrebbe”, perché meno male che conosce uno “nei vigili” che gli toglie la multa. Non ce l’ho con quel signore, mi viene da prendermela più con quel suo conoscente “nei vigili” che gli toglie la multa.

Ho letto una statistica che afferma che se non esistessero le multe, le amministrazioni comunali crollerebbero dall’oggi al domani. Si potrebbe dire che l’economia delle nostre città si basa sul fatto che i cittadini delinquono.  E se ci fosse una tassa sulla disonestà la nostra nazione sarebbe ricchissima. Ma forse la tassa sulla disonestà la paghiamo già versando oboli per lavori incompiuti da decine di anni i cui soldi sono andati nelle tasche di politici puttanieri, festaioli, drogati e amici dei mafiosi.

Ma siamo proprio tutti così? La tentazione di pensarlo è forte. Prendiamo la scarsa trasparenza in politica, le raccomandazioni e il nepotismo: secondo voi c’è tanta differenza tra il posto rimediato da Bossi che ha raccomandato suo figlio e il posto rimediato da Di Pietro che ha raccomandato il suo? Mi sembra di no. A chi sostiene una carica pubblica sarebbe il caso di ricordare un consiglio di Epitteto: “Nella vita devi comportarti come davanti a un banchetto. Una portata girando tra i convitati è arrivata davanti a te: allunga la mano e prendi la tua parte, con educazione. Se il piatto passa oltre non fermarlo, se non è ancora arrivato da te non protenderti inseguendo l’appetito, aspetta che ti sia di fronte. Fai così e sarai degno di stare a tavola con gli dei. Se poi invece di prendere la porzione, la ignorerai, allora sarai degno non solo della tavola degli dei, ma anche di governare con loro”.

C’è qualcuno disposto a “ignorare la porzione”? Leggo delle frequentazioni del cardinale Sepe. Il papa, i cardinali, ci raccontano di stare con gli “ultimi”, ma evidentemente preferiscono andare a cena coi “primi” dove le porzioni sono abbondanti. Alle riunioni dei grandi industriali, alle manifestazioni pubbliche dei magnati ci sono sempre dei cardinali. E’ più raro incontrarli a una mensa dei poveri. Io non credo che Cristo sia mai esistito, ma se ci credessi m’indignerei e forse m’indigno lo stesso di fronte a chi va a messa e nello stesso tempo esalta un certo tipo di politica. Quale schizofrenia bisogna avere maturato per andare a messa e votare Lega? Le due cose non possono stare insieme, non si può a parole dire di amare il prossimo, di stare dalla parte dei poveri e nello stesso tempo applaudire gente che si vanta di scacciare dall’Italia dei poveracci verso un destino di probabile morte.

E cosa c’è da vantarsi, quant’è onorevole scacciare dei morti di fame come fossero terrifici nemici? Quando passo dal Vaticano e vedo quei castelli, quei torrioni, quelle mura fatte per tenere lontani i nemici, quei portoni fatti per chiudere fuori i morti di fame non ci vedo proprio niente di sacro. E niente di santo vedo in quelle madonne scolpite in serie, in quei crocifissi nelle vetrine di Roma, esposti e sanguinanti come salami. Anzi c’è sicuramente qualcosa di sacro nel salame, che rappresenta la morte e l’involontario sacrificio del povero maiale che per ingrassare me affronta il macello. Vendere il sacro non è onesto e questo vale anche per le edizioni Paoline. Se dio esistesse, la Bibbia sarebbe gratis e le antenne di radio Vaticana non provocherebbero tumori nei bambini.

Ma allora esistono gli onesti in questa nazione? Si. Gli onesti esistono, ma nessuno li nomina, nessuno li premia. Sui giornali non leggeremo mai le storie di chi ha saputo “rinunciare alla porzione”. In una nazione in cui si lecca il culo ai ladri, gli onesti saranno sempre considerati fessi.

E allora oggi lo voglio fare io il nome di una persona onesta: Zanarini Albino, sul suo camion c’è scritto “Spurgo fognature e pozzi neri”. Un paio d’anni fa è venuto a casa mia per liberare un tubo. La missione era improba, il tubo era sottodimensionato, un lavoro in cui edilizia e idraulica erano mal combinate. Il signor Zanarini ha lavorato con suo figlio per 4 ore e mezza, impiegando svariate tecniche ma alla fine le incrostazioni erano tali che il tubo non si è sturato. Gli ho chiesto quanto dovessi pagare per il suo lavoro, mi ha risposto: “Niente. Il lavoro non è riuscito”. Saremmo disposti noi a rinunciare a questa porzione? rinunciare al giusto compenso per quattro ore e mezza di lavoro? E quanti politici, manager milionari, artisti incapaci, sarebbero disposti a rinunciare ai loro milioni perché “Il lavoro non è riuscito”?

Io credo che in quell’uomo, che passa le proprie giornate a levare di torno la merda degli altri, ci sia più dignità e nobiltà che in tutti i cardinali messi insieme.

(Vai alla pagina di riassunto di tutti i “Collage”)

Questo decimo articolo collage è stato scritto da Fabio Chiusi, un reporter di AgoràVox. Parliamo dell’intervento di Roberto Saviano alla manifestazione “Caffeina cultura 2010“, con un’interessante riflessione sulla diffamazione e gli strumenti: “il meccanismo del discredito funzione oggi più di ieri”.

Il video dell’intervento (da robertosaviano.it)

Il link all’articolo su AgoràVox

Il link alla pagina principale di Caffeina cultura 2010

Buona lettura.

SAVIANO A CAFFEINA 2010: “IO SO MORIRE DA UOMO”. E NOI?

(di Fabio Chiusi, AgoràVox, 1 luglio 2010)

Io so morire da uomo“. Il senso dell’intervento di Saviano in apertura a Caffeina Cultura 2010 è forse tutto qui, nelle parole che Paolo Borsellino rivolse al suo potenziale assassino una volta messo da parte dall’organizzazione criminale e accolto tra le braccia dello Stato. Parole pronunciate con lo sguardo fisso negli occhi del proprio carnefice, e che Saviano fa sue con altrettanto mite coraggio: “Io so morire da uomo significa io so come vivere“, se ho scelto questa strada – continua lo scrittore – so che cosa mi aspetta. E infatti il pensiero si ferma sulla morte, che “diventa quasi una condizione, anche se non viene”, “qualcosa di lontano, che non ti riguarda, qualcosa che può esserci ma ci badi poco”. Parte del mestiere, insomma. Anche per chi osserva: morti inevitabili.

E’ un racconto autobiografico, quello di Saviano, che però si snoda attraverso la storia dell’antimafia e degli anni delle stragi. E così la vicenda di Falcone e Borsellino si intreccia alla condizione di chi oggi combatta questo male che sembra inestirpabile. Non “eroi”, precisa – una parola che “allontana, rende intoccabili” – ma “giusti“. Persone fragili, che possono anche sbagliare, ma che vivono facendo il bene. E’ la tradizione ebraica, la Torah citata in apertura che ricorda come ci sia “un tempo per vivere e un tempo per morire“. Lo stesso tempo, forse, ma che assume un significato diverso, migliore, se lo si vive da “giusti”. Come i magistrati del pool.

Ma la storia della lotta alla mafia è la storia anche della lotta alla diffamazione, al discredito, agli insulti. Saviano lo sa bene, ma preferisce replicare a chi lo accusa partendo da lontano, con la voce della storia e dei fatti piuttosto che con quella della polemica e dell’attualità. E così ricorda come i magistrati di Palermo, ora santificati a destra e sinistra, mentre lavoravano furono costretti a subire ingiurie di ogni tipo. Rivivono le pagine del Giornale di Sicilia in cui Falcone diventava un “giudice abbronzato” – come a dire: certo, vivranno blindati ma il tempo per prendere il sole ce l’hanno. Le invidie tra magistrati più e meno noti. Gli ‘ndranghetisti che sussurrano: “mandiamolo in televisione, così l’ufficio l’abbandona“. Il meccanismo del discredito funziona oggi più di ieri, ammonisce Saviano. Perché non ha più bisogno di saldarsi a omicidi, a stragi: l’infamia riesce a isolare chi lotta la mafia senza togliergli la vita. “Ma io vorrei capire, confida Saviano, dove sta il confine tra critica e delegittimazione. Vorrei dire al mio lettore: stai attento, cerca di capire il senso, il progetto di chi sta parlando”. Perché il discredito brucia la memoria, giustifica e lava le coscienze, evita alle persone di sentirsi ciascuna colpevole, perpetuano lo status quo mafioso.

E’ questo il senso delle “condoglianze” di Marcello Dell’Utri all’accusa. Questo il senso delle frasi di Berlusconi, che attacca chi racconta la mafia, come se chi scrive di oncologia potesse diffondere il cancro. E’ la volontà di non comprendere, di non andare oltre ciò che quotidiani e telegiornali propongono incessantemente per risalire alla radice dei problemi. In una parola, è l’omertà. Ma il silenzio non risolve nulla. Dire “noi siamo anche altro”, infastidirsi perché il racconto del Sud debba continuamente legarsi a una sequela di omicidi, estorsioni, rapimenti – tutto questo è permettere alla metastasi di continuare.

Bisogna invece fare nostre le parole di Paolo Borsellino, ricorda Saviano in chiusura attraverso le immagini del magistrato assassinato il 19 luglio 1992. Parole che teorizzano come la lotta alla mafia sia destinata a rimanere perdente se si confina a una “quota etica”, a una parte secondaria, accessoria di un programma elettorale. Ecco, la vera risposta a chi diffama – e a chi mi diffama, sembra dire Saviano – è proprio questa: bisogna raccontare, raccontare, raccontare. Ripetere, ripetere, ripetere. Creare, e qui Saviano diventa Borsellino, “un movimento culturale e morale che coinvolga tutti, specialmente le nuove generazioni, che faccia sentire un fresco profumo di libertà e rifiutare il puzzo del compromesso morale”. Bisogna, insomma, che si diventi un po’ tutti Saviano, un po’ tutti Borsellino. Solo allora la memoria sarà tanta da sommergere la “montagna di merda” che è la mafia. Solo allora avremo imparato a vivere e morire da uomini.

(Vai alla pagina di riassunto di tutti i “Collage”)

di Aristofane

Francesco Schiavone è soprannominato Sandokan. E’ stato uno dei boss più importanti del clan dei Casalesi, diventato famose per le lotte di potere interne al clan negli anni Settanta ed Ottanta. E’ stato arrestato nel 1990 e nel 1998. Il 15 giugno scorso è stato arrestato anche suo figlio Nicola, reggente del clan di cui era prima capo suo padre. In quell’occasione, Roberto Saviano ha scritto su Repubblica una lettera a Sandokan, invitandolo a pentirsi. Una lettere intensa, vibrante e densa di significato. Che, forse, non rimarrà inascoltata.

Sandokan pentiti, il tuo potere è finito

(di Roberto Saviano, da “la Repubblica” del 16/06/2010)

Ora che ti hanno arrestato anche il primo figlio, è giunto il tempo di collaborare con la giustizia, Francesco Schiavone. Sandokan ti chiama ormai la stampa, Cicciò o’ barbone i paesani, Schiavone Francesco di Nicola, ti presentano i tuoi avvocati. E Nicola, come tuo padre, hai chiamato tuo figlio a cui hai dato lo stesso destino. Destino di killer. Accusato di aver ucciso tre persone, tre affiliati che avevano deciso di passare con l’altra famiglia, con i Bidognetti. Nessuno si sente sicuro nella tua famiglia, il tuo gruppo ormai non dà sicurezza. Non ti resta che pentirti. Questa mia lettera si apre così, non può iniziare diversamente, non può cominciare con un “caro”. Perché caro non mi sei per nulla. Neanche riesco a porgertelo per formale cortesia, perché la cortesia rischia già di divenire una concessione che va oltre la forma. Scrivendo non userò né il “voi” che considereresti doveroso e di rispetto, né il “lei”. Chi usa il “lei”, lo so bene, per voi camorristi si difende dietro una forma perché non ha sostanza. Allora userò il tu, perché è soltanto a tu per tu che posso parlarti.

Sei in galera da più di dieci anni. Prima ti eri rinchiuso a Casal di Principe in una casa bunker sotterranea. È lì che ti hanno scovato e arrestato. Oggi hanno catturato tuo figlio in un buco analogo, solo più piccolo: stesso luogo, stessi arredi, simboli di un potere sterile – il televisore a cristalli liquidi – , divenuti più dozzinali con il trascorrere degli anni.

Persino stessa passione per la pittura. Cos’hai pensato quando hai saputo che l’hanno stanato, quando ti hanno riferito che a guidare il blitz identico a quello che ha portato alla tua cattura c’era lo stesso uomo, Guido Longo, allora capo della Dia napoletana, oggi questore di Caserta? Cosa hai pensato quando hai visto l’antimafia di Napoli diretta dal Pm Cafiero de Raho combattere ancora lì, non indebolita nonostante le mille difficoltà? Che sensazione ti ha generato scoprire che “Nic’ò barbone” si è arreso con il tuo stesso gesto, l’identico modo di alzare le mani, quasi si trattasse di un tuo clone, non di tuo figlio? Cosa provi ora che la moglie di Nicola subirà le stesse pene che ha subito tua moglie? I tuoi nipoti vivranno come i tuoi figli senza padre, con i soldi mensili versati da qualche tuo vicario e il destino da camorrista già scritto perché intorno tutti vogliono così, perché tu vuoi così. Cosa provi? È a questo che è valsa la tua scalata alla testa dell’organizzazione, con tutti gli ordini di morte che hai impartito, con tutti gli uomini un tempo tuoi sodali che hai ucciso addirittura letteralmente con le tue stesse mani?

Ogni tuo amico ti è divenuto nemico, hai fatto ammazzare Vincenzo De Falco con cui eri cresciuto, hai fatto ammazzare i parenti di Antonio Bardellino, l’uomo che ti aveva dato fiducia, potere e persino amicizia. Vi tradite l’un l’altro e sapete dal primo momento che questo accadrà anche a voi stessi. Perché questa è la vostra vita, uccidere i vostri più cari amici, distruggere coloro con cui siete cresciuti per non essere distrutti. E sarete distrutti da coloro che oggi vi sono amici, che oggi stanno crescendo nei vostri affari. Come ti sei sentito Francesco Schiavone Sandokan quando in una relazione che hai fatto consegnare ai tuoi legali affermi di vedere fantasmi che ti vengono a trovare nella tua cella? Come ti senti quando piangi, quando ti senti impazzire, quando fai il finto pazzo pur di uscire dalla galera? Quando vieni a sapere che l’altro tuo figlio, Emanuele, è stato arrestato come un qualunque tossico che vende hashish per avere soldi? Lui figlio del capo dell’impero del cemento che si fa beccare come un tossico qualsiasi? Quando il tuo ordine era quello di non far spacciare in paese e invece tuo figlio finisce per farlo a Rimini, come ti senti? L’unica speranza che hai è quella di pentirti, non devi continuare a indossare la maschera della tigre feroce, mentre sei diventato un gatto rinchiuso e castrato.

Castrato come Francesco Bidognetti, tuo alleato e allo stesso tempo rivale, ormai sull’orlo del pentimento, che deve per forza mantenere la pace con uomini che gli hanno ucciso parenti e alleati. Che deve vedere le sue donne tradirlo una alla volta. Un uomo che del comando ormai conserva soltanto il ricordo. Oggi ha difficoltà a mantenere il suo gruppo, i sequestri di beni e gli arresti lo stanno divorando. Eppure i tuoi uomini, quelli che tuo figlio avrebbe ucciso, erano disposti a passare con lui pur di non stare sotto il comando del tuo erede. Hai sempre saputo quale fosse il tuo destino. Fatturate miliardi di euro all’anno, il patrimonio del tuo clan è simile a quello di una manovra finanziaria, ma il vostro non è un destino da uomini. È solo un destino da criminali, coloro che si credono re e si ritrovano prigionieri. Con il wc accanto al tavolo dove mangiate, con un secondino che vi ispeziona, con i vostri figli che hanno vergogna di dire chi siete, e un vetro che vi impedisce di toccare finanche le mani delle vostre mogli.

Come sopporti questa ripetizione di un copione che tu stesso hai scritto sulla pelle della tua discendenza, che a sua volta doveva inciderla nella carne altrui? Sei fiero che il tuo primogenito rischi di finire i suoi giorni in carcere? Costretti a vivere come topi. Per mesi, anni. Condannati, già prima di ogni sentenza, a nascondervi, a mentire, a camuffarvi, a pagare uomini dello Stato per aiutarvi, a comprare politici per difendervi, a mercanteggiare promesse e favori in cambio di protezione e sotterfugi. Ma anche a costringere dei poveri vostri compaesani ad accogliervi sotto minacce, mentre alle vostre famiglie tocca farsi svegliare dalla polizia nel cuore della notte o farsi pedinare per giorni e giorni. È questa la sostanza del vostro impero. Hai avuto e hai ancora molti politici in pugno, condizioni gli appalti di molta parte di questo Paese. Proprio perché stai in galera e porti il peso del tuo potere, ti consideri migliore rispetto a imprenditori e parlamentari vicini che valuti codardi. Eppure di questa superiorità cosa ti rimane? Loro stanno fuori e tu sei dentro. Perché continua a difenderli il tuo silenzio? Cosa mai potrà compensare il tuo ergastolo e la distruzione continua della tua famiglia? Non lo vedi? Francesco Schiavone, che cos’hai ottenuto? L’ergastolo e un futuro sepolto in galera. Non hai più alcuna speranza di uscirne fuori finché sei vivo. E allora, che cosa pensi, che ragioni ti dai della tua vita?

Credo, in realtà, di sapere a cosa stai pensando. Che adesso gli affari fuori sono buoni. La crisi economica aumenta il business del clan la tua galera passa in secondo piano. Pensi che hanno anche promulgato leggi favorevoli. La legge sulle intercettazioni sarà d’ora in avanti il vostro scudo, con questa legge non avrebbero mai potuto arrestare tuo figlio, la legge sul processo breve potrà tornarvi utile. Avete politici alleati nei posti chiave, e (se verrà confermato quanto dichiarano le accuse dell’antimafia di Napoli) il sottosegretario allo sviluppo Nicola Cosentino è in diretto rapporto con la tua famiglia. Non perché tuo parente ma perché in affari con te. Quindi pensi di avere un ministero importante dove passano soldi e favori nelle tue mani.

Ma tu sei e rimani in galera però. Ricordi quello che ha detto Domenico Bidognetti su Nicola Ferraro quando si è pentito? L’ha accusato non perché anche Nicola Ferraro sia tuo parente, ma per gli affari che fa con te e tramite te. Ricordi? Dovresti saperlo. Lui ha dichiarato che “Nicola Ferraro prelevava i rifiuti speciali delle officine meccaniche, anzi fingeva di prelevare i rifiuti ma in realtà faceva delle false certificazioni e venivano smaltiti illegalmente”. Lui leader casertano dell’Udeur molto legato a Clemente Mastella è stato arrestato nella retata che azzerò il partito. “Era un imprenditore molto vicino al clan dei casalesi. Prima era più vicino alla famiglia Schiavone, poi deve essersi avvicinato a Antonio Iovine”. E poi – continua Domenico Bidognetti che conosci bene e tu stesso l’hai in qualche modo allevato – “a testimonianza dei buoni rapporti fra il Ferraro ed il clan, un anno fa Cicciariello (Francesco Schiavone, cugino omonimo di Sandokan n. d. r.) mi disse che voleva mandare a dire a Ferraro di intercedere presso il suo ‘comparè Clemente Mastella Ministro della Giustizia, per fare revocare, un po’ per volta, i 41 bis applicati a noi casalesi. Non so dire se poi Cicciariello attuò questo proposito”.

Ecco prima o poi, supponi, qualche politico amico attenuerà la tua pena e tornerai come quando eri giovane a vivere in carcere come in un hotel. Se non toccherà a te stesso, magari a Nicola, tuo figlio. Ti è stato consentito di incontrare un boss di Cosa Nostra, Giuseppe Graviano, mandante dell’uccisione di Don Puglisi, responsabile della morte di Falcone e Borsellino e delle stragi che nel ’93 colpirono Firenze, Milano e Roma. Chissà cosa vi siete detti nei vostri colloqui durante l’ora d’aria al carcere di Opera, dove entrambi scontate il regime del 41 bis? Avete stretto alleanze, avete escogitato nuove strategie? Avete messo a punto degli strumenti per rivalervi su coloro che vi hanno punito, nel caso non fossero disposti a venire a patti? Avete vagheggiato di avere in mano, pur dal cortile di un carcere di massima sicurezza, il destino dell’Italia? Pensate che il vostro silenzio o una vostra mezza parola possa delegittimare i vertici del potere politico? Mettergli paura? Ingenuità, Schiavone. Non ti rendi conto che siete divenuti burattini pensando di essere burattinai. Ma non vedi quello che sta accadendo?

Ciclicamente appoggiate politici che vi fanno promesse, vi usano per ottenere ciò che gli torna utile, vi scaricano quando non servite più, quando intravedono delle alternative. Perché in questo Paese in cui il potere è sempre in mano a pochi e soliti, i soli di cui è certo che verranno prima o poi rimpiazzati da qualche rivale emergente siete voi.

La camorra è potente ma la sua forza si basa sul fatto che i camorristi continuamente cambiano, sono interscambiabili. I cimiteri sono pieni di camorristi indispensabili. Non stai vedendo che stanno eliminando il tuo gruppo? E quello di Bidognetti? E i fedeli Iovine e Zagaria? I due latitanti? Ancora liberi. Liberi di fare affari, di dirigerli. I tuoi reggenti diventati re nei fatti, perché non esiste nessuna incoronazione, mentre le detronizzazioni, quelle esistono, e prima o poi vengono scritte con il sangue, se non quello del sovrano decaduto, almeno quello dei suoi ultimi fedeli. È questo ciò che ti attende e lo sai. Loro ti tradiranno (se non lo stanno già facendo) proprio come tu hai tradito Antonio Bardellino e Mario Iovine.

Quattro anni fa feci un invito nella piazza di Casal di Principe. Lo feci alle persone, soprattutto ai ragazzi che erano lì presenti. Li invitai a cacciarvi dai nostri paesi, a disconoscervi la cittadinanza, a togliere il saluto alle vostre famiglie. “Michele Zagaria, Antonio Iovine, Francesco Schiavone, non valete niente”. Urlai con lo stomaco e con la volontà di dimostrare che si potevano fare i vostri nomi, in quella piazza. Che non succede proprio nulla se si fanno. Che non sono impronunciabili, neanche quando si chiede non a una, due, o cinque persone, ma a molte, moltissime, di denunciarvi, di spingervi ad andarvene da Casal di Principe, San Cipriano d’Aversa, Casapesenna. A liberare queste terre. Tuo padre mi ha definito un buffone, non è l’unico a pensarla così. Tu stesso hai fatto scrivere dai tuoi avvocati che racconto menzogne. Sulle pareti di Casal di Principe mai è apparso un insulto a te, neanche dopo la strage di Casapesenna che avevi ordinato. Invece decine e decine le scritte contro di me, e appena si pronuncia il mio nome, i giovani delle mie zone mi riempiono di insulti. E quando vedono i tuoi figli, cosa fanno? Che cosa rappresentano questi ragazzi senza madre, senza padre, con gli occhi delle polizie sempre puntati addosso? Ti credi un uomo a far vivere così i tuoi figli? Tua moglie in prigione, i figli mollati ai parenti. È da uomo di onore, questo? Da uomo di rispetto?

Non è un uomo una persona che fa vivere così la propria famiglia. Questo lo sai nel profondo di te stesso. Una vecchia espressione napoletana identifica con un’espressione molto efficace un potere fatto solo di sbruffoneria: “guappi di cartone”. Voi la usate per definire un uomo che parla e poi non agisce e ha paura. Io la uso per mostrare quanto sia codardo il vostro potere di morte, corrotto il vostro business, e che il vostro silenzio difende tutti quei colletti bianchi, imprenditori, editori, commercialisti, onorevoli, ingegneri che lavorando per voi pensando soltanto di lavorare per delle imprese di cui non vogliono conoscere l’origine. Guappo di cartone sei perché ordini esecuzioni di persone disarmate, fai sparare alle spalle a innocenti. Guappo di cartone perché temi ogni mossa che possa compromettere le tue entrate di danaro, perché sei disposto a perdere faccia e dignità per un versamento in euro. Guappo di cartone che costringi al silenzio della paura tutti i tuoi paesani se vogliono lavorare nelle tue imprese. Guappo di cartone perché non fai crescere nessuna impresa che con te e con i tuoi non faccia affari. Guappo di cartone perché avveleni la terra dove i tuoi avi avevano piantato le pesche, i meli, e ora la terra avvelenata non produce nulla se non cancro.

Può sembrarti assurdo ma siccome nessuno te lo chiede, te lo ripeto io un’altra volta. Collabora con la giustizia. Prima che tutti i tuoi figli finiscano in galera o ammazzati. Prima che le tue figlie siano costrette a matrimoni combinati per farti ancora contare qualcosa, prima che i tuoi nipoti debbano tutti legarsi attraverso matrimoni agli imprenditori locali per cercare di controllarli, sempre, ovunque, in ogni momento. Invita a pentirsi anche tuo fratello Walter. Fuori dal carcere si sentiva il protagonista di Scarface. Non c’era assessore, sindaco, segretario di partito o imprenditore che non volesse fare patti e affari con lui. E ora? Ora in galera lo divora una malattia, ha perso un figlio, è divenuto uno scheletro che cammina e implora ai giudici clemenza, lui che non l’ha mai data alla sua terra e ai suoi nemici. Per cosa taci ancora? Pensi che ti renda onore tutto questo? Pensi che ti rispettino coloro che il tuo silenzio difende? Tutti coloro che avete reso potenti, sensali con la coscienza pulita perché non sparavano, ma costruivano, smaltivano, votavano, governavano. Tutti questi non sono lì con voi. E andranno con chi comanda. Ieri eravate voi oggi sono altri, e domani altri ancora. Loro saranno amici di chi conta. Come sempre. E voi morirete in carcere.

Tu cosa vuoi, Francesco Schiavone? La tua morte? Rimpiangi di non essere finito ammazzato? Come tuo nipote Mario Schiavone “Menelik”? Facesti uccidere per vendicare la sua morte un carabiniere innocente Salvatore Nuvoletta, aveva vent’anni quando il clan dei casalesi chiese la sua testa, non fu lui ad uccidere in un conflitto a fuoco tuo nipote. E l’hai fatto ammazzare lo stesso. Tu e i tuoi uomini. Uccidendolo mentre era disarmato, mentre giocava con un bambino. Questo è onore?

Io sono cresciuto in terra di camorra e so come ragioni. Consideri smidollato chi ha paura di morire, chi ha paura del carcere. Sai che se vuoi davvero comandare sulla vita delle persone, devi pagarlo questo potere. Tu e i tuoi amici vincete perché sapete sacrificarvi mentre i politici e gli imprenditori di questo paese non sanno farlo. Quante volte ho sentito pronunciare queste parole dai miei conterranei. Ma non per tutti è così.

Prima o poi vi schiacceranno. Prima o poi tutti i vostri affari, il vostro cemento, i vostri voti, i vostri rifiuti tossici, tutto questo sarà destinato a finire. Non è la volontà che muta il destino delle cose, e tu, Schiavone, non sei che l’ennesimo di una catena infinita. Ma forse potresti fare un gesto, una scelta che compensi almeno in parte tutto quanto hai fatto. Mostra tutto. Sollevati dal tuo potere, dal potere dei tuoi affari, sottosegretari, sindaci, presidenti di provincia, sollevati dai veleni, dai morti, dalle dannate famiglie che credono di disporre di cose, persone, e animali come sovrani. Collabora con la giustizia, Schiavone. Invita a consegnarsi Antonio Iovine e Michele Zagaria. Sarebbe un gesto che ridarebbe a te e ai tuoi dignità di uomini. Provate ad essere uomini e non utili bestie feroci da business e accordi. Collabora con la giustizia, mostra che sei ancora un essere umano e non solo un agglomerato di cellule capace solo con rancore e avidità di strisciare di covo in covo, o di cella in cella.

di Aristofane

Rimane poco da aggiungere, dopo aver ascoltato le parole di Roberto Saviano. I commenti rischiano di essere banali e superflui, inutili orpelli di discorsi profondi, toccanti e appassionati quali sono sempre quelli dello scrittore napoletano. Ho visto diverse volte Saviano in televisione, ospite di vari programmi, mentre racconta le sue esperienze e spiega cosa vuol dire mafia, cos’è la criminalità e cosa accade quando il mondo degli affari va ad intersecarsi con quello del malaffare. Vederlo dal vivo, ieri a Trento (Auditorium Santa Chiara, ore 18), la mia città, è stata un’esperienza particolare. E’ stato come se un pezzo di una realtà che so esistente, ma che mi è sempre sembrata lontana, si fosse calato nella mia quotidianità, vedendo gli stessi posti che io vedo ogni giorno, parlando alle persone che posso incontrare per strada, riferendosi a fatti di vita che abbiamo ogni giorno a portata di mano. E’ stata questa una delle cose che mi ha emozionato.

La grande capacità dell’autore di Gomorra, a mio avviso, è quella di ricondurre storie, eventi e meccanismi che ci sembrano distanti e remoti, propri solo di paesi sperduti nel più profondo sud o di metropoli come Napoli o Palermo, alla vita di tutti i giorni. Con esempi e racconti che ci portano a capire come tutto quello che abbiamo intorno sia frutto, spesso, di forme patologiche di mercato o di un’economia drogata da capitali di provenienza criminale. Saviano è capace di farci toccare con mano, di farci sentire vicini i temi di cui parla, che ad un primo nostro sguardo sembrano astratti, a volte quasi incredibili.

Ed è questo che tanto spaventa chi lo minaccia. Un uomo che fa capire alla gente comune come parlare di questi temi, affrontarli e discuterne ogni giorno, senza nascondere la testa sotto la sabbia, sia fondamentale è un uomo pericoloso per un potere che è alla luce del sole ma contemporaneamente vuole restare nascosto, che trae giovamento delle parole di chi nega la sua esistenza e delegittima chi ne parla, dipingendolo come denigratore della patria. Saviano mostra come capire non sia semplice, ma indispensabile; come essere informati, avere le giuste informazioni sia fondamentale per compiere le scelte giuste. “La vera omertà, oggi, è quella di chi non vuole conoscere”. Chi non vuole sentire, chi si gira dall’altra parte compie un atto di omertà, nascondendo a sè stesso la verità. Con le sue parole, lo scrittore napoletano vuole liberare le persone da questa omertà, soluzione molto più semplice da scegliere rispetto alla conoscenza, vuole rompere un muro e far conoscere un mondo, una realtà terribili.

Ed è per questo che è così odiato. “Chi mi minaccia non ha paura di me, di quello che scrivo. Ha paura, autentica paura, di chi legge”. Questa frase mi è rimasta impressa, forse più di qualsiasi altra. Chi legge capisce. E chi capisce non è più un burattino nelle mani di chi sa le cose che gli altri non conoscono. Una persona informata ha i mezzi per vedere davvero quello che le accade intorno, per muoversi nella multiforme e complicatissima realtà che ha intorno. Chi conosce può decidere per il meglio, in ogni momento, e si pone delle domande. Quando va a fare la spesa come quando deve comprare una casa.

E’ questa la forza della parola. La parola, pronunciata o scritta, che lotta, che combatte con noi. Un libro, un oggetto inanimato che può fare molta più paura di una pistola. La parola che poi porta ai fatti, rendendoci forse un po’ più liberi e consapevoli. Il valore di una parola, che non sta nelle lettere di cui è formata, ma nel significato che rappresenta.

E’ stato questo, a mio parere, il vero messaggio che Roberto Saviano ha voluto comunicare ieri. Ha spiegato molte cose interessanti sul funzionamento di certi meccanismi interni alle organizzazioni criminali. Ha raccontato storie, mostrando la potenza incredibile della mafia e la sua capacità di radicarsi dovunque e in chiunque, soprattutto in tempi di crisi. Ma il vero intento del suo incontro è stato mostrarci come le parole siano importanti e veicolino la conoscenza. Come tutto sia collegato, e come noi stessi, in prima persona, possiamo fare i collegamenti necessari, se conosciamo, se sappiamo. L’importanza della conoscenza, il valore del sapere, che ci permette di scegliere, di capire e di decidere. Ci premette di essere liberi e di cambiare, una volta per tutte, questo Paese, liberandolo dalle sue contraddizioni, dalle sue paure, dandogli un po’ di coraggio. O, almeno, ci consente di provarci.

“La grande speranza è che parlare in questo momento a tutti faccia sì che ci si unisca trasversalmente su un tema fondamentale: far funzionare le cose, la legalità, intesa come regole, non che ci limitano, ma che ci permettono di essere molto più liberi. Legalità che ha davvero il sapore rivoluzionario.” (Roberto Saviano, ieri, a Trento)

(Appena sarà disponibile, verrà postato l’intero intervento di Saviano al Festival dell’Economia. Intanto cliccando qui trovate le parti disponibili su Youtube)